Noi non siamo noi stessi…
Una fusione malinconica di frammenti…
Come una banda che procede lenta,
lungo le strade di un paesino di campagna…
Tormentati dal nostro passato,
Assorbiti dai ricordi, fra note lente…
Note suonate dagli altri e mai ascoltate.
L’altra mattina ho visto un cagnolino abbandonato in un cortile di una palazzina.. Certo, potevo pensare che si fosse perso, ma quello che mi ha fatto capire che qualcuno lo avesse abbandonato, dimenticato, ignorato sono stati i suoi occhi tristi ed il suo atteggiamento: era lì, sotto la pioggia, al vento, a guardare fisso in un punto, fermo allo stesso luogo ad aspettare invano che quello che considerava il suo amico tornasse a prenderlo..
E allora ho pensato che se quella persona avesse avuto (oltre ad un cuore, un’anima e una coscienza) un po di empatia, quel cagnolino non stava soffrendo in quel modo..
Empatia, questa sconosciuta, mi verrebbe da dire.. Ma cos’è? E’ la capacità di mettersi nei panni degli altri, persone o animali che siano, di provare le loro stesse emozioni e sensazioni, di immedesimarsi nei loro stati d’animo, di gioire e di soffrire come gioirebbe e soffrirebbe l’altro.
Se ognuno di noi si sforzasse a provare un po di empatia, sono sicura che non ci sarebbero guerre, non ci sarebbero i bulli che umiliano i compagni di classe, non ci sarebbero animali abbandonati, non ci sarebbero i senza tetto che muoiono di freddo su un marciapiede.
Ci sono persone che riescono ad avere questa capacità, che la sentono innata; per loro è naturale immedesimarsi negli altri e nei loro sentimenti. Per altri è più difficile, per altri ancora, impossibile.
Ma da cosa dipende? Diverse ricerche hanno scoperto che nel cervello ci sono dei particolari neuroni che si attivano sia quando una persona compie una particolare azione, sia quando la persona osserva quella stessa azione svolta da altri; per questo motivo, tali neuroni sono stati denominati neuroni specchio. Questo tipo di neuroni, svolgerebbero, quindi, una funzione importante nella percezione e nella comprensione del comportamento altrui.
L’empatia potrebbe anche essere “insegnata”; sarebbe necessario, fin da piccoli, attuare dei metodi, delle tecniche che facilitino e migliorino la comprensione dei sentimenti di chi ci sta vicino e che, quindi, porterebbero ognuno a mettersi nei panni dell’altro.
Ma al di là dei termini scientifici e delle ricerche di neuropsicologia, sarebbe così semplice, per vivere e far vivere meglio, attenersi ad un antico detto: Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Ebbene, nessun adolescente vorrebbe essere deriso dai propri compagni di classe, nessun uomo vorrebbe essere pestato a sangue perché dorme per strada, nessuna persona vorrebbe essere trattata con aggressività, nessun essere vivente vorrebbe essere abbandonato dalla persona che ama e dalla quale era sicuro essere amato a sua volta..
Ho dato una carezza a quel batuffolo di pelo, gli ho dato da mangiare, così come fa da diversi giorni una signora che abita in quella palazzina, e che ora l’ha preso con sé, ma lui vuole rimanere lì, ad aspettare e a sperare..
Ecco, se quella persona che lo aveva con sé avesse avuto un briciolo di empatia, ora quel cagnolino starebbe scodinzolando felice in quella che considerava la sua casa…
Questa sera vi presento un’altra collaboratrice del mio giornale EmozionAmici: la Psicologa Lorenza Fiorilli. Certo…il cognome svela una certa parentela con la sottoscritta…infatti è mia sorella.
Lorenza Fiorilli, Psicologa
Sulla rivista curerà una rubrica di psicologia dove si parlerà degli aspetti della vita di tutti i giorni e delle interazioni che ciascuno di noi, quotidianamente, stabilisce con l’ambiente circostante.
“Già dall’età di sette anni avevo già chiari quali studi accademici avrei intrapreso: non ho mai avuto dubbi sul fatto di voler diventare Psicologa ed ho cominciato a divorare libri in materia ”, dichiara Lorenza che si laurea in Psicologia presso l’Università di Roma La Sapienza e supera l’Esame di Stato che le consente l’iscrizione all’Albo dell’Ordine Nazionale degli Psicologi.
Le altre passioni di Lorenza: gli animali e la fotografia: “Sono iscritta alla LAV e sin da piccola ho avuto uno spiccato senso di protezione per tutti gli essere viventi. Ovviamente sono vegetariana e sostengo le campagne della Lega Antivivisezione”.
