Come in un romanzo: una romantica giornata a Sirmione

Insieme, mano nella mano, si incamminarono verso il pontile dove era attraccato il vaporetto che, da Desenzano sul Garda, li avrebbe condotti a Sirmione.

Appena saliti sull’imbarcazione, lei chiuse gli occhi: voleva sentire il fragore delle acque del lago infrangersi sulla carena del vaporetto e avvertire su di sé quelle gocce che le arrivarono sul viso, tra i capelli.

Aprì gli occhi in tempo per ammirare il Castello Scaligero di Sirmione: allungò il braccio e le sembrò di accarezzare quelle guglie.

Il traghetto rallentò la sua corsa e una voce maschile disse: “Sirmione”.

In tanti scesero dal vaporetto e si divisero, come acqua del fiume quando giunge al mare.

Sirmione…Sirmione: quattro consonanti e quattro vocali che avevano un sinonimo : quello di paradiso

Insieme, mano nella mano, si inoltrarono per le viuzze zeppe di turisti con le maniche corte, i sandali, e cercarono un bar dove poter mangiare un toast.

Si inoltrarono nel cuore di quel centro lacustre e, all’improvviso, seguendo la curva della strada, s’accorsero che erano giunti al cospetto di quel Castello Scaligero che avevano già visto dal lago, arrivando da Desenzano con il vaporetto.

Eccolo…era lì, immerso nelle acque di quel lago di Garda che sembrava un mare,  a difesa di quel piccolo centro lacustre.

Lei sapeva tutto di questo antico maniero: sapeva che era stato costruito dagli Scaligeri, tra il XIII e il XIV secolo.

Tre torri  e poi il maschio, che svettava dai suoi 47 metri e poi la darsena per la flotta.

Sul lato orientale, sulla ghiaia e tra i turisti, i cigni passeggiavano e si facevano avvicinare, fotografare, come le papere che affollavano quel lembo di spiaggia ghiaiosa.

Risalirono verso il paese e panorama un cartello “BACIATEVI, PER FAVORE“, allora si baciarono, si baciarono come mai altre volte.

E si persero, occhi negli occhi, mano nella mano, per le vie di un paese che esaltava i sensi.

Non sarebbero voluti andar via, ma il traghetto li attendeva per tornare a Desenzano, dalla cui stazione sarebbero ripartiti con il treno.

Sarebbero rimasti altre ore, altri giorni alla loro vacanza…eppure…eppure quando si girarono, dalla prua del  vaporetto e accarezzarono con lo sguardo Sirmione, ormai in lontananza, sarebbero rimasti davvero sempre lì, non con il corpo ma con il cuore.

                                              Alessandra Fiorilli

Courmayeur…e il cuore trema dall’emozione

Courmayeur, noto centro turistico a circa 30 chilometri da Aosta, vanta tre primati: è l’ultimo comune in territorio italiano, il più ad occidente della Valle d’Aosta e l’unico che confina con due nazioni, la Francia e la Svizzera.

Ad unirla con i cugini d’oltralpe è il traforo del Monte Bianco, lungo quasi 12 chilometri, superato il quale, ci si trova nella cittadina di Chamonix.

Il legame che ha con il comune “gemello” in terra francese, nasce nel XVIII secolo, quando gli esploratori furono richiamati dal grande fascino di scalare la vetta più alta d’Europa, il Monte Bianco,  ai piedi del quale giace, sul versante francese Chamonix, e su quello italiano, Courmayeur.

Scorcio della vallata dalla Piazza (Foto di Lorenza Fiorilli)

I due comuni alpini diventano, in pochissimi anni, i centri più noti ed apprezzati dall’alpinismo mondiale.

La sede del Municipio (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il clima alpino, con le sue estati fresche e gli inverni nevosi, rendono Courmayeur un centro turistico ambito da molti, anche se nel comune valdostano l’affluenza dei primi villeggianti si registrò nel secolo XVII perché richiamati dalle fonti di acqua solforosa.

Particolare di una casa in pietra (Foto di Lorenza Fiorilli)

La vicinanza con la prima Capitale d’Italia, Torino, che dista da Courmayeur poco più di 140 chilometri, la rese una delle mete preferite di Casa Savoia per i loro soggiorni alpini  e, con l’avvento di un turismo non più solo d’elite, il comune valdostano è diventato,  a partire dal XX secolo, una delle più apprezzate stazioni sciistiche alpine.

…e di una in legno (Foto di Lorenza Fiorilli)

La volontà di far conoscere le bellezze mozzafiato delle nostre montagne e di promuovere l’attività alpinistica, ha spinto, nel 1850, alcuni cultori della montagna a costituire la Società Guide Alpine, che oggi si trova sulla Strada del Villair, di fronte la Chiesa principale, la Parrocchia di San Pantaleone, il quale è il patrono della cittadina.

