La Focaccia di Recco col formaggio: il suo legame profondo con il territorio suggellato dal Marchio IGP

di Alessandra Fiorilli

Arriva da lontano, si narra che persino Catone avesse parlato, nella sua opera “De re rustica”, di una focaccia al formaggio che, fonti certe, la vogliono in Liguria all’epoca della Terza Crociata, tanto che la storia racconta come  furono proprio i Crociati, prima della partenza verso la Terrasanta,  ad essere accolti nella Cappella dell’Abbazia di San Fruttuoso, da  una focaccia di semola ripiena  di giuncata.

L’arrivo dei Saraceni, sulle coste liguri, spinse poi la popolazione, per sfuggire alle incursioni, a rifugiarsi nell’entroterra e qui, grazie agli ingredienti di cui disponeva, ovvero olio, formaggetta e farina impastata, diede vita, dopo aver cotto l’impasto su una pietra d’ardesia, ad un prodotto che avrebbe attraversato indenne i secoli : la Focaccia di Recco col formaggio, che divenne, sul finire del XIX secolo, il prodotto principe dei cinque forni del borgo ligure che contava all’epoca,  appena 3000 abitanti.

La Focaccia di Recco col formaggio, con il Marchio IGP ( Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Sempre durante quegli anni, a Recco, le trattorie con cucina cominciarono a proporre questo piatto, però, solo in occasione della celebrazione del 2 novembre.  

Fu grazie all’intuito di un gruppo di panificatori e ristoratori che la Focaccia non fu circoscritta solo ad un periodo dell’anno, ma divenne il simbolo della gastronomia di Recco, un borgo dove, si narra, Guglielmo Marconi arrivò appositamente per gustare questo prodotto, amato molto anche dalle compagnie teatrali le quali,  che dopo essersi esibite a Genova, vi giungevano appositamente per rifocillarsi con la focaccia al formaggio.  

Il Consorzio mostra la sua Focaccia (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Rasa al suolo dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, Recco  non si lasciò abbattere dalle avversità. ma anzi si aggrappò, con tutte le forze e lo spirito imprenditoriale, al suo prodotto- simbolo che negli anni ’50 cominciò ad essere apprezzato anche fuori i confini liguri.  

Infatti, con il boom economico e l’apertura della autostrada Genova Livorno, Recco divenne più facilmente raggiungibile e nel1955 si celebrò la prima Festa della Focaccia di Recco col formaggio.

La Focaccia di Recco servita al piatto (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Da allora, ogni anno, un evento annuale diventa la vetrina di  questo prodotto simbolo della Liguria ed orgoglio italiano: dal 2006  è organizzato dal Comune di Recco e dal   Consorzio Focaccia di Recco col formaggio, che, nato nel 2005, ha ottenuto il riconoscimento di prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta) nel 2015.

La foto di una Festa della Focaccia di Recco che si tiene ogni anno (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Il giorno precedente l’apertura ufficiale dell’evento è dedicato ai bambini delle scuole primarie che preparano la focaccia ed il giorno successivo la festa diventa di tutti, grazie a spettacoli musicali e danzanti, mercatini, tornei di  scacchi.

L’appuntamento quest’anno è per il 24 maggio, quando la celebrazione di un territorio e dei suoi semplici ingredienti attirerà turisti  e visitatori curiosi di conoscere un prodotto dietro al quale c’è tanta dedizione e passione, la stessa che ha messo il Consorzio per ottenere la tutela europea IGP.

Come tutti i prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, il territorio d’origine è strettamente connesso con la qualità e l’unicità del prodotto, difatti, oltre a Recco, gli altri comuni previsti dal Disciplinare di Produzione sono quelli di Camogli, Sori e Avegno, paesi dove si può  gustare la vera Focaccia di Recco col formaggio I.G.P. secondo il motto “Fatta, cotta e servita”.

Lo stesso Disciplinare prevede, come ingredienti, un impasto a base di farina di grano tenero, olio extravergine di oliva italiano, acqua, sale, farcito con “Formaggio fresco”, successivamente cotto in forno.

Una Focaccia di Recco appena uscita dal forno (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Leggere le fasi della preparazione non significa solo conoscere da vicino la procedura di impasto e di preparazione, ma anche apprezzare  la storia e  la volontà di un popolo tenace, capace di trasmettere conoscenze, passione e simboli identitari del proprio territorio che vanno oltre il tempo e le mode passeggere.

                             Alessandra Fiorilli

Sua Maestà il Basilico Genovese DOP: ce ne parla il Direttore del Consorzio di Tutela, Gianni Bottino

di Alessandra Fiorilli

Dall’Oriente è arrivato nell’area mediterranea, dove è stato introdotto dai Romani, e solo nel XVIII secolo la Liguria è diventata, grazie alle ideali condizioni climatiche, la sua patria adottiva, una patria che ama e dalla quale non solo è riamato ma è custodito, protetto, coccolato, rispettato.

Stiamo parlando del basilico, il cui termine botanico è Ocimus basilicum, e il cui nome evoca immediatamente la città di Genova, dove la sua coltivazione ebbe inizio nella Val Bisagno e sulle colline di Pra’.

Il Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Questa pianta dall’inconfondibile profumo e gusto è legata a doppio filo con il capoluogo ligure, grazie alla ricetta apprezzata in tutto il mondo, ovvero il pesto alla genovese, il cui antesignano risale  ai tempi degli antichi Romani, i quali amavano preparare i cosiddetti “pestati” che nel Medioevo divennero l’”agliata”, la mamma legittima del pesto alla genovese.

 All’ingrediente base di questo pestato, l’aglio appunto, nel XIX secolo, fu aggiunto il basilico, rigorosamente a chilometri zero, in quanto coltivato proprio a Genova, in quella striscia di terra racchiusa tra i monti ed il mare, con il sole che accarezza le sinuose colline e la brezza che sa di salmastro.

Campo coltivato a Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

L’aggiunta di questo profumatissimo ingrediente è avvenuta in modo naturale e spontaneo: come è nato il pesto alla genovese, ce lo racconta Gianni Bottino, Direttore del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP.

Gianni Bottino, Direttore del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

“Con la Seconda Rivoluzione Industriale, il porto di Genova conobbe un grande sviluppo ed una consistente crescita del numero della manovalanza nell’area retroportuale, dove, contemporaneamente, aumentò anche il numero delle trattorie che, spesso, offrivano il piatto di pasta con l’agliata, un condimento sempre disponibile senza problemi di conservazione.

Quando, la manovalanza dimostrò di apprezzare qualche ingrediente più fresco, si presentò l’occasione di utilizzare il basilico, un prodotto facilmente reperibile negli orti periurbani, ecco quindi, che dall’iniziale agliata con olio, aglio e formaggio cominciò a nascere il pesto, destinato a crescere fino a diventare il simbolo della cultura gastronomica di questa striscia di terra racchiusa tra i monti ed il mare”

Coltivazione in campo del Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

La coltivazione del basilico, inizialmente circoscritta a Genova, si è poi estesa, già a partire dal dopoguerra, lungo tutta la Liguria prima a ponente e poi a levante, da La Spezia fino a Ventimiglia, per un totale di più di centocinquanta ettari, ma ancora oggi la coltivazione avviene non tradendo i pochi, ma essenziali passaggi che rendono questo prodotto apprezzato in tutto il mondo.

Il tradizionale pesto preparato con il Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

L’acqua usata per la sua coltivazione non è addizionata con il cloro e proviene direttamente dalle ricche sorgenti della Liguria o da sistemi di recupero  di acque superficiali ed è coltivato su terreno naturale, a differenza di altre zone d’Europa. Il basilico, sia quello per uso casalingo sia per la ristorazione, lo si può avere per 365 giorni l’anno, coltivato in serre riscaldate con biomassa e raccolto a mano, mentre quello destinato all’esportazione e alla trasformazione industriale è coltivato all’aperto e viene raccolto, da maggio a settembre. Il Basilico Genovese DOP, in considerazione del suo aroma inconfondibile viene anche utilizzato per la produzione di olio, liquore e dolci”.

Le serre dove viene coltivato il Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Il riconoscimento europeo della DOP per  il Basilico Genovese, risale al 2005 con il regolamento CE n. 1623/2005 della Commissione Europea: Commissione che, inizialmente, era scettica sulla reale influenza che il clima ed il terreno potessero avere sulla qualità finale del basilico. Ecco perché   sono stati portati, in tutta Italia, dei vasi contenenti piantine di basilico… dico scherzosamente che lo abbiamo portato in vacanza… Ebbene, all’Università di Pisa, gli esperti notarono come il basilico cresciuto in altre zone che non fosse il territorio ligure, avesse altre caratteristiche, non tipiche come quello genovese”

La raccolta a mano del Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

La certificazione DOP, di cui si fregia il Basilico Genovese, è un marchio di tutela giuridica che l’UE concede ai prodotti le cui caratteristiche dipendono dal territorio di origine, sia esso l’ambiente geografico o  i suoi fattori di clima e terreno, ma anche da quelli umani, nella fase della produzione.

Tale certificazione è stata richiesta dai produttori liguri:” I quali hanno dimostrato come l’ambiente mediterraneo della Liguria, unito alle tecniche tradizionali tramandate negli anni, hanno dato vita ad un prodotto inimitabile le cui caratteristiche sono frutto delle tecniche di produzione tradizionali riconosciute nel Disciplinare di Produzione che prevede espressamente come l’ elemento discriminante sia l’assenza di aroma di menta”

Una piantina di Basilico Genovese DOP avvolta nel suo marchio (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Nel 2006 è nato il Consorzio, poi riconosciuto nel 2008 dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, con il nome di Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP, avente ruolo di vigilanza e con funzioni strettamente legate alla tutela, alla promozione, alla valorizzazione e all’informazione del prodotto.

E così, ogni volta che assaporeremo l’inconfondibile gusto e l’inebriante odore del Basilico Genovese DOP, ci approprieremo anche della forza e della volontà di una terra che ha saputo sfruttare il suo ristretto territorio coltivabile, per creare un prodotto unico al mondo.

                     Alessandra Fiorilli

Il Vittoriale degli Italiani: la Casa Museo di Gabriele d’Annunzio divenuta, negli anni, un importante polo culturale.

di Alessandra Fiorilli

Gabriele d’Annunzio lo scelse come sua residenza, che si sarebbe poi rivelata essere l’ultima, dopo che nel 1921, arrivando a Gardone Riviera, sulle sponde del Lago di Garda, pronunciò tale profetiche parole: “Sento che è là che il mio destino mi spinge ad abitare”.

01_Veduta Vittoriale ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Appena due anni dopo, il Vate, il 22 dicembre 1923, firmerà l’Atto di Donazione del Vittoriale al popolo italiano, atto che sarà perfezionato nel 1930.

Vestibolo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
Officina ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Nel 1925 terminano i lavori per la collocazione della prua della Nave Puglia nel Parco del Vittoriale, il 1926 vede la luce l’Officina, lo studio caratterizzato da tavoli e scaffali in rovere bianco, e l’anno successivo, il 12 settembre 1927, nell’Anfiteatro, viene messa in scena “La figlia di Iorio” , il suo dramma teatrale, e proprio l’anfiteatro, il Parlaggio, sarà completato nel 2020 con il rivestimento in marmo rosso di Verona, come voleva il d’ Annunzio.

Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
02_Veduta Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tale spazio all’aperto ospita, ormai, da quattordici anni, il festival estivo Tener-a-mente, dove prestigiosi nomi della musica, teatro, danza si avvicendano sul palco.

03_Anfiteatro ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dopo aver speso anni nel rendere il Vittoriale sempre più maestoso, Gabriele d’Annunzio, proprio in una delle sue stanze, la Zambracca, lascerà per sempre questa terra, in una sera di marzo del 1938.

Zambracca ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Si dice, a ragione, che i Grandi non muoiano mai, perché a parlare di loro rimangono le opere, le creazioni d’ingegno, ma quando questi Grandi permettono a chi arriverà dopo, di poterli conoscere anche attraverso quello che hanno amato, ovvero le loro stanze, i loro libri, i loro oggetti… allora davvero l’immortalità diventa un concetto concreto, non più astratto.

Stanza Mappamondo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E così il Vittoriale degli Italiani, così chiamato da d’Annunzio per celebrare la vittoria degli italiani nella Prima Guerra Mondiale, è diventato un tramite per entrare in contatto con la vita del poeta, con le sue passioni, diventando, negli anni, un punto di riferimento per gli studiosi e per gli amanti delle arti, ma anche per le centinaia di migliaia di visitatori, tra i quali anche molte scolaresche.  

Il 2025 appena concluso lo ha incoronato, tra i Musei italiani più visitati, con le sue 300000 presenze: un fascino grande quello che esercita il complesso che non è solo una Casa Museo, ma un insieme di edifici, vie, piazze, giardini.

Laghetto Danze ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E proprio il parco che sembra coccolare in un abbraccio l’intero edificio, è stato indicato come il più bello d’Italia, mentre tra i fiori ospitati, un posto d’onore lo merita   la nuova Rosa Gabriele d’Annunzio®, varietà speciale creata dopo anni di tentativi e selezioni per omaggiare il Poeta.

I lavori del Vittoriale, iniziati nel 1921 e terminati nel 1938, non hanno solo permesso al d’Annunzio, che li commissionò, la realizzazione di un grande progetto, ma anche la nascita di una realtà culturale permanente, iniziata con la decisione del Vate di donarlo all’Italia.

02_Vittoriale Panoramica ©AugustoRizza (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E gli italiani hanno mostrato di amarlo, ne amano tutto: amano l’anima del poeta che pervade ogni singola stanza, ogni pertugio, dove l’arte la fa da padrona.

Nel corso degli anni, molti sono stati gli artisti che hanno donato le loro opere al Vittoriale: tra questi spiccano il Cavallo blu dell’artista italiano Mimmo Paladino, nei pressi dell’anfiteatro, il San Sebastiano dello scultore Ettore Greco alla base del Mausoleo.

Il Vittoriale ospita al suo interno anche molti musei, tra questi, il Museo d’Annunzio Segreto, così chiamato perché permette di conoscere quelli che erano gli oggetti segretamente conservati in casetti ed armadi, e il Museo d’Annunzio Eroe, legato all’esperienza militare del poeta.

Ininterrotta è la ricerca di manoscritti e documenti e nel 2024 è stato acquisito l’archivio di Mario Paglieri, che raccoglie documenti quasi tutti inediti del Vate, con le sue 783 lettere autografe e 144 documenti, mentre, grazie al progetto “d’Annunzio digitale”, si possono vedere alcuni filmati, di proprietà del poeta e conservati, fino ad allora, negli archivi.

Parlare del Vittoriale degli anni 2000 significa parlare soprattutto della Presidenza di Giordano Bruno Guerri, il quale dal 2008, ha disposto una vera rinascita  degli spazi, predisponendone di nuovi, che hanno reso concreto il progetto significativamente chiamato Riconquista terminato nel 2021, anche se dal Vittoriale fanno sapere che tale valorizzazione degli spazi è una sfida continua ed un modo per offrirsi al meglio ai visitatori.

Giordano Bruno Guerri 1 @ Augusto Rizza (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tra le riaperture spiccano quelle del giardino delle vittorie, mentre sono state sottoposte e restauro alcune parti, quali il Portale, il viale d’ingresso, la facciata della Prioria, la Piazzetta dell’Esedra, ma anche oggetti della casa quali i cuscini, le poltrone, le tende, i paralumi e persino una bicicletta.

04_Pioria ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dal 2017 gli spazi esterni sono abbelliti da illuminazione per una fruizione degli stessi anche dopo il tramonto, mentre le aperture speciali notturne chiamate “I Notturnali”, sono ormai un appuntamento imperdibile per molti.

Esterni Vittoriale Notte ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Il Vittoriale, arrivato a noi dagli anni trenta del secolo scorso, strizza l’occhio anche alle nuove tecnologie, infatti nel 2025 è stato realizzato il progetto AVaDa(Avatar Digitale d’Annunzio), grazie al quale un Gabriele d’Annunzio interattivo, che ricorda il poeta cinquantenne, parla e risponde alle domande dei visitatori attraverso la sua voce, creata da un audio originale e restaurato dall’ Intelligenza Artificiale.

                      Alessandra Fiorilli

La Direttrice dei Musei del Parco Poesia Pascoli, la Dottoressa Rosita Boschetti, ci parla dei luoghi ispiratori del grande poeta, visitabili in un percorso emozionale.

di Alessandra Fiorilli

La notte di San Lorenzo, le stelle cadenti, lo sguardo rivolto all’insù e il pensiero che va alla poesia di Giovanni Pascoli, “X Agosto”, da molti imparata sui banchi, ma soprattutto amata ben oltre gli anni di scuola.

E si rimane lì, ogni 10 agosto, a contemplare questo cielo intatto, pulito, pieno di stelle e poi, quando una di queste cade giù, nel momento in cui si esprime un desiderio, non si può non pensare all’ultima quartina della poesia e a quel cielo, il quale sembra piangere per la malvagità che, dall’alto, vede sulla terra.

La forza dell’opera pascoliana risiede proprio in questo: nell’universalità dei sentimenti umani che non si lasciano scalfire dal trascorrere del tempo e che sono quanto mai vivi, palpitanti, attuali.

E chissà in quanti si siano commossi nel ripetere queste strofe, nell’immaginare il dolore del piccolo Giovanni alla notizia della morte del padre, una scomparsa, questa, che segnerà in maniera indelebile non solo l’intera esistenza del poeta, ma anche della sua famiglia, all’interno della quale, uno dopo l’altro, per il dolore, lasceranno Pascoli solo con le sue sorelle amatissime Ida e Mariù.

Poi Giovanni cresce, continua a scrivere, diventa professore universitario, ma il suo animo sensibile sembra dimorare ancora lì, e per sempre, nella sua casa dove vide la luce e dove trascorse la sua infanzia felice, il periodo più bello della sua vita.

Visitare Casa Pascoli a San Mauro Pascoli, chiamato San Mauro di Romagna fino al 1932, significa entrare nell’animo del poeta del Fanciullino e percepirne la semplice felicità di una vita di campagna trascorsa in quelle stanze, tra le quali, per intensità: “Spicca quella della cucina che ancora custodisce intatto il focolare con i cinque fuochi, tutte le suppellettili e l’acquaio di pietra. Un altro luogo della casa molto apprezzato è la camera da letto dove è conservata la culla in legno di noce del poeta”, come dichiara la Dottoressa Rosita Boschetti , Direttrice dei Musei del Parco Poesia Pascoli.

La cucina della casa natale di Giovanni Pascoli, a San Mauro Pascoli ( Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La visita di questo percorso emozionale ed emozionante permette di: Entrare a stretto contatto con i luoghi ispiratori della produzione pascoliana, quali, appunto  la casa natale di cui abbiamo parlato, e Villa Torlonia, un tempo la Tenuta Torre, dove il padre Ruggero lavorava e di ritorno dalla quale fu ucciso da un fucilata, segnando così la fine del rimpianto nido tanto celebrato dal Pascoli”.

L’ingresso di Villa Torlonia (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotograficio Comune San Mauro Pascoli)

Le altre stanze della casa natale sono, invece, adibite a mostre legate a doppio filo con la figura del poeta: “Qui si conosce da vicino il Pascoli degli affetti più profondi, il suo rapporto con le donne, il complicato legame con le sorelle, ma anche il suo periodo socialista”.

La camera da letto con la culla in legno di noce del poeta (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La Casa di San Mauro: “Dove il poeta abitò fino all’età di sette anni, quando poi fu mandato al collegio di Urbino per studiare, rimarrà per sempre  il centro del suo mondo, poiché il poeta vi faceva ritorno anche durante gli anni bolognesi dell’università e, proprio nelle stanze di questo nido familiare ormai distrutto, scrisse la lirica “Romagna”, conservata proprio nel Museo”.

L’esterno della Casa natale del Pascoli (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La casa, venduta successivamente a dei privati: Dal 1924 è Monumento Nazionale e, con l’acquisizione della stessa da parte del Comune di San Mauro, è diventata Casa Museo, accogliendo, così,  i visitatori in un abbraccio d’amore e di cultura”.

Durante il percorso espositivo, due postazioni multimediali offrono uno spaccato della vita del Pascoli e, attraverso la voce dell’attore Lino Guanciale, ci si può immergere nella sua poetica melodiosa, dolce, struggente.

Poco distante dalla casa natale c’è Villa Torlonia, altro tassello fondamentale nella vita del Pascoli, perché è lì che lavorava il padre Ruggero: “A Villa Torlonia c’è un Museo Multimediale e nei percorsi i visitatori sono accolti dalle voci di Luca Ward e Emanuela Rossi: si viene, così, catapultati all’interno dell’immensa produzione poetica del Pascoli. Possiamo dire che se nella casa natale di San Mauro c’è la biografia del poeta, a Villa Torlonia, che accoglie anche mostre temporanee, c’è tutta la sua poesia”, dichiara la Dottoressa Rosita Boschetti, che, nel corso degli anni, ha organizzato mostre di interesse pascoliano, curandone i relativi cataloghi, scrivendo e altresì collaborando alla stesura di testi sul Pascoli, la sua vita e la sua produzione poetica.  

Uno dei percorsi all’interno del Museo Multimediale (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

Inoltre: Dal dicembre 2022 è aperto il Centro di Documentazione Pascoliano, dove sono custoditi circa 7000 volumi, oltre ad autografi, fotografie e documenti d’archivio. Sul sito web del Parco Poesia Pascoli è stato attivato anche un portale digitale di ricerca relativo al patrimonio conservato; i volumi più recenti possono essere dati in prestito, mentre quelli più antichi necessariamente devono essere consultati all’interno del Centro di Documentazione”.

Casa Pascoli attira ogni anno circa 12000 visitatori, la maggior parte dei quali è italiana e l’aspetto più interessante è quello messo in evidenza dalla Direttrice Boschetti: Oltre la metà dei visitatori sono scolaresche e, proprio con molte di loro, abbiamo condiviso un momento importante: avendo noi  collaborato alla realizzazione del film biografico sul Pascoli, “Zvanì”, di recente trasmesso dalla Rai,   il giorno della presentazione alle scuole a Roma, alla quale ero presente anche io, c’erano in collegamento, da alcune sale cinema, circa 9000 studenti italiani”.

La forza della poesia del Pascoli risiede proprio nella sua tenace semplicità, nella forza dei sentimenti, nell’attaccamento viscerale ad un luogo che non è più solo un’indicazione geografica, un puntino sulla cartina, ma è lo spazio dove il cuore e l’anima continuano a vivere, in eterno.

                           Alessandra Fiorilli

L’affascinante storia del Teatro della Concordia, il più piccolo teatro settecentesco all’italiana nel mondo, raccontata dal suo Presidente Edoardo Brenci.

di Alessandra Fiorilli

A volte succede…succede che quella iniziata come un’intervista si trasformi in una favola e l’intervistato di turno diventi un aedo, capace di rendere concreto, palpabile, attraverso la soavità delle parole e la bellezza dei ricordi, una storia di resilienza e di volontà che torna prepotente, e che vuole reagire, rialzarsi affinché un glorioso passato ritorni di nuovo a risplendere.

E’ quello che è accaduto nel corso dell’intervista ad Edoardo Brenci, Presidente della Fondazione Società del Teatro della Concordia, nonché Responsabile del Management di quello che è conosciuto come il Teatro più piccolo del mondo, caratteristica questa, che lo stesso Presidente ci tiene a specificare: “Il Teatro della Concordia, unico nel suo genere, è considerato, appunto, il teatro più piccolo al mondo non per le sue dimensioni, ma  perché nella sua miniatura è la tipica rappresentazione del teatro settecentesco all’italiana”.

Il Presidente della Fondazione Società del Teatro della Concordia. Edoardo Brenci (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Questo scrigno si trova a Monte Castello di Vibio, un piccolo borgo umbro a 13 chilometri da Todi.

Scopriamo questa sua storia di arte, di ingegno, di volontà e di rinascita, attraverso le parole di Edoardo Brenci: Sul finire del 1700, l’Europa era attraversata da movimenti e nuove idee che culminarono nel 1789, con la Rivoluzione Francese e con la successiva entrata in scena di Napoleone Bonaparte. A quell’epoca, il piccolo borgo di Monte Castello di Vibio, facente parte dello Stato pontificio, era sotto il dominio di Todi, quando sentì forte il bisogno di liberarsi da questa sudditanza. Riuscì, così, a creare un libero comune, lo stesso che Napoleone deciderà di eleggere, una volta sceso in Italia, a capo cantone sud del Comprensorio del Trasimeno. Travolti da questa ondata di fervore e di novità, le nove famiglie più ricche di Monte Castello di Vibio diedero ordine al Mastro Falegname di costruire un teatro sul modello di quello italiano del 1700. E così, forti della consapevolezza che la civiltà non si misura in metri quadri, nasce il piccolo ma magnificente Teatro della Concordia, caratterizzato da 9 ordini di palchi, lo stesso numero delle famiglie che ne avevano reso possibile la realizzazione. Il numero 9, quindi, non fu casuale, in quanto ogni anno, a rotazione, ciascuna famiglia scalava di un palco, cosicché’ ciascuna potesse sedere in quello centrale”.

Un’epoca d’oro, questa, che si protrasse per tutto il secolo successivo ed anche nei primi decenni del 1900 con: “Spettacoli di compagnie di filodrammatici, ma anche esibizioni di bande”.

Un affollato Teatro della Concordia in una foto storica del 1929 (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Poi, negli anni ’50, il triste declino: “Il Teatro cade in rovina a causa della totale mancanza di interventi: crolla il tetto, la platea e nel 1952, viene chiuso”.

Del glorioso Teatro della Concordia sembra non rimanere più nulla, la musica non risuonava più, le voci si spensero, gli applausi si affievolirono fino a scomparire del tutto.

Ma la forza di un’idea è più forte di tutte le avversità: “Verso gli anni ’80, i cittadini fanno una “colletta” per mettere in sicurezza l’edificio, soprattutto dopo aver verificato che gli eredi delle famiglie che lo avevano fatto costruire non erano interessati a riqualificare il Teatro. Così, l’ente comunale inizia l’esproprio e ne diventa proprietario. Grazie, poi, ai fondi UE destinati alla Regione Umbria, il cantiere per la riqualificazione inizia nel 1987. Sette anni dopo, nel 1994, il settecentesco Teatro della Concordia viene riaperto al pubblico”.

Il Foyer del Teatro della Concordia (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

E a questo punto della storia, la rinascita del gioiello architettonico di Monte Castello di Vibio, si intreccia con la figura di Edoardo Brenci, il quale ci racconta come: “Nel 1993, dopo anni trascorsi tra Roma e Milano, decisi di rientrare nella mia città natale per recuperare quello che io chiamo il “buon vivere”. Il Sindaco, il quale nell’ottica di un recupero del teatro, organizzava spesso riunioni nella Sala Consiliare, pensò di fondare un’Associazione Culturale che potesse interessarsi alle sorti del teatro stesso. Ebbene nel 1993, quindi un anno prima della riapertura, già era nata la Società che riprese integralmente il nome dall’originaria società nata con il teatro stesso, ovvero Società del Teatro della Concordia, della quale ne divenni il Presidente”.

Nel dicembre 1994  il Teatro fu consegnato in tutta la sua bellezza e negli anni a seguire attirò: “Circa 10000 visitatori”.

Il Presidente Brenci ci tiene a ricordare come: “Con grande nostra soddisfazione, nel 2002 viene emesso un francobollo di Poste Italiane per il Teatro della Concordia, quale bene del patrimonio artistico italiano”.

Il francobollo dedicato, nel 2002, al teatro della Concordia (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

 La Società è stata recentemente trasformata in Fondazione: “Ponendo, così, le basi per lo sviluppo futuro del teatro e della cultura locale”.

Questo gioiello, unico al mondo, con 99 posti a sedere, può ospitare, però, per ragioni di sicurezza, al massimo 86 spettatori: “Purtroppo a causa dell’esigua capienza, gli spettacoli teatrali nel senso pieno del termine non possono essere rappresentati, in quanto le spese che dovrebbero sostenere le Compagnie supererebbero le entrate. Ecco perché abbiamo deciso di creare una sostenibilità nel teatro con il motto “non solo palcoscenico”, difatti vengono organizzati convegni, matrimoni, visite e persino dichiarazioni d’amore, grazie ad un affitto culturale del nostro spazio che è candidato a diventare Patrimonio dell’Umanità”.

Il Teatro della Concordia visto dal Palcoscenico ((Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Il Teatro della Concordia, che ora vive grazie all’instancabile opera dalla Fondazione:” Viene apprezzato anche da moltissimi stranieri. La maggiore soddisfazione è giunta proprio da un club di New York, il quale, dopo aver visitato il sito web teatropiccolo.it, ha elogiato il modo di fare cultura in Italia, ma soprattutto, di farla percepire”.

E così la storia di Edoardo Brenci, dal 2021 Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno, e sostenitore dell’idea che il Teatro: “Possa fungere da attrattore turistico e motore di sviluppo locale”, dal 1993 non si è mai fermato: “Il lavoro svolto ha permesso non solo un indotto economico del territorio, ma ha contribuito anche alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla promozione dell’Umbria come destinazione turistica di eccellenza”.

Prima di congedarsi, il Presidente Brenci ci tiene a sottolineare un aspetto per lui molto importante: “Avendo imparato, proprio a Monte Castello di Vibio, a fare impresa della cultura, mi propongo di   esportare questo modello di gestione in altri teatri storici, luoghi che hanno ancora molto da raccontare in quanto spazi ricchi di civiltà e memoria”.  

                                                    Alessandra Fiorilli

Il Museo della Carta ad Amalfi: dove la storia e le antiche tradizioni accolgono visitatori da tutto il mondo. Nelle parole del Direttore, l’Avvocato Emilio De Simone, scoprirete il fascino di questa realtà museale.

di Alessandra Fiorilli

Amalfi: il solo nome evoca, immediatamente, la sua bellezza, il fascino di quel lungo tratto di terra abbracciato dai Monti Lattari e dal Mar Tirreno.

Le reminiscenze scolastiche ci conducono, inoltre, per mano, all’epoca delle quattro Repubbliche Marinare, tra le quali Amalfi spiccava nel mercato delle spezie, dei profumi e della seta.

Ma non tutti sono a conoscenza di un altro indiscusso primato che vanta l’antica città marinara: l’arte della lavorazione della carta che gli amalfitani avevano appreso dagli Arabi; lavorazione che portò alla nascita, intorno alla prima metà del secolo XII, delle prime cartiere sorte nella Valle dei Mulini.

L’antica Macchina Continua in Tondo in mostra presso il Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

E proprio una di queste è diventata il Museo della Carta: “Grazie al nobile gesto dell’ultimo proprietario di un’antica cartiera del 1200, il Magister in arte cartarum o Cartaro  o cavaliere Nicola Milano, illustre discendente di una famiglia di cartai, il quale, scomparso all’età di 99 anni senza eredi, decise di trasformare i locali della sua attività in un Museo”, come dichiara l’Avvocato Emilio De Simone, Direttore del Museo della Carta ad Amalfi.

E così, grazie al Cartaro o cavaliere amalfitano, il noto centro della costiera, vanta, dagli anni ’90 del secolo scorso, uno scrigno prezioso di storia e di antiche tradizioni, le stesse che i visitatori possono conoscere da vicino, grazie, soprattutto, agli attrezzi secolari usati nella produzione cartaia, quali: 

“Gli antichi magli in legno che, azionati da una ruota idraulica, battevano, trituravano gli stracci di lino, cotone e canapa; e non è un caso che il punto di forza di questo Museo siano proprio gli originari macchinari, attraverso i quali i visitatori non si sentono semplici ospiti, ma protagonisti di un’avventura storica affascinante, quale quella della produzione della carta che in prima persona possono realizzare con l’aiuto e supervisione di esperte guide”.

Per rendere ancora più ricca di emozioni la visita: “Il Museo offre anche una Sala Operativa all’interno della quale c’è una mostra di antichi utensili per la fabbricazione e la riparazione dei macchinari. I visitatori possono anche vedere il sistema di canali con vasche di alimentazione per il funzionamento idraulico dei macchinari della cartiera”, sottolinea l’Avvocato De Simone che da 25 anni dirige e gestisce il Museo.

Il Direttore del Museo della Carta di Amalfi, l’Avvocato Emilio De Simone (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Altissima l’affluenza degli stranieri: “Rappresentano circa il 70/80% dei visitatori annuali e, proprio per venire incontro a coloro che vengono a farci visita dall’estero, abbiamo predisposto la fruizione del nostro opuscolo in inglese, spagnolo, francese e tedesco, le stesse lingue parlate dalle nostre guide”.

Alcuni tra gli antichi utensili in mostra al Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Il restante 30% dei visitatori annuali è dunque italiano e tra coloro che visitano il Museo spiccano in modo particolare le scolaresche: Ospitiamo molte visite didattiche e mi piace sottolineare come il motto del Museo che dirigo sia proprio “Giocando Imparando”. E questo aspetto non riguarda solo i più piccoli, ma tutti coloro che scelgono il nostro Museo per vedere da vicino come viene realizzata a mano la pregiata carta d’Amalfi”.

Lo Spandituro, altro storico macchinario in mostra al Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Una carta: Conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, che nasce utilizzando esclusivamente fibre naturali e proprio quest’aspetto la rende unica nel suo genere, in quanto non ingiallisce. Basti portare un esempio: i testi del 1300, realizzati con carta d’Amalfi, sono meglio conservati rispetto a quelli recentissimi, proprio per la suddetta caratteristica della materia prima utilizzata”.

L’Avvocato Emilio De Simone, da un quarto di secolo alla guida del Museo gestito dalla Fondazione voluta dal Commendatore Nicola Milano, ci tiene a sottolineare, compatibilmente con i suoi numerosi impegni professionali, la sua costante presenza di questa realtà museale: “E’ importante creare un rapporto con chi viene a farci visita in questo Museo che ho restaurato, fatto crescere e fatto conoscere. Mi considero un ambasciatore della mia terra”.

                                               Alessandra Fiorilli 

Il Natale a Cortona: tra conferme e novità nella magia del borgo toscano

di Alessandra Fiorilli

Cortona esprime il suo innegabile fascino durante tutto l’anno: “Attraverso i suoi monumenti e un paesaggio di grande impatto”, anche se nel periodo natalizio: “Assume un aspetto ancora più intrigante, grazie alle luminarie e al video mapping dedicato quest’anno a San Francesco, in onore delle celebrazioni del Santo che si terranno nel 2026 (anno in cui si celebrerà l’ottavo centenario della sua morte n.d.r). Le proiezioni più significative saranno quelle riprodotte sul Palazzo Comunale e nella Piazza centrale”, dichiara il Sindaco di Cortona, Luciano Meoni.

Il Sindaco di Cortona, Luciano Meoni (Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

E così, anche quest’anno, il Natale di questo centro toscano di origine etrusca, sarà un momento magico che è iniziato il 6 dicembre e terminerà il 6 gennaio: Ogni sera ci sarà lo spettacolo del videomapping, mentre nei fine settimana e durante i giorni delle Festività, saranno attive le principali attrazioni, quali  il Treno Magico di Santa Claus Virtual Express e la Casa di Babbo Natale ospitate entrambe a Palazzo Ferretti. La Mostra del Modellismo e del giocattolo d’epoca, aperta invece tutti i giorni, è allestita presso il Centro Convegni S. Agostino ed è estesa a tutto il complesso, Inoltre Cortona propone presepi artistici, eventi itineranti e anche lo spettacolo con la neve artificiale il 26 dicembre”.  

Il videomapping sul Palazzo Comunale ( Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

La novità di quest’anno:” È la Sky Tower, in piazza Garibaldi, che, con i suoi 40 metri, è una delle più alte d’Italia”.

La Sky Tower (Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

Dal 5 dicembre e sempre fino all’Epifania: “Si può visitare la mostra degli Etruschi in Olanda al Museo Maec”.

L’immancabile Mercatino natalizio vedrà coinvolti: “Decine di espositori che varieranno in base alle programmazioni, anche se il filo conduttore sarà la valorizzazione dei nostri prodotti. Avremo, ad esempio, mercatini a tema con prodotti tipici della nostra terra, sia enogastronomici che artigianali, oltre al Mercatino del gruppo storico”.

A tutto questo si aggiunge: “L’offerta commerciale del cuore antico della città che propone promozioni abbinate all’acquisto del biglietto delle attrazioni”.

Il videomapping sul Palazzo Comunale di Cortona (Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

Il Natale a Cortona vanta numeri in crescita, in termini di visitatori: “Oltre ai turisti, vi è un buon apprezzamento dei nostri concittadini e anche dei visitatori provenienti dai territori limitrofi, in particolare dal Centro Italia, con una forte presenza dal Lazio e dalla città di Roma”.

Uno dei modellini di trenini esposti nella Mostra del modellismo e del giocattolo d’epoca giocattolo ( Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

Gli stranieri, attratti dall’incanto di Cortona, arrivano soprattutto: Dall’Europa e dall’America

Bambole esposte alla Mostra del modellismo e del giocattolo d’epoca (Foto per gentile concessione del Comune di Cortona)

Proprio la presenza degli stranieri, in questo periodo magico, è in realtà la cartina al tornasole dell’apprezzamento che gli stessi mostrano nei confronti della città anche durante l’anno: Cortona è meta abituale del turismo internazionale  e il target turistico straniero conosce bene la bellezza del Natale a Cortona, ecco perché  molti di loro parteciperanno anche all’evento di fine anno in piazza, un appuntamento, questo,  che ha sempre riscosso un grande successo, grazie alla musica, ai  Dj e alle varie attrazioni”.

Cortona e il suo Natale che il Sindaco Luciano Meoni definisce: “Meraviglioso, grazie al clima che si crea e che è capace di trasmettere emozioni e bellezza” è pronto, anche quest’anno, ad incantare tutti.   

                                                   Alessandra Fiorilli

La Rassegna Internazionale “Presepi dal Mondo” organizzata dalla Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”: il profondo valore simbolico di questo appuntamento natalizio nelle parole della Dottoressa Michela Mendiola

di Alessandra Fiorilli

Da 41 Natali Verona ospita la Rassegna Internazionale “Presepi dal mondo” che: “Insieme alla Stella Cometa, installata in Piazza Bra, è il simbolo della città nel periodo natalizio”, come dichiara la Dottoressa Michela Mendiola, Responsabile del Coordinamento e dell’Organizzazione degli Eventi della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”.

La Dottoressa Michela Mendiola (Foto per gentile concessione della Dottoressa Michela Mendiola)

E proprio “La Stella, legata a doppio filo con la Mostra, e’ entrata nel Guinness dei Primati come l’ archiscultura più grande al mondo, così come la stessa Mostra, grazie al grande numero di presepi provenienti da ogni angolo della Terra”.  

Ls Stella in Piazza Bra a Verona (Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)

Tale Rassegna internazionale: “E’ stata ospitata per 35 anni sotto gli arcovoli dell’Arena, poi, quando gli stessi sono stati sottoposti a lavori di restauro, è stata scelta un’altra location: quest’anno è quella del suggestivo Palazzo del Capitanio, all’interno del quale i visitatori vengono accolti dai meravigliosi affreschi del 1500, nonché da uno spettacolo di luci, colori e diapositive”.

Le opere esposte, realizzate sia: “Da artisti italiani che stranieri hanno una profonda valenza: “Quella dell’interpretazione data da tutti i popoli della nascita di Gesù. La scena della Natività è, infatti, condivisa da tutte le culture e da tutte le tradizioni”.

Uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)

Gli straordinari presepi: “Sono sempre diversi di anno in anno e vengono scelti da: “Una commissione di critici d’arte che seleziona le opere e le valuta in base ad alcuni elementi, come la fattura e la cura dei dettagli”.

Particolare di uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)

E appena la Mostra chiude i battenti: “Quest’anno avverrà il 18 gennaio, gli organizzatori sono già pronti a mettersi all’opera per quella del Natale successivo.

Uno dei presepi esposti (Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)

Ci sono presepi di tante fogge, e tra questi anche: “Uno realizzato in sughero con statue in terracotta di Caltagirone, completamente meccanizzato e grande tra i 3 e i 4 quattro metri, per vedere il quale è necessario girarvi tutto intorno”.

Molti sono gli stranieri: Quest’anno, sino ad ora, la fa da padrona la Spagna, ma anche la Repubblica Ceca”, e tantissimi anche gli italiani che mostrano un interesse in crescendo per questa spettacolare Mostra la quale, lo scorso anno: “Ha registrato tra gli 80000 e i 100000 visitatori nei circa due mesi d’apertura”.

Particolare di uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)

E anche se il presepe che  attira maggiormente sguardi ed ammirazione: “E’ solitamente quello del ‘700 napoletano” , ogni opera racchiude in sé non solo il valore dell’artista che lo ha realizzato, ma anche Un messaggio profondo ricco di suggestioni”, come dichiara la Dottoressa Michela Mendiola, la quale ci tiene a sottolineare come la: “Fondazione “Verona per l’Arena” nel 2014 ha messo la firma sotto  il presepe di Piazza  San Pietro e, qualche anno prima, ha avuto l’incarico dall’UNESCO di realizzare il  “Museo Internazionale della Natività di Betlemme”  inaugurato il 24 dicembre 1999 per celebrare i 2000 anni dalla nascita di Gesù. Lo scopo di questa iniziativa è stato quello di unire, attraverso un messaggio simbolico,  Verona e Betlemme in un gemellaggio di pace”.

                         Alessandra Fiorilli

L’Arancia Rossa di Sicilia IGP: il ruolo determinante del clima, del terreno e delle tecniche di lavorazione raccontate dal Presidente del Consorzio di Tutela, Gerardo Diana.

di Alessandra Fiorilli

Gli agrumi coccolano i nostri sensi come pochi frutti sanno fare, grazie al loro gusto, pieno, rotondo e a quel profumo inconfondibile che emanano, ed è proprio attraverso quel sapore che ci riappropriamo di una parte della nostra storia, perché l’Italia, grazie al suo clima ideale, è diventata la patria degli agrumi, nonostante questa pianta sia originaria dell’Asia. 

E tra gli agrumi italiani c’è anche lei, l’Arancia Rossa di Sicilia IGP, Indicazione Geografica Protetta, il cui Consorzio: “Nato su iniziativa di produttori locali per promuovere e tutelare in Italia e nel mondo l’Arancia Rossa di Sicilia, nelle sue tre varietà Tarocco, Moro e Sanguinello, viene poi riconosciuto da parte del Ministero per le Politiche Agricole nel giugno del 2015, come dichiara il suo Presidente, Gerardo Diana.

Il Presidente del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP, Gerardo Diana ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Attualmente il Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP conta: “Circa 500 produttori, 80 confezionatori e oltre 100 aziende che utilizzano la denominazione tutelata nei prodotti composti e trasformati e oltre 300 etichette autorizzate, con l’obiettivo di garantire la qualità, la rintracciabilità e la promozione di questo straordinario prodotto, simbolo dell’eccellenza agroalimentare italiana e ambasciatore della Sicilia nel mondo”.  

Le prime testimonianze sulla coltivazione dell’arancio in Sicilia risalgono ai tempi della dominazione normanna, quando: “Le operazioni di bonifica e l’introduzione di pratiche agricole avanzate cambiarono in breve tempo il volto della Sicilia, facendola divenire la terra degli aranci”.

L’Arancia Rossa di Sicilia IGP con il suo bollino fotografata sull’ Etna ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Trattandosi, però, di un’arancia amara, tale frutto era poco consumato, ma il destino di questo agrume cambierà: “A partire dal XVI secolo, quando l’arancia dolce approda in Sicilia e in tutto il Mediterraneo”.

 La diffusione in terra siciliana non fu uniforme, essendoci delle differenze geografiche: “L’arancio, però, trovò poca fortuna nel resto della Sicilia, mentre ebbe miglior fortuna sul versante centro-orientale dell’isola, in particolare nella Piana di Catania e nel Siracusano”.

Il Presidente del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP, Gerardo Diana, sull’Etna ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Sarà invece la zona collinare e la pianura circostante il rilievo dell’Etna a diventare la patria dell’Arancia Rossa:” L’area di produzione riconosciuta dall’IGP è caratterizzata dalla presenza del nostro vulcano, che permette ai suoli di essere fertili, ricchi di minerali e dotati di eccellente capacità drenante. La suddetta area comprende le province di Catania, Siracusa ed alcuni centri dell’ennese prospicienti la Piana di Catania. I comuni interessati sono 32, selezionati in base a specifiche condizioni pedoclimatiche che favoriscono la crescita delle varietà pigmentate”.

La caratteristica polpa e la tipica pigmentazione rossa dell’Arancia Rossa di Sicilia IGP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Infatti: “Per effetto delle notevoli escursioni termiche presenti nella zona, si determina la formazione delle tipiche pigmentazioni rosse, la creazione di aromi intensi ed inconfondibili, nonché un accumulo zuccherino e di antociani che conferiscono alle arance un gusto ed un sapore dolce”.

Ma vediamo come nasce, nelle sue singole fasi, l’Arancia Rossa di Sicilia IGP: “La coltivazione  è basata in una sorta di continuo “dialogo” con la pianta, per proteggerla dai parassiti e assicurare benessere e produttività. La cura del giardino, così come comunamente viene chiamato l’agrumeto, inizia dal perimetro della pianta che deve essere sempre tenuto libero da erbacce dannose.

Le fasi della coltivazione vanno dalla fioritura in primavera inoltrata, al raccolto che arriva a partire da fine novembre o dicembre. In mezzo è fondamentale la cura agronomica (potature, concimazioni, irrigazione), insieme al controllo fitosanitario e al monitoraggio della maturazione. Il rispetto di pratiche agricole tradizionali, integrate con le più moderne tecniche di gestione, garantisce la salubrità e la qualità del prodotto finale”.

Particolare di una delle pianta di Arancio che producono l’Arancia Rossa di Sicilia IGP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Il profondo legame tra l’uomo e la natura ed il rispetto per la pianta, come ci racconta il Presidente Gerardo Diana, avviene anche con : “Il sistema di raccolta tra metà dicembre e maggio, a seconda della varietà e delle cultivar , che viene effettuata a mano, mediante un uso sapiente delle forbici, in modo da lasciare parte del picciolo attaccato al frutto, quello terminale, affinché non risulti tagliente e nociva per le altre arance, con attenzione e rispetto della maturazione ottimale, per preservare l’integrità e la freschezza del frutto. Tale pratica consente di mantenere inalterate le proprietà organolettiche e nutrizionali. Normalmente le arance non vengono raccolte quando la pianta è bagnata ma si aspetta che asciughi”

Solo rispettando tutte queste fasi l’Arancia Rossa di Sicilia IGP è in grado di regalare:La polpa succosa, il sapore equilibrato tra dolce e acidulo, e l’aroma intenso”.

Da sottolineare, inoltre, anche il valore dal punto di vista nutrizionale di tale pregiato agrume:” È fonte eccellente di vitamina C, antociani, flavonoidi e fibre. Gli antiossidanti naturali contenuti contribuiscono al benessere dell’organismo, rafforzando le difese immunitarie”.

La cenere dell’Etna che rende fertili le terre dove viene coltivata l’Arancia Rossa di Sicilia IGP(Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)

Proprio grazie al suo gusto e alla sua versatilità l’Arancia Rossa di Sicilia IGP si sposa perfettamente: “Sia con piatti dolci che salati. È ideale in insalate, carpacci di pesce, dessert, come ingrediente di base per marmellate, gelati, ma anche come ingrediente distintivo in piatti gourmet della cucina mediterranea. Il suo gusto unico esalta preparazioni a base di cioccolato, ricotta, pesce azzurro e carni bianche”.

All’Arancia Rossa di Sicilia IGP è legata anche un turismo enogastronomico che permette di entrare a stretto contatto con questa realtà fatta di tradizione e passione:  “Molte delle aziende affiliate al Consorzio promuovono quello che viene definito Turismo DOP, con itinerari enogastronomici dedicati all’Arancia Rossa di Sicilia IGP, che includono visite agli agrumeti, degustazioni guidate, laboratori sensoriali e percorsi culturali tra i borghi e le tradizioni delle aree di produzione. Questi itinerari rappresentano un’occasione unica per conoscere da vicino il territorio, la storia e la ricchezza gastronomica legata all’arancia rossa. Per il 2026 come Consorzio stiamo lanciando un nuovo appuntamento che si chiamerà Giardini d’Arancio e che per un fine settimana vedrà aperti gli aranceti durante il periodo del raccolto”.

                                                 Alessandra Fiorilli

Il Pane di Altamura: Michele Saponaro, Direttore del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione di questo prodotto DOP, ci parla di questa antica arte panificatoria.

di Alessandra Fiorilli

…e così, mentre la notte attutisce i rumori del giorno, culla i nostri sogni, spegne le luci delle case, mani sapienti impastano non solo farina e acqua, ma tradizioni, antiche usanze, per regalarci, quando la luce accenderà di nuovo voci e suoni, un prodotto che sa di buono, sa di famiglia, sa di casa.

…e così, chi ha la fortuna di poterlo acquistare in un forno, lo assaporerà prima ancora di morderlo, perché il pane lo si gusta anche con gli occhi, con l’olfatto e con l’udito perché il crepitio della crosta tagliata è un suono melodioso.

Quando poi la nascita di questo prodotto, simbolo dell’Italia nel mondo, si sposa con tradizioni che sanno di comunità, di rispetto e di amore, di gratitudine per quello che di unico la terra regala, allora il pane diventa arte da tutelare, come è accaduto al  Pane di Altamura che nel 2003:  “ E’ stato il primo prodotto da forno in Europa ad ottenere il riconoscimento DOP, Denominazione di Origine Protetta”, come dichiara Michele Saponaro, Direttore del Consorzio per la Tutela e Valorizzazione del Pane di Altamura DOP, al vertice del quale: “Vi è Lucia Forte, la nostra Presidente”.

Nella foto, da sinistra, Michele Saponaro, Direttore del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP e la Presidente Lucia Forte (Foto per gentile concessione dell’Archivio Consorzio Pane di Altamura DOP)

Tale riconoscimento, come sottolinea Saponaro: “E’ un traguardo che ci rende particolarmente orgogliosi. Altri pani avevano ottenuto l’IGP, (Indicazione Geografica Protetta, n.d,r.) ma il nostro è stato il primo a ricevere la DOP, grazie ad una filiera produttiva autenticamente legata al territorio, costituita da agricoltori, molitori e panificatori che lavorano in sinergia per garantire qualità e tracciabilità in ogni fase”.   

Il legame inscindibile che unisce questo pane al territorio della Murgia nord-occidentale è magistralmente rappresentato dall’utilizzo della varietà di quattro varietà di grano duro locali: “Appulo, Arcangelo, Duilio e Simeto, coltivate nei comuni di Altamura, Gravina in Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e Minervino Murge.”.

Due tipiche forme del Pane di Altamura DOP ( Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)

Il Direttore Saponaro ci tiene a sottolineare come: “La materia prima utilizzata, ovvero la semola rimacinata di grano duro viene prodotta nel distretto industriale molitorio di Altamura, leader in Italia e all’estero per numero di molini e capacità produttiva della suddetta semola rimacinata”.

 Pochi e genuini gli ingredienti ammessi dal Disciplinare di Produzione: “Oltre alla già citata semola rimacinata di grano duro, acqua, sale marino e lievito madre.

Ciò che maggiormente colpisce è una remota fedeltà all’uso delle materie prime e al metodo di lavorazione, in quanto: “Entrambi sono rimasti invariati nel tempo. Le prime testimonianze si trovano già nelle “Satire” di Orazio, mentre i primi documenti conservati presso gli Archivi di Stato e nell’Archivio del Capitolo Cattedrale di Altamura, risalgono al XV secolo, ma la tradizione è certamente più antica”.

Una suggestiva immagine di Filippo Gatti esposta durante la Mostra “Pani d’Italia” in occasione della Giornata Mondiale del Pane 2023, (per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)

Eppur da così lontano nel tempo, il prodotto della Murgia nord-occidentale:Esportato in 23 Paesi del mondo”, ha saputo mantenere integro il suo valore particolare, il quale: “Non risiede solo nel suo profumo o nella sua fragranza, ma nella continuità di una tradizione viva, portata avanti da generazioni di panificatori che, ogni notte, impastano e infornano con la stessa passione di un tempo”. 

Il Direttore Michele Saponaro durante la Mostra “Pani d’Italia” in occasione della Giornata Mondiale del Pane 2023 (Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)

 Vediamo ora, dalle parole di Saponaro, cosa prevede il Disciplinare nella fase in cui nasce il Pane di Altamura DOP: 

“L’impasto viene lavorato per circa venti minuti, poi lasciato riposare sotto un telo di cotone per una lievitazione omogenea di novanta minuti. Prima della cottura in forno a 250°, dapprima a bocca aperta poi chiusa per 45 minuti, la massa viene lavorata rigorosamente a mano per assumere le forme tipiche previste dal Disciplinare di produzione: accavallata (u skuanete) o bassa (a capidd d’ prevte). Negli ultimi cinque minuti il forno viene nuovamente lasciato a bocca aperta per far uscire il vapore e ottenere una crosta dorata e croccante”.  

Solo dopo aver seguito scrupolosamente queste fasi di lavorazione, il Pane di Altamura si offre in tutta la sua bellezza e in tutto il suo gusto, con la sua pezzatura minima di 500 grammi, lo spessore della crosta di 3 mm e la mollica giallo paglierino con alveolatura omogenea.

La crosta e la mollica tipica del Pane di Altamura ( Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)

E poi c’è il gusto… pieno, rotondo che rapisce i sensi senza aver bisogno di altro, come ci conferma Saponaro: A Bari, alla Fiera Agrilevante di ottobre abbiamo aperto una forma di cinque chili: i visitatori si sono avvicinati al nostra stand e hanno voluto assaggiarlo da solo, senza companatico: il sapore inconfondibile parla da sé”.

E quello che maggiormente affascina è dunque questa continuità sulla linea del tempo di generazioni che non hanno permesso di far cadere nell’oblio una tradizione fatta di prodotti unici, di passione di dedizione, la stessa passione che ogni mattina permette la nascita del pane di Altamura, il quale, come dichiara il Direttore del Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Pane di Altamura DOP: “E’ il risultato di una sapienza antica tramandata di generazione in generazione. Dietro ogni forma ci sono mani esperte, rispetto per la terra e l’amore per un mestiere che è parte della nostra cultura”.

Le forme del Pane di Altamura con il bollino che attesta la DOP (Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)

A conclusione dell’intervista, Michele Saponaro ci tiene a sottolineare come: “Per il Pane di Altamura DOP è stato avviato un procedimento parlamentare volto ad ottenere il riconoscimento come bene culturale immateriale, patrimonio dell’UNESCO”.   

                    Alessandra Fiorilli