Con la sua reflex, invece, raccoglie scorci della nostra Italia: “Ma anche tramonti dal nostro terrazzo, come quella foto, da me scattata all’età di 17 anni che è stata pubblicata sulla rivista “Cosmopolitan” dopo essere stata scelta dal famoso fotografo Angelo Tondini”.
Nel 2008 apre, insieme alla sottoscritta, il Centro di Tutoring Scolastico e Professionale “Atena” e diventa Segretario dell’Associazione Culturale “Araba Fenice”, da me fondata. Ha preso parte a tutte le rassegne teatrali della suddetta associazione e ha curato la prefazione di due mie raccolte di storie per bambini “I racconti di Mila e Pila” e “Mila, Pila e le lettere dell’Alfabeto” di cui la sottoscritta è autrice. Il ricavato delle vendite dei due libri è andato in beneficenza all’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma.
Ha curato una rubrica per il periodico “BCC Nettuno Informa” dal 2009 al 2017.
La passione per la fotografia si è altresì concretizzata in un reportage di scatti che hanno corredato il libro “Dalle vette innevate alle profondità marine: l’Arma dei Carabinieri nei quattro elementi naturali”da me scritto in collaborazione con il Comando Generale dell’Arma.
Attualmente sta conseguendo un Master in Psicologia Scolastica e da domani troverete la sua rubrica sul sito della rivista e sulla pagina Facebook ad essa collegata.
Cari lettori bentrovati. Mi scuso per l’assenza di questi giorni, ma sono stato impegnato in una Rassegna Nazionale svoltasi a Pagani, centro in provincia di Salerno. Proprio per quest’occasione ho elaborato la ricetta che vi presento oggi e che mi ha richiesto molto impegno perché, nel corso di questa Rassegna, mi era stato richiesto di esaltare 3 ingredienti tipici della zona: il pomodorino corbarino , il caciocavallo di Agerola e le noci di Giffoni, prodotti di ottima qualità, ma, proprio per questo, difficili da abbinare insieme per il loro sapore forte.
Mi sono chiesto il modo su come riuscire a caratterizzare proprio le qualità di ciascun prodotto attraverso metodi più o meno innovativi.
Innanzitutto ho pensato ad un impasto tipo “pasta all’uovo”, realizzato con 3 tipi di farine diverse (di grano duro , di grano tenero e farina di nocciole fatta in casa che, essendo molto difficile da realizzare potete acquistarla oppure ometterla nella ricetta) e delle uova intere.
Il piatto presentato alla Rassegna Nazionale di Pagani
Creiamo la classica fontana sul bancone e mescoliamo le uova alle farine, ottenendo, così, un impasto sodo e piacevolmente oleoso, grazie agli oli essenziali presenti nelle nocciole.
Come ripieno ho pensato ad una melanzana cotta al forno con mentuccia, uno spicchietto di aglio in camicia, tutto chiuso nella carta d’alluminio dove verrà cotto per 50 minuti a 160°C. Il risultato ottenuto sarà piuttosto acquoso, per questo lo faremo asciugare dentro una padella abbastanza larga. Dopo aver ottenuto un composto ben fermo, aggiungiamo il caciocavallo e delle mentuccia fresca.
Stendiamo la pasta all’uovo alle nocciole molto sottile , tagliamo dei quadrati e posizioniamo il ripieno al centro , colleghiamo tutti e quattro gli angoli in un unico punto per poi chiuderli: avremo cosi realizzato i nostri tortelli piramidali.
Nel frattempo prendiamo i pomodorini corbarini ma, dato che questo tipo è molto acido, e ho preferito farlo “confit”…in breve, si prendono i pomodorini , si tagliano a metà , si posizionano dentro una placca da forno cospargendovi sopra sale, zucchero a velo , aglio e basilico. Si cuoce in forno a 100°C per un’ ora circa. Il risultato ottenuto consente di accentuare la sua dolcezza ed eliminare la parte acida in eccesso che si trova nell’acqua di vegetazione del pomodorino. Si frullano , si setacciano con un colino ottenendo una salsa liscia e cremosa.
Con le buccie delle melanzane facciamo dei dischi e li friggiamo.
Prepariamo un olio aromattizzato alle nocciole e mentuccia, mettendo il tutto in un pentolino con dell’olio e.v.o. Lasciamo infondere l’olio degli aromi per 30 minuti e impiattiamo.
Sono molto fiero della ricetta che vi ho presentato oggi, perché sono riuscito ad esaltare al meglio questi tre ingredienti senza l’aggiunta di spezie o materie prime particolarmente costose. E soprattutto, grazie a questa ricetta, sono arrivato secondo alla Rassegna Nazionale di cucina svoltasi a Pagani.
Non smettete mai di coltivare la vostra passione, che sia in questo ambito o in un altro: per quanto mi riguarda la cucina mi da’ l’opportunità di esprimere al meglio la mia creativita’ e la mia grande passione.
Mi raccomando: leggete la ricetta e condividetela in tanti, così come avete fatto per le altre!
Vi ringrazio per l’attenzione che mi dedicate sempre….di seguito troverete la ricetta di questo piatto…
Per la pasta alle nocciole
-farina di nocciole 120g
-farina di grano duro 80g
-farina 00 300g
-5 uova intere
per il ripieno
-2 melanzane
-1 spicchio di aglio
-1 rametto di mentuccia
-sale pepe olio
per il pomodorino confi
-20 pomodorini corbarini
-zucchero a velo
-sale
-aglio
-basilico
per olio aromatizzato
-nocciole giffoni
-mentuccia
-olio evo
Questa poesia è molto personale, narra l’influenza che una scelta riesce ad avere sulla vita. Un tocco, una modifica e la strada si evolve…
Questo mi fa riflettere.
Addio…
“Cambierò vita!”,
mi diceva guardandomi negli occhi,
nella frenesia di chi guarda avanti,
dimenticando le strade passate verso
nuove avventure.
Lui era fatto così,
e nell’impulso di quella scelta
non troppo ragionata, si rivedeva più adulto di prima.
Sorrideva e mi incitava a seguirlo:
“Accompagnami a fare le ultime commissioni!”
Erano i dettagli che disegnavano
un confine indefinito a superare una maturità
a molti sconosciuta.
Era pronto a tuffarsi nella vita,
nel lavoro e nelle responsabilità.
Ci prendemmo un caffè,
a me sembrò una sorta di addio cerimoniale.
Mi sorrise.
Ci abbracciammo.
Poi non fu più lo stesso.
Indossavamo maschere
indossavamo maschere e ci guardavamo negli occhi;
in quegli istanti non sapevi chi avevi di fronte
anche perché quelle pupille scure non erano altro che messaggi chiari,
oceani inesplorati di paura e insicurezza;
Dalle labbra carnose si stagliavano parole;
quelle stesse parole che tutti sentono senza riuscire veramente ad ascoltarle, discorsi complessi
umani.
E mi accesi una sigaretta
era notte fonda
intorno il silenzio
Mi sentivo come a casa
un rifugio nel caos
senza pareri al di fuori della morale.
Sul divano volavano idee generate dalla tranquillità di quegli istanti.
Sorridevo, mi sentivo in difficoltà
sento ancora oggi il calore umano.
“Mi hanno detto che il programma da registrare si chiamava “Seconda Chance” …ho creduto che fosse proprio così perché, a dire la verità, dopo la morte di mia madre, di televisione in casa ne vediamo poca…preferiamo andare a letto presto… anche per spegnere quel silenzio assordante”. A parlare è Annamaria Pecchia, reduce dal successo del reality “Boss in Incognito” che è stato mandato in onda dalla RAI qualche settimana fa e del quale Annamaria è stata l’unica donna protagonista.
Annamaria Pecchia (foto da Facebook per gentile concessione di Annamaria Pecchia)
Di quest’esperienza televisiva Annamaria ricorderà: “Le persone fantastiche, professionali e, al tempo stesso, dolcissime. Mi hanno messo subito a mio agio e mi è sembrato di vivere in una favola”.
Ma vediamo come è tutto iniziato: “Come ho già detto, sono stata contattata per questo reality “Seconda Chance”, nel quale avrei dovuto insegnare i rudimenti del mio lavoro a Fulvio, (che in realtà era il boss della Tekneko in incognito,n.d.r.) un disoccupato in cerca di una reinserimento nel mondo lavorativo: ero ben contenta di fare ciò perché sono buona e propensa ad aiutare il prossimo”. E Annamaria è proprio come si descrive lei: durante l’intervista ho piacevolmente constatato come la profondità e la bontà che esce dal suo profilo Facebook sia reale.
“Ho iniziato il mio lavoro di operatrice ecologica a 28 anni, dopo che avevo fatto un po’ di tutto. Quando mi hanno proposto questo mestiere ho detto subito di sì, perché sono una temeraria e non mi intimoriva il fatto che mi sarei dovuta alzare prestissimo, specie i primi 14 anni, quando la sveglia suonava alle tre e mezza di mattina e svolgevo il lavoro a Pomezia”
Un lavoro che Annamaria fa con il sorriso sulle labbra, da trent’anni oramai.
