E’ il primo figlio maschio della Famiglia Leopardi, come racconta il Conte Monaldo, in una sua nota: Giacomo viene alla luce il 29 giugno 1798, in quel di Recanati,piccolo centro dello Stato Pontificio, e il giorno successivo verrà battezzato nella loro parrocchia di Monte Morello.
Sin dalla tenera età mostra la sua spiccata intelligenza brillante che lo porta ad inventare storie con i suoi fratelli, spesso rappresentate per il divertimento della famiglia.
La sete di sapere conduce, poi, l’adolescente Giacomo verso la Biblioteca nata per volontà del padre, il Conte Monaldo, il quale, in poco tempo, riesce a raccogliere un numero ragguardevole di libri che saranno catalogati dallo stesso Conte insieme ai suoi figli.
La Biblioteca (Copyright Casa Leopardi)
Tali volumi, per decisione del padre di Giacomo, potranno essere consultati anche dalle famiglie dei suoi amici e dai residenti di Recanati, infatti la preziosa Bibliotecaverrà aperta al pubblico nel 1812 e oggi custodisce ben 20000 volumi.
Il Museo Leopardi è un viaggio nel tempo, in quel tempo vissuto dal grande Poeta: e così, lungo il percorso costituito da dieci sezioni tematiche, il visitatore potrà ammirare gli oggetti, i documenti originali, ma anche la culla e l’abito del battesimo di Giacomo, nonché i suoi giochi, ed il prezioso calamaio in ceramica usato dal Poeta per la stesura de “L’infinito”.
Palazzo Leopardi Piazzuola Sabato del Villaggio (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)
Visitare tale Museo permette di comprendere l’animo del Leopardi, del suo desiderio di scappare da un ambiente, quello recanatese, culturalmente limitato.
Oggi, grazie all’itinerario significativamente denominato “ove abitai fanciullo”, si possono visitare i saloni di rappresentanza del palazzo, ammirare le collezioni d’arte, il giardino e gli appartamenti del Leopardi.
Dopo due secoli, è possibile, infatti, vivere l’emozione di poter entrare in contatto con ciò che ispirò la grandiosa arte letteraria del Poeta: e, visitando suoi appartamenti, riuscire ad immaginarlo mentre, osservando la luna e le stelle, veniva rapito dal sacro fuoco dell’ispirazione che ci ha regalato versi immortali.
Lo scrittoio di Giacomo Leopardi (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)
Dallo scalone d’ingresso si accede al piano nobile e a quel Salone Azzurro nel quale si fa la conoscenza, attraverso i dipinti esposti, di alcuni membri della famiglia Leopardi e dell’albero genealogico delle “Gens Leopardae”.
Subito dopo il visitatore è accolto nella Galleria, da sempre il luogo dove la famiglia riceveva i suoi ospiti e da qui si accede al giardino che ispirò la poesia “Le ricordanze”.
La Galleria (Copyright Casa Leopardi)Altra scorcio della Galleria (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)
Percorrendo poi una scala a chiocciola, si giunge agli appartamenti privati dei fratelli Leopardi.
Il primo ambiente che accoglie i visitatori è il salottino dove Giacomo si ritrovava con i suoi fratelli, dopo essersi dedicato agli studi. Poi si arriva alle camere da letto e in quella di Giacomo s’incontra davvero il suo animo.
La Camera di Giacomo Leopardi (Copyright Casa Leopardi)
Quando Leopardi morì, lasciando questa terra tormentata, per gettarsi nell’Eternità dei Grandi, la famiglia pensò bene di voler preservare questi ambienti per poi restaurarli e aprirli al pubblico.
Lo scrittoio di Giacomo Leopardi davanti alla finestra (Foto per gentile concessione di Casa Leopardi)
E così, percorrendo quelle sale, ammirando gli sfarzosi interni, e stupendoci davanti alla Biblioteca e al suo scrittoio, posto di fronte a quella finestra dalla quale ammirava il cielo, le stelle, i suoi amori acerbi, noi possiamo sfiorare il suo genio, farci abbracciare dalla sua arte, stupirci di fronte alla genialità di Giacomo Leopardi che seppe leggere magistralmente l’animo umano ed il libro della natura.
Sembra essere un giorno come tanti altri…il Vesuvio è lì, grande, imponente, è nostro amico, sembra proteggerci e ci aiuta con le sue ceneri vulcaniche a rendere fertili le nostre terre.
Nel62 d.C abbiamo registrato un evento sismico, ma non ci siamo fatti scoraggiare e abbiamo ricostruito diversi edifici crollati a causa delle scosse.
Oggi è l’anno 79d.C. …sentiamo un boato violentissimo: da quel vulcano da noi tanto amato stanno arrivando lapilli, colate di lava, flussi piroclastici…cerchiamo disperatamente di metterci in salvo, ma veniamo travolti, uccisi, e chissà se qualcuno mai si ricorderà di noi, di noi abitanti della ridente città di Pompei, con i nostri 66 ettari di estensione, le nostre case, le nostre Terme, il nostro Teatro…
Rimaniamo così, sommersi sotto metri e metri di materiali eruttivi…non c’è più l’andirivieni delle persone, non ci sono più le nostre bellissime case che ricordo perfettamente…e che mi sembra ancora di vederle, una ad una…
Ecco la Casa del Menandro, così chiamata per il ritratto di Menadro, commediografo ateniese, esposto nel portico; l’atrio è invece abbellito da scene dell’Iliade e dell’Odissea.
La Casa del Menandro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
La Casa del Criptoportico prende, invece, il suo nome dal grande corridoio coperto, chiamato appunto criptoportico, ornato da affreschi di satiri e menadi, mentre un fregio rappresenta scene della Guerra di Troia; motivi floreali ne decorano, invece, la volta.
La Casa del Criptoportico (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)Il Criptoportico che dà il nome all’omonima casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Una tra le più grandi case, in termini di estensione, è quella del Fauno, così chiamata per la statua del satiro danzante posta all’ingresso. con i suoi 3000 metri quadri e che incanta con il pavimento ad intarsi di triangoli policromi. Un’altra particolarità di questa abitazione sono le pareti che, nella loro parte superiore, hanno tempietti a rilievo con il larario della casa.
La Casa del Fauno: particolare delle pareti con i tempietti a rilievo con il larario della casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)Casa del Fauno: ingresso (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Tra le più sontuose spicca la Casa dei Dioscuri, con le sue 12 colonne di tufo nell’atrio principale.
