Quella cuccia vuota…

La sua cuccia vuota, la ciotola senza più croccantini, il suo gioco preferito non più in giro per le stanze, il silenzio della casa senza più il suo abbaiare o miagolio, quel dolce rumore delle sue zampe quando ci veniva incontro…

Quella sensazione di vuoto, di tristezza, di malinconia, di rabbia, di abbandono che si prova quando ci lascia per sempre un animale che abbiamo amato, anzi, che amiamo, perché la morte di un qualunque essere vivente, umano o non, non spezza il legame d’amore.

Purtroppo molte persone non riescono a comprendere quanto dolore sia causato dalla perdita di un animale domestico e continuano a proferir parola: “Ma era solo un animale!”,Ne prenderai un altro!”,Ora stai esagerando!”, senza sapere quanto fastidio possano arrecare con quelle frasi.

La morte di una animale con cui abbiamo percorso un pezzo della nostra vita, più o meno lungo, è, invece, un vero e proprio lutto e come tale va rispettato e va affrontato. Ovviamente, ogni persona reagisce in modo diverso, e queste differenze dipendono anche dal periodo che stiamo attraversando  in quel momento e dalla fase di vita in cui sperimentiamo quella perdita: un bambino, un adulto o  una persona anziana per la quale il suo “amico peloso”  era l’unica compagnia, avranno modi diversi di affrontare  la mancanza di un cane,  di un gatto o di qualunque altro animale.

Molto delicato e controverso è anche un altro aspetto: quello dell’eutanasia, ma le emozioni contrastanti di questo aspetto possono comprenderle fino in fondo solo chi ha affrontato questa esperienza. Da un lato si vuole continuare a tenerlo con sè, e da un altro il veterinario di fiducia che ti fa notare quanto tu sia egoista, perché la vita per il nostro animale è diventata, ormai, troppo dolorosa. Quando, dopo notti insonne e lacrime versate, si arriva alla seconda decisione, si è assaliti da rimorsi e sensi di colpa, come conferma anche uno studio di ricercatori statunitensi che ha affermato che il cinquanta per cento dei proprietari che hanno fatto sopprimere il proprio animale si senta in colpa e rimugini sul passato e sulle cose che avrebbe potuto fare prima.

Perdere un animale è come perdere un pezzo della nostra vita, ma bisogna accettare e superare il lutto, ognuno con i propri tempi.

Come non esiste un amore di serie A e di serie B, così non esiste un dolore di serie A e di serie B.

Può essere difficile comprendere a pieno tale dolore per chi non ho lo ha vissuto, ma che, almeno, venga rispettato.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il pettegolezzo: “innocuo passatempo” o “freccia velenosa” ?

Chi ha fatto cosa? Ma davvero dici?”.   “Hai visto quella lì? Dicono che…”.  “Sembra che abbia fatto..”

Queste e altre frasi si ritrovano nel pettegolezzo, una forma di comunicazione non necessaria e che non porta a nessun obiettivo in particolare.

Anche se può sembrare un argomento “frivolo” o di poco conto, in realtà il pettegolezzo è studiato da diversi psicologi che si occupano di comunicazione e molti ricercatori hanno messo in atto diversi esperimenti per comprenderne meglio le dinamiche.

Se prendiamo un comune vocabolario, sotto il termine “pettegolezzo” troviamo scritto: “Chiacchera inopportuna, indiscreta o malevola”.

Esso comporta diverse informazioni trasmesse di bocca in bocca, che passando da un soggetto ad un altro vanno incontro alla riduzione o aggiunta di particolari, ad omissioni, a deformazione, e questo porta alla conseguenza che la “notizia” di partenza si modifichi. Si parla, in questo caso di accentuazione, ovvero il fenomeno per il quale alcuni particolari scompaiono mentre altri diventano salienti e proprio intorno a questi ultimi si crea la diceria.

Diversi studi hanno sottolineato una caratteristica comune nel pettegolezzo: quella dell’asimmetria sociale, ovvero sono soprattutto le azioni e i comportamenti dei personaggi pubblici o delle persone che occupano una posizione sociale superiore ad essere oggetto di dicerie.

Inoltre, sempre secondo alcuni ricercatori, il pettegolezzo è un indicatore dell’invidia sociale: chi mette in atto i pettegolezzi, di solito, non è nella condizione di fare ciò che la persona oggetto della diceria fa o è in grado di fare.

Un’altra caratteristica del pettegolezzo è quello di essere considerato, da chi lo ascolta, un’informazione molto credibile: anche se non ha nessun fondamento razionale ed oggettivo, esso viene trattato come fosse un’informazione scientifica e documentata.  Questo perché, la maggior parte delle volte, le dicerie vengono messe in giro da persone con legami interpersonali forti, come un parente, un vicino di casa, un compagno di scuola, la cui credibilità non viene, pertanto, messa in discussione da chi ascolta. Ma, nonostante questa peculiarità del pettegolezzo, esso diventa, quasi in modo paradossale, impersonale, cioè, la responsabilità diventa impersonale, e questo fenomeno è ben esemplificato dalle premesse dei discorsi, quali: “Si dice che..”,Sembra che..”,  “Hanno visto..”.

A volte, il pettegolezzo può trasformarsi in maldicenza, che ha lo scopo di denigrare, calunniare ed infangare il buon nome di che ne è vittima. Essa rappresenta una vera e propria forma indiretta di violenza e di aggressione indiretta; uno studio condotto da un gruppo di psicologi britannici ha messo, infatti, in evidenza come le aggressioni dirette (ovvero quelle fisiche) e quelle indirette (verbali) svolgano funzioni simili.

Non si ferisce solo con una spinta o con uno schiaffo, ma anche con le parole e con chiacchere che molti considerano innocue o un “semplice” passatempo.

                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il secondo cervello? Nella pancia!

Alla maggior parte delle persone sarà capitato, dopo una discussione, una delusione, una preoccupazione, di manifestare sintomi quali crampi allo stomaco, nausea, bruciori, gonfiore o di non riuscire a mangiare sperimentando la sensazione di “stomaco chiuso”.

Il nostro intestino è uno dei primi bersagli degli effetti psicosomatici correlati allo stress; siamo in presenza, quindi, di somatizzazione, ovvero il fenomeno per il quale sperimentiamo sintomi fisici che però non hanno nessuna causa organica.

Diverse ricerche scientifiche hanno dimostrato che eventi stressanti provocano disturbi e, in alcuni casi, anche lesioni al sistema digerente. Si parla, in questi casi, di patologie funzionali, ovvero senza una causa organica nota, e tra queste troviamo la sindrome del colon irritabile.

Perché avviene tutto ciò? Perché quando proviamo emozioni negative abbiamo ripercussioni specialmente sul nostro apparato digerente?

In quest’ultimo si trova un gruppo di cellule nervose, dette, nel loro complesso, cervello addominale; tali cellule comunicano con il nostro sistema nervoso: c’è, quindi, uno “scambio di informazioni” tra i nostri “due cervelli”.

Il cosiddetto cervello addominale è in grado di funzionare in modo autonomo, come se fosse, appunto, un secondo cervello, e controlla le contrazioni intestinali e il flusso sanguigno nella parete intestinale.

Le aree cerebrali coinvolte nella reazione allo stress provocano delle secrezioni di ormoni e neurotrasmettitori che intervengono sull’intestino, e quest’ultimo invia al cervello messaggi che provocano, a loro volta, un nuovo rilascio delle stesse sostanze, in una specie di circolo ininterrotto. In situazioni di stress vengono, perciò, prodotte da diverse aree cerebrali alcune molecole, presenti anche nell’apparato digerente, che, una volta rilasciate, provocano alterazioni del funzionamento intestinale.

Diversi sono gli effetti di un evento stressante sull’apparato digerente: dolori durante la digestione, accelerazione dell’attività del colon, alterazione della flora intestinale, fino alle infiammazioni croniche.

Ovviamente, ognuno reagisce in modo diverso agli eventi negativi o traumatici e anche in caso di disturbi legati all’apparato digerente, diversa sarà la loro entità. I disturbi intestinali, così come altri disturbi psicosomatici, dipendono dalla capacità di adattamento psicologico del singolo individuo: in caso di adattamento positivo, l’organismo ritrova un nuovo stato di equilibrio, mentre in presenza di un adattamento negativo, l’organismo si esaurisce e lo stress provoca, di conseguenza, disturbi fisici.

Alcune volte non possiamo impedire agli gli eventi negativi di accadere, in quanto non dipendono da noi, ma possiamo comunque imparare a gestirli e ad affrontarli. In particolare, coloro che somatizzano soprattutto a livello dell’apparato digerente possono mettere in atto alcuni comportamenti, alcune piccole accortezze per fare in modo di non peggiorare i loro disturbi; ad esempio consumare i pasti in un clima rilassato, sedersi a tavola con persone con le quali fa piacere stare insieme ed evitare discussioni nelle ore che precedono e seguono i pasti.

La prossima volta, pensiamoci bene prima di accettare un invito a pranzo da una persona con cui non ci sentiamo a nostro agio!

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Uno straordinario giorno normale…

Quanti di noi, a fine giornata, prima che le nostre vite fossero sconvolte da questa tragedia, esclamavano: “Oggi è stato come ieri! Non è successo niente di particolare! Le solite cose!”.

Ecco, credo che in futuro sarà una frase che non ripeteremo tanto spesso, perché ognuno di noi ormai ha capito l’importanza di ogni singolo giorno, di ogni singolo minuto che trascorriamo in serenità e libertà.

A questo proposito, lascio parlare al mio posto, una metafora, che viene usata dagli psicologi per formare gruppi di lavoro.

 La lessi per la prima volta sedici anni fa, su un libro sul quale stavo preparando il mio ultimo esame universitario.  Spero che vi faccia riflettere ed emozionare.

Buona lettura.

                                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il paese dei giorni

C’era una volta il paese dei giorni. Lì abitano tutti i giorni che sono già accaduti e quelli che verranno. In questo paese abita una famiglia nobile, che ha dato i natali a tanti giorni importanti della storia dell’uomo: il giorno della scoperta del fuoco, quello della ruota, dell’America, quello della rivoluzione francese, quello della carta dei diritti dell’uomo, un altro ancora della liberazione.

Ora questa famiglia sta aspettando un nuovo giorno e c’è molta trepidazione. Tutti sperano che questo nuovo giorno diventi famoso come gli altri parenti: ma questo lo potranno sapere con certezza solo dopo alcuni anni.

Così il nuovo nato arriva sulla terra e comincia il suo giro esplorativo. E come ogni neonato è curioso, pronto a scoprire tutte le cose belle, nuove, creative che ci sono in questo giorno, unico nella storia del mondo, che non c’è mai stato prima e non ci sarà mai più. E’ affascinato da tutto ciò che vede, dalle semplici cose quotidiane che accadono in ogni famiglia. Al nuovo giorno tutto sembra meraviglioso, straordinario e non vede l’ora di poter raccontare ai suoi genitori, e a tutta la sua numerosa famiglia riunita, tutte le cose che ha visto. Arriva la notte fonda e lui sa che il suo giorno è finito e che un altro giorno sta per nascere.

Allora discretamente si allontana e torna nel paese dei giorni.

Appena arrivato a casa i genitori e i familiari riuniti gli chiedono di raccontare cosa ha fatto o visto accadere. E lui racconta di colazioni consumate in famiglia, di genitori che sia amano, di giardini con nonni e nipotini, di mamme che generano figli, di feste di compleanno, di matrimoni tra giovani amanti.

E si accorge che i genitori pongono domande strane a cui non sa bene come rispondere. Gli chiedono se si è sposato qualche re, se è stato assegnato un qualche premio nobel, se qualche sportivo ha raggiunto un nuovo record, se qualche scienziato ha scoperto qualcosa di sconvolgente e lui che ha girato per tutta la terra sa che non è successo niente di tutto questo.

Allora i fratelli e i cugini cominciano a chiedergli se è successo almeno qualche disastro ferroviario o aereo, qualche catastrofe naturale, qualche nubifragio o terremoto. Ma il nuovo giorno continua a dire no, niente di tutto questo. Tutto quello che ha fatto o visto accadere l’ha già raccontato. I genitori e tutta la famiglia sono molto delusi da questo nuovo rampollo, e temono che non verrà ricordato dalla storia dell’uomo.

Eppure il bambino sa in cuor suo che invece è stato un giorno straordinario, unico. Lui sa di avere tanti ricordi teneri, fatti di semplicità e affetto che nessuno potrà portargli via.

Finalmente, dopo un po’ di tempo, arriva la tanto attesa lettera, quella che informa sull’importanza riconosciuta dagli esperti a quel giorno. Sulla lettera vi è la prova scritta e la famiglia potrà verificare se questo figlio è degno del casato o se ne sarà il disonore.

Sono tutti riuniti e con molta trepidazione aprono lentamente la busta per leggere velocemente che il giorno del loro ultimo nato è stato eletto “giorno della pace universale”.

Il fatto che in quel giorno non fosse successo niente di particolare, nessun grande avvenimento, e soprattutto nessuna disgrazia, lo aveva reso davvero straordinario.

(Brano tratto da “I porcospini di Schopenhauer”, di Consuelo Casula. Edizioni Franco Angeli).

Il potere della mente

Alzi la mano chi, nel corso della sua vita, non ha mai sognato ad occhi aperti, non ha mai fantasticato, specialmente da giovane, sul proprio futuro o su una situazione che desiderava che accadesse.

Ecco, la buona notizia è che quello che immaginiamo nella nostra mente può realmente concretizzarsi. In che modo? Grazie alla tecnica della visualizzazione creativa.

Il grande Walt Disney che ha fatto, e che fa tuttora, sognare, ridere, piangere, emozionare il mondo intero grazie ai suoi personaggi diceva: “If you can dream it, you can do it”, ovvero “Se puoi sognarlo, puoi farlo”, frase che mi trova pienamente d’accordo.

Io, però, la riformulerei così: “Se puoi visualizzarlo nella tua mente, accadrà veramente”. Si, perché c’è una differenza tra il sognare ad occhi aperti e la visualizzazione creativa: nel primo ci si immagina come spettatori di una situazione come se si vedesse un film, nel secondo caso, ovvero nella visualizzazione, chi immagina, sperimenta quella situazione, quell’evento in prima persona, cercando di percepirla il più reale possibile. In questa tecnica si visualizza nella mente la situazione che vorremmo si realizzasse nei minimi particolari, facendo attenzione ad attivare anche tutti i nostri sensi: olfatto, udito e tatto.

Faccio un esempio: un atleta che deve correre una gara dei cento metri, visualizzerà nella sua mente il momento in cui si trova ai blocchi di partenza, percepirà la consistenza della terra battuta con i polpastrelli, udirà lo sparo che segna l’inizio della gara, sentirà i muscoli delle gambe che lavorano, l’odore acro del sudore, l’aria calda che gli accarezza la pelle, e alla fine vedrà il traguardo e lo taglierà per primo.

Nel sogno ad occhi aperti, invece, avrebbe immaginato solamente il momento della vittoria come se, in realtà, non fosse lui il protagonista della situazione.

Questa tecnica può essere messa in atto in diversi ambiti e con molteplici scopi: per attuare un cambiamento comportamentale, per rafforzare la propria autostima, per superare momenti di difficoltà, per migliorare il proprio benessere fisico e psichico, per migliorare la qualità della vita.

La creazione di un’immagine mentale simile alla situazione reale fa sì che la mente reagisca come se si trovasse di fronte alla realtà: possiamo, in un certo senso, “ingannare” la nostra mente.

Quest’ultima, infatti, lavora per immagini; ciò significa, ad esempio, che se ascoltiamo pronunciare la parla “sedia”, noi visualizziamo in automatico, nella nostra mente, l’immagine di una sedia.

La visualizzazione mentale produce gli stessi effetti fisiologici della situazione reale: immaginare di vincere una gara di cento metri produce la stessa euforia ed emozione del vincerla realmente.

Quindi quando stiamo attraversando una situazione difficile, quando stiamo vivendo un momento di difficoltà o di dolore, quando ci sembra di non trovare vie di uscita, rechiamoci in un posto dove possiamo stare soli, magari la sera prima di addormentarci, cerchiamo di rilassarci, e cominciamo a visualizzare la situazione che vorremmo accadesse; dimentichiamo un presente difficile e creiamo ognuno la nostra realtà.  Se non riuscite le prime volte, non scoraggiatevi: l’immagine va visualizzata più volte in uno stesso giorno e per un periodo di tempo prolungato.

Tornando a Walt Disney, la frase che più mi emozionava da piccola era cantata da Cenerentola: “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà..”.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

L’importanza della libertà e la forza della gratitudine

In questo periodo così delicato per tutti noi, in questi giorni in cui viviamo sospesi in un limbo e nei quali ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a qualche buona notizia, a causa di questa epidemia che sta destabilizzando il mondo, ho riflettuto sul fatto che la maggior parte delle persone non si rende conto di quello che ha fino a quando sta per perderlo.

Sto parlando della libertà.

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Solo fino a qualche settimana fa sembrava normale, se non perfino banale, alzarci dal letto la mattina, andare a bere un caffè al bar insieme ad un collega o ad un amico, accompagnare i propri figli a scuola e poi recarsi al lavoro. E nel pomeriggio chi andava in palestra, chi alla partita di calcetto, chi a prendere un aperitivo e chi, semplicemente, a trovare un amico a casa.

A volte consideravamo una noiosa routine andare a fare la spesa, portare il cane a fare una passeggiata, accompagnare i figli al corso a scuola o in piscina.

Appena potevamo, prenotavamo un biglietto aereo o ferroviario, una camera in albergo e dei ticket on line per un museo. Nei weekend chi andava a vedere l’ultimo film di quel famoso regista, chi la mostra del suo pittore preferito, chi una commedia a teatro, chi allo stadio a tifare la sua squadra del cuore.

Ora questa noiosa, stupida, banale libertà ci è stata in parte tolta, ad alcuni in modo più pesante, ad altri in modo più lieve.

Sono convinta che ogni dolore, avversità, ogni limitazione, delusione, serva a qualcosa.

E’ vero che da ogni cosa che accade nella vita bisogna saper prendere il meglio, bisogna volgerlo a nostro favore.

E da questa situazione cosa impareremo?

Impareremo ad amare e apprezzare la nostra libertà; impareremo a non dare più nulla per scontato, neanche una semplice passeggiata, neanche un abbraccio, neanche la cosa che sembra la più semplice e banale; impareremo a provare gratitudine per tutto ciò che abbiamo. Si, gratitudine, sentimento che in pochi sperimentano al giorno d’oggi.

Saremo grati per ogni singolo gesto, per ogni noiosa, stupida e banale azione che potremo svolgere in piena libertà.

I colleghi ci sembreranno più simpatici, i professori meno severi, i treni più comodi, il verde degli alberi più verde, il caffè del bar più cremoso.

Saremo grati alla vita per la vita stessa.

                          Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Rispetto,per favore…

Questa volta parlerò del rispetto, sempre meno conosciuto e praticato dagli esseri umani.

Il vocabolario cita, sotto questa voce: “Sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi”.

Il perché mi è venuto in mente di parlare di questo argomento ve lo spiego subito:

l’altra mattina sono scesa in spiaggia portando con me anche un pacchetto di cracker, nel caso mi venisse un “languorino” prima di pranzo; c’erano pochissime persone ma diversi gabbiani che cercavano tra la sabbia dei residui di cibo lasciato dai bagnanti o un pezzetto di pizza caduta dalle mani di un bambino. Allora ho preso i miei cracker, li ho spezzati con le mani e li ho dati a loro, che certamente avevano più fame di me.

Gabbiani in spiaggia (Foto di Lorenza Fiorilli)

E mentre mangiavano voracemente, un bambino, correndo, li ha spaventati e li ha fatti volare via; io gli ho fatto notare che se fosse rimasto lì, loro non sarebbero tornati, ma non mi ha ascoltato; certo, era solo un bambino, ma neanche il padre, presente alla scena ha proferito parola.

L’altro pomeriggio, sempre in spiaggia, due bambine hanno detto l’una all’altra : ”Tiriamo la sabbia ai gabbiani così vanno via!”, senza che quei volatili stessero dando fastidio a nessuno.

I placidi gabbiani (foto di Lorenza Fiorilli)

Ecco, queste due scene mi hanno dato molto fastidio per la mancanza di rispetto verso degli esseri viventi che non stavano disturbando nessuno. Il rispetto si deve imparare da bambini, ma se nessuno glielo insegna, non è una cosa così facile.. Il rispetto verso chi è diverso da noi, verso chi ha preferenze e gusti che non sono i nostri, verso chi è di un’altra cultura, il rispetto, semplicemente, verso un altro essere vivente distinto da noi.

Un primo piano di un dolce gabbiano (Foto di Lorenza Fiorilli)

Se non si attua ciò, ci sarà sempre qualcuno che si crederà superiore e si sentirà in diritto di mettere in atto soprusi verso gli altri.

Stavolta il mio articolo sarà più breve perché, al mio posto lascio parlare una metafora, che ho letto per la prima volta in uno dei libri sul quale preparai il mio ultimo esame universitario e che tratta dell’importanza del rispetto verso le differenze di ognuno e della capacità di potersi arricchire proprio di queste differenze. No, non è una favola per bambini, anche se, quando comincerete a leggerla, vi sembrerà così; vi invito a non fermarvi alle prime righe.

Buona lettura.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

L’aquila e il gabbiano

 C’era una volta un’aquila che viveva in una grande isola e amava volare sulle alte cime dei monti. Amava volare con le proprie ali seguendo e facendo sua la forza del vento.

Un giorno l’aquila vede un bellissimo gabbiano che si era allontanato dal porto e si era spinto quasi a raggiungere le alte vette. I due subito si innamorano a da allora amano trascorrere tanto tempo volando insieme. Il gabbiano mostra all’aquila la bellezza dei porti con le sue navi e i suoi anfratti, e l’aquila gli fa provare l’ebbrezza del volare in lato sino a raggiungere le più alte cime dei monti dell’isola. All’inizio tutto è bellissimo e ognuno scopre il fascino del mondo dell’altro.

Dopo un po’ di tempo però, l’aquila si accorge che il gabbiano tende a voler trascorrere sempre più tempo vicino al suo porto e al suo mare e meno ad avventurarsi per le alte montagne. Ogni volta che l’aquila gli fa la proposta di andare a volare nell’alto dei cieli il gabbiano trova una scusa. L’aquila per qualche tempo rinuncia ai suoi voli, ma dopo un po’ sente che le sue ali hanno voglia di sgranchirsi e va a fare un giro da sola. Ma quando torna il gabbiano fa il broncio, è offeso. E dice all’aquila che il fatto che voglia volare così in alto vuol dire che non gli vuole più bene. L’aquila cerca di fargli capire che non è così, che lo ama profondamente. La natura le ha dato grandi ali per volare in alto e lei non fa altro che seguire la sua natura, così come il gabbiano segue la sua. Il gabbiano non si fa convincere dal discorso dell’aquila e pensa che se il problema sta nelle grandi ali dell’aquila, la soluzione sta nel tarpargliele. E così, di notte, mentre l’aquila dorme tranquillamente al suo fianco il gabbiano prende delle forbici e, notte dopo notte, spunta un po’ le ali dell’aquila, senza che questa se ne accorga.

Un giorno, mentre sta cercando di volare verso la sua montagna preferita, l’aquila sente di non farcela, si sente stanca, sente il suo corpo pesante e nonostante i suoi sforzi, non ce la fa a salire in cima. Sta per desistere quando incontra una maestosa vecchia aquila che vola lentamente con le sue grandi ali spiegate. La vecchia aquila vede quest’aquila che fa fatica a volare e nota subito le ali tarpate a forma di gabbiano: capisce che qualcuno deve averle giocato un brutto scherzo. La vecchia aquila le si avvicina e le chiede se vuole fare un giro sulle sue ali, visto che sembra così stanca. L’aquila ringrazia e accetta. Allora l’aquila saggia la prende su di sé e volando la porta in cima al monte. Quando arriva in cima al monte l’aquila si sente rinascere. Ma dopo un po’ diventa triste al pensiero che il suo amato gabbiano le farà il broncio quando tornerà. L’aquila saggia vede il cambiamento di umore e le chiede cosa stia pensando. L’aquila si confida e le racconta che il suo amato gabbiano preferisce stare vicino al porto dove sono ancorate tante navi e non vuole volare in alto, sfidare la forza del vento e misurare la potenza delle sue ali.

Dopo aver ascoltato, la vecchia aquila saggia le dice che anche i gabbiani possono volare in alto. A una condizione, però, che lo vogliano veramente e che non si facciano prendere dal caldo torpore marino e non si facciano sedurre da tutte quelle navi ancorate ai porti. E comincia a raccontare le avventure di un gabbiano che aveva conosciuto tempo prima, un gabbiano chiamato Jonathan Livingston che amava sfidare la sua natura e che era riuscito a raggiungere cime e vette altissime.

L’aquila sta alcuni giorni in compagnia della vecchia aquila saggia ascoltando i racconti sul gabbiano Jonathan Livingston, così capisce che anche il suo gabbiano può volare in alto: deve però essere lui a volerlo.

E stando lì sue ali ricrescono e si rinforzano.

Un giorno si accorge di essere nuovamente in forza e si sente pronta per ritornare dal suo gabbiano. Ringrazia, saluta la vecchia aquila saggia e va. Appena arriva dal gabbiano lo abbraccia felice e gli racconta del suo incontro con la vecchia aquila saggia e le storie sul gabbiano Jonathan Livingston che ha sentito. Ma il gabbiano non ha voglia di ascoltarla. E’ offeso e convinto che ormai l’aquila non lo ami più.

Allora l’aquila con calma gli dice di ascoltarla molto bene perché ha una cosa importante da dirgli. E così gli dice: “Ogni creatura umana ha delle differenze e ognuno può amare, apprezzare e rispettare le differenze di ciascuno. La mia natura mi ha dotato di grandi ali scure con le quali volare nell’alto nei cieli. La tua natura ti ha dotato di bellissime ali bianche con le quali sorvolare mari e monti. Entrambi abbiamo le ali, entrambi possiamo volare in alto e possiamo volare da soli o in compagnia. A me piace volare con te ma non posso più trascorrere tutto il mio tempo a stare nel porto ad apprezzare le navi ancorate. Ho bisogno di volare in alto come mi spingono le mie ali. Mi piacerebbe volare con te, averti al mio fianco, però posso anche capire che tu preferisca crogiolarti al caldo del sole. Ognuno ha una sua natura da riconoscere, rispettare e onorare. E ognuno ha anche la libertà e la volontà di impegnarsi in una sfida per superare la presunta limitatezza delle proprie ali”.

Questo discorso così chiaro colpisce il gabbiano e lo commuove. Sente che l’aquila ha ragione e allora le dice: “Raccontami ancora le avventure del gabbiano Jonathan Livingston in modo che io possa imparare a volare più in alto”.

(brano tratto dal libro “I porcospini di Schopenhauer” di Consuelo Casula, Franco Angeli Editore)

 

Buttare o non buttare? Questo è il dilemma!

 

Sarà capitato a tutti di fare le cosiddette “grandi pulizie”: svuotare e riordinare cantine, garage, ripostigli, cassapanche o scatole che non aprivamo da parecchi anni e che contenevano vecchi documenti o fotografie.

 E alzi la mano chi non ha mai pronunciato almeno una di queste frasi:Può sempre essere utile”, di fronte ad qualcosa che non abbiamo mai usato; “Lo avevo ancora conservato???  Non lo avevo già buttato?”, riferendosi ad un oggetto che la nostra mente non ricordava quasi più; “Beh, è ridotto male, ma è un ricordo di mamma/papà/nonno-a/zio-a/ cugino-a/ migliore amico-a” parlando di un vecchio regalo al quale teniamo particolarmente; “Si, come no! E io ci credevo pure!”, leggendo un bigliettino di San Valentino di un ex con su scritto “Insieme per sempre”; “Come sono invecchiato/a!” guardando una vecchia fotografia.

E quando ci troviamo di fronte a vecchi regali, biglietti di auguri, vestiti che non vanno più, ognuno di noi si trova a dover rispondere alla fatidica domanda: “Lo butto o lo conservo?”.

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Sembra una cosa sciocca ma non lo è: di fronte a questa decisione entrano in gioco molteplici fattori, in particolare quelli emotivi. Ogni oggetto, che sia un vestito, un giocattolo di quando eravamo bambini, una cartolina, porta con sé tutte le emozioni, positive o negative, di quel particolare periodo o ci ricorda una persona che magari non c’è più. Ci si trova da soli, con quell’oggetto in mano e ci si sente dubbiosi sul da farsi.  Ma, alla fine, riusciamo sempre a prendere una decisione; e quando si decide di non conservarlo è perché facciamo appello alla nostra parte razionale oppure perché preferiamo tenere con noi il ricordo di quell’oggetto piuttosto che conservarlo fisicamente.

Quando invece prendiamo la decisione di tenerlo, l’importante è che l’oggetto in questione susciti in noi emozioni positive o che sia legato a momenti piacevoli della nostra vita, in quanto conservare cose che ci ricordano persone con cui non abbiamo più un bel rapporto oppure oggetti che ci rimandano ad un momento spiacevole può essere d’intralcio al nostro cambiamento.

In che modo? Ce lo spiega lo space clearing”, ovvero “l’arte di fare spazio”, una disciplina che mette in stretta relazione l’ordine esteriore con quello interiore; secondo i fautori di questa disciplina dovremmo tenere con noi solo cose utili o che, comunque, suscitano in noi ricordi piacevoli ed emozioni positive. Conservare oggetti inutili o che riportano alla mente ricordi negativi o spiacevoli può impedirci di affrontare e accettare i cambiamenti che la vita ci offre, in quanto accumulare oggetti superflui può creare un “ingombro interiore” e diventare una “zavorra emotiva” che ci tiene ancorati ad un passato che non ci appartiene più.

Tale disciplina chiama gli oggetti inutili o superflui “clutter”, e sono tutti quelli legati ad esperienze passate che ci procurano emozioni negative quali tristezza, malinconia o rabbia, oppure oggetti che ci sono stati regalati da persone che, per qualche ragione, vorremo dimenticare.

Fare ordine nei nostri armadi e cassetti, quindi non è una cosa così banale, ma ordine e cambiamento sono spesso legati; non a caso, quando stiamo passando un periodo di trasformazione, quale può essere la fine di una relazione amorosa, il trasferimento in una nuova città, o un cambio di lavoro, viene voglia di riordinare; questo perché quando facciamo ordine nella nostra casa, mettiamo ordine in noi stessi.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

 

 

Crudeltà? No, grazie

 

Quante volte, ormai sempre più spesso, sentiamo o leggiamo notizie sulla crudeltà umana? Uomini che usano violenza sulle compagne, adolescenti che picchiano a sangue un senzatetto, persone che maltrattano e seviziano gli animali.

Ma perché succede tutto questo? Da cosa derivano i comportamenti violenti? Ci sono delle cause scatenanti?

Sull’origine dei comportamenti violenti sono state e vengono continuamente condotte numerose ricerche da parte di psichiatri, psicologi e criminologi. Tra questi lo psichiatra e criminologo Adrian Raine, che ha concentrato i suoi studi sulle basi biologiche e anatomiche della violenza, ha dimostrato che un cattivo funzionamento del cervello può aumentare la probabilità di mettere in atto comportamenti violenti; in particolare il distacco tra corteccia frontale e sistema limbico: ciò renderebbe l’individuo incapace di controllo e incapace di provare empatia.

Foto di Lorenza Fiorilli

E proprio di quest’ultimo concetto si è occupato lo psicologo britannico Simon Baron Cohen secondo il quale proprio l’assenza di empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri (sulla quale ho dedicato un mio precedente articolo che potete trovare su https://www.emozionamici.it/2018/04/11/empatia-questa-sconosciuta/ ),  sarebbe la spiegazione scientifica della cattiveria. Ovviamente, come sottolinea lo stesso Cohen, la sola mancanza di empatia non basta a giustificare un comportamento violento, ma sarebbe impossibile procurare volontariamente sofferenza ad un altro essere vivente se si provasse empatia.

Perché ho appena citato, volontariamente, essere vivente e non “persona” o “essere umano”? Perché la violenza si mette in atto anche verso gli animali; anzi, svariati studi realizzati negli Stati Uniti hanno dimostrato che la crudeltà contro gli animali è uno dei fattori predittivi di futuri comportamenti violenti verso altri esseri umani. Il risultato di numerose ricerche hanno mostrato che ragazzi che avevano ammesso di aver inflitto violenze contro gli animali, in seguito hanno commesso atti di delinquenza gravi quali furti o aggressioni. Ma non solo: gli adulti crudeli verso gli animali spesso sono gli stessi che picchiano la propria compagna, i propri figli o le persone più deboli. Una ricerca condotta su tale correlazione ha mostrato che quando un individuo di sesso maschile ha già minacciato di violenza il proprio animale domestico, quintuplica il rischio che la partner diventi anch’essa una vittima di violenza.

Ma che vissuto hanno le persone crudeli? In quale ambiente sono cresciute?

Un bambino cresciuto in un ambiente arido, ostile e di deprivazione affettiva avrà maggiori possibilità di diventare violento. Il famoso psicologo americano John Bowlby ha dedicato la sua vita allo studio delle cure nella prima infanzia concentrando le sue ricerche sul rapporto madre-bambino e su come questo possa influire sullo sviluppo di una personalità sana o disturbata, sviluppando la sua famosa “Teoria dell’attaccamento”; egli ha dimostrato, tra le altre cose, che l’attaccamento è uno degli elementi chiave nella formazione dell’empatia e che il comportamento antisociale si ha più frequentemente nei bambini che non hanno formato relazioni affettive stabili. Essenziale, quindi, è l’ambiente in cui cresce il bambino: se osserva altri comportarsi in modo crudele, svilupperà la consapevolezza che sia una cosa lecita e naturale. Un bambino educato alla violenza può subire quella che può essere denominata “dipendenza dal male”.

Concludendo, la violenza e la crudeltà, possono avere sia origini biologiche che ambientali, ma se si educasse al rispetto, all’amore, all’empatia verso ogni essere vivente, se ognuno si sforzasse di mettersi nei panni dell’altro, se quando si parla con un amico, con un conoscente, lo si guardasse negli occhi e lo si ascoltasse veramente, se i genitori facessero capire ai propri figli quando stanno mettendo in atto un comportamento violento o comunque poco rispettoso verso un animale o verso un coetaneo, forse si riuscirebbero a far diminuire atti crudeli e spietati.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

La resilienza: una capacità essenziale per superare le avversità della vita  

 

Sempre più spesso si sente nominare nei servizi giornalistici, in televisione o in radio il termine resilienza; ma cosa si intende con esso? E perché è così importante nella vita?

La psicologia ha preso “in prestito” questo concetto dalla fisica, con il quale si indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e di riacquistare un assetto più possibile simile a quello originario.

Come un pezzo di metallo può subire degli urti e ritrovare una nuova forma, anche gli esseri umani hanno in sé la capacità di fronteggiare e superare un evento traumatico od un forte stress. Ognuno di noi, chi più chi meno, ha dovuto fare i conti, nella vita, con un evento negativo: un lutto, una malattia improvvisa, la fine traumatica di una relazione amorosa, un tradimento da parte di una persona di cui ci fidavamo, un evento traumatico ed improvviso come un terremoto.

Una fotografia altamente simbolica: le increspature della vita dalla quali non dobbiamo mai farci travolgere e la bandiera che fluttua con il vento, non opponendosi ad esso…(Foto di Lorenza Fiorilli)

Quando l’essere umano si trova ad affrontare queste circostanze, le prime sensazioni sono impotenza, dolore, sconcerto, delusione, rabbia, frustrazione; alcuni si fanno abbattere da queste emozioni negative, altri no. Da cosa dipende ciò? Dal fatto di avere o no una personalità resiliente: ovvero, non solo di possedere la capacità di riuscire ad accettare e superare gli eventi negativi che la vita ci pone davanti, ma anche, e soprattutto, di vederli non come una sconfitta, non come una perdita di qualcosa o qualcuno, ma come una nuova opportunità da cui scoprire lati di noi che non sapevamo di avere, dalla quale rialzarsi e rinascere più forti di prima, dalla quale organizzare in maniera diversa la nostra quotidianità.

Non è semplice, e neanche immediato tutto ciò, ma come ha affermato lo psicologo statunitense George Bonanno : “Il genere umano è portato naturalmente alla resilienza”.

è essenziale, dopo una circostanza negativa o traumatica, non percepire noi stessi come vittime, non cadere nella trappola dell’autocommiserazione, non rassegnarsi con passività al corso degli eventi.

Ovviamente, ogni persona ha un proprio vissuto, ha un backgound culturale e sociale che può facilitare il mettere in atto un comportamento resiliente; ma ci sono alcuni fattori e risorse personali che possono contribuire a tutto ciò. Tra questi avere una rete sociale e affettiva di supporto, accettare i cambiamenti come parte della vita stessa, guardare agli eventi da un’altra prospettiva, perseguire sempre i propri obiettivi, nutrire l’autostima, prendersi cura di se stessi.

 

Non si può impedire agli eventi negativi di accadere, lo vorremmo tutti, ma la vita non va così: essa è piena di imprevisti, di sorprese, ma soprattutto di cambiamenti, che fanno parte della natura stessa:  come un albero non ha lo stesso aspetto in autunno e in primavera, il mare non ha lo stesso colore in Agosto o in Febbraio, il piumaggio degli animali muta al cambiare delle condizioni climatiche, noi non siamo le stesse persone di qualche anno o mese fa, e non saremo, tra qualche mese o anno, le stesse  persone che siamo oggi.

Facciamo in modo che gli urti che subiamo non ci spezzino, ma ci plasmino in una nuova forma.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa