di Alessandra Fiorilli
A volte succede…succede che quella iniziata come un’intervista si trasformi in una favola e l’intervistato di turno diventi un aedo, capace di rendere concreto, palpabile, attraverso la soavità delle parole e la bellezza dei ricordi, una storia di resilienza e di volontà che torna prepotente, e che vuole reagire, rialzarsi affinché un glorioso passato ritorni di nuovo a risplendere.
E’ quello che è accaduto nel corso dell’intervista ad Edoardo Brenci, Presidente della Fondazione Società del Teatro della Concordia, nonché Responsabile del Management di quello che è conosciuto come il Teatro più piccolo del mondo, caratteristica questa, che lo stesso Presidente ci tiene a specificare: “Il Teatro della Concordia, unico nel suo genere, è considerato, appunto, il teatro più piccolo al mondo non per le sue dimensioni, ma perché nella sua miniatura è la tipica rappresentazione del teatro settecentesco all’italiana”.

Questo scrigno si trova a Monte Castello di Vibio, un piccolo borgo umbro a 13 chilometri da Todi.
Scopriamo questa sua storia di arte, di ingegno, di volontà e di rinascita, attraverso le parole di Edoardo Brenci: “Sul finire del 1700, l’Europa era attraversata da movimenti e nuove idee che culminarono nel 1789, con la Rivoluzione Francese e con la successiva entrata in scena di Napoleone Bonaparte. A quell’epoca, il piccolo borgo di Monte Castello di Vibio, facente parte dello Stato pontificio, era sotto il dominio di Todi, quando sentì forte il bisogno di liberarsi da questa sudditanza. Riuscì, così, a creare un libero comune, lo stesso che Napoleone deciderà di eleggere, una volta sceso in Italia, a capo cantone sud del Comprensorio del Trasimeno. Travolti da questa ondata di fervore e di novità , le nove famiglie più ricche di Monte Castello di Vibio diedero ordine al Mastro Falegname di costruire un teatro sul modello di quello italiano del 1700. E così, forti della consapevolezza che la civiltà non si misura in metri quadri, nasce il piccolo ma magnificente Teatro della Concordia, caratterizzato da 9 ordini di palchi, lo stesso numero delle famiglie che ne avevano reso possibile la realizzazione. Il numero 9, quindi, non fu casuale, in quanto ogni anno, a rotazione, ciascuna famiglia scalava di un palco, cosicché’ ciascuna potesse sedere in quello centrale”.
Un’epoca d’oro, questa, che si protrasse per tutto il secolo successivo ed anche nei primi decenni del 1900 con: “Spettacoli di compagnie di filodrammatici, ma anche esibizioni di bande”.

Poi, negli anni ’50, il triste declino: “Il Teatro cade in rovina a causa della totale mancanza di interventi: crolla il tetto, la platea e nel 1952, viene chiuso”.
Del glorioso Teatro della Concordia sembra non rimanere piĂą nulla, la musica non risuonava piĂą, le voci si spensero, gli applausi si affievolirono fino a scomparire del tutto.
Ma la forza di un’idea è più forte di tutte le avversità : “Verso gli anni ’80, i cittadini fanno una “colletta” per mettere in sicurezza l’edificio, soprattutto dopo aver verificato che gli eredi delle famiglie che lo avevano fatto costruire non erano interessati a riqualificare il Teatro. Così, l’ente comunale inizia l’esproprio e ne diventa proprietario. Grazie, poi, ai fondi UE destinati alla Regione Umbria, il cantiere per la riqualificazione inizia nel 1987. Sette anni dopo, nel 1994, il settecentesco Teatro della Concordia viene riaperto al pubblico”.

E a questo punto della storia, la rinascita del gioiello architettonico di Monte Castello di Vibio, si intreccia con la figura di Edoardo Brenci, il quale ci racconta come: “Nel 1993, dopo anni trascorsi tra Roma e Milano, decisi di rientrare nella mia città natale per recuperare quello che io chiamo il “buon vivere”. Il Sindaco, il quale nell’ottica di un recupero del teatro, organizzava spesso riunioni nella Sala Consiliare, pensò di fondare un’Associazione Culturale che potesse interessarsi alle sorti del teatro stesso. Ebbene nel 1993, quindi un anno prima della riapertura, già era nata la Società che riprese integralmente il nome dall’originaria società nata con il teatro stesso, ovvero Società del Teatro della Concordia, della quale ne divenni il Presidente”.
Nel dicembre 1994 il Teatro fu consegnato in tutta la sua bellezza e negli anni a seguire attirò: “Circa 10000 visitatori”.
Il Presidente Brenci ci tiene a ricordare come: “Con grande nostra soddisfazione, nel 2002 viene emesso un francobollo di Poste Italiane per il Teatro della Concordia, quale bene del patrimonio artistico italiano”.

La Società è stata recentemente trasformata in Fondazione: “Ponendo, così, le basi per lo sviluppo futuro del teatro e della cultura locale”.
Questo gioiello, unico al mondo, con 99 posti a sedere, può ospitare, però, per ragioni di sicurezza, al massimo 86 spettatori: “Purtroppo a causa dell’esigua capienza, gli spettacoli teatrali nel senso pieno del termine non possono essere rappresentati, in quanto le spese che dovrebbero sostenere le Compagnie supererebbero le entrate. Ecco perché abbiamo deciso di creare una sostenibilità nel teatro con il motto “non solo palcoscenico”, difatti vengono organizzati convegni, matrimoni, visite e persino dichiarazioni d’amore, grazie ad un affitto culturale del nostro spazio che è candidato a diventare Patrimonio dell’Umanità ”.

Il Teatro della Concordia, che ora vive grazie all’instancabile opera dalla Fondazione:” Viene apprezzato anche da moltissimi stranieri. La maggiore soddisfazione è giunta proprio da un club di New York, il quale, dopo aver visitato il sito web teatropiccolo.it, ha elogiato il modo di fare cultura in Italia, ma soprattutto, di farla percepire”.
E così la storia di Edoardo Brenci, dal 2021 Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno, e sostenitore dell’idea che il Teatro: “Possa fungere da attrattore turistico e motore di sviluppo locale”, dal 1993 non si è mai fermato: “Il lavoro svolto ha permesso non solo un indotto economico del territorio, ma ha contribuito anche alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla promozione dell’Umbria come destinazione turistica di eccellenza”.
Prima di congedarsi, il Presidente Brenci ci tiene a sottolineare un aspetto per lui molto importante: “Avendo imparato, proprio a Monte Castello di Vibio, a fare impresa della cultura, mi propongo di   esportare questo modello di gestione in altri teatri storici, luoghi che hanno ancora molto da raccontare in quanto spazi ricchi di civiltĂ e memoria”. Â
Alessandra Fiorilli