La Casa dei Dioscuri con le sue colonne (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
L’eleganza la fa da padrona nella Casa degli Amorini Dorati, caratterizzata dal peristilio con giardino.
La Casa degli Amorini Dorati (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
La Villa dei Misteri accoglie con un grande affresco, raffigurante un rito misterico, che copre le tre pareti, dove spicca Dionisio insieme alla sua sposa Arianna. Anche negli altri ambienti ci sono esempi di splendide decorazioni.
La Casa dei Misteri, particolare degli affreschi (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Molto caratteristico è il giardino della Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana, con la sua fontana marmorea.
La Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
A Pompei la vita quotidiana è palpitante, fatta di incontri, commerci,ed il cuore della città è il Foro Civile, che ospita i più importanti edifici pubblici. La gestione degli affari e l’amministrazione della giustizia avviene invece nelle Basilica, mentre il luogo del culto è rappresentato dal Santuario di Apollo, posizionato lungo la via che da Porta Marina arriva fino al centro della città.
Il Foro Civile (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)Il Santuario di Apollo, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Gli spettacoli pubblici si tengono nell’Anfiteatro, che può contenere fino a 20000 spettatori e nel Teatro Grande, dove ci deliziamo ad assistere alle commedie e tragedie.
L’Anfiteatro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei) Il Teatro Grande (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Di grande impatto scenografico sono le Terme Suburbane, decorate finemente.
Le Terme Suburbane, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei) Le Terme Suburbane (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Ecco…è questo a cui penso quando siamo seppelliti sotto metri e metri di strati di ceneri e lapilli …tutto sembrava perduto fino a quando, nella prima metà del 1700, qualcuno decide di riportarci alla luce e, grazie al lavoro di esperti, nel corso di centinaia di anni, i 2/3 di ciò che eravamo sono stati restituiti a voi, a noi.
E dal 1997 siamo Patrimonio dell’Umanità e siete in tanti che ci venite a trovare: lo scorso anno avete superato i 4 milioni, facendoci diventare, così, uno tra i siti più visitati in Italia.
… e così, dopo aver percorso le dolci curve che ti hanno fanno ondeggiare tra alberi e prati sconfinati, in una natura abbagliante, ecco arrivare il cartello che ti annuncia di esser arrivato a destinazione: Volterra… e lei… lei ti sta attendendo, con il campanile del Duomo che svetta da lontano, arroccata su quel colle di tufo che sembra fosse abitato già nell’Età del Ferro.
E così, dopo esser stati circondati dalla bellezza della Val di Cecina, ti incammini verso una delle porte di ingresso, tra le quali la più nota è la Porta dell’Arco, di origine etrusca ed ancora oggi perfettamente conservata.
Percorri le strade che hanno il sapore della storia ed arrivi fino alla piazza principale, avvertendo tutta la potenza della sua storia, una storia che risale a quasi 3000 anni fa, quando gli Etruschi la scelsero come una delle loro principali Città Stato.
Le mura, che avevano inizialmente un’estensione complessiva di circa 7300 metri, sono ancora oggi il simbolo di questa città, il cui sviluppo fu frenato a causa della sua vicinanza con Roma, destinata a diventare “caput mundi”. Nonostante ciò, Volterra mantenne buoni rapporti con la Città Eterna, salvo poi essere annientata durante la guerra tra Mario, con il quale si era schierata, e Silla che, in segno di vendetta, ne ordinò l’assedio durato due anni, portando allo stremo la città, la quale subì, successivamente, un saccheggio devastante.
Un caratteristico scorcio delle vie di Volterra (Foto di Lorenza Fiorilli)
Nel V secolo D.C., divenne sede di una diocesi cui faceva capo un vastissimo territorio. Fu poi governata dai Longobardi, dai Franchi, fino a quando, tra il IX ed il X secolo, iniziò il Potere temporale dei vescovi.
Scorcio del Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)
La costruzione di uno dei simboli di Volterra, Palazzo dei Priori, che si affaccia sull’omonima piazza, iniziò nel 1208 e sempre nel XIII secolo furono erette le case-torri, ovvero le fortezze private appartenenti alle famiglie nobili della città. Nello stesso periodo furono costruite le mura medievali, anch’esse ancora oggi visibili.
Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)
Dopo essere stata sottomessa da Firenze nel 1472 e aver vissuto alterne vicende storiche, nel Seicento e Settecento, subì una profonda crisi demografica causata soprattutto dalla peste. La rinascita la si ebbe con il ritorno del potere dei Lorena nel 1814, al cui Granducato era stata già annessa nel XVII secolo. Seguirono, così, anni di grande sviluppo grazie alla lavorazione dell’alabastro per cui è famosa ancora oggi. Fu negli anni seguenti che venne costruito il bellissimo Viale dei Ponti, dalla cui terrazza lo sguardo spazia fino al mare ed il paesaggio che incanta dai 500 metri di altezza, è dolce, sensuale, tanto da somigliare ad una donna languidamente adagiata su un triclinio e ritratta da un artista rinascimentale.
Il panorama che si gode dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)
E quando poi percorri in senso contrario la strada che ti ha condotto fino alla sommità, camminando su quelle vie lastricate di storia, avverti di essere stata parte di tanti eventi, di splendore e di cadute dalle quali Volterra si è alzata sempre e più forte di prima.
Il profilo del centro storico di Volterra visto dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)
E ti volti a salutare questa città, con i suoi 3000 anni di storia, ancora visibili e, appena varcata la porta dalla quale eri entrata, già senti la nostalgia di quelle vie dove si sente solo il rumore dei passi, di quell’ aria pulita, di quella bellezza che ti ha rapito ed emozionato, quella stessa bellezza toscana che ti conforta, sussurrandoti all’orecchio:” Non è un addio ma solo un arrivederci”.
La luce: chi ha avuto il privilegio di visitare la Reggia di Venaria, una delle Residenze Sabaude di Torino, avrà potuto constatare come sia proprio lei la protagonista di questo imponente edificio che si estende per 80000 metri quadri circondati da 60 ettari di giardino.
La Venaria Reale durante Sere d’Estate ((“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)
È una luce che non abbaglia, ma avvolge, coccola, abbraccia, commuove.
Sì…commuove e quando davanti a te si apre lo scenario della Galleria Grande, riesci a percepire la forza dell’arte che continua nei secoli, che unisce passato e futuro e dona al presente il gusto inconfondibile ed indimenticabile di una bellezza che incanta.
La spettacolare Galleria Grande ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ foto Andrea Guermani)
Nata per volere del Duca Carlo Emanuele II di Savoia e della Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, l’incarico di disegnare la nuova residenza sabauda a 10 chilometri da Torino, fu inizialmente dato all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte.
