Castel Roncolo: a Bolzano il maniero con il più grande ciclo di affreschi profani medievali di tutta Europa

di Alessandra Fiorilli

Il castello ha sempre rappresentato un luogo misterioso e pieno di fascino, la dimora cortese per eccellenza, l’ambientazione ideale per quelle stesse favole che tanto amavamo ascoltare prima che il sonno venisse a prenderci per mano, conducendoci nel mondo dei sogni.

E così, ancora oggi, nonostante l’infanzia sia una fase della vita ormai trascorsa, possiamo ancora perderci nel fascino degli antichi manieri, molti dei quali dominano dall’alto di uno sperone il territorio circostante, come il Castel Roncolo, nel comune di Bolzano.

Percorriamo assieme la storia di questo maniero che custodisce il più grande ciclo di affreschi profani di epoca medievale in Europa.

È il 1237 quando il vescovo di Trento concede l’autorizzazione ai fratelli Federico e Berardo Vanga di costruire un castello su uno sperone roccioso all’imbocco della Val Sarentino.

Il Castel Roncolo arroccato sullo sperone roccioso ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Nel 1385 la proprietà passa ad altri due fratelli, Niklaus e Franz Vintler, i quali, dopo aver ampliato il castello, decidono di trasformarlo in una residenza estiva di rappresentanza, facendo, così, decorare le stanze con affreschi meravigliosi che raccontano la vita del tempo, le abitudini della cavalleria e le leggende medievali.

L’ampliamento e l’abbellimento delle sale interne del castello rappresentano, per i fratelli Vintler, il simbolo di un’ ascesa sociale che consentirà loro, nel 1392, di entrare a far parte della nobiltà.

Questi stessi affreschi vengono poi restaurati da Massimiliano I, il quale  entra in possesso del castello nel 1490.

Anche nel 1538, quando la proprietà viene venduta ai Lichtenstein-Castelcorno, alcune pitture vengono rinnovate e sono apportati sulla struttura alcuni ammodernamenti.

Dal XVII secolo il castello conosce un degrado che verrà interrotto solo alla fine del XIX secolo quando passa all’Imperatore Francesco Giuseppe, il quale, dopo averlo fatto restaurare, lo dona, nel 1893, alla città di Bolzano, diventando, così, la splendida cornice di feste castellane e di concerti.

Dopo la seconda metà del XX secolo, lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini, alla ricerca di un luogo suggestivo dove girare alcune scene del suo Decameron, sceglie proprio Castel Roncolo, ma dopo questa breve avventura cinematografica, cade di nuovo nell’oblio e soltanto nel 2000 il maniero è pronto ad accogliere nuovamente i visitatori.

La Sala di Garello nel Palazzo Orientale ( ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

E sono proprio le sale affrescate a regalare un viaggio nell’epoca medievale attraverso il Palazzo Occidentale, che ospita affreschi sul mondo cortese, per passare poi alla Casa d’Estate, dove sono protagonisti  Tristano e Isotta ed il ciclo di re Artù, per giungere, subito dopo, al Palazzo Orientale

La Casa d’Estate ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

E se gli affreschi sono i protagonisti indiscussi della Sale del Castello, non meno affascinante è il soffitto originale della Stua da bagno, risalente al XIV secolo e dipinto con una volta stellata.

La Stua da bagno ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Nella Sala del torneo, invece, gli affreschi che la ornano ci prendono per mano, conducendoci nelle abitudini della società cortese, con momenti di caccia, di danza, di musica, di tornei cavallereschi.

La Sala del torneo ( Foto per gentile concessione di ©FONDAZIONE CASTELLI DI BOLZANO)

Gli affreschi non adornano solo gli interni delle sale del castello, ma anche la facciata esterna della Casa d’Estate con le Triadi, personaggi storici e leggendari, tra i quali spiccano Giulio Cesare e Re Artù. 

Castel Roncolo ospita anche una Mostra Permanente, inaugurata in occasione dei 25 anni dalla sua riapertura, ideata per far sentire il visitatore al centro dell’esperienza vissuta nelle Sale del maniero, e, strizzando l’occhio all’interattività, quegli stessi affreschi prendono vita: così si conosce da vicino la famiglia Vintler, ma anche le abitudini della società cortese, i suoi balli, le sue feste, la letteratura e le leggende.

Castel Roncolo è diventato anche un importante centro di cultura, con i suoi festival musicali organizzati dall’Istituto Culturale Alto Adige tra giugno e luglio, con i workshop. Il prossimo 16 ottobre, in occasione della Lunga Notte dei Musei di Bolzano, si avrà la possibilità di visitare gratuitamente i manieri ed i musei della città nelle suggestive ore serali e durante il corso della stessa giornata, in programma a Castel Roncolo, sono previsti anche appuntamenti pomeridiani dedicati ai più piccoli. Il mese di novembre ha, invece, in calendario l’esperienza educativa “Luce e fuoco” e, in collaborazione con la Bolzano Concerto Society, il concerto con violino di Giulia Rimonda.

E così gli antichi manieri, vestigia di un medioevo misterioso ma affascinante, tornano a noi, ci tendono la mano, ci accompagnano lungo i sentieri di una storia tutta da scoprire che, dopo aver varcato l’uscita, non sembra essere poi più così lontana.

                                 Alessandra Fiorilli

Palazzo Strozzi: laddove il fascino rinascimentale incontra l’arte contemporanea

di Alessandra Fiorilli

Palazzo Strozzi non è solo uno degli iconici edifici di Firenze, ma anche il simbolo di una rinascita e della chiara volontà di lasciare un segno indelebile della propria famiglia in quella stessa città che li aveva accolti due volte: la prima, nel XIII secolo, quando gli Strozzi si trasferirono nella città di Dante, e la seconda nel 1466, dopo aver trascorso mezzo secolo in quell’esilio deciso dai Medici.

Fu Filippo Strozzi il Vecchio a volere fortemente la costruzione del Palazzo che ebbe inizio il 6 agosto 1489 all’incrocio tra via Tornabuoni e via Strozzi. Gli artefici di quella che sarebbe diventata una tra le più rappresentative dimore signorili dell’epoca rinascimentale, furono i grandi nomi dell’epoca: Giuliano da Sangallo e Simone del Pollaiolo.

La facciata di Palazzo Strozzi, Credito foto: Fondazione Palazzo Strozzi

La pianta regolare e simmetrica, il bugnato digradante, le ampie bifore e il cortile colonnato sono gli elementi che ancora oggi caratterizzano l’impianto architettonico di uno dei palazzi fiorentini più iconici che, però, non riuscì ad essere completato a causa delle difficoltà politiche dell’epoca medicea, nonostante gli Strozzi fossero una tra le famiglie di più alto lignaggio e tra le più influenti sin dal loro arrivo in città nel XIII secolo.

Particolare del bugnato digradante e delle ampie bifore, Credito Foto: Fondazione Palazzo Strozzi

I rami filomedicei della famiglia Strozzi divennero, successivamente, i proprietari del palazzo che, dal XVI fino al XX secolo, fu sempre al centro delle loro attenzioni e delle loro cure, attraverso restauri e iniziative culturali. 

Il cortile colonnato, Credito foto: Fondazione Palazzo Strozzi

Il 1937 segnò l’acquisto dell’edificio da parte dell’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) e dopo una serie di restauri, lo splendido palazzo ospitò nel 1940 la “Mostra del Cinquecento Toscano” che ne inaugurò, così, la nuova veste di uno tra i più importanti spazi espositivi di Firenze.

Dal 2006 vi ha sede la Fondazione Palazzo Strozzi che lo ha reso un laboratorio culturale attivo tra tradizione e sperimentazione, attraverso un programma di mostre che spaziano dal Rinascimento ai panorami più contemporanei ed innovativi:  dal Verrocchio e Donatello ad artisti come Ai Weiwei e  Marina Abramović.

In primo piano, l’Autoritratto di Mark Rothko 01-DSA08025©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Dal 2024 l’iconico edificio è di proprietà del Comune di Firenze e, proprio la collaborazione tra i soggetti pubblici e partner non istituzionali, lo ha reso  una fucina di cultura ed innovazione, dove l’arte incontra i visitatori, provenienti da ogni angolo della terra, accogliendoli e parlando loro con nuovi linguaggi.


Due delle iconiche tele di Mark Rothko 22-DSB08317©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Un altro aspetto al quale la Fondazione tiene particolarmente è quello dell’accessibilità: l’arte diventa un percorso per tutti, abbattendo, così, barriere fisiche, sensoriali e relazionali.​​

Una suggestiva immagine dello spazio espositivo e di due opere di Mark Rothko 21-DSB08205©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

La collaborazione con scuole, biblioteche, università, associazioni e istituzioni del territorio rendono ancor più Palazzo Strozzi un punto di riferimento per l’arte e per la città: lo scorso anno sono state quasi 48000 le persone che hanno partecipato alle attività educative e culturali promosse dalla Fondazione.