Ma per lei è il cuore quello che conta, “I soldi non sono tutto… è quello che ho detto al boss della Tekneko, ditta per la quale lavoro, quando mi ha è stato consegnato l’assegno di 5000 euro. Certo, sono stata felice del gesto, ma riesco a vivere con poco…quello che veramente mi ha emozionato è stato l’abito da danzatrice del ventre che mi hanno consegnato in una scatola tutta infiocchettata”
Annamaria con indosso l’abito da danzatrice del ventre regalatole al termine della trasmissione “Boss in Incognito” (foto da Facebook per gentile concessione di Annamaria Pecchia)
Annamaria Pecchia, infatti, da qualche anno, frequenta una scuola di danza” L’ho vista casualmente un giorno, passando lì davanti, dopo che ero uscita dal cimitero dove è sepolta mia madre…ho deciso di iscrivermi, anche perché sono stata sempre attratta dalle cose orientali”.
E parlando della mamma, i suoi occhi limpidi si riempiono di lacrime, ma poi riprende il suo racconto:
“E’ strano quello che è successo poco prima della scomparsa di mia madre: nonostante spesso si parli poco bene dei Social, mia sorella Alessandra ed io, proprio tramite Facebook, abbiamo incontrato molte persone che sono diventate amiche anche nella vita. E’ come se questa rete di affetti ci avesse preparato alla grande assenza, al tonfo al cuore che gli amici sono stati, poi, capaci di attutire. Dopo la morte di mamma mia sorella ed io, che prima conducevano vite separate, abbiamo trovato il modo per stare insieme e divertirci”.
Da sinistra, nella foto, Annamaria e la sorella Alessandra (foto Facebook per gentile concessione di Annamaria Pecchia)
E proprio il suo sorriso è quello che ha colpito anche il “Boss in Incognito”: “La cosa più emozionante è stata quando lui mi ha detto, consegnandomi l’abito, che è orgoglioso di avere un’operaia come me e che sono una principessa anche quando indosso gli abiti da lavoro”.
Annamaria si emoziona quando ricorda ciò, quando ricorda, durante la registrazione dell’incontro con il boss, quel cuore:”Che sembrava uscire dal vestito”, quel cuore che ha sofferto e che soffre ancora per la perdita di un pezzo importante: l’amata mamma, che da lassù sarà orgogliosa di lei, della sua bontà, del suo altruismo, del suo sorriso.
Un mattino convulso di città mi ha ispirato queste parole…parole che sono diventate poesia: GRANDE CITTA’, PICCOLI PUNTINI
…una foto scattata da Nicholas Massa in un mattino convulso di città…
GRANDE CITTA’ PICCOLI PUNTINI
Ammassati, spenti e dissolti nelle lamentele generate dall’alto, continuiamo a spingere nel sudore frustrato di una nuova giornata
sotto terra,
sotto l’occhio vigile di chi non guarda
ma annusa il denaro.
Abbiamo messo l’anima da parte insieme ai nostri risparmi,
barcamenandoci nei buchi stereotipati
dei portafogli,
alla ricerca di effimere consolazioni terrene,
continuiamo a sputare sulla vita altrui
senza sapere…
Cari lettori benvenuti nella mia rubrica, attraverso la quale faremo un balzo all’indietro per conoscere, o ricordare, la moda italiana del secolo scorso.
Oggi cominciamo con gli anni ’50. La moda dell’epoca era fatta di lunghezze che superavano il ginocchio, di giacche strette in vita, talvolta messe in risalto da una cintura.
Molto in voga, oltre agli abiti, anche gli impeccabili tailleur, corredati da un elegante cappello,come vedete nel bozzetto disegnato da me.
L’abito marrone raffigurato è un due e pezzi, con giacca ampia e non modellata e un collo “all’americana”. I bordi della giacca e delle maniche sono di una tonalità più scura, per dare risalto al capo. La gonna è di linea “dritta”. Gli accessori immancabili sono proprio il cappello e la borsa “pochette” che dà un tocco in più all’eleganza già impeccabile di quei tempi.
I due bozzetti, disegnati da Giulia di Giacomantonio, che ritraggono i tailleur degli anni ’50
Il tailleur verde, invece, ha una linea più aderente e mette in risalto il corpo della donna. La gonna arriva sotto il ginocchio e ha una linea a “tubino”. La parte superiore invece è una giacca modellata con un collo di linea “sciallato”.
La linea asciutta, e senza eccessivi fronzoli, la ritroviamo anche negli abiti da sposa negli anni ’50: quello nel disegno ha una linea aderente e largo sul corpetto, mentre sul fondo è aggiunta una balza lunga fino alla caviglia. Lo scollo a “V” rimane trasparente, ma senza esagerare: il senso della morale e della pudicizia delle giovani spose era ancora un elemento imprescindibile in quegli anni. Gli accessori che completano il tutto sono gli immancabili guanti e la veletta.
L’abito da sposa anni ’50, nel bozzetto sempre disegnato da Giulia