Il Museo delle Guide Alpine “Duca degli Abruzzi” (Foto di Lorenza Fiorilli)

Proprio nel caratteristico edificio della Società Guide Alpine, oggi è ospitato il Museo “Duca degli Abruzzi”, dove sono esposte foto ed oggetti di chi l’alta montagna l’ha vissuta, amata, assaporata, conquistata, metro per metro.

Scorcio di una strada nel centro di Courmayeur (Foto di Lorenza Fiorilli)

Courmayeur si sveglia ogni mattino e va a dormire ogni sera con, negli occhi, le Alpi che la circondano come un abbraccio e lo strettissimo rapporto con l’alta montagna lo rivela il nome stesso di Courmayeur che sembrerebbe derivare, secondo l’Abbé Henry, nel volume “Histoire Populaire de la  Vallee  d’Aoste”, dal latino “culmen majus”, ovvero “grande cima”, per via della notevolissima vicinanza al Monte Bianco.

Scorcio del Monte Bianco (Foto di Lorenza Fiorilli)

Proprio dalla Piazza Abbé Henry si gode di un panorama spettacolare sulla vallata e sui monti circostanti.

Panorama dalla Piazza Abbé Henry (Foto di Lorenza Fiorilli)

Tra gli appuntamenti che celebrano lo stretto rapporto tra Courmayeur  con le Alpi, spicca il “Tor des Geants” il “giro dei giganti”,  una competizione che si snoda per 34 comuni valdostani, con partenza ed arrivo proprio a Courmayeur.

 Il tour, giudicato come uno tra i più duri al mondo, si snoda per 330 chilometri attraverso bellezze uniche come il Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Courmayeur è un gioiello alpino da assaporare in ogni suo suggestivo angolo, con i balconi in legno pieni di fiori, le case in pietra, i loro tetti ricoperti  da lastre di losa, ottenute da rocce che, per loro stessa natura, sono facilmente divisibili in lastre, appunto.

Courmayeur è le sue strade, dove il tempo sembra voler dire ai turisti: “Fermati, respira l’aria pura e dissetati con l’acqua freddissima e indugia su quanta bellezza ti circonda”.                                                    

                                              Alessandra Fiorilli

La Basilica Palladiana di Vicenza, simbolo della città e del genio artistico di Andrea Palladio

Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1994 e Monumento Nazionale dal 2014, la Basilica Palladiana a Vicenza, oltre ad essere il simbolo della città veneta, rappresenta il genio artistico di Andrea Palladio, architetto rinascimentale, il quale ebbe proprio nel Veneto il centro nevralgico della propria attività.

La Basilica, che domina la centralissima Piazza dei Signori sulla quale si affaccia, è in realtà frutto di una serie di progetti volti a modificare il preesistente Palazzo della Ragione, realizzato tra il 1449 e il 1460, che, così come il suo omonimo padovano, aveva la copertura a carena di nave rovesciata e ricoperta di lastre di rame.

L’edificio, prima dell’intervento di Andrea Palladio, ospitava, al primo piano, le Magistrature pubbliche di Vicenza e, al piano terra, le botteghe.

La facciata, caratterizzata da rombi in marmo rosso e gialletto di Verona, era ispirata volutamente al Palazzo Ducale di Venezia.

In seguito ad un crollo, le autorità cittadine vicentine passano al vaglio le proposte che giungano dai più eccelsi nomi dell’architettura veneta, ma, nel 1546, il Consiglio decide di affidare i lavori ad Andrea Palladio, giovane architetto di appena 38 anni, il quale propone di riprogettare il preesistente Palazzo della Ragione aggiungendovi delle logge in marmo bianco e serliane.

Gli interventi sull’iniziale struttura sono quelli che ancora oggi possiamo ammirare: una struttura al tempo stesso imponente ma agile, dinamica, caratterizzata dalle serie delle cosiddette serliane che si ripetono, ovvero una struttura composta da un arco affiancato da due aperture laterali rettangolari architravate.

In seguito al restauro che si è avuto tra il 2007 e il 2012, è visitabile anche la terrazza superiore, dalla quale si può ammirare la vista sulla città e sui monti che la circondano. Il perimetro della balaustra è ornato di statue realizzate, agli inizi del 1600, da Albanese, Grazoli e Rubini, fedeli ai disegni del Palladio.

La Basilica Palladiana, nonostante il nome evochi per i cristiani una funzione religiosa, è stata così chiamata dallo stesso Andrea Palladio per rendere  omaggio alle tradizioni dell’antica Roma, dove, nell’edificio chiamato appunto basilica, si discuteva di politica e di affari.