Un fascino indiscusso, quello che Palazzo Strozzi esercita in particolar modo sugli amanti dell’arte contemporanea, come dimostrano i 385000 visitatori dello scorso anno, di cui 214300 “esclusivisti”,  come vengono denominati coloro i quali si sono recati a Firenze principalmente per visitare le esposizioni ospitate nello storico edificio, così come si legge nel Comunicato Stampa della Fondazione Palazzo Strozzi.

La mostra attualmente vede protagonista Mark Rothko, maestro dell’arte moderna, in un percorso espositivo che si snoda cronologicamente: dalle opere degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso,  le quali risentono del linguaggio proprio dell’Espressionismo e del Surrealismo, per arrivare agli anni Cinquanta e Sessanta, caratterizzati dalle celebri tele astratte create con campiture cromatiche. Le opere esposte provengono dai più celebri musei del mondo: il Museum of Modern Art (MoMA), il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.

Le iconiche tele con campiture fluttuanti 14-DSA08128©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

Più di 70 opere, molte delle quali mai esposte in Italia prima d’ora, potranno incantare, fino al 26 agosto prossimo, chi vorrà entrare nell’animo del grande artista Rothko, attraverso le sue iconiche tele di grandi dimensioni composte da “campiture fluttuanti e sovrapposte di colore”, come si legge nel comunicato stampa.

Altre tre grandi tele 16-DSA08146©photoElaBialkowskaOKNOstudio (Foto per gentile concessione della Fondazione Palazzo Strozzi)

La prossima mostra, dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027, sarà: “Broken. Il potere del frammento” che evocherà, attraverso ottanta opere, il fascino evocativo esercitato dal frammento nella storia della scultura, dall’archeologia all’arte contemporanea. Ottanta saranno le opere esposte a Palazzo Strozzi, capace di unire il fascino di un edificio rinascimentale con quello dell’arte contemporanea e dei suoi maggiori esponenti a livello mondiale.

Alessandra Fiorilli

Palazzo Medici Riccardi: tutto il  fascino della prima residenza della famiglia simbolo di Firenze

di Alessandra Fiorilli

La facciata austera di Palazzo Medici Riccardi fu voluta personalmente dal committente Cosimo il Vecchio che preferì Michelozzo a Filippo Brunelleschi, il cui progetto fu giudicato dallo stesso Cosimo “troppo sontuoso e magnifico”, in grado di suscitare invidie, da evitare accuratamente.

Dimora privata dei Medici, dove soggiornò uno tra i più illustri della casata, Lorenzo il Magnifico, accolse nelle sue stanze anche personalità di spicco dell’epoca, come Gian Galeazzo Maria Sforza, che fu poi riprodotto tra i personaggi della Cappella dei Magi.

Il 1494 è l’anno della cacciata dei Medici da Firenze e la Repubblica Fiorentina ne confiscò il Palazzo dove , però, nel 1512, la casata tornò a risiedervi fino al 1540, quando Cosimo decise di trasferire la loro residenza nel cuore della città, a Palazzo della Signoria.

Per quarantamila scudi, nel 1659, la dimora fu poi venduta al marchese Gabriello Riccardi il quale, ritenendo eccessivamente austero il palazzo, decise di intervenirvi con una serie di ampliamenti.

Le difficoltà economiche costrinsero la famiglia Riccardi a vendere l’intera proprietà che entrò nell’orbita del demanio nel 1819, salvo poi essere acquistata nel 1874 dalla Provincia di Firenze.

La facciata del Palazzo Medici Riccardi, ph.M. Quattrone (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Il “fil rouge” che legherà la famiglia Riccardi all’illustre casata dei Medici, lo si rintraccia ovunque nel Palazzo, a partire dal Giardino Mediceo, luogo molto amato dalla famiglia fiorentina per eccellenza, che qui vi trascorreva gioiosi momenti di convivialità.

Il Giardino Mediceo ©NicolaNeri298WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

 I Medici, fino al giorno del loro trasferimento a Palazzo della Signoria, intesero, infatti, quest’area verde come un matrimonio perfetto tra siepi, tra le quali spiccavano quelle di bosso, e capolavori d’arte, quali il gruppo “Giuditta e Oloferne” di Donatello. Durante gli anni in cui fu la famiglia Riccardi a godere di questo spazio verde, si intervenne con delle piccole trasformazioni, che non hanno fatto perdere, però, il fascino di un angolo dove l’animo respira e quasi  palpita all’unisono con le piante, i grandi vasi in terracotta ed i vialetti in ciottoli di fiume.