Il progetto prevedeva non solo la realizzazione della residenza principale, ma anche di un parco con giardini all’italiana arricchiti da scalinate, sculture, fontane, per dare movimento e sontuosità alla reggia stessa.
Vittorio Amedeo II , pur condividendo l’idea iniziale del Duca Carlo Emanuele II, pensò per la futura reggia un’immagine ancora più imponente e fu così che , dal 1699, il progetto venne assegnato a Michelangelo Garove.
Ma quando lo stesso Vittorio Amedeo salì sul trono del Regno di Sardegna, scelse, per ampliare il progetto iniziale, Filippo Juvarra che mise la sua genialità e la sua inconfondibile firma sulla Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, la Citroneria e la Scuderia, che ancora oggi rapiscono i visitatori con la lora maestosa bellezza.
Una suggestiva immagine de La Venaria Reale durante Sere d’Estate (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)
Quando, però, Napoleone Bonaparte scese in Italia, decise di trasformare la reggia in una caserma e, in conseguenza di ciò, i bellissimi giardini, mossi da un gioco di scalinate a sbalzo e fontane, furono spianati per le necessità militari dei francesi che li usarono come piazza d’armi per le loro esercitazioni.
Dopo le Guerre d’ Indipendenza e le due Guerre Mondiali, della Reggia rimase solo il nome: perse, infatti, tutto la sua regalità fino al 1999, anno della rinascita, quando fu avviato il processo di restauro sia degli edifici che dei giardini nell’ambito del Progetto la Venaria Reale, il quale permise il recupero anche del Borgo antico e del Parco della Mandriana.
Tale grandiosa e profonda ristrutturazione, oltre a riconsegnare all’Italia il 12 ottobre 2007, la Reggia di Venaria Reale in tutta la sua bellezza, ha rappresentato la più grande opera di conservazione di un bene culturale mai realizzata in Europa.
Il percorsoinizia dal piano seminterrato dove si possono ammirare i locali preposti alle attività di servizio della vita di corte.
Il visitatore qui entra in diretto contatto, grazie alle installazioni, con le vicende della dinastia sabauda dall’anno Mille fino alla prima metà dell’Ottocento.
Gli appartamenti del Duca e della Duchessa, del Re e della Regina, insieme alla spettacolare Galleria Grande e alla Cappella Sant’Uberto, accolgono il visitatore al piano superiore.
La Camera di udienza della Regina ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ph Dario Fusaro)
Realizzata dal Juvarra per collegare l’appartamento del Re a quello dell’erede al trono, la Galleria Grande, con i suoi 80 metri di lunghezza, 15 di altezza e 12 di larghezza, è inondata dalla luce proveniente dalle 44 finestrature poste ad entrambi i lati e da 22 “occhi”, ovvero le aperture ovali .
Un’altra visuale dalla Galleria Grande ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” / Andrea Guermani)
Ed è la luce, che entra dalla alte vetrate, la protagonista anche dell’altro capolavoro juvarriano: la Cappella di Sant’ Uberto, con un impianto a croce greca smussata.
La Cappella Sant’Uberto (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)
Il percorso della visita alla Reggia termina con la Regia Scuderia, dove sono esposti il Bucintoro e le carrozze regali.
Il Bucintoro, anch’esso sottoposto ad un accurato restauro e unico esemplare originale rimasto al mondo armato per intero con albero remi e vele, fu fatto realizzare da Vittorio Amedeo a Venezia tra il 1729 e il 1731 e proprio dalla città lagunare, risalendo il Po, arrivò a Torino.
Il Bucintoro (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)
Caratterizzato da gruppi scultorei intagliati e dorati , diventò la “reggia galleggiante” dei Savoia, fino al 1873, quando il primo Re d’Italia decise che era giunto il momento di trasformare il Bucintoro in un pezzo da museo, donandolo, così, al Museo Civico.
Particolare del Bucintoro ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_dario_fusaro)
Tra le carrozze esposte nella Scuderia, spiccano la Berlina dorata e quella argentata appartenute all’ultima coppia reale del Regno d’Italia.
Quando ci si avvia lungo l’uscita delle Scuderie Reali, non si può fare a meno di voltarsi verso il Bucintoro, per ammirarlo una volta ed un’altra ancora perché…perché emana anch’esso luce, una luce che arriva da lontano e che non vuole farti andare più via.
Ma poi , con la commozione che fa tremare gli occhi, ti allontani da lì per avviarti verso i giardini, divisi tra un Parco basso ed un Parco alto e che fanno parte delle rete dei Grandi Giardini Italiani.
Scorcio dei Giardini ( Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” )
Sempre all’esterno della Reggia, nella Corte d’Onore, i 100 getti d’acqua della Fontana del Cervo, ad orari precisi, danzano al ritmo di musica.
La Fontana del Cervo con lo spettacolare giochi d’acqua ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” buda cristian radu foto)
E la luce, quella stessa luce che Juvarra vide prima ancora di realizzare i suoi capolavori nella reggia della Venaria Reale, e che colpisce ancora oggi il cuore dei visitatori, è oggi esaltata dalla programmazione “Into the light” che, iniziata il 21 giugno, allieterà le sere d’estate fino al 30 agosto prossimo, con concerti, aperitivi a lume di candela, le stesse che illumineranno anche i giardini della Reggia, le cui sale saranno aperte al pubblico oltre il consueto orario.
Un’altra veduta notturna di La Venaria Reale (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”
Proprio durante questi mesi estivi sarà possibile visitare anche la mostra di Anthony McCall, le installazioni di Davide Ferrario e di Marinella Senatore, che ha realizzato la sua grande installazione ispirandosi alle tradizionali luminarie del Sud Italia, oltre alle scenografiche luminarie presenti nel Potager Royal e nel Giardino a Fiori.
Particolare del Parco Alto ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_mastromonaco fabrizio)
E così quella luce, protagonista indiscussa della Galleria Grande e della Cappella di Sant’Uberto, lo sarà anche, di queste calde sere estive, ed accoglierà coloro i quali vorranno accettare l’invito firmato: Reggia di Venaria Reale.
E’ da sempre la civiltà antica che maggiormente affascina, per la sua cultura, le sue scoperte astronomiche, le monumentali opere architettoniche, le sue divinità antropomorfe, il culto dell’aldilà.
La Dea Sekmet (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
E chissà quanti, se ne avessero la possibilità, chiederebbero, ad una fantomatica macchina del tempo, di venir catapultati nell’Antico Egitto…di fronte all’irrealizzabilità di una tale aspirazione, c’è, però, una valida alternativa: decidere di andare a Torino e di varcare il civico 6 di Via Accademia delle Scienze.
È da qui che si realizza il sogno di poter entrare in contatto con la terra dei Faraoni, in un percorso che si snoda lungo 4000 anni, attraverso i 40000 reperti custoditi, 3300 dei quali sono esposti lungo il percorso che si articola nelle 15 sale disposte sui 4 piani del palazzo barocco “Collegio dei Nobili”.
La Sala 8, Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
E così, entrando nel Museo Egizio di Torino, il secondo più grande al mondo, dopo quello de Il Cairo, sala dopo sala, lungo i due chilometri dello spazio espositivo che si estende per 10000 metri quadri, si avverte forte il privilegio di poter viaggiare attraverso i secoli, anche senza l’ausilio di una fantomatica macchina del tempo.
Horemheb e Amon (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
L’Antico Egitto è tutto lì: le statue, i papiri, i sarcofagi, gli oggetti di vita quotidiana che rapiscono l’attenzione, affascinano, annullano la dimensione attuale perché, per tutta la durata della visita, ci si sente davvero parte di una delle società antiche maggiormente affascinanti ed apprezzate
La Sala 6 Deir el Medina (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
Nel percorso museale si possono ammirare alcuni tra i simboli della cultura e della società egizia: i sarcofagi, che avevano la funzione di custodire il corpo imbalsamato del defunto.
La Sala 8 del Museo, che ospita la Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
Una della Sale più spettacolari è sicuramente la Galleria dei Re che ospita grandi sculture di faraoni e divinità, statue, queste, rinvenute nel complesso templare di Karmak e Tebe (l’attuale Luxor) nel 1817-1818.
La Sala 14: la spettacolare Galleria dei Re (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)
La luce all’interno della Galleria dei Re è frutto di una scelta accurata: le Sfingi, poste all’entrata, sono illuminate quasi a ricordare la luce del sole della terra egiziana, mentre le statue dei Faraoni sono in penombra, creando, così, un ambiente più solenne e raccolto.
Dal 1824, anno della sua apertura, il Museo Egizio di Torino ha saputo e voluto continuare il suo percorso, non solo in termini di quantità degli oggetti esposti, ma anche nel campo della ricerca, diventando un punto di riferimento importante per la comunità archeologica mondiale.
A testimonianza dell’attiva internazionale che il museo svolge, negli anni Sessanta, fu chiamato alla campagna per il salvataggio dei templi della Nubia, che, dopo la costruzione della diga di Assuan, avrebbe rischiato di essere sommersi dal lago Nasser. Il Museo di Torino rispose a questa chiamata e, in segno di riconoscenza, il governo egizio donò all’Italia il tempio di Ellesija , oggi visitabile nelle Sale del Museo. Il reperto, dopo un’accurata ricostruzione, fu presentato, nel capoluogo piemontese, nel 1970.
La Sala 15: Il tempio di Ellesija (Foto per gentile concessione del Museo Egizio do Torio)
Nel 2015 ha, invece, partecipato alla missione di scavo congiunta italo olandese a Saqquara e, sempre nello stesso anno, e per i quattro successivi, si è provveduto al restauro di oltre 1100 reperti.
Il Museo Egizio finanzia anche progetti di ricerca, ed esso stesso è costantemente impegnato con le istituzioni museali di tutto il mondo. Essendo particolarmente sensibile alla divulgazione scientifica destinata ai più piccoli, ogni anno accoglie più di 100000 ragazzi delle scuole italiane.
Nel 2020, l’anno della pandemia,le porte di via delle Accademie delle Scienze al civico 6, sono rimaste sprangate per 180 giorni, ma proprio durante i mesi di chiusura forzata, il Museo ha voluto mantenere vivo il contatto con i tanti suoi estimatori, attraverso, ad esempio, “Le passeggiate del direttore”, una campagna da remoto, lanciata a marzo 2020 e seguita complessivamente da quasi 2 milioni di utenti.
Conclusasi la parentesi pandemica, il Museo ha saputo superare sé stesso e nel 2024 ha accolto più di un milione di visitatori.
E quando la visita al Museo si conclude, non si sente più il desiderio di disporre di una fantomatica macchina del tempo per andare a visitare gli antichi Egizi… perché loro abitano lì, a Torino, in Via delle Accademie delle Scienze, al civico 6.
Enzo Ferrari è la forza di vedere oltre, di non chinare la testa di fronte alle difficoltà, ai dolori, ai lutti.
Enzo Ferrari è il sogno che si realizza.
La Ferrari F40 esposta alla Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Nato il 18 febbraio 1898 a Modena, si appassiona da subito al lavoro che il padre Alfredo, per tutti Dino, svolge nell’officina di carpenteria meccanica, da lui fondata ed adiacente proprio alla casa dove abitano i Ferrari, a Modena, oggi sede dell’omonimo Museo.
L’Officina Meccanica fondata dal padre di Enzo e l’ingresso del del Museo Enzo Ferrari a Modena (Foto per gentile concessione del Museo Ferrar)
Enzo è mosso dal fuoco sacro della passione per i motori, e comunica ciò al padre, il quale vede infrangersi il sogno di vedere il secondogenito diplomarsi alle scuole superiori.
La Ferrari GTO, esposta nella Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Dopo la morte del padre e del fratello, partito come volontario nella Grande Guerra, le sue conoscenze nel campo della meccanica lo aiutano a trovare un impiego prima di partire, anch’egli, per la guerra, ma viene congedato lo stesso anno a causa di una pleurite che lo conduce all’ospedale di Brescia, prima, e a quello degli Incurabili di Bologna, poi. Dopo la lunga convalescenza, cerca un impiego nelle fabbriche metalmeccaniche del Nord Italia che respingono la sua richiesta di assunzione.
Tutti questi “NO” non scoraggiarono Enzo il quale, grazie alle sue conoscenze pregresse, riesce a trovare un’occupazione in una carrozzeria che recupera autocarri leggeri impiegati nella Grande Guerra, i cui autotelai vengono ricondizionati e collaudati da Enzo che, nel frattempo, diventa un grande guidatore.
Alcune delle Supercars esposte nell’omonima Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Anche questo impiego giunge a termine ed Enzo si trova, nuovamente, ad essere disoccupato, ma la sua passione per i motori è più forte, e così, nel 1920 gareggia al Gran Premio dei Circuito del Savio, vincendolo.
Proprio in occasione della vittoria, Enzo incontra la madre dell’aviatore Francesco Baracca, morto durante la Prima Guerra Mondiale, e che aveva un cavallino rampante sulla carlinga.
La F80 esposta nella Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
E così, la madre dell’eroe dell’aria consegna a Ferrari proprio il cavallino, chiedendogli di metterlo sulle sue macchine: e dal 1932 è il simbolo della Scuderia Ferrari.
LaFerrari, una delle Supercars esposte nell’omonima Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Enzo, però, ha un sogno ancora più grande: difatti, dopo aver fondato la sua azienda decide di volerla dirigere personalmente e, così, abbandona le piste in veste di pilota.
Enzo Ferrari, al centro, in una foto d’epoca (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
La morte dell’adorato figlio Dino è un colpo durissimo, ma, nonostante ciò, Enzo continua ad andare avanti, come aveva sempre fatto fino ad allora.
Il resto è storia, la storia di un uomo che continua ad essere l’anima della sua azienda fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 agosto 1988.
Ma i sogni continuano a vivere, nonostante l’assenza fisica di una persona su questa terra.
Perché i sogni hanno vita autonoma, e, come un’Araba Fenice, rinascono dalle ceneri e sono capaci di dare forza a chi i sogni non li ha più, perché disilluso.
Ecco cosa significa visitare il Museo Enzo Ferrari a Modena, ospitato proprio nell’edificio adiacente all’Officina Meccanica del padre Alfredo: significa diventare testimoni, attraverso l’emozionante video sulla sua vita e trasmesso nello spazio espositivo, della forza di un uomo che ci ha creduto veramente.
L’ingresso del Museo Ferrari a Maranello (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
E le auto esposte nei due Musei Ferrari, sia in quello di Modena che in quello di Maranello, non sono soltanto opere di alta ingegneria meccanica e il simbolo di vittorie e di premi, ma rappresentano un sogno chiamato Enzo Ferrari, nel cui Museo di Modena è possibilevisitare, fino al 16 febbraio 2026, la mostra “Supercars”, dedicata a quelle auto che maggiormente hanno rappresentato l’evoluzione tecnologica della Casa.
La Locandina della Mostra Supercars al Museo Enzo Ferrari di Modena (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Una mostra che , con le sue 5 isole interattive e polifunzionali, una per ciascuna Supercar ( GTO, F40, F50, Ferrari Enzo, LaFerrari), si snoda attraverso un percorso composto da 2000 testimonianze tra fotografie, video, disegni, documenti e pubblicazioni dell’Archivio Ferrari che oggi sono consultabili in modalità digitale.
Una delle 5 Isole Digitali della Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)
Eccoli i sogni di Enzo Ferrari: fruibili non solo da chi è un appassionato di Formula 1 e di macchine potenti, ma da tutti coloro che vogliono conoscere l’anima e il cuore del papà della scuderia del “Cavallino Rampante”, i cui musei hanno richiamato, lo scorso anno, più di 850000 visitatori.
Acquistarne un paio per molti può rappresentare la necessità del momento, per altri può significare la ricerca di un semplice accessorio da abbinare ad un abito da cerimonia, per altri ancora un momento di puro shopping.
Ma non per lui.
Per Salvatore Ferragamo la scarpa è stato l’inizio del tutto, della sua passione della sua sperimentazione, della sua vita.
Alcune delle centinaia di scarpe esposte alla Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
Nato il 5 giugno 1898 a Bonito, un piccolo centro dell’Irpinia, la sua è una famiglia numerosa, di agricoltori.
Il lavoro e la fatica sono tanti, ma le entrate sempre troppo poche, talmente poche da non consentire al piccolo Salvatore di proseguire oltre la terza elementare e così, a nove anni, è costretto a trovarsi un mestiere: inizia quello di calzolaio e si incanta a guardare la maestria del suo primo datore di lavoro.
I “ferri del mestiere” di Salvatore Ferragamo (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
Quando arriva il giorno della Prima Comunione delle sue sorelline, non ci sono soldi per acquistare due paia di scarpe bianche: le realizzeràSalvatore e saranno le sue prime scarpe.
Alla bottega di Mastro Luigi fa di tutto, ma dopo la morte improvvisa del padre è costretto a lasciare il suo paese d’origine per recarsi a Napoli, città nella quale, nonostante le prime difficoltà, impara tutto sulla scarpa artigianale perché, come Salvatore amerà spesso dire di sé stesso: “In una vita precedente ero un calzolaio”.
Tornato poi a Bonito, apre un negozio tutto suo e ha successo, ma il 24 marzo 1915 è sul piroscafo Stampalia diretto da Napoli a New York: la cabina a sei posti dove viaggerà è sporca e maleodorante e il 7 aprile, dopo i necessari controlli a Ellis Island per entrare negli Stati Uniti, sbarca a New York.
Si traferisce a Boston, impara subito l’inglese, poi va a Santa Barbara, in California, dove aprirà un suo negozio che si affollerà di personaggi famosi.
Comincia a studiare l’anatomia umana e tre-quattro volte la settimana percorre 60 chilometri per assistere alle lezioni.
Nel 1926 torna in Italia e dal 1927 è a Firenze.
E proprio di questa città comincia ad apprezzare l’antica tradizione della lavorazione della paglia, sviluppatasi già nel 1700. E così alle famose “paglie” di Firenze, i cappelli che i turisti portano a casa come souvenir, ora si affiancano anche le tomaie per le scarpe estive create da Salvatore Ferragamo.
L’acquisto di Palazzo Spini Feroni a Firenze, poi la Seconda Guerra Mondiale, i brevetti depositati e l’estate del 1947, quando Salvatore è chiamato a Dallas per ricevere l’Oscar della Moda.
Fin dai suoi esordi la passione di Ferragamo per le scarpe incontra il mondo del cinema.
Ferragamo e la sua passione per il cinema (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
E moltissime saranno le dive che si rivolgeranno a lui per le sue creazioni, e neanche la malattia riesce a spegnere il suo ottimismo, tanto da fargli scrivere :” E se non sarà con questo corpo vuol dire che compirò la mia missione con un altro. Tutti viaggiamo nel flusso di un’eterna marea. Un eterno scorrere che non avrà mai fine”.
Ferragamo amò il cinema che lo riamò (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
Questa, in pochissime righe, la vita di Salvatore Ferragamo al quale è dedicata una retrospettiva, inaugurata il 26 ottobre 2023 e prorogata due volte e visitabile fino al 6 aprile 2026. Una mostra sul genio di Ferragamo, un percorso museale durante il quale si è proiettati nelle sue origini, nel suo cuore, nella sua maestria, nell’intuizione di un artista che, partendo dall’osservazione della natura, creava le proprie opere d’arte, usando, oltre ai classici pellami, anche materiali naturali come il sughero, la canapa, il fustagno, la paglia.
Sandalo in canapa e cordoncini intrecciati di cotone (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
In una Sezione della Mostra, dal titolo Equilibrio e Anatomia, è esposto l’archivio delle forme dei piedi delle clienti più famose e realizzate dallo stesso Ferragamo che, nel corso degli anni, depositò i suoi brevetti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma.
Scarpe e relativi brevetti (Foto per gentile concessione del Museo Salvatore Ferragamo)
La SezioneNuovo Rinascimento rappresenta un felice e riuscito parallelismo tra l’arte di Ferragamo e il suo intuito che ricorda la creatività degli artisti rinascimentali e, a dar forza a tale parallelismo, una creazione unica, alla quale è dedicata un’intera Sezione della Mostra: custodito sotto una teca, il sandalo in oro 18 carati nato dal genio di Ferragamo in collaborazione con gli orafi del Palazzo dell’Oro, vicino Ponte Vecchio a Firenze.
La retrospettiva termina con il tuffo più glamour: quello dedicato alle dive, alle principesse, alle donne impegnate nei vari settori, accomunate dal desiderio di vedere ai propri piedi le creazioni di Ferragamo.
Alcune delle celebri forme di legno realizzate da Ferragamo (foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
Si va dalle dive internazionali come Marlene Dietrich, all’esuberanza della cantante e attrice Carmen Miranda, dalla sensuale Ava Gardner all’eterea Audrey Hepburn, ma non mancano le principesse come Grace Kelly e le nostrane Anna Magnani e Sophia Loren.
Salvatore Ferragamo, Sophia Loren e una delle tante creazioni realizzate per la nostra Diva (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
E poi, ecco arrivare lei: MarilynMonroe.
Marylin Monroe e le sue iconiche decolleté realizzate per lei da Ferragamo (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)
Le sue décolleté, realizzate da Ferragamo, hanno fatto storia e sono diventate il simbolo della sua sensualità senza tempo. Anche grandi artiste come Georgia O’Keeffe e Palma Bucarelli sono state illustri clienti di Ferragamo il quale, da un piccolo paese, ha saputo esportare, in tutto il mondo, il suo genio e la sua maestria, condensate nella Mostra a Firenze “Salvatore Ferragamo 1898-1960”: un inno alla creatività italiana, alla passione che non conosce né limiti né confini, ai sogni che possono realizzarsi, se ci si crede fermamente, proprio come ci ha creduto Salvatore Ferragamo.
Quando si ama una casa, essa diventa qualcosa di più che un insieme di stanze e di suppellettili.
Quando si ama una casa, essa diventa parte integrante della famiglia che lì vi risiede: si trasforma magicamente, nei giorni, nei mesi, negli anni, in una persona a noi cara e diventa, così, di volta in volta, la nonna piena di premure, la zia che ci vizia, i genitori che ci amano sopra ogni cosa, i fratelli e le sorelle che sono compagni di gioco e confidenti.
Quando si ama una casa si pensa a lei nell’ultimo respiro e si spera che, chi verrà dopo di noi, possa amarla con la stessa nostra intensità.
Quando si ama una casa, chiunque vi entri, riesce a percepire questo legame profondo che neanche la morte può spezzare.
È quello che si avverte quando si varca la soglia della Casa Museo di Giacomo Puccini a Lucca e si ha la conferma di questo profondo legame scoprendone la storia.
Ad accogliere i visitatori sono proprio i suoi spartiti a stampa, custoditi in un armadio della Sala di ingresso.
Alcuni spartiti di Giacomo Puccini (Foto di Andrea Pistolesi, per gentile concessione dell’Archivio Puccini)
È in questo appartamento che il 22 dicembre 1858 il grande Maestro autore de “La bohème”, nasce e viene subito battezzato, perché considerato in pericolo di vita.
Tra queste stanze trascorre la sua infanzia, la cui felicità è interrotta dalla morte del padre.
La madre Albina, nonostante le difficoltà economiche, consente ai figli il proseguo degli studi, in particolare Giacomo può trasferirsi nell’autunno 1880 a Milano per continuare, dopo il diploma all’Istituto musicale di Lucca, la frequenza al Conservatorio della città meneghina.
Quando la madre Albina muore, la casa viene data in affitto e nel settembre 1889 ifratelli Giacomo e Michele, gli eredi delle casa dopo la rinuncia delle sorelle che nel frattempo si erano sposate, la vendono a un cognato, inserendo, però, nel contratto una clausola che avrebbe garantito ai due fratelli la possibilità di acquistarla di nuovo: dopo il successo di “Manon Lescaut”,Giacomo nel 1893 si avvale di questa clausola, ma ritorna proprietariodell’appartamento natale solo nel 1894 dopo aver scritto: “Amo dove nacquero i miei e per tutto l’oro del mondo non recederei dal disfarmi del tetto paterno”.
Puccini però e spesso via e la casa, ormai di sua proprietà, viene affittata.
Ma è la sua, è di nuovo sua l’amata casa: nonostante non vi abiterà mai più, per i numerosi impegni che lo porteranno in giro per il mondo, la percepisce nel cuore, nell’animo, insieme ai volti delle persone a lui più care che lì vi hanno abitato.
Alla morte del Maestro, la proprietà passa al figlio e, dopo la scomparsa di quest’ultimo, la moglie Rita Dell’Anna, nuora di Puccini, dà impulso alla creazione della Fondazione Giacomo Puccini, dona la casa nel 1973, affinché venga trasformata in un Museo inaugurato il 28 ottobre 1979.
Dopo un accurato restauro conservativo, il 13 settembre 2011 il Museo riapre al pubblico che può immergersi, così, nella vita, nel cuore, nell’animo del grande Maestro.
Il percorso espositivo accoglie i visitatori nella Sala della Musica, dove il protagonista è il pianoforte Steinway & Sons acquistato da Giacomo Puccini nel 1901 e, proprio dietro i tasti di questo prezioso oggetto, Puccini compose la “Turandot”.
La Sala delle Musica con il prezioso pianoforte del Maestro Puccini (Foto di Andrea Pistolesi, per gentile concessione dell’Archivio Puccini)
In un’altra camera, forse quella delle sue sorelle, troviamo le lettere, i libretti e gli spartiti e qui il cuore sobbalza, perché vedere la scrittura del Maestro è un’emozione indescrivibile.
Uno tra gli ambienti più affascinanti e rappresentativi del Puccini musicista e compositore è indubbiamente il ripostiglio a cui si accede, salendo degli scalini dal locale cucina: proprio qui è stata ricreata la soffitta de” La bohème”.
In quello che è lo Spogliatoio è, invece, esposto il cappotto di cachemire foderato di pelliccia e una sciarpa di seta che Puccini amava indossare, ma non manca il bastone da passeggio che usava il Maestro.
E nella camera dei genitori è forte l’emozione nel pensare che proprio lì, Puccini abbia emesso il primo vagito.
La camera da letto dei genitori, dove Puccini nacque (Foto di Andrea Pistolesi, per gentile concessione dell’Archivio Puccini)
La Sala dei Trionfi accoglie tutti i riconoscimenti ottenuto da Puccini, mentre nello Studio trova posto un grammofono dei primi del Novecento e nella Sala significativamente chiamata Turandot, si può ammirare proprio il costume di scena di Turandot usato nel primo allestimento dell’opera al Metropolitan Opera House di New York nel 1926.
La Sala Turandot con l’omonimo vestito di scena (Foto di Andrea Pistolesi, per gentile concessione dell’Archivio Puccini)
La Casa Museo è arricchita, nel suo percorso espositivo, di arredi, dipinti e cimeli vari, ma quello che maggiormente colpisce è quel legame tra Puccini e la sua casa natale, legame che si respira, si sente, palpita in ogni camera e queste emozioni fluiscono, rapiscono, commuovono, fanno battere il cuore e le si avvertono sulla pelle e non andranno più via.
Chiunque abbia o abbia avuto il privilegio di visitare la Casa Museo di Luciano Pavarotti, appena varcato l’ingresso, si renderà immediatamente conto di riuscire a guardarla con gli occhi del Maestro.
Particolare del Salone della Casa Museo(Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
E quando la visita sarà terminata, si amerà quella casa con la stessa intensità con la quale l’ha amata e fortemente voluta Big Luciano, il quale ne ha curato personalmente l’ideazione e coloro che sono stati coinvolti nella realizzazione, dai fabbri ai falegnami, dagli intagliatori ai decoratori, hanno saputo perfettamente rendere concreti i suoi desideri.
La sua gioia di vivere, la sua semplicità, nonostante la grandezza universalmente riconosciutagli, sta anche in quelle camicie a fiori, ora esposte, e che sono diventate il suo simbolo, tanto quanto il frac che fa bella mostra di sé in una teca all’interno del Salone.
Una delle sua amate camicie a fiori (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
E proprio in questa stanza, dalla quale inizia l’emozionante visita, il Maestro era solito trascorrere gran parte del suo tempo e quello che maggiormente colpisce sono gli oggetti di vita quotidiana e custoditi sotto una teca…una vita che amava trascorrere non solo con la sua famiglia ma anche con gli amici: e così troviamo le carte italiane, il suobasco scozzese, i suoiocchiali.
Il Salone, la stanza preferita, e il suo frac (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
Il Maestro amava la luce, e non è un caso che il grande lucernaio, posto al piano superiore, è stato fortemente voluto da Pavarotti, cosicché l’alba avrebbe potuto inondare la sua amatissima casa fuori Modena. Proprio in questa stanza sono custodite i riconoscimenti avuti nel corso della sua lunghissima carriera: se ne contano più di 500.
Il lucernaio, dove sono esposti i riconoscimenti (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)Uno tra i 500 riconoscimenti ottenuti dal Maestro (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
Poi ecco arrivare la stanza più intima, quella nella quale custodiva le foto delle persone a lui più care: la camera da letto che lo ha visto esalare l’ultimo respiro il 6 settembre 2007.
C’è poi una parte della casa dedicata al Pavarotti grande ed insuperabile artista, dove sono esposti alcuni dei suoi abiti di scena: e qui tutto il suo carisma, la sua timbrica forte e pulita, sembra abbracciare il visitatore.
Uno dei suoi abiti si scena (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
Il secondo piano è dedicato interamente alle testimonianze fotografiche e documentali della sua carriera: oltre che nei teatri del mondo più famosi, si è esibito, per portare la lirica fuori dagli schemi tradizionali, anche al Central Park di New York o sotto la Torre Eiffel di Parigi.
Un altro abito di scena diBig Luciano (Foto di Gianluca Naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
E come dimenticare l’esibizione de “I Tre Tenori” che lo videro protagonista insieme ai suoi amici e colleghiPlacido Domingo e Jose Carreras: il loro modo di stare sul palco, di guardarsi con complicità rimarrà nella storia della musica.
Una stanza del percorso espositivo è poi interamente dedicata ai ringraziamenti, giunti da ogni angolo della terra, per tutto quello che di grande e bello Pavarotti ha realizzato, sempre con grande professionalità, passione e con il suo contagioso sorriso.
Il mondo intero lo ha amato e dal Maestro è stato riamato, anche grazie al “Pavarotti and friends”, che ha visto coinvolti, a partire dalla prima edizione tenutasi nella sua Modena, decine e decine di artisti internazionali, che appartenevano ai generi più diversi: dalla lirica al pop, al rock alla musica leggera e tutti uniti nel nome di iniziative benefiche.
Il cuore sobbalza ed il respiro sembra spezzarsi quando, terminata la visita, ci si avvia verso la Casa dei Giochi di Alice, pensata per la figlioletta e che ancora custodisce i suoi pupazzi e i giochi.
Il Murales sulla Casa Museo Luciano Pavarotti (Foto di Gianluca naphtalina Camporesi, per gentile concessione della Fondazione Luciano Pavarotti)
E quando ci si allontana da quel luogo, denso di amore per la famiglia e per la musica, ci si volta un’ultima volta e così, si ha la conferma di quello che si era avvertito all’inizio della visita: Luciano Pavarotti è ancora lì.
Siamo alla fine del 1500 a Volterra e un nobile locale, Attilio Incontri, decide di costruire un palazzo nel cuore della cittadina: la sua facciata è il perfetto connubio tra il Rinascimento che sta per lasciare dietro di sé tracce indelebili e il Barocco che irrompe con tutta la sua volontà di apportare vistose novità artistiche.
350 anni dopo la sua costruzione, lo stesso Palazzo viene acquistato da Giuseppe Viti, un artigiano e commerciante d’alabastro, il quale apportò un profondo restauro degli ambienti che ospitarono nel 1861, Re Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, di cui si conserva ancora la Stanza appositamente realizzata in occasione del suo soggiorno a Volterra.
Amante della sua terra, Giuseppe Viti, fu uno degli esponenti del movimento significativamente chiamato “Viaggatori dell’alabastro” e già ad otto anni andò con il padre negli Stati Uniti, per poi tornare, dopo 5 anni, in Toscana, pronto a ripartire con i suoi alabastri per il Nuovo Mondo.
Dopo alcune alterne vicende che lo condussero anche in America Latina, non pago di ciò che aveva già realizzato, decise di partire per un viaggio commerciale in Asia.
Dall’Egitto all’India, Giuseppe fu apprezzato per le sue doti commerciali e, grazie alle ingenti somme guadagnate, tornò a Volterra e coronò il sogno di acquistare il Palazzo Incontri, che avrebbe poi preso il nome della sua famiglia, Viti, appunto.
Dal 1849 all’anno della sua morte, avvenuta nel 1860, decise di non allontanarsi più né dall’Italia, né da Volterra, perché fu tutto preso e proteso dalle vicende che porteranno all’ Unità d’Italia, unificazione che Giuseppe Viti riuscirà a vedere, anche se negli ultimi mesi della sua vita.
L’atmosfera delle Sale di Palazzo Viti incantò il regista Luchino Visconti, il quale lo scelse nel 1964, come set del film“Vaghe stelle dell’orsa” interpretato da Jean Sorel e Claudia Cardinale: pellicola, questa, che fu premiata con il Leone d’Oro al Festival di Venezia.
Visitare Palazzo Viti a Volterra è un tuffo nel passato, nella bellezza di ceramiche e tappeti, nell’accuratezza di un’esposizione che conquista subito, sin dal momento in cui si varca l’ingresso e si accede al maestoso Scalone, costruito ai primi del 1600 dall’architetto G. Caccini ed arricchito dalle decorazioni alle pareti. Ad impreziosire ulteriormente lo Scalone d’Ingresso, le sculture e i piedistalli, molti dei quali realizzati sfruttando la pietra di Zambra, una pietra arenaria locale.
Particolare dello Scalone d’Ingresso (Foto di Lorenza Fiorilli)
La seconda rampa dello Scalone accoglie i visitatori con una volta celeste, e conduce all’ ingresso del Piano Nobile, dove troviamo una consolle di alabastro, una specchiera dorata del 1700, tre ritratti alle pareti e una deliziosa ombrelliera con una collezione di ombrelli da sole e antichi bastoni.
Rampa che accede al Piano Nobile (Foto di Lorenza Fiorilli)
Superato l’ingresso, si accede alla Sala da Ballo, dove a spiccare sono due splendidi candelabri d’alabastro eseguiti per Massimiliano d’Asburgo, all’interno dei quali venivano accese lampade a petrolio.
Sala da Ballo (Foto di Lorenza Fiorilli)
La caratteristica di questa stanza è la ricchezza e varietà di oggetti provenienti dall’Oriente che Giuseppe Viti portò in Italia nel corso dei suoi viaggi all’estero.
Il caratteristico pavimento ha le tessere bicolore in cotto e alabastro indurito, mentre ai soffitti preziosi lampadari di vetro di Murano regalano un’atmosfera che rapisce gli animi.
Uno dei candelabri in alabastro (Foto di Lorenza Fiorilli)
La Sala da Pranzo è un perfetto matrimonio tra miniature cinesi del 1700 1800 su carta da riso con inchiostro di china, porcellane e argenteria inglese che fanno bella mostra di sé sui due tavoli dal piano in alabastro.
Particolare della Sala da Pranzo (Foto di Lorenza Fiorilli)
Proseguendo la visita, si arriva al Salotto delle Battaglie, così chiamato per i 13 quadri raffiguranti battaglie, mentre su un tavolino-vetrina ci sono avori, medaglioni di alabastro e pietre dure.
Salotto delle Battaglie (Foto di Lorenza Fiorilli)
Le Saletta delle Porcellane è un tripudio di preziosi manufatti francesi ed inglesi e della tradizione italiana esposti alle pareti, mentre in una vetrina ci sono bicchieri e caraffe in vetro e cristallo, usati dalla famiglia Viti nel corso delle varie epoche.
Particolare delle porcellane esposte nell’omonima Saletta (Foto di Lorenza Fiorilli)Saletta delle Porcellane (Foto di Lorenza Fiorilli)
Quando si giunge alla Biblioteca, il respiro si spezza per un istante: la bellezza incomparabile del ballatoio e del soffitto, il più pregiato di tutto il palazzo, presenta, nei quattro medaglioni esposti, i ritratti dei maggiori poeti italiani, ovvero Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso.
Biblioteca (Foto di Lorenza Fiorilli)
Sull’antica scrivania una lampada con paralume in porcellana incisa: splendida e rarissima opera delle Manifatture Reali di Berlino.
La preziosa lampada con paralume in porcellana sulla scrivania della Biblioteca (Foto di Lorenza Fiorilli)
È il Salotto Rosso ad essere la stanza con la più ricca decorazione murale e con il mobilio ricoperto da una sottilissima foglia d’oro
Salotto Rosso (Foto di Lorenza Fiorilli)
I vestiti indiani da cerimonia intessuti in oro indossati da Giuseppe Viti, nominato da un principe indiano Emiro del Nepal, sono esposti in una vetrina nel Salotto del Terrazzo, arricchito da una collezione di ventagli.
Particolare dei ventagli esposti (Foto di Lorenza Fiorilli)
E poi ecco giungere la Camera del Re, ovvero la stanza da letto che accolse Vittorio Emanuele II nel 1861, con uno splendido letto a baldacchino, la decorazione delle pareti e della volta realizzata in onore del Regno d’Italia e del suo sovrano.
Camera del Re (Foto di Lorenza Fiorilli)
A conclusione della visita, la Camera Gialla con la toilette di Ginori di fine Ottocento e il ritratto di Francesco de’Medici, opera del pittore fiammingo Justus Sustermann.
La Camera Gialla (Foto di Lorenza Fiorilli)
Visitare Palazzo Viti, una dimora voluta, amata, vissuta in ogni angolo, è una delle esperienze più intense che si possa vivere, perché un nido familiare racconta storie che non si trovano sui libri, ma che si leggono con il cuore, e si ascoltano parole pronunciate sottovoce dal mobilio, dai dipinti, dai tappeti, dagli argenti e dalle porcellane di una casa che ancora è viva e palpitante e che ti abbraccia con un’intensità tale da rimanere indelebilmente impressa nell’animo.