Intatta, invece, è rimasta la Torre detta dei Bissari, risalente al XII secolo e che è ben visibile dalla terrazza della Basilica

Il Salone del Consiglio dei Quattrocento, al piano superiore, si sviluppa su un’altezza di 24 metri e vanta una superficie di circa 1500 metri quadri , spazio, questo, utilizzato per allestimento di mostre.

Visitare la Basilica Palladiana significa diventare testimoni del  genio artistico di Andrea Palladio, uno tra i grandi nomi dell’arte italiana, ammirata ed invidiata in tutto il mondo.

                                              Alessandra Fiorilli

L’incanto del Castello “Miramare” di Trieste

E’ il 1855 quando l’arciduca Massimiliano d’Asburgo sceglie il promontorio di Grignano, a circa 6 chilometri da Trieste, come luogo per far sorgere una residenza dove la distesa d’acqua salata sarà la principale protagonista del castello il quale verrà chiamato, non a caso,  “Miramar”, che in spagnolo significa, appunto, “guarda il mare”.

E il mare ti accompagna sin dal momento in cui ci si incammina per raggiugere l’ingresso del Castello stesso.

Quando il cielo è terso, lo spettacolo che offre la distesa d’acqua salata e la natura circostante, ti avvolge in un girotondo di emozioni fortissime, intense, che non ti lasceranno per tutta la durata della visita, terminata la quale il ricordo di quelle sale, del parco, della scalinata che collega i due piani, degli oggetti appartenuti a Massimiliano e a Carlotta, sua moglie, ti faranno compagnia, per sempre.

Oltre al mare, l’altra protagonista della residenza, è il verde che si estende per 22 ettari e che costituisce il Parco del Castello, voluto fortemente dall’arciduca austriaco.

La natura che, infatti, Massimiliano trova, al momento dell’acquisto dei vari lotti, è  una natura scarna ma, grazie alla consulenza di un grande botanico, l’intera area  si arricchirà di alberi e piante da tutto il mondo che conviveranno insieme, in armonia.

Il progetto del parco sarà  affidato, come quello dell’intero Castello, all’architetto austriaco Carl Junker.

Il piano terra ospita le camere dove Massimiliano risiedette con la moglie Carlotta, mentre il primo livello è il piano di rappresentanza, dove venivano accolti gli ospiti.

Chi ha la fortuna di visitare il Castello, ne può ammirare gli arredi originari, mentre la distesa del mare che si perde a vista d’occhio è una presenza, al tempo stesso, discreta e travolgente, in tutte le stanze.

Tra le varie sale in cui si articola il percorso della visita, spicca  quella che ricorda l’arredamento tipico di una nave: fu, infatti, proprio Massimiliano d’Asburgo a volere che una stanza fosse lo specchio fedele dell’arredamento della fregata sulla quale era imbarcato, mentre assolveva il servizio per la Marina d’Austria.

Ai piedi del Castello, un piccolissimo porticciolo dotato di un pontile di circa 7 metri, al quale si accede da una scalinata.

E dopo aver indugiato sul profilo di “Miramare” che si staglia all’orizzonte in tutta la sua magnificenza, ti accorgi che non riesci proprio a lasciarti alle spalle cotanta bellezza, e, così, ti giri più volte, e sembra quasi di vederli Massimiliano e Carlotta i quali, come narra la storia, proprio in questo castello, vissero i momenti più felici della loro vita.

                                                 Alessandra Fiorilli

A Cividale del Friuli dove Storia, leggende, e bellezze naturali si fondono come in un quadro d’autore

Tra Udine e la valle dell’Isonzo, la cui parte alta sconfina in territorio sloveno, proprio ai piedi di quei colli che ad osservarli bene ti parlano di battaglie della Grande Guerra con le sue trincee, ecco proprio lì, sopra le sponde del fiume Natisone, Cividale del Friuli ti accoglie tra le sue mura e i suoi palazzi.

Uno scorcio di Cividale del Friuli dal Ponte del Diavolo (foto di Lorenza Fiorilli)

Le sue origini affondano in epoca romana, quando Giulio Cesare, dà a questo centro geograficamente strategico, il nome di Forum Iulii, nome che verrà cambiato nel corso dei secoli a seconda della dominazione che subirà. La denominazione attuale, molto probabilmente, deriva dal nome che prenderà nel X secolo: quello di Civitas vel Castrum Foroiulianum, che verrà abbreviato dalla popolazione in Civitate, e poi, trasformato dal dialetto locale, in Sividat, Zividat, Cividat, nome, quest’ultimo, molto simile a quello attuale.

Uno dei palazzi che si affacciano sul Corso principale (foto di Lorenza Fiorilli)

Se il suo diventare centro con tanto di nome risale all’epoca romana, i primi insediamenti umani, in realtà,  sembrano risalire già al Paleolitico, ma sarà la discesa dei Longobardi in Italia, nel 568 d.C. a dare un’impronta regale a Cividale, dopo che il re Alboino la sceglie come capitale del ducato longobardo in Italia. Di questo periodo, Cividale conserva lo splendido Tempietto e l’Ipogeo Celtico che svolgeva, secondo la tradizione, funzione di prigione in epoca longobarda, essendo scavato nel sottosuolo.

Particolare di un palazzo (foto di Lorenza Fiorilli)

Con il Trattato di Campoformio del 1797, Cividale passa sotto il dominio dell’Impero Asburgico e solo nel 1866, in seguito alla vittoriosa Terza Guerra di Indipendenza Italiana, viene annessa al Regno d’Italia, per la cui Bandiera combatterà lotte impervie e sarà teatro, specie con quei colli che si vedono in lontananza, di battaglie passate alla storia.

In lontananza, i monti sui quali si combatterono molte battaglie della Grande Guerra (foto di Lorenza Fiorilli)

Città di confine nel periodo della Guerra Fredda tra il blocco dell’Ovest e quello dell’Est, e dopo il terremoto del 1976 che pure l’ha colpita, anche se non in maniera pesante come le vicine Venzone e Gemona, oggi accoglie con la sua mirabile bellezza, fatta di valli, mura antiche, pace e silenzio i turisti che, immancabilmente si regalano una foto sotto il cartello del Ponte del Diavolo, che collega le due sponde del fiume Natisone sul quale sorge Cividale. La leggenda vuole che, essendo talmente impervia la costruzione dell’opera, i cittadini chiesero aiuto al Diavolo il quale, in cambio, chiese l’anima del primo che fosse transitato proprio sul ponte.  Terminata l’opera, il primo a passare non fu un cittadino cividalese, ma un animale , la cui anima fu presa dal Diavolo così ingannato.

Il cartello all’inizio del Ponte del Diavolo (foto di Lorenza Fiorilli)

Affacciarsi dal Ponte del Diavolo è un’esperienza unica: il fiume Natisone che scorre lungo la valle, e sulle cui  sponde si può accedere tramite una scalinata, il campanile del Duomo di Santa Maria Assunta che svetta sulle case, e i colli teatro di tante battaglie della Grande Guerra.

Il fiume Natisone (foto di Lorenza Fiorilli)

Inoltrandosi nelle vie della città, si rimane ammaliati da cotanta bellezza dei palazzi, in primis il Palazzo Comunale, un edificio gotico tutto a mattoni davanti al quale svetta la statua di Giulio Cesare, fondatore della città. Si tratta di una copia bronzea di un’opera originale in marmo custodita a Roma, nel Campidoglio.

Il Palazzo Comunale e la statua bronzea in onore di Giulio Cesare (foto di Lorenza Fiorilli)

Regalarsi una giornata a Cividale del Friuli, nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco dal 2011, significa assaporare la storia di un luogo immerso in una pace e in silenzio che canta ancora, se si tende bene l’orecchio ai monti circostanti, i cori dei soldati italiani che combatterono contro lo straniero.

Alessandra Fiorilli

                                                                   Alessandra Fiorilli

A San Gimignano come in un presepe…

Il tempo che ci lasciamo alle spalle, a Firenze, non fa presagire il diluvio che incontreremo quando, superate le colline del Chianti, ci avviciniamo a San Gimignano. Piove, piove di una pioggia severa, che a stento i tergicristalli dell’auto riesce a togliere dal parabrezza. Siamo quasi tentati di invertire la rotta quando, ecco, stagliarsi, all’orizzonte, le inconfondibili sagome delle sue sue torri celebri in tutto il mondo.

E mentre saliamo verso Porta San Giovanni, la pioggia cessa di cadere copiosa e diventa sempre più lieve e la bellezza di questo scrigno toscano medievale perfettamente custodito, non solo ci fa dimenticare il diluvio che ci ha accompagnato per un buon tratto di strada, ma ci accoglie come un abbraccio.

Porta San Giovanni: uno degli access di San Gimignano (foto di Alessandra Fiorilli)

A destra e a sinistra le tipiche botteghe artigianali di ceramica, del cuoio, così come quelle dei tradizionali prodotti enogastronomici della zona, fanno da cornice alla strada, resa lucida dalla precedente pioggia.

Particolare di Porta San Giovanni (foto di Alessandra Fiorilli)

Camminiamo fino all’Arco dei Becci che ci conduce nella Piazza della Cisterna, vero cuore di San Gimignano. Originariamente destinata al mercato e ai tornei cittadini, è così chiamata perché ospitava una cisterna risalente alla fine del 1200, cisterna sulla quale sorgeva quel pozzo che ancora oggi è visibile e cornice immancabile di tante foto ricordo dei turisti che ogni anno visitano San Gimignano.

Scorcio (foto di Alessandra Fiorilli)
L’Arco dei Becci che immette in Piazza della Cisterna (foto di Alessandra Fiorilli)

Lasciata alla spalle Piazza della Cisterna ad attenderci è Piazza del Duomo, sul quale si affaccia non solo il Palazzo Comunale (o del Podestà) e la Torre Grossa,  ma anche la Collegiata di Santa Maria Assunta, più nota come il Duomo, la cui facciata in stile romanica non fa presagire la ricchezza degli affreschi che incantano, ammaliano, lasciano senza fiato.

Il pozzo in Piazza della Cisterna (foto di Alessandra Fiorilli)

Due i nomi che hanno lasciato le loro opere immortali nel Duomo di San Gimignano: Domenico Ghirlandaio, il quale ha affrescato la Cappella di Santa Fina e Benozzo Gozzoli, autore de “Il Martirio di San Sebastiano”.

Un particolare del Palazzo del Podestà (foto di Alessandra Fiorilli)

Uscite dal Duomo, i lampioncini sono già accesi lungo le vie del borgo toscano, e, mano a mano che la luce naturale si affievolisce, ci si trova catapultati in un presepio.

Particolare di una delle Torri di San Gimignano (foto di Alessandra Fiorilli)

La pioggia lieve lieve accompagna la nostra visita e ogni angolo è una sorpresa, una coccola per l’animo.  

Ripercorriamo al contrario il tragitto che ci ha regalato un tuffo in un tempo fuori dall’ordinario, del già visto, e quando usciamo da Porta San Giovanni, il nostro sguardo va verso la vallata che San Gimignano domina con le sue tredici torri, il cui profilo sono diventati il simbolo di questo affascinante e ammaliante borgo medievale nel cuore della Toscana.

                                  Alessandra Fiorilli

Firenze: una passeggiata lungo la storia

Firenze…Firenze…Firenze… parte dell’immancabile e classica triade, insieme a Roma e Venezia, che i turisti stranieri non si lasciano sfuggire quando visitano l’Italia, meta di gite scolastiche organizzate per ammirare da vicino i capolavori dei grandi artisti rinascimentali, luogo dove i cinque sensi vengono rapiti da cotanta maestosa bellezza e perfezione.

Quando arrivi a Piazza Duomo, non puoi trattenerti dal rimanere immobile, ammaliato dalla grandiosità della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, del Campanile di Giotto e del Battistero.

Il Duomo, uno scorcio del Campanile e il Battistero (da sinistra nella foto di Lorenza Fiorilli)

E tu sai che per costruire quella cupola, simbolo di Firenze e che domina l’intera città, Filippo Brunelleschi impiegò 16 anni, usando una tecnica costruttiva che oggi, a quasi 7 secoli di distanza, e con tutti i mezzi e le innovazioni di cui si dispone, sembrerebbe un’opera impossibile.

Il capolavoro di Filippo Brunelleschi: la cupola, simbolo di Firenze (foto di Lorenza Fiorilli)

Quel trionfo di marmi bianchi di Carrara, verdi di Pisa e rossi di siena,  che ricoprono l’intera facciata sia della Cattedrale che del Campanile, regalano un’atmosfera, al tempo stesso, dolce ed austera, imponente e magica.

Il Duomo che accoglie i turisti con la sua maestosa bellezza (foto di Lorenza Fiorilli)

Gioco di luci tra il Battistero, il Duomo e il Campanile (da sinistra nella foto di Lorenza Fiorilli)

Nell’istante in cui riesci, seppur a fatica, a staccare lo sguardo da tanta magnificenza nata dall’estro e dalla capacità sovraumane di artisti immortali, ti incammini verso Piazza della Signoria e lì la storia ti viene incontro, ti prende sotto braccio, ti parla dei grandi eventi vissuti dalla città di Firenze e che hanno avuto proprio in questa piazza il loro centro nevralgico.

Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria (foto di Lorenza Fiorilli)

Guarda…sembra quasi di vedere il rogo che, proprio in Piazza della Signoria,  Girolamo Savonarola impose, nel 1497, ai libri e dipinti non graditi alla  sua ortodossia, rogo sul quale lui stesso brucerà, l’anno successivo e che sancirà la fine del suo governo.

Pochi decine di metri oltre, ecco gli Uffizi, che possono essere considerati un doppio capolavoro: capolavoro come edificio e capolavoro per le opere ivi ospitate.

Lasciati gli Uffizi alle spalle ci si incammina di nuovo e si sa che lui è lì ad attenderci: lui , il ponte più antico di Firenze, lui, che è stato risparmiato dalla furia distruttrice dei nazisti e che si è salvato dalla piena disastrosa dell’Arno nel   novembre 1966.

Ecco, dunque, Ponte Vecchio le cui botteghe degli orafi che costeggiano le due ali del ponte, sono sormontate dal corridoio vasariano progettato appunto da Giorgio Vasari per consentire il passaggio da Palazzo Vecchio, in Piazza della Signoria, centro nevralgico politico-amministrativo della città, a Palazzo Pitti, dimora della famiglia dei Medici.

Particolare di Ponte Vecchio (foto di Lorenza Fiorilli)

Su Ponte vecchio le botteghe degli orafi presero il posto, dietro ordine di Ferdinando I dei Medici, delle macellerie che furono spostate altrove, in quanto il lezzo che da queste si diffondeva, era ritenuto poco consono alle attività politico-amministrative che si svolgevano nei dintorni.

Firenze da Piazzale Michelangelo (foto di Lorenza Fiorilli)

Non puoi andare via da Firenze senza aver visitato  Palazzo Pitti e il suo Giradino dei Boboli,  anche se  un degno saluto alla città lo puoi fare solo dall’alto, solo da Piazzale Michelangelo e lì…lì ti commuovi, ti commuovi per tanta bellezza, e ti immagini che per quelle stesse vie e piazze dove hai camminato, sono nati, vissuti, e hanno patito le alterne vicende politiche della città, grandi artisti come Benvenuto Cellini, Filippo Brunelleschi, Cimabue, Sandro Botticelli, Dante, Guido Cavalcanti.

Arrivederci Firenze… e grazie per questo tuffo nella storia italiana che ci hai regalato.

Alessandra Fiorilli

 

Il fascino discreto di Udine, perfettamente immersa tra  tradizioni friulane e architetture venete

Udine è il suo castello, che sorge su un colle dal quale si vedono i tetti della città e, in lontananza, le Alpi.

Udine  è Piazza Libertà, che sembra abbracciarti con la Loggia del Lionello, di spiccato gusto veneto.

Udine è la sua gente, dal cuore gentile.

Udine è anche “frico”, il piatto tradizionale friulano a base di patate e formaggio, accompagnato spesso da un’ottima polenta.

Udine è lo stupore che ti fa suo, quando cammini per le vie centrali e ti fermi ad ammirarne i palazzi.

Udine è sorpresa.

Udine è la città che non ti aspetti, perché se capiti in Friuli Venezia Giulia, la prima cosa che pensi di andare a visitare è la pure straordinaria e mitteleuropea Trieste, con le sue piazze e il Castello Miramare.

Invece Udine è lì, non ti dice “Vienimi a trovare” perché è pudica ed orgogliosa allo stesso tempo, eppure se la vai a visitare lei ti prende subito e la ricorderai per sempre.

Piazza Libertà ne è il cuore, non solo sotto il profilo toponomastico, ma anche per le ricchezze che lì si affacciano, primo tra tutte l’Arco Bollani, sul quale spicca il Leone di San Marco. Il legame che Udine ha con il confinante Veneto è molto forte da un punto di vista architettonico, non è un caso che lo stesso Arco sia frutto del grande estro creativo di Andrea Palladio, il quale ha realizzato le famose ville attorno  Vicenza.

L’Arco Bollani, dal quale si accede alla salita verso il Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

Superato l’Arco Bollani ci si incammina per la salita che, costeggiata dalla loggia del Lippomano,  conduce al Castello, posto sul punto più alto della città. Ma prima di arrivare allo spiazzale e di passare sotto un altro arco, l’Arco Grimani, si può ammirare la chiesa di Santa Maria di Castello, la più antica di Udine,  e il suo campanile alto 43 metri,  sul quale spicca l’Arcangelo Gabriele, in rame dorato, il quale non solo ha il compito di proteggere la città, ma anche di indicare  la direzione dei venti. 

Il Campanile della chiesa di Santa Maria di Castello, con l’Arcangelo Gabriele che svetta dall’alto dei 43 metri (foto di Lorenza Fiorilli)

La Loggia del Lippomano che costeggia la salita verso il Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

Un altro particolare della salita che conduce al castello (foto di Lorenza Fiorilli)

Tra i Musei Civici  ospitati proprio all’interno del Castello, spicca l’interessantissimo Museo del Risorgimento ma, nel corso dell’anno, sono allestite anche mostre temporanee.

Il castello che si intravede lungo la salita (foto di Lorenza Fiorilli)

Nonostante il nome ufficiale sia, appunto,  “Castello di Udine”,  l’edificio ha più le fattezze di un palazzo che quelle di una costruzione di difesa ed anche qui risiede il suo fascino particolare, che lo si assapora e lo si gusta durante la visita, terminata la quale, si  viene ammaliati dal panorama che si gode da lassù, dove sono ben visibili le Alpi.

La Casa della Contadinanza e, sullo sfondo, le Alpi (foto di Lorenza Fiorilli)

Sul prato posteriore al Castello, spicca la Casa della Contadinanza, che prende il nome proprio dal fatto che fu sede dell’assemblea dei contadini friulani i quali volevano tutelare, nel XVI secolo, i loro interessi di classe lavoratrice.

Una volta percorsa la strada in senso contrario, si può ammirare, alla sinistra dell’Arco Bollani, la Loggia di San Giovanni con la torre dell’Orologio e i due Mori, anche questi di spiccato gusto veneziano.

La Loggia San Giovanni e, in lontananza, il campanile del Duomo di Udine ( foto di Lorenza Fiorilli)

La torre del’Orologio con i due mori (foto di Lorenza Fiorilli)

Volgendo le spalle alla Loggia, eccone un’altra, la più famosa, quella vista tante volte quando sui libri di geografia delle elementari quando  si studiava Udine: la Loggia del Lionello.

La Loggia del Lionello (foto di Lorenza Fiorilli)

 

La sua facciata, in marmo rosa e bianco, il suo porticato, con il suo gioco di luci ed ombre ti avvolge, così come la bellezza della pavimentazione a scacchiera.

E quando ti addentri per le vie e le piazze di Udine capisci che il suo fascino discreto ti ha conquistato…ormai per sempre.

Uno scorcio del centro storico di Udine (foto di Lorenza Fiorilli)

Un altro scorcio (foto di Lorenza Fiorilli)

Alessandra Fiorilli

 

Positano: tra miti e leggende, una bellezza che incanta il mondo intero

Quando ci si trova davanti ad una bellezza che sembra sfuggire ad ogni umana definizione, tanto  che nessuna parola è in grado degnamente di circoscriverla, allora, in nostro aiuto, giungono le leggende, dove spesso, il sacro e il profano  si intrecciano e  convivono felicemente.

Lo splendido panorama in avvicinamento a Positano (foto di Lorenza Fiorilli)

E’ il caso di Positano, uno tra i più caratteristici paesi che imperlano la meravigliosa costiera sorrentina ed amalfitana.

L’inconfondibile profilo d Positano (foto di Lorenza Fiorilli)

Il legame che la cultura italica ha con quella della Magna Grecia, lo ritroviamo in molte leggende che vedono come protagonisti paesi e città costiere del sud Italia, e anche Positano ne è una testimonianza: pare che il nome di questo centro marino,  arroccato sulle pendici dei Monti Lattari che si protendono verso il mare, sia legato al nome del dio del mare, Poseidone, il quale lo fondò in nome dell’amore da lui nutrito per la ninfa Pasitea.

L’Italia, però,  non è solo cultura classica ma anche cristiana, e la seconda leggenda sul nome di Positano è proprio legata all’effige della Madonna che si trovava su una nave, la quale fu colta da una tempesta proprio nei pressi della costa dell’attuale Positano e la leggenda vuole che i marinai sentirono la voce della Madonna dire loro: “Posa, Posa”, e la interpretarono come la volontà dell’effige di rimanere per sempre su quel tratto di costa.

Non è un caso che a Positano la chiesa più importante e anche quella universalmente conosciuta ed immortalata nelle foto, sia proprio quella dedicata a Santa Maria Assunta, la cui cupola è rivestita con le tipiche maioliche della zona. I colori sono il giallo e il verde, che ricordano il colore di un sole, il quale,  difficilmente, anche d’inverno, si scorda di baciare  Positano e il verde, che incornicia questo paese magicamente arroccato sulla roccia.

E i miti classici e le leggende avvolgono anche i tre isolotti ben visibili da Positano, noti con il nome di Isole Li Galli, o Le Sireneuse, per via della storia mitica che le vede protagoniste.

Le Isole Li Galli ben visibili mentre ci si avvicina a Positano (foto di Lorenza Fiorilli)

In lontananza, Le Isole Li Galli (foto di Lorenza Fiorilli)

Si narra, infatti, che proprio su quest’arcipelago formato da tre isolotti, Gallo Lungo, La Rotonda e La Castelluccia, vivessero delle Sirene, pronte ad ammaliare, con i loro canti, i marinai che transitavano  con le loro imbarcazioni. Sembra che di lì passò anche Ulisse, il quale riuscì a resistere alla soave bellezza di quel canto, facendosi legare all’albero della sua nave, evitando così il naufragio certo.

Di nuovo le Isole Li Galli (foto di Lorenza Fiorilli)

 

Le case bianche, i rampicanti, la spiaggia di Marina Grande, il colore di un mare che ti accoglie come in un abbraccio: tutto rende Positano un luogo magico, e non è un caso che il cartello di benvenuto reciti “Positano città romantica”.

La spiaggia di Marina Grande (foto di Lorenza Fiorilli)

Il cartello di benvenuto a Positano (foto di Lorenza Fiorilli)

A Positano sembra che l’estate non vada mai via: le foto che corredano questo mio articolo sono state scattate un fine novembre: chi potrebbe affermare, tranne che per la spiaggia priva di ombrelloni e di bagnanti, che mancasse solo  qualche settimana a Natale?

Alessandra Fiorilli

Venzone: il simbolo di una rinascita, della forza, della collaborazione cittadino- istituzioni

 

Corre l’anno 1976: sono le 21 di giovedì 6 maggio.

La terra trema: una prima scossa pari al grado 6,5 della Scala Richter sconquassa il Friuli Venezia Giulia.

Dalle televisioni giungono immagini di devastazioni, distruzioni, strade squartate a metà, case  sbriciolate e delle quali non rimangono che macerie e ricordi sepolti.

Occhi gonfi di lacrime, mamme piegate a metà dal dolore, uomini impolverati che si danno da fare per tornare alla vita, o a quella che resta.

Da tutta Italia giungono aiuti e in molti si chiedono cosa ne sarà di Gemona, Osoppo, Venzone e degli altri centinaia di centri devastati dal sisma.

Invece, proprio da questi luoghi arriverà una grande lezione di buona amministrazione e di una volontà ferrea che farà di questi paesi, specie di Venzone, il simbolo di una ricostruzione che non conoscerà lentezze burocratiche, né intoppi, né freni.

2100 abitanti circa, Venzone, in provincia di Udine, sorge a 230 metri d’altitudine, tra due valli che lì vi confluiscono.

Il cartello di benvenuto a Venzone (foto di Lorenza Fiorilli)

Conosciuto sin dall’epoca dei Celti e divenuto con i Romani un punto strategico per i commerci, nel XIII secolo il centro storico viene munito di una doppia fila di mura attorno alle quali corre un sentiero di impronta celtica.

Il camminamento intorno alle Mura (foto di Lorenza Fiorilli)

L’ingresso del Duomo  (foto di Lorenza Fiorilli)

Particolare del Duomo (foto di Lorenza Fiorilli)

Il campanile

Il Duomo di Sant’Andrea Apostolo (foto di Lorenza Fiorilli)

La piazza dove si affaccia il Palazzo Comunale (foto di Lorenza Fiorilli)

Bifore del Palazzo Comunale (foto di Lorenza Fiorilli)

 

Nel 1965 Venzone è dichiarato “Monumento nazionale di grande interesse storico ed artistico” ma quando arriva il terremoto del 1976 tutto cade giù, si sbriciola, si disgregano vite e case, chiese e strade.

Ma i friulani vogliono che Venzone sia ricostruito “Dov’era e com’era”: seguiranno anni di sacrifici, abnegazione, e una proficua e strettissima collaborazione tra gli abitanti e le amministrazioni pubbliche.

Ce la fanno.

Venzone rinasce…rinasce con le sue case, le sue strade, la sua chiesa, della quale, dopo il terremoto, si riescono a salvare 9000 pezzi che verranno poi usati per la ricostruzione fedele, il più possibile, al pre-sisma.

Visitare Venzone è un’esperienza che ti accompagnerà per sempre, anche dopo aver lasciato alle spalle il cartello che dice:” Benvenuti a Venzone”.

Tra il Duomo e Via Albero Del Colle,  c’è una piccola area giochi perfettamente tenuta, pulita ed ordinata, proseguendo lungo Via Glizoio Di Mels si giunge al Palazzo Comunale e proseguendo per Via Mistruzzi si può visitare, presso il Palazzo Orgnani-Martina una mostra permanente sul terremoto del 1976, con video, filmati originali, foto d’epoca, a testimonianza che più forte della morte, della distruzione e della disperazione, fu la volontà di rinascita.

Un particolare dell’area giochi (foto di Lorenza Fiorilli)

Il Palazzo Comunale (foto di Lorenza Fiorilli)

Il porticato  sotto il  Palazzo Comunale (foto di Lorenza Fiorilli)

Porta  San Genesio (foto di Lorenza Fiorilli)

Mura di cinta (foto di Lorenza Fiorilli)

Una rinascita che è sotto gli occhi di tutti e che si chiama Venzone, dichiarata nel 1991 dalla Comunità Europea “Villaggio ideale dove vivere”  e che nel 2017 è stato incoronato il “Borgo più bello d’Italia” dalla trasmissione trasmessa dai Rai 3 “Alle falde del Kilimangiaro”.

Alessandra Fiorilli