Uno scorcio del Palazzo dal Cortile delle Colonne ©NicolaNeri328WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Anche nel Cortile delle Colonne, realizzato anch’esso da Michelozzo, che volle un  loggiato di cinque campate per lato, c’è il segno della continuità tra la famiglia dei  Medici e quella dei Riccardi che, nel 1700, intese trasformare il cortile in una sorta di museo dell’antichità, difatti è possibile ammirare busti antichi e frammenti di rilievi, mentre la statua “Orfeo che incanta Cerbero” di Baccio Bandinelli raffigura la concordia e l’armonia.

Il Cortile delle Colonne (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Dopo aver percorso lo scalone che conduce al primo piano, si accede alla Cappella dei Magi, una stanza quadrata con una scarsella sopraelevata che accoglie l’altare. Anche questo prezioso scrigno è stato progettato da Michelozzo, mentre fu Pagno di Lapo ad intagliarne l’incantevole soffitto ligneo.

La volta lignea della Cappella dei Magi ©NicolaNeri327WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Sul pavimento, pregiati marmi policromi commessi, e sulle pareti gli affreschi realizzati da Benozzo Gozzoli che ha dipinto ciascuno dei tre Magi su altrettante ma distinte pareti.

La Cappella dei Magi_ ©NicolaNeri056_web (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Un ambiente raccolto, la Cappella dei Magi, ma che dà il benvenuto al visitatore con la sua eccelsa capacità di incantare

La ricchezza dei dettagli degli abiti dei Magi che stanno andando in corteo ad omaggiare Gesù bambino, la si ritrova anche nella raffigurazione del paesaggio e degli altri personaggi che Benozzo ha voluto accompagnassero, idealmente, i magi: troviamo, infatti, Cosimo e Piero de’ Medici, i giovani Lorenzo e Giuliano, Gian Galeazzo Sforza e Papa Pio II Piccolomini.

Terminata la visita alla Cappella dei Magi si prosegue verso il Salone Carlo VIII che prende il suo nome dal sovrano, il quale, nel 1494, incontrò proprio in quest’ambiente il Senatore della Repubblica Pier Capponi. Tra arazzi alle pareti, lampadari scenografici, tappeti e divani rossi, il visitatore entra, così,  nella quotidianità della famiglia Medici.

Le grandi feste ed occasioni della famiglia Riccardi avevano invece come scenografica cornice la Galleria degli Specchi, che ancora oggi rappresenta uno dei migliori esempi del tardo-barocco fiorentino.

Realizzata tra il 1670 ed il 1677, l’incantevole volta fu decorata solo a partire dal 1682 ad opera di Luca Giordano, il quale  concluse il lavoro commissionatogli dal marchese Francesco Riccardi, nel 1685.

La Galleria degli Specchi ©NicolaNeri284WEB_Firenze (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Le quattro virtù cardinali segnano gli altrettanti angoli dell’ampio ambiente che avvolge, abbraccia con la forza di una pittura dolce ma capace di rapire i sensi.

Le scene mitologiche sono arricchite dall’omaggio che la famiglia Riccardi ha voluto tributare a quella dei Medici, i quali occupano il centro della volta. Le porte finestre che si affacciano sul Giardino delle Colonne sono decorate da stucchi, mentre, sul lato opposto,  quattro specchi dipinti da Bartolomeo Bimbi, Pandolfo Reschi e Anton Domenico Gabbiani fanno sentire il visitatore parte di una storia e ospite di uno dei tanti ricevimenti  che ivi si tennero a partire dal 1689, anno delle nozze tra Ferdinando de Medici e Violante di Baviera.

Palazzo Medici Riccardi, Museo dal 1974,  ospita anche mostre temporanee, attualmente ce ne sono due: “Firenze Decò. Atmosfere degli anni Venti”, visitabile fino al 25 agosto,  e “Paolo Antonio Martini. Disegno e dunque sono” in allestimento fino al 13 settembre.  

Stampe storiche della mostra “Firenze Deco. Atmosfere degli anni Venti” _Foto_Nicola Neri jpg (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

La prima, promossa dalla Città Metropolitana di Firenze, ha visto la collaborazione tra la Fondazione MUS.E e la New York University Florence, il Gabinetto Scientifico  Letterario GP Vieusseux, il Museo Archivio Richard Ginori e attraverso arredi, gioielli, tessuti, abiti e manifesti pubblicitari, racconta la Firenze protagonista degli Anni Venti, grazie al fermento culturale che la rese un importante centro creativo.

