Castel Roncolo: a Bolzano il maniero con il più grande ciclo di affreschi profani medievali di tutta Europa

di Alessandra Fiorilli

Il castello ha sempre rappresentato un luogo misterioso e pieno di fascino, la dimora cortese per eccellenza, l’ambientazione ideale per quelle stesse favole che tanto amavamo ascoltare prima che il sonno venisse a prenderci per mano, conducendoci nel mondo dei sogni.

E così, ancora oggi, nonostante l’infanzia sia una fase della vita ormai trascorsa, possiamo ancora perderci nel fascino degli antichi manieri, molti dei quali dominano dall’alto di uno sperone il territorio circostante, come il Castel Roncolo, nel comune di Bolzano.

Percorriamo assieme la storia di questo maniero che custodisce il più grande ciclo di affreschi profani di epoca medievale in Europa.

È il 1237 quando il vescovo di Trento concede l’autorizzazione ai fratelli Federico e Berardo Vanga di costruire un castello su uno sperone roccioso all’imbocco della Val Sarentino.

Il Castel Roncolo arroccato sullo sperone roccioso ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Nel 1385 la proprietà passa ad altri due fratelli, Niklaus e Franz Vintler, i quali, dopo aver ampliato il castello, decidono di trasformarlo in una residenza estiva di rappresentanza, facendo, così, decorare le stanze con affreschi meravigliosi che raccontano la vita del tempo, le abitudini della cavalleria e le leggende medievali.

L’ampliamento e l’abbellimento delle sale interne del castello rappresentano, per i fratelli Vintler, il simbolo di un’ ascesa sociale che consentirà loro, nel 1392, di entrare a far parte della nobiltà.

Questi stessi affreschi vengono poi restaurati da Massimiliano I, il quale  entra in possesso del castello nel 1490.

Anche nel 1538, quando la proprietà viene venduta ai Lichtenstein-Castelcorno, alcune pitture vengono rinnovate e sono apportati sulla struttura alcuni ammodernamenti.

Dal XVII secolo il castello conosce un degrado che verrà interrotto solo alla fine del XIX secolo quando passa all’Imperatore Francesco Giuseppe, il quale, dopo averlo fatto restaurare, lo dona, nel 1893, alla città di Bolzano, diventando, così, la splendida cornice di feste castellane e di concerti.

Dopo la seconda metà del XX secolo, lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini, alla ricerca di un luogo suggestivo dove girare alcune scene del suo Decameron, sceglie proprio Castel Roncolo, ma dopo questa breve avventura cinematografica, cade di nuovo nell’oblio e soltanto nel 2000 il maniero è pronto ad accogliere nuovamente i visitatori.

La Sala di Garello nel Palazzo Orientale ( ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

E sono proprio le sale affrescate a regalare un viaggio nell’epoca medievale attraverso il Palazzo Occidentale, che ospita affreschi sul mondo cortese, per passare poi alla Casa d’Estate, dove sono protagonisti  Tristano e Isotta ed il ciclo di re Artù, per giungere, subito dopo, al Palazzo Orientale. 

La Casa d’Estate ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

E se gli affreschi sono i protagonisti indiscussi della Sale del Castello, non meno affascinante è il soffitto originale della Stua da bagno, risalente al XIV secolo e dipinto con una volta stellata.

La Stua da bagno ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Nella Sala del torneo, invece, gli affreschi che la ornano ci prendono per mano, conducendoci nelle abitudini della società cortese, con momenti di caccia, di danza, di musica, di tornei cavallereschi.

La Sala del torneo ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Gli affreschi non adornano solo gli interni delle sale del castello, ma anche la facciata esterna della Casa d’Estate con le Triadi, personaggi storici e leggendari, tra i quali spiccano Giulio Cesare e Re Artù. 

Castel Roncolo ospita anche una Mostra Permanente, inaugurata in occasione dei 25 anni dalla sua riapertura, ideata per far sentire il visitatore al centro dell’esperienza vissuta nelle Sale del maniero, e, strizzando l’occhio all’interattività, quegli stessi affreschi prendono vita: così si conosce da vicino la famiglia Vintler, ma anche le abitudini della società cortese, i suoi balli, le sue feste, la letteratura e le leggende.

Castel Roncolo è diventato anche un importante centro di cultura, con i suoi festival musicali organizzati dall’Istituto Culturale Alto Adige tra giugno e luglio, con i workshop. Il prossimo 16 ottobre, in occasione della Lunga Notte dei Musei di Bolzano, si avrà la possibilità di visitare gratuitamente i manieri ed i musei della città nelle suggestive ore serali e durante il corso della stessa giornata, in programma a Castel Roncolo, sono previsti anche appuntamenti pomeridiani dedicati ai più piccoli. Il mese di novembre ha, invece, in calendario l’esperienza educativa “Luce e fuoco” e, in collaborazione con la Bolzano Concerto Society, il concerto con violino di Giulia Rimonda.

E così gli antichi manieri, vestigia di un medioevo misterioso ma affascinante, tornano a noi, ci tendono la mano, ci accompagnano lungo i sentieri di una storia tutta da scoprire che, dopo aver varcato l’uscita, non sembra essere poi più così lontana.

                                 Alessandra Fiorilli

Palazzo Strozzi: laddove il fascino rinascimentale incontra l’arte contemporanea

di Alessandra Fiorilli

Palazzo Strozzi non è solo uno degli iconici edifici di Firenze, ma anche il simbolo di una rinascita e della chiara volontà di lasciare un segno indelebile della propria famiglia in quella stessa città che li aveva accolti due volte: la prima, nel XIII secolo, quando gli Strozzi si trasferirono nella città di Dante, e la seconda nel 1466, dopo aver trascorso mezzo secolo in quell’esilio deciso dai Medici.

Fu Filippo Strozzi il Vecchio a volere fortemente la costruzione del Palazzo che ebbe inizio il 6 agosto 1489 all’incrocio tra via Tornabuoni e via Strozzi. Gli artefici di quella che sarebbe diventata una tra le più rappresentative dimore signorili dell’epoca rinascimentale, furono i grandi nomi dell’epoca: Giuliano da Sangallo e Simone del Pollaiolo.

La facciata di Palazzo Strozzi, Credito foto: Fondazione Palazzo Strozzi

La pianta regolare e simmetrica, il bugnato digradante, le ampie bifore e il cortile colonnato sono gli elementi che ancora oggi caratterizzano l’impianto architettonico di uno dei palazzi fiorentini più iconici che, però, non riuscì ad essere completato a causa delle difficoltà politiche dell’epoca medicea, nonostante gli Strozzi fossero una tra le famiglie di più alto lignaggio e tra le più influenti sin dal loro arrivo in città nel XIII secolo.

Particolare del bugnato digradante e delle ampie bifore, Credito Foto: Fondazione Palazzo Strozzi

I rami filomedicei della famiglia Strozzi divennero, successivamente, i proprietari del palazzo che, dal XVI fino al XX secolo, fu sempre al centro delle loro attenzioni e delle loro cure, attraverso restauri e iniziative culturali. 

Il cortile colonnato, Credito foto: Fondazione Palazzo Strozzi

Il 1937 segnò l’acquisto dell’edificio da parte dell’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) e dopo una serie di restauri, lo splendido palazzo ospitò nel 1940 la “Mostra del Cinquecento Toscano” che ne inaugurò, così, la nuova veste di uno tra i più importanti spazi espositivi di Firenze.

Dal 2006 vi ha sede la Fondazione Palazzo Strozzi che lo ha reso un laboratorio culturale attivo tra tradizione e sperimentazione, attraverso un programma di mostre che spaziano dal Rinascimento ai panorami più contemporanei ed innovativi:  dal Verrocchio e Donatello ad artisti come Ai Weiwei e  Marina Abramović.

In primo piano, l’Autoritratto di Mark Rothko 01-DSA08025©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Dal 2024 l’iconico edificio è di proprietà del Comune di Firenze e, proprio la collaborazione tra i soggetti pubblici e partner non istituzionali, lo ha reso  una fucina di cultura ed innovazione, dove l’arte incontra i visitatori, provenienti da ogni angolo della terra, accogliendoli e parlando loro con nuovi linguaggi.


Due delle iconiche tele di Mark Rothko 22-DSB08317©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Un altro aspetto al quale la Fondazione tiene particolarmente è quello dell’accessibilità: l’arte diventa un percorso per tutti, abbattendo, così, barriere fisiche, sensoriali e relazionali.​​

Una suggestiva immagine dello spazio espositivo e di due opere di Mark Rothko 21-DSB08205©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

La collaborazione con scuole, biblioteche, università, associazioni e istituzioni del territorio rendono ancor più Palazzo Strozzi un punto di riferimento per l’arte e per la città: lo scorso anno sono state quasi 48000 le persone che hanno partecipato alle attività educative e culturali promosse dalla Fondazione.

Un fascino indiscusso, quello che Palazzo Strozzi esercita in particolar modo sugli amanti dell’arte contemporanea, come dimostrano i 385000 visitatori dello scorso anno, di cui 214300 “esclusivisti”,  come vengono denominati coloro i quali si sono recati a Firenze principalmente per visitare le esposizioni ospitate nello storico edificio, così come si legge nel Comunicato Stampa della Fondazione Palazzo Strozzi.

La mostra attualmente vede protagonista Mark Rothko, maestro dell’arte moderna, in un percorso espositivo che si snoda cronologicamente: dalle opere degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso,  le quali risentono del linguaggio proprio dell’Espressionismo e del Surrealismo, per arrivare agli anni Cinquanta e Sessanta, caratterizzati dalle celebri tele astratte create con campiture cromatiche. Le opere esposte provengono dai più celebri musei del mondo: il Museum of Modern Art (MoMA), il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

Le iconiche tele con campiture fluttuanti 14-DSA08128©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Più di 70 opere, molte delle quali mai esposte in Italia prima d’ora, potranno incantare, fino al 26 agosto prossimo, chi vorrà entrare nell’animo del grande artista Rothko, attraverso le sue iconiche tele di grandi dimensioni composte da “campiture fluttuanti e sovrapposte di colore”, come si legge nel comunicato stampa.

Altre tre grandi tele 16-DSA08146©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

La prossima mostra, dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027, sarà: “Broken. Il potere del frammento” che evocherà, attraverso ottanta opere, il fascino evocativo esercitato dal frammento nella storia della scultura, dall’archeologia all’arte contemporanea. Ottanta saranno le opere esposte a Palazzo Strozzi, capace di unire il fascino di un edificio rinascimentale con quello dell’arte contemporanea e dei suoi maggiori esponenti a livello mondiale.

Alessandra Fiorilli

Palazzo Medici Riccardi: tutto il  fascino della prima residenza della famiglia simbolo di Firenze

di Alessandra Fiorilli

La facciata austera di Palazzo Medici Riccardi fu voluta personalmente dal committente Cosimo il Vecchio che preferì Michelozzo a Filippo Brunelleschi, il cui progetto fu giudicato dallo stesso Cosimo “troppo sontuoso e magnifico”, in grado di suscitare invidie, da evitare accuratamente.

Dimora privata dei Medici, dove soggiornò uno tra i più illustri della casata, Lorenzo il Magnifico, accolse nelle sue stanze anche personalità di spicco dell’epoca, come Gian Galeazzo Maria Sforza, che fu poi riprodotto tra i personaggi della Cappella dei Magi.

Il 1494 è l’anno della cacciata dei Medici da Firenze e la Repubblica Fiorentina ne confiscò il Palazzo dove , però, nel 1512, la casata tornò a risiedervi fino al 1540, quando Cosimo decise di trasferire la loro residenza nel cuore della città, a Palazzo della Signoria.

Per quarantamila scudi, nel 1659, la dimora fu poi venduta al marchese Gabriello Riccardi il quale, ritenendo eccessivamente austero il palazzo, decise di intervenirvi con una serie di ampliamenti.

Le difficoltà economiche costrinsero la famiglia Riccardi a vendere l’intera proprietà che entrò nell’orbita del demanio nel 1819, salvo poi essere acquistata nel 1874 dalla Provincia di Firenze.

La facciata del Palazzo Medici Riccardi, ph.M. Quattrone (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Il “fil rouge” che legherà la famiglia Riccardi all’illustre casata dei Medici, lo si rintraccia ovunque nel Palazzo, a partire dal Giardino Mediceo, luogo molto amato dalla famiglia fiorentina per eccellenza, che qui vi trascorreva gioiosi momenti di convivialità.

Il Giardino Mediceo ©NicolaNeri298WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

 I Medici, fino al giorno del loro trasferimento a Palazzo della Signoria, intesero, infatti, quest’area verde come un matrimonio perfetto tra siepi, tra le quali spiccavano quelle di bosso, e capolavori d’arte, quali il gruppo “Giuditta e Oloferne” di Donatello. Durante gli anni in cui fu la famiglia Riccardi a godere di questo spazio verde, si intervenne con delle piccole trasformazioni, che non hanno fatto perdere, però, il fascino di un angolo dove l’animo respira e quasi  palpita all’unisono con le piante, i grandi vasi in terracotta ed i vialetti in ciottoli di fiume.

Uno scorcio del Palazzo dal Cortile delle Colonne ©NicolaNeri328WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Anche nel Cortile delle Colonne, realizzato anch’esso da Michelozzo, che volle un  loggiato di cinque campate per lato, c’è il segno della continuità tra la famiglia dei  Medici e quella dei Riccardi che, nel 1700, intese trasformare il cortile in una sorta di museo dell’antichità, difatti è possibile ammirare busti antichi e frammenti di rilievi, mentre la statua “Orfeo che incanta Cerbero” di Baccio Bandinelli raffigura la concordia e l’armonia.

Il Cortile delle Colonne (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Dopo aver percorso lo scalone che conduce al primo piano, si accede alla Cappella dei Magi, una stanza quadrata con una scarsella sopraelevata che accoglie l’altare. Anche questo prezioso scrigno è stato progettato da Michelozzo, mentre fu Pagno di Lapo ad intagliarne l’incantevole soffitto ligneo.

La volta lignea della Cappella dei Magi ©NicolaNeri327WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Sul pavimento, pregiati marmi policromi commessi, e sulle pareti gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli che ha dipinto ciascuno dei tre Magi su altrettante ma distinte pareti.

La Cappella dei Magi_ ©NicolaNeri056_web (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Un ambiente raccolto, la Cappella dei Magi, ma che dà il benvenuto al visitatore con la sua eccelsa capacità di incantare. 

La ricchezza dei dettagli degli abiti dei Magi che stanno andando in corteo ad omaggiare Gesù bambino, la si ritrova anche nella raffigurazione del paesaggio e degli altri personaggi che Benozzo ha voluto accompagnassero, idealmente, i magi: troviamo, infatti, Cosimo e Piero de’ Medici, i giovani Lorenzo e Giuliano, Gian Galeazzo Sforza e Papa Pio II Piccolomini.

Terminata la visita alla Cappella dei Magi si prosegue verso il Salone Carlo VIII che prende il suo nome dal sovrano, il quale, nel 1494, incontrò proprio in quest’ambiente il Senatore della Repubblica Pier Capponi. Tra arazzi alle pareti, lampadari scenografici, tappeti e divani rossi, il visitatore entra, così,  nella quotidianità della famiglia Medici.

Le grandi feste ed occasioni della famiglia Riccardi avevano invece come scenografica cornice la Galleria degli Specchi, che ancora oggi rappresenta uno dei migliori esempi del tardo-barocco fiorentino.

Realizzata tra il 1670 ed il 1677, l’incantevole volta fu decorata solo a partire dal 1682 ad opera di Luca Giordano, il quale  concluse il lavoro commissionatogli dal marchese Francesco Riccardi, nel 1685.

La Galleria degli Specchi ©NicolaNeri284WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Le quattro virtù cardinali segnano gli altrettanti angoli dell’ampio ambiente che avvolge, abbraccia con la forza di una pittura dolce ma capace di rapire i sensi.

Le scene mitologiche sono arricchite dall’omaggio che la famiglia Riccardi ha voluto tributare a quella dei Medici, i quali occupano il centro della volta. Le porte finestre che si affacciano sul Giardino delle Colonne sono decorate da stucchi, mentre, sul lato opposto,  quattro specchi dipinti da Bartolomeo Bimbi, Pandolfo Reschi e Anton Domenico Gabbiani fanno sentire il visitatore parte di una storia e ospite di uno dei tanti ricevimenti  che ivi si tennero a partire dal 1689, anno delle nozze tra Ferdinando de Medici e Violante di Baviera.

Palazzo Medici Riccardi, Museo dal 1974,  ospita anche mostre temporanee, attualmente ce ne sono due: “Firenze Decò. Atmosfere degli anni Venti”, visitabile fino al 25 agosto,  e “Paolo Antonio Martini. Disegno e dunque sono” in allestimento fino al 13 settembre.  

Stampe storiche della mostra “Firenze Deco. Atmosfere degli anni Venti” _Foto_Nicola Neri jpg (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

La prima, promossa dalla Città Metropolitana di Firenze, ha visto la collaborazione tra la Fondazione MUS.E e la New York University Florence, il Gabinetto Scientifico  Letterario GP Vieusseux, il Museo Archivio Richard Ginori e attraverso arredi, gioielli, tessuti, abiti e manifesti pubblicitari, racconta la Firenze protagonista degli Anni Venti, grazie al fermento culturale che la rese un importante centro creativo.

Alcune valigie degli anni Venti Foto_Nicola Neri jpg (1) (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

 Dalle produzioni di Richard Ginori all’estro straordinario di   Salvatore Ferragamo che elesse Firenze sede della sua attività, fino alla rivoluzionaria realizzazione della prima tuta di Thayaht del 1920, il visitatore riesce a rivivere quegli anni e ciò che hanno rappresentato per la città.

Abiti degli anni Venti in mostra _Foto_Nicola Neri jpg (1)(Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

La seconda mostra dedicata a Paolo Antonio Martini, a quattro anni dalla sua scomparsa, ne celebra l’estro creativo con una esposizione che spazia dai disegni raccolti in oltre centro quaderni ad acquerelli e illustrazioni.

Disegno dunque sogno_Edoardo-Agresti-Fotografo-023(Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Il genio di questo architetto che ha saputo precorrere i tempi, data la sua attenzione già negli anni ‘70 ed ’80 del secolo scorso, , verso l’architettura bioclimatica e la qualificazione delle aree verdi. 

Alcuni disegni della mostra PAM_Disegno dunque sogno_Edoardo-Agresti-Fotografo-066 Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Dalla visita di Palazzo Medici Riccardi si ritorna come dalla casa di un amico, perché in ogni stanza, in ogni affresco, in ogni suppellettile, si percepisce l’amore di chi l’ha voluta e scelta come dimora… una dimora  dalla facciata austera ma dagli ambienti che coccolano il cuore ed abbracciano l’animo

         Alessandra Fiorilli

La magnificente Reggia di Caserta

di Alessandra Fiorilli

La sua carta d’identità condensa la magnificenza che la caratterizza…

Nome: Reggia di Caserta

Data di nascita: 20 gennaio 1752, giorno in cui fu posta la prima pietra

Nome del padre: Luigi Vanvitelli

Estensione: 47000 metri quadrati

Numero di piani: 5

Segni particolari: Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’UNESCO

L’intero complesso, voluto da re Carlo di Borbone, comprende il Palazzo ed il  Parco Reale, il Bosco di San Silvestro e l’Acquedotto Carolino.

Lo Scalone Reale, posto nel Vestibolo inferiore, dà il benvenuto ai visitatori, circa un milione lo scorso anno, catapultandoli in una magnificenza che stupisce, al tempo stesso, per la sua pulita linearità.

Lo Scalone Reale (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Dopo aver assaporato, gradino dopo gradino, l’imponenza di una bellezza senza tempo, si accede al Vestibolo superiore che conduce agli Appartamenti Reali, alla Cappella Palatina e agli Appartamenti della Regina.

La Sala del Trono, la Camera da letto di Gioacchino Murat e quella di Francesco II, sono tra le stanze più rappresentative degli Appartamenti Reali, il cui percorso prosegue con il Boudoir di Maria Carolina, la Biblioteca Palatina, la Pinacoteca e il Presepe di Corte.

La Sala del Trono (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Dal 1 marzo 2023, in occasione del 250° anniversario della morte del progettista Luigi Vanvitelli,  nelle retrostanze della grande Sala delle Guardie negli Appartamenti Reali, è allestita un’esposizione che, unitamente ad un racconto digitale,  permette di far conoscere da vicino il Genio del padre della Reggia di Caserta, ma anche la complessità di un progetto maestoso che ha donato all’umanità un’opera grandiosa che incanta visitatori da tutto il mondo. 

Tra le tappe più spettacolari del percorso museale offerto dagli Appartamenti Reali, spicca il Teatro di Corte, che, oltre ad incarnare perfettamente l’architettura teatrale del 1700, serba in sé una particolarità: quella offerta dal palco che, all’occorrenza scenica, si apriva verso il Parco della Reggia, cosa che avvenne nel 1770, quando, durante la rappresentazione  dell’opera di Pietro Metastasio “Didone abbandonata”,  fu simulato l’incendio di Cartagine, proprio usando questa peculiarità del palco stesso.

Il Teatro di Corte (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Da allora sono stati molti gli artisti che hanno calcato la scena, tra questi il grande Maestro Riccardo Muti.

Il 2024 segna l’apertura al pubblico della Gran Galleria che, nelle intenzioni iniziali di Vanvitelli, avrebbe dovuto rappresentare il raccordo tra l’Appartamento del Re e quello della Regina: ambienti, questi,  che si estendono per 1300 metri quadri con un’altezza interna di 16 metri e che rappresentano  la cornice ideale per mostre ed eventi anche internazionali.

Il Palazzo Reale (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

L’incanto arriva anche dal Museo Verde, con i suoi 123 ettari di estensione e che include il Parco Reale ed il Giardino Inglese: proprio nel Parco,  le grandi vasche, le cascate, le fontane, che si susseguono lungo l’asse centrale,  sono le indiscusse protagoniste insieme ai giochi d’acqua per alimentare i quali, ma anche per approvvigionare il territorio circostante, Luigi Vanvitelli, su commissione di re Carlo di Borbone, progettò l’Acquedotto Carolino, lungo 38 chilometri.

La Via d’Acqua nel Parco Reale della Reggia (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Mentre  la Peschiera Grande, voluta e costruita da Ferdinando IV e la Castelluccia, luogo di svago per i piccoli principi, si trovano nell’area laterale della parte bassa del Parco.

Maria Carolina d’Asburgo, sorella di Maria Antonietta di Francia, volle invece, fortemente, il Giardino Inglese, nella parte superiore del Museo Verde: qui, tra corsi d’acqua, statue, portici che ricordano l’antica Grecia, come il Tempio Dorico, sono ospitate specie vegetali provenienti da tutto il mondo.

Non è un a caso, che sin dalla sua nascita, il Giardino Inglese divenne un importante centro di sperimentazione botanica con una fama che travalica i confini della nostra penisola, mentre le Serre di Graefer, rappresentano un luogo dove la natura e la botanica danno vita ad un connubio perfetto e le piante ivi ospitate sono un esempio di resilienza e della grande capacità di rigenerarsi della natura, dalla quale dovremmo solo e sempre  imparare.

Il Bagno di Venere ospitato nel Giardino Inglese(Foto di Marco Ferraro. per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta

Visitare la Reggia di Caserta è incanto puro, è stupore, è il sentirsi grati al genio di Luigi Vanvitelli che ha donato all’umanità un capolavoro che ancora oggi, a distanza di secoli, è impossibile descrivere e circoscrivere con umane parole.

                              Alessandra Fiorilli

Il Vittoriale degli Italiani: la Casa Museo di Gabriele d’Annunzio divenuta, negli anni, un importante polo culturale.

di Alessandra Fiorilli

Gabriele d’Annunzio lo scelse come sua residenza, che si sarebbe poi rivelata essere l’ultima, dopo che nel 1921, arrivando a Gardone Riviera, sulle sponde del Lago di Garda, pronunciò tale profetiche parole: “Sento che è là che il mio destino mi spinge ad abitare”.

01_Veduta Vittoriale ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Appena due anni dopo, il Vate, il 22 dicembre 1923, firmerà l’Atto di Donazione del Vittoriale al popolo italiano, atto che sarà perfezionato nel 1930.

Vestibolo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
Officina ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Nel 1925 terminano i lavori per la collocazione della prua della Nave Puglia nel Parco del Vittoriale, il 1926 vede la luce l’Officina, lo studio caratterizzato da tavoli e scaffali in rovere bianco, e l’anno successivo, il 12 settembre 1927, nell’Anfiteatro, viene messa in scena “La figlia di Iorio” , il suo dramma teatrale, e proprio l’anfiteatro, il Parlaggio, sarà completato nel 2020 con il rivestimento in marmo rosso di Verona, come voleva il d’ Annunzio.

Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
02_Veduta Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tale spazio all’aperto ospita, ormai, da quattordici anni, il festival estivo Tener-a-mente, dove prestigiosi nomi della musica, teatro, danza si avvicendano sul palco.

03_Anfiteatro ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dopo aver speso anni nel rendere il Vittoriale sempre più maestoso, Gabriele d’Annunzio, proprio in una delle sue stanze, la Zambracca, lascerà per sempre questa terra, in una sera di marzo del 1938.

Zambracca ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Si dice, a ragione, che i Grandi non muoiano mai, perché a parlare di loro rimangono le opere, le creazioni d’ingegno, ma quando questi Grandi permettono a chi arriverà dopo, di poterli conoscere anche attraverso quello che hanno amato, ovvero le loro stanze, i loro libri, i loro oggetti… allora davvero l’immortalità diventa un concetto concreto, non più astratto.

Stanza Mappamondo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E così il Vittoriale degli Italiani, così chiamato da d’Annunzio per celebrare la vittoria degli italiani nella Prima Guerra Mondiale, è diventato un tramite per entrare in contatto con la vita del poeta, con le sue passioni, diventando, negli anni, un punto di riferimento per gli studiosi e per gli amanti delle arti, ma anche per le centinaia di migliaia di visitatori, tra i quali anche molte scolaresche.  

Il 2025 appena concluso lo ha incoronato, tra i Musei italiani più visitati, con le sue 300000 presenze: un fascino grande quello che esercita il complesso che non è solo una Casa Museo, ma un insieme di edifici, vie, piazze, giardini.

Laghetto Danze ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E proprio il parco che sembra coccolare in un abbraccio l’intero edificio, è stato indicato come il più bello d’Italia, mentre tra i fiori ospitati, un posto d’onore lo merita   la nuova Rosa Gabriele d’Annunzio®, varietà speciale creata dopo anni di tentativi e selezioni per omaggiare il Poeta.

I lavori del Vittoriale, iniziati nel 1921 e terminati nel 1938, non hanno solo permesso al d’Annunzio, che li commissionò, la realizzazione di un grande progetto, ma anche la nascita di una realtà culturale permanente, iniziata con la decisione del Vate di donarlo all’Italia.

02_Vittoriale Panoramica ©AugustoRizza (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E gli italiani hanno mostrato di amarlo, ne amano tutto: amano l’anima del poeta che pervade ogni singola stanza, ogni pertugio, dove l’arte la fa da padrona.

Nel corso degli anni, molti sono stati gli artisti che hanno donato le loro opere al Vittoriale: tra questi spiccano il Cavallo blu dell’artista italiano Mimmo Paladino, nei pressi dell’anfiteatro, il San Sebastiano dello scultore Ettore Greco alla base del Mausoleo.

Il Vittoriale ospita al suo interno anche molti musei, tra questi, il Museo d’Annunzio Segreto, così chiamato perché permette di conoscere quelli che erano gli oggetti segretamente conservati in casetti ed armadi, e il Museo d’Annunzio Eroe, legato all’esperienza militare del poeta.

Ininterrotta è la ricerca di manoscritti e documenti e nel 2024 è stato acquisito l’archivio di Mario Paglieri, che raccoglie documenti quasi tutti inediti del Vate, con le sue 783 lettere autografe e 144 documenti, mentre, grazie al progetto “d’Annunzio digitale”, si possono vedere alcuni filmati, di proprietà del poeta e conservati, fino ad allora, negli archivi.

Parlare del Vittoriale degli anni 2000 significa parlare soprattutto della Presidenza di Giordano Bruno Guerri, il quale dal 2008, ha disposto una vera rinascita  degli spazi, predisponendone di nuovi, che hanno reso concreto il progetto significativamente chiamato Riconquista terminato nel 2021, anche se dal Vittoriale fanno sapere che tale valorizzazione degli spazi è una sfida continua ed un modo per offrirsi al meglio ai visitatori.

Giordano Bruno Guerri 1 @ Augusto Rizza (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tra le riaperture spiccano quelle del giardino delle vittorie, mentre sono state sottoposte e restauro alcune parti, quali il Portale, il viale d’ingresso, la facciata della Prioria, la Piazzetta dell’Esedra, ma anche oggetti della casa quali i cuscini, le poltrone, le tende, i paralumi e persino una bicicletta.

04_Pioria ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dal 2017 gli spazi esterni sono abbelliti da illuminazione per una fruizione degli stessi anche dopo il tramonto, mentre le aperture speciali notturne chiamate “I Notturnali”, sono ormai un appuntamento imperdibile per molti.

Esterni Vittoriale Notte ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Il Vittoriale, arrivato a noi dagli anni trenta del secolo scorso, strizza l’occhio anche alle nuove tecnologie, infatti nel 2025 è stato realizzato il progetto AVaDa(Avatar Digitale d’Annunzio), grazie al quale un Gabriele d’Annunzio interattivo, che ricorda il poeta cinquantenne, parla e risponde alle domande dei visitatori attraverso la sua voce, creata da un audio originale e restaurato dall’ Intelligenza Artificiale.

                      Alessandra Fiorilli

Casa Leopardi: dove s’ incontrano le passioni, l’animo e l’arte dell’immortale Giacomo.

E’ il primo figlio maschio della Famiglia Leopardi, come racconta il Conte Monaldo, in una sua nota: Giacomo viene alla luce il 29 giugno 1798, in quel di Recanati, piccolo centro dello Stato Pontificio, e il giorno successivo verrà battezzato nella loro parrocchia di Monte Morello.

Sin dalla tenera età mostra la sua spiccata intelligenza brillante che lo porta ad inventare storie con i suoi fratelli, spesso rappresentate per il divertimento della famiglia. 

La sete di sapere conduce, poi, l’adolescente Giacomo verso la Biblioteca nata per volontà del padre, il Conte Monaldo, il quale, in poco tempo, riesce a raccogliere un numero ragguardevole di libri che saranno catalogati dallo stesso  Conte insieme ai suoi figli.

La Biblioteca (Copyright Casa Leopardi)

Tali volumi, per decisione del padre di Giacomo, potranno essere consultati anche dalle famiglie dei suoi amici e dai residenti di Recanati, infatti la preziosa Biblioteca verrà aperta al pubblico nel 1812 e oggi custodisce ben 20000 volumi.

Il Museo Leopardi è un viaggio nel tempo, in quel tempo vissuto dal grande Poeta: e così, lungo il percorso costituito da dieci sezioni tematiche, il visitatore potrà ammirare gli oggetti, i documenti originali, ma anche la culla e l’abito del battesimo di Giacomo, nonché i suoi giochi, ed il prezioso calamaio in ceramica usato dal Poeta per la stesura de “L’infinito”.

Palazzo Leopardi Piazzuola Sabato del Villaggio (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)

Visitare tale Museo permette di comprendere l’animo del Leopardi, del suo desiderio di scappare da un ambiente, quello recanatese, culturalmente limitato.  

Oggi, grazie all’itinerario significativamente denominato “ove abitai fanciullo”, si possono visitare  i saloni di rappresentanza del palazzo, ammirare le collezioni d’arte, il giardino e gli appartamenti del Leopardi.

Dopo due secoli, è possibile, infatti, vivere l’emozione di poter entrare in contatto con ciò che ispirò la grandiosa arte letteraria del Poeta: e, visitando suoi appartamenti, riuscire ad immaginarlo mentre, osservando la luna e le stelle, veniva rapito dal sacro fuoco dell’ispirazione che ci ha regalato versi immortali.

Lo scrittoio di Giacomo Leopardi (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)

Dallo scalone d’ingresso si accede al piano nobile e a quel Salone Azzurro nel quale si fa la conoscenza, attraverso i dipinti esposti, di alcuni membri della famiglia Leopardi e dell’albero genealogico delle “Gens Leopardae”.

Subito dopo il visitatore è accolto nella Galleria, da sempre il luogo dove la famiglia riceveva i suoi ospiti e da qui si accede al giardino che ispirò la poesia “Le ricordanze”.

La Galleria (Copyright Casa Leopardi)
Altra scorcio della Galleria (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)

Percorrendo poi una scala a chiocciola, si giunge agli appartamenti privati dei fratelli Leopardi.

Il primo ambiente che accoglie i visitatori è il salottino dove Giacomo si ritrovava con i suoi fratelli, dopo essersi dedicato agli studi. Poi si arriva alle camere da letto e in quella di Giacomo s’incontra  davvero il suo animo.

La Camera di Giacomo Leopardi (Copyright Casa Leopardi)

Quando Leopardi morì, lasciando questa terra tormentata, per gettarsi nell’Eternità dei Grandi, la famiglia pensò bene di voler preservare questi ambienti per poi restaurarli e aprirli al pubblico.

Lo scrittoio di Giacomo Leopardi davanti alla finestra (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)

E così, percorrendo quelle sale, ammirando gli sfarzosi interni, e stupendoci davanti alla Biblioteca e al suo scrittoio, posto di fronte a quella finestra dalla quale ammirava il cielo, le stelle, i suoi amori acerbi, noi possiamo sfiorare il suo genio, farci abbracciare dalla sua arte, stupirci di fronte alla genialità di Giacomo Leopardi che seppe leggere magistralmente l’animo umano ed il libro della natura.

                          Alessandra Fiorilli

L’antica città di Pompei ci racconta la tragedia del 79 d.C., ma anche la sua rinascita

di Alesandra Fiorilli

Sembra essere un giorno come tanti altri…il Vesuvio è lì, grande, imponente, è nostro amico, sembra proteggerci e ci aiuta con le sue ceneri vulcaniche a rendere fertili le nostre terre.

Nel 62 d.C abbiamo registrato un evento sismico, ma non ci siamo fatti scoraggiare e abbiamo ricostruito diversi edifici crollati a causa delle scosse.

Oggi è l’anno 79 d.C. …sentiamo un boato violentissimo: da quel vulcano da noi tanto amato stanno arrivando lapilli, colate di lava, flussi piroclastici…cerchiamo disperatamente di metterci in salvo, ma veniamo travolti, uccisi, e chissà se qualcuno mai si ricorderà di noi, di noi abitanti della ridente città di Pompei, con i nostri 66 ettari di estensione, le nostre case, le nostre Terme, il nostro Teatro…

Rimaniamo così, sommersi sotto metri e metri di materiali eruttivi…non c’è più l’andirivieni delle persone, non ci sono più le nostre bellissime case che ricordo perfettamente…e che mi sembra ancora di vederle, una ad una…

Ecco la Casa del Menandro, così chiamata per il ritratto di Menadro, commediografo ateniese, esposto nel portico; l’atrio è invece  abbellito da scene dell’Iliade e dell’Odissea.

La Casa del Menandro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

La Casa del Criptoportico prende, invece, il suo nome  dal grande corridoio coperto, chiamato appunto criptoportico, ornato da affreschi di satiri e menadi, mentre un fregio rappresenta scene della Guerra di Troia; motivi floreali ne decorano, invece, la volta.

La Casa del Criptoportico (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Criptoportico che dà il nome all’omonima casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Una tra le più grandi case, in termini di estensione, è quella del Fauno, così chiamata per la statua del satiro danzante posta all’ingresso. con i suoi 3000 metri quadri e che incanta con il pavimento ad intarsi di triangoli policromi. Un’altra particolarità di questa abitazione sono le pareti che, nella loro parte superiore, hanno tempietti a rilievo con il larario della casa.

La Casa del Fauno: particolare delle pareti con i tempietti a rilievo con il larario della casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Casa del Fauno: ingresso (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Tra le più sontuose spicca la Casa dei Dioscuri, con le sue 12 colonne di tufo nell’atrio principale.

La Casa dei Dioscuri con le sue colonne (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

L’eleganza la fa da padrona nella Casa degli Amorini Dorati, caratterizzata dal peristilio con giardino.

La Casa degli Amorini Dorati (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

La Villa dei Misteri accoglie con un grande affresco, raffigurante un rito misterico, che copre le tre pareti, dove spicca Dionisio insieme alla sua sposa Arianna. Anche negli altri ambienti ci sono esempi di splendide decorazioni.

La Casa dei Misteri, particolare degli affreschi (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

 

Molto caratteristico è il giardino della Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana, con la sua fontana marmorea.

La Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

A Pompei la vita quotidiana è palpitante, fatta di incontri, commerci,ed il cuore della città è il  Foro Civile, che ospita i più importanti edifici pubblici. La gestione degli affari e l’amministrazione della giustizia avviene invece nelle Basilica, mentre il luogo del culto è rappresentato dal  Santuario di Apollo, posizionato lungo la via che da Porta Marina arriva fino al centro della città.

Il Foro Civile (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Santuario di Apollo, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Gli spettacoli pubblici si tengono nell’Anfiteatro, che può contenere fino a 20000 spettatori e nel Teatro Grande, dove ci deliziamo ad assistere alle commedie e tragedie.

L’Anfiteatro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Teatro Grande (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Di grande impatto scenografico sono le Terme Suburbane, decorate finemente.

Le Terme Suburbane, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Le Terme Suburbane (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Ecco…è questo a cui penso quando siamo seppelliti sotto metri e metri di strati di ceneri e lapilli …tutto sembrava perduto fino a quando, nella prima metà del 1700, qualcuno decide di riportarci alla luce e, grazie al lavoro di esperti, nel corso di centinaia di anni, i 2/3 di ciò che eravamo sono stati restituiti a voi, a noi.

E dal 1997 siamo Patrimonio dell’Umanità e siete in tanti che ci venite a trovare: lo scorso anno avete superato i 4 milioni, facendoci diventare, così, uno tra i siti più visitati in Italia.

E così, non ci sentiamo più soli…

                                       Alessandra Fiorilli

Volterra: un fascino lungo 3000 anni

di Alessandra Fiorilli

… e così, dopo aver percorso le dolci curve che ti hanno fanno ondeggiare tra alberi e prati sconfinati, in una natura abbagliante, ecco arrivare il cartello che ti annuncia di esser arrivato a destinazione: Volterra… e lei… lei ti sta attendendo, con il campanile del Duomo che svetta da lontano, arroccata su quel colle di tufo che sembra fosse abitato già nell’Età del Ferro. 

E così, dopo esser stati circondati dalla bellezza della Val di Cecina, ti incammini verso una delle porte di ingresso, tra le quali la più nota è la Porta dell’Arco, di origine etrusca ed ancora oggi perfettamente conservata.

Percorri le strade che hanno il sapore della storia ed arrivi fino alla piazza principale, avvertendo tutta la potenza della sua storia, una storia che risale a quasi 3000 anni fa, quando gli Etruschi la scelsero come una delle loro principali Città Stato.

Le mura, che avevano inizialmente un’estensione complessiva di circa 7300 metri, sono ancora oggi il simbolo di questa città, il cui sviluppo fu frenato a causa della sua vicinanza con Roma, destinata a diventare “caput mundi”.  Nonostante ciò, Volterra mantenne buoni rapporti con la Città Eterna, salvo poi essere annientata durante la guerra tra Mario, con il quale si era schierata, e Silla che, in segno di vendetta, ne ordinò l’assedio durato due anni, portando allo stremo la città, la quale subì, successivamente, un saccheggio devastante.

Un caratteristico scorcio delle vie di Volterra (Foto di Lorenza Fiorilli)

Nel V secolo D.C., divenne sede di una diocesi cui faceva capo un vastissimo territorio. Fu poi governata dai Longobardi, dai Franchi, fino a quando, tra il IX ed il X secolo, iniziò il Potere temporale dei vescovi.

Scorcio del Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

La costruzione di uno dei simboli di Volterra, Palazzo dei Priori, che si affaccia sull’omonima piazza, iniziò nel 1208 e sempre nel XIII secolo furono erette le case-torri, ovvero le fortezze private appartenenti alle famiglie nobili della città. Nello stesso periodo furono costruite le mura medievali, anch’esse ancora oggi visibili.

Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

Dopo essere stata sottomessa da Firenze nel 1472 e aver vissuto alterne vicende storiche, nel Seicento e Settecento, subì una profonda crisi demografica causata soprattutto dalla peste. La rinascita la si ebbe con il ritorno del potere dei Lorena nel 1814, al cui Granducato era stata già annessa nel XVII secolo.  Seguirono, così, anni di grande sviluppo grazie alla lavorazione dell’alabastro per cui è famosa ancora oggi. Fu negli anni seguenti che venne costruito il bellissimo Viale dei Ponti, dalla cui terrazza lo sguardo spazia fino al mare ed il paesaggio che incanta dai 500 metri di altezza, è dolce, sensuale, tanto da somigliare ad una donna languidamente adagiata su un triclinio e ritratta da un artista rinascimentale.

Il panorama che si gode dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando poi percorri in senso contrario la strada che ti ha condotto fino alla sommità, camminando su quelle vie lastricate di storia, avverti di essere stata parte di tanti eventi, di splendore e di cadute dalle quali Volterra si è alzata sempre e più forte di prima.

Il profilo del centro storico di Volterra visto dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E ti volti a salutare questa città, con i suoi 3000 anni di storia, ancora visibili e, appena varcata la porta dalla quale eri entrata, già senti la nostalgia di quelle vie dove si sente solo il rumore dei passi, di quell’ aria pulita, di quella bellezza che ti ha rapito ed emozionato, quella stessa bellezza toscana che ti conforta, sussurrandoti all’orecchio:” Non è un addio ma solo un arrivederci”.

                                 Alessandra Fiorilli

La Reggia di Venaria di Torino: dove la luce è protagonista, anche nelle Sere d’Estate, con “Into The Light”

di Alessandra Fiorilli

La luce: chi ha avuto il privilegio di visitare la Reggia di Venaria, una delle Residenze Sabaude di Torino, avrà potuto constatare come sia proprio  lei la protagonista di questo imponente edificio che si estende per 80000 metri quadri circondati da 60 ettari di giardino.

La Venaria Reale durante Sere d’Estate ((“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

È una luce che non abbaglia, ma avvolge, coccola, abbraccia, commuove.

Sì…commuove e quando davanti a te si apre lo scenario della Galleria Grande,  riesci a percepire la forza dell’arte che continua nei secoli, che unisce passato e futuro e dona al presente il gusto inconfondibile ed indimenticabile di una bellezza che incanta.

La spettacolare Galleria Grande ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ foto Andrea Guermani)

Nata per volere del Duca Carlo Emanuele II di Savoia e della Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, l’incarico di disegnare la nuova residenza sabauda a 10 chilometri da Torino,  fu inizialmente dato all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte.

Il progetto prevedeva non solo la realizzazione della residenza principale, ma anche di un parco con giardini all’italiana arricchiti  da scalinate, sculture, fontane, per dare movimento e sontuosità alla reggia stessa.

Vittorio Amedeo II , pur condividendo l’idea iniziale del Duca Carlo Emanuele II, pensò per la futura reggia un’immagine ancora più imponente e fu così che , dal 1699, il progetto venne assegnato a Michelangelo Garove.

Ma quando lo stesso Vittorio Amedeo salì sul trono del Regno di Sardegna, scelse, per ampliare il progetto iniziale, Filippo Juvarra che mise la sua genialità e la sua inconfondibile firma sulla Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, la Citroneria e la Scuderia,  che ancora oggi rapiscono i visitatori con la lora maestosa bellezza.  

Una suggestiva immagine de La Venaria Reale durante Sere d’Estate (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Quando, però, Napoleone Bonaparte scese in Italia, decise di trasformare la reggia in una caserma e, in conseguenza di ciò, i bellissimi giardini, mossi da un gioco di scalinate a sbalzo e fontane, furono spianati per le necessità militari dei francesi che li usarono come  piazza d’armi per le loro esercitazioni.

Dopo le Guerre d’ Indipendenza e le due Guerre Mondiali, della Reggia rimase solo il nome: perse,  infatti, tutto la sua regalità fino al 1999, anno della rinascita, quando fu  avviato il processo di restauro sia degli edifici che dei giardini nell’ambito del Progetto la Venaria Reale, il quale permise  il recupero anche del Borgo antico e del Parco della Mandriana.

Tale grandiosa e profonda ristrutturazione, oltre a riconsegnare  all’Italia il 12 ottobre 2007,  la Reggia di Venaria Reale in tutta la sua bellezza,  ha rappresentato la più grande opera di conservazione di un bene culturale mai realizzata in Europa.

Il percorso inizia dal piano seminterrato dove si possono ammirare i locali preposti alle attività di servizio della vita di corte.

 Il visitatore qui entra in diretto contatto, grazie alle installazioni, con  le vicende della dinastia sabauda dall’anno Mille fino alla prima metà dell’Ottocento.

Gli appartamenti del Duca e della Duchessa, del Re e della Regina, insieme alla spettacolare Galleria Grande  e alla Cappella Sant’Uberto, accolgono il visitatore al piano superiore.

La Camera di udienza della Regina ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ph Dario Fusaro)

Realizzata dal Juvarra per collegare l’appartamento  del Re  a quello dell’erede al trono, la Galleria Grande, con i suoi 80 metri di lunghezza, 15 di altezza e 12 di larghezza, è inondata dalla luce proveniente  dalle 44 finestrature poste ad entrambi  i lati e da 22 “occhi”, ovvero le aperture ovali .

Un’altra visuale dalla Galleria Grande ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” / Andrea Guermani)

Ed è la luce, che entra dalla alte vetrate,  la protagonista anche dell’altro capolavoro juvarriano: la Cappella di Sant’ Uberto, con un impianto a croce greca smussata.

La Cappella Sant’Uberto (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Il percorso della visita alla Reggia  termina con la Regia Scuderia, dove sono  esposti il Bucintoro e le carrozze regali.

Il Bucintoro, anch’esso sottoposto ad un accurato restauro e unico esemplare originale rimasto al mondo armato per intero con albero remi e vele,  fu fatto realizzare da Vittorio Amedeo a Venezia tra il 1729 e il 1731 e proprio dalla città lagunare, risalendo il Po, arrivò a Torino.

Il Bucintoro (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Caratterizzato da gruppi scultorei intagliati e dorati , diventò la “reggia galleggiante” dei Savoia, fino al 1873, quando  il primo Re d’Italia decise che era giunto il momento di trasformare il Bucintoro in un pezzo da museo, donandolo, così,  al Museo Civico.

Particolare del Bucintoro ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_dario_fusaro)

Tra le carrozze esposte nella Scuderia,  spiccano la Berlina dorata e quella argentata appartenute all’ultima coppia reale del Regno d’Italia.

Quando ci si avvia lungo l’uscita delle Scuderie Reali, non si può fare a meno di voltarsi  verso il Bucintoro, per ammirarlo una volta ed un’altra ancora perché…perché emana anch’esso luce, una luce che arriva da lontano e che non vuole farti andare più via.

Ma poi , con la commozione che fa tremare gli occhi, ti allontani  da lì per avviarti verso i giardini,  divisi tra un Parco basso ed un Parco alto e che fanno  parte delle rete dei Grandi Giardini Italiani.

Scorcio dei Giardini ( Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” )

Sempre all’esterno della Reggia, nella Corte d’Onore, i 100 getti d’acqua della Fontana del Cervo, ad orari precisi,  danzano al ritmo di musica.

La Fontana del Cervo con lo spettacolare giochi d’acqua ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” buda cristian radu foto)

E la luce, quella stessa luce che Juvarra vide prima ancora di realizzare i suoi capolavori nella reggia della Venaria Reale,  e che colpisce ancora oggi il cuore dei visitatori, è oggi esaltata dalla programmazione “Into the light” che, iniziata il 21 giugno, allieterà le sere d’estate fino al 30 agosto prossimo, con  concerti, aperitivi a lume di candela, le stesse  che illumineranno anche i giardini della Reggia, le cui sale saranno aperte al pubblico  oltre il consueto orario.

Un’altra veduta notturna di La Venaria Reale (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”

Proprio durante questi mesi estivi sarà  possibile visitare anche la mostra di Anthony McCall, le installazioni di Davide Ferrario e di Marinella Senatore, che ha realizzato  la sua grande installazione ispirandosi  alle tradizionali luminarie del Sud Italia, oltre alle scenografiche luminarie presenti nel Potager Royal e nel Giardino a Fiori.

Particolare del Parco Alto ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_mastromonaco fabrizio)

E così quella luce, protagonista indiscussa della Galleria Grande e della Cappella di Sant’Uberto, lo sarà anche,  di queste calde sere estive, ed accoglierà coloro i quali vorranno  accettare l’invito firmato:  Reggia di Venaria Reale.

                                         Alessandra Fiorilli

Il Museo Egizio di Torino: l’incomparabile fascino di un’antica Civiltà

di Alessandra Fiorilli

E’ da sempre la civiltà antica che maggiormente affascina, per la sua cultura, le sue scoperte astronomiche, le monumentali opere architettoniche, le sue divinità antropomorfe, il culto dell’aldilà.

La Dea Sekmet (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E chissà quanti, se ne avessero la possibilità, chiederebbero, ad una fantomatica macchina del tempo, di venir catapultati nell’Antico Egitto…di fronte all’irrealizzabilità di una tale aspirazione, c’è, però, una valida alternativa: decidere di andare a Torino e di varcare il civico 6 di Via Accademia delle Scienze.

È da qui che si realizza il sogno di poter entrare in contatto con la terra dei Faraoni, in un percorso che si snoda lungo 4000 anni, attraverso i 40000 reperti custoditi, 3300 dei quali sono esposti lungo il percorso che si articola nelle 15 sale disposte sui 4 piani del palazzo barocco “Collegio dei Nobili”.

La Sala 8, Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E così, entrando nel Museo Egizio di Torino, il secondo più grande al mondo, dopo quello de Il Cairo, sala dopo sala, lungo i due chilometri dello spazio espositivo che si estende per 10000 metri quadri, si avverte forte il privilegio di poter viaggiare attraverso i secoli, anche senza l’ausilio di una fantomatica macchina del tempo.

Horemheb e Amon
Horemheb e Amon (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

L’Antico Egitto è tutto lì: le statue, i papiri, i sarcofagi, gli oggetti di vita quotidiana che rapiscono l’attenzione, affascinano, annullano la dimensione attuale perché, per tutta la durata della visita, ci si sente davvero parte di una delle società antiche maggiormente affascinanti ed apprezzate

La Sala 6 Deir el Medina (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Nel percorso museale si possono ammirare alcuni tra i simboli della cultura e della società egizia: i sarcofagi, che avevano la funzione di custodire il corpo imbalsamato del defunto.

La Sala 8 del Museo, che ospita la Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Una della Sale più spettacolari è sicuramente la Galleria dei Re che ospita grandi sculture di faraoni e divinità, statue, queste, rinvenute nel complesso templare di Karmak e Tebe (l’attuale Luxor) nel 1817-1818.

La Sala 14: la spettacolare Galleria dei Re (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

La luce all’interno della Galleria dei Re è frutto di una scelta accurata: le Sfingi, poste all’entrata, sono illuminate quasi a ricordare la luce del sole della terra egiziana, mentre le statue dei Faraoni sono in penombra, creando, così, un ambiente più solenne e raccolto.

Dal 1824, anno della sua apertura, il Museo Egizio di Torino ha saputo e voluto continuare il suo percorso, non solo in termini di quantità degli oggetti esposti, ma anche nel campo della ricerca, diventando un punto di riferimento importante per la comunità archeologica mondiale.

A testimonianza dell’attiva internazionale che il museo svolge, negli anni Sessanta, fu chiamato alla campagna per il salvataggio dei templi della Nubia, che, dopo la costruzione della diga di Assuan, avrebbe rischiato di essere sommersi dal lago Nasser. Il Museo di Torino rispose a questa chiamata e, in segno di riconoscenza, il governo egizio donò all’Italia il tempio di Ellesija , oggi visitabile nelle Sale del Museo. Il reperto, dopo un’accurata ricostruzione, fu presentato, nel capoluogo piemontese, nel 1970.

La Sala 15: Il tempio di Ellesija (Foto per gentile concessione del Museo Egizio do Torio)

Nel 2015 ha, invece, partecipato alla missione di scavo congiunta italo olandese a Saqquara e, sempre nello stesso anno, e per i quattro successivi, si è provveduto al restauro di oltre 1100 reperti.

Il Museo Egizio finanzia anche progetti di ricerca, ed esso stesso è costantemente impegnato con le istituzioni museali di tutto il mondo. Essendo particolarmente sensibile alla divulgazione scientifica destinata ai più piccoli, ogni anno accoglie più di 100000 ragazzi delle scuole italiane.

Nel 2020, l’anno della pandemia, le porte di via delle Accademie delle Scienze al civico 6, sono rimaste sprangate per 180 giorni, ma proprio durante i mesi di chiusura forzata, il Museo ha voluto mantenere vivo il contatto con i tanti suoi estimatori, attraverso, ad esempio, “Le passeggiate del direttore”, una campagna da remoto, lanciata a marzo 2020 e seguita complessivamente da quasi 2 milioni di utenti.

Conclusasi la parentesi pandemica, il Museo ha saputo superare sé stesso e nel 2024 ha accolto più di un milione di visitatori.

E quando la visita al Museo si conclude, non si sente più il desiderio di disporre di una fantomatica macchina del tempo per andare a visitare gli antichi Egizi… perché loro abitano lì, a Torino, in Via delle Accademie delle Scienze, al civico 6.

                                                       Alessandra Fiorilli