Alcune valigie degli anni Venti Foto_Nicola Neri jpg (1) (Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

 Dalle produzioni di Richard Ginori all’estro straordinario di   Salvatore Ferragamo che elesse Firenze sede della sua attività, fino alla rivoluzionaria realizzazione della prima tuta di Thayaht del 1920, il visitatore riesce a rivivere quegli anni e ciò che hanno rappresentato per la città.

Abiti degli anni Venti in mostra _Foto_Nicola Neri jpg (1)(Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

La seconda mostra dedicata a Paolo Antonio Martini, a quattro anni dalla sua scomparsa, ne celebra l’estro creativo con una esposizione che spazia dai disegni raccolti in oltre centro quaderni ad acquerelli e illustrazioni.

Disegno dunque sogno_Edoardo-Agresti-Fotografo-023(Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Il genio di questo architetto che ha saputo precorrere i tempi, data la sua attenzione già negli anni ‘70 ed ’80 del secolo scorso, , verso l’architettura bioclimatica e la qualificazione delle aree verdi. 

Alcuni disegni della mostra PAM_Disegno dunque sogno_Edoardo-Agresti-Fotografo-066 Foto per gentile concessione del “Museo di Palazzo Medici Riccardi – Fondazione MUS.E”)

Dalla visita di Palazzo Medici Riccardi si ritorna come dalla casa di un amico, perché in ogni stanza, in ogni affresco, in ogni suppellettile, si percepisce l’amore di chi l’ha voluta e scelta come dimora… una dimora  dalla facciata austera ma dagli ambienti che coccolano il cuore ed abbracciano l’animo

         Alessandra Fiorilli

La magnificente Reggia di Caserta

di Alessandra Fiorilli

La sua carta d’identità condensa la magnificenza che la caratterizza…

Nome: Reggia di Caserta

Data di nascita: 20 gennaio 1752, giorno in cui fu posta la prima pietra

Nome del padre: Luigi Vanvitelli

Estensione: 47000 metri quadrati

Numero di piani: 5

Segni particolari: Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’UNESCO

L’intero complesso, voluto da re Carlo di Borbone, comprende il Palazzo ed il  Parco Reale, il Bosco di San Silvestro e l’Acquedotto Carolino.

Lo Scalone Reale, posto nel Vestibolo inferiore, dà il benvenuto ai visitatori, circa un milione lo scorso anno, catapultandoli in una magnificenza che stupisce, al tempo stesso, per la sua pulita linearità.

Lo Scalone Reale (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Dopo aver assaporato, gradino dopo gradino, l’imponenza di una bellezza senza tempo, si accede al Vestibolo superiore che conduce agli Appartamenti Reali, alla Cappella Palatina e agli Appartamenti della Regina.

La Sala del Trono, la Camera da letto di Gioacchino Murat e quella di Francesco II, sono tra le stanze più rappresentative degli Appartamenti Reali, il cui percorso prosegue con il Boudoir di Maria Carolina, la Biblioteca Palatina, la Pinacoteca e il Presepe di Corte.

La Sala del Trono (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Dal 1 marzo 2023, in occasione del 250° anniversario della morte del progettista Luigi Vanvitelli,  nelle retrostanze della grande Sala delle Guardie negli Appartamenti Reali, è allestita un’esposizione che, unitamente ad un racconto digitale,  permette di far conoscere da vicino il Genio del padre della Reggia di Caserta, ma anche la complessità di un progetto maestoso che ha donato all’umanità un’opera grandiosa che incanta visitatori da tutto il mondo. 

Tra le tappe più spettacolari del percorso museale offerto dagli Appartamenti Reali, spicca il Teatro di Corte, che, oltre ad incarnare perfettamente l’architettura teatrale del 1700, serba in sé una particolarità: quella offerta dal palco che, all’occorrenza scenica, si apriva verso il Parco della Reggia, cosa che avvenne nel 1770, quando, durante la rappresentazione  dell’opera di Pietro Metastasio “Didone abbandonata”,  fu simulato l’incendio di Cartagine, proprio usando questa peculiarità del palco stesso.

Il Teatro di Corte (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Da allora sono stati molti gli artisti che hanno calcato la scena, tra questi il grande Maestro Riccardo Muti.

Il 2024 segna l’apertura al pubblico della Gran Galleria che, nelle intenzioni iniziali di Vanvitelli, avrebbe dovuto rappresentare il raccordo tra l’Appartamento del Re e quello della Regina: ambienti, questi,  che si estendono per 1300 metri quadri con un’altezza interna di 16 metri e che rappresentano  la cornice ideale per mostre ed eventi anche internazionali.

Il Palazzo Reale (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

L’incanto arriva anche dal Museo Verde, con i suoi 123 ettari di estensione e che include il Parco Reale ed il Giardino Inglese: proprio nel Parco,  le grandi vasche, le cascate, le fontane, che si susseguono lungo l’asse centrale,  sono le indiscusse protagoniste insieme ai giochi d’acqua per alimentare i quali, ma anche per approvvigionare il territorio circostante, Luigi Vanvitelli, su commissione di re Carlo di Borbone, progettò l’Acquedotto Carolino, lungo 38 chilometri.

La Via d’Acqua nel Parco Reale della Reggia (Foto di Marco Ferraro, per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta)

Mentre  la Peschiera Grande, voluta e costruita da Ferdinando IV e la Castelluccia, luogo di svago per i piccoli principi, si trovano nell’area laterale della parte bassa del Parco.

Maria Carolina d’Asburgo, sorella di Maria Antonietta di Francia, volle invece, fortemente, il Giardino Inglese, nella parte superiore del Museo Verde: qui, tra corsi d’acqua, statue, portici che ricordano l’antica Grecia, come il Tempio Dorico, sono ospitate specie vegetali provenienti da tutto il mondo.

Non è un a caso, che sin dalla sua nascita, il Giardino Inglese divenne un importante centro di sperimentazione botanica con una fama che travalica i confini della nostra penisola, mentre le Serre di Graefer, rappresentano un luogo dove la natura e la botanica danno vita ad un connubio perfetto e le piante ivi ospitate sono un esempio di resilienza e della grande capacità di rigenerarsi della natura, dalla quale dovremmo solo e sempre  imparare.

Il Bagno di Venere ospitato nel Giardino Inglese(Foto di Marco Ferraro. per gentile concessione del Servizio Comunicazione, promozione, rapporti con i media e relazioni con il pubblico della Reggia di Caserta

Visitare la Reggia di Caserta è incanto puro, è stupore, è il sentirsi grati al genio di Luigi Vanvitelli che ha donato all’umanità un capolavoro che ancora oggi, a distanza di secoli, è impossibile descrivere e circoscrivere con umane parole.

                              Alessandra Fiorilli

La Focaccia di Recco col formaggio: il suo legame profondo con il territorio suggellato dal Marchio IGP

di Alessandra Fiorilli

Arriva da lontano, si narra che persino Catone avesse parlato, nella sua opera “De re rustica”, di una focaccia al formaggio che, fonti certe, la vogliono in Liguria all’epoca della Terza Crociata, tanto che la storia racconta come  furono proprio i Crociati, prima della partenza verso la Terrasanta,  ad essere accolti nella Cappella dell’Abbazia di San Fruttuoso, da  una focaccia di semola ripiena  di giuncata.

L’arrivo dei Saraceni, sulle coste liguri, spinse poi la popolazione, per sfuggire alle incursioni, a rifugiarsi nell’entroterra e qui, grazie agli ingredienti di cui disponeva, ovvero olio, formaggetta e farina impastata, diede vita, dopo aver cotto l’impasto su una pietra d’ardesia, ad un prodotto che avrebbe attraversato indenne i secoli : la Focaccia di Recco col formaggio, che divenne, sul finire del XIX secolo, il prodotto principe dei cinque forni del borgo ligure che contava all’epoca,  appena 3000 abitanti.

La Focaccia di Recco col formaggio, con il Marchio IGP ( Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Sempre durante quegli anni, a Recco, le trattorie con cucina cominciarono a proporre questo piatto, però, solo in occasione della celebrazione del 2 novembre.  

Fu grazie all’intuito di un gruppo di panificatori e ristoratori che la Focaccia non fu circoscritta solo ad un periodo dell’anno, ma divenne il simbolo della gastronomia di Recco, un borgo dove, si narra, Guglielmo Marconi arrivò appositamente per gustare questo prodotto, amato molto anche dalle compagnie teatrali le quali,  che dopo essersi esibite a Genova, vi giungevano appositamente per rifocillarsi con la focaccia al formaggio.  

Il Consorzio mostra la sua Focaccia (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Rasa al suolo dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, Recco  non si lasciò abbattere dalle avversità. ma anzi si aggrappò, con tutte le forze e lo spirito imprenditoriale, al suo prodotto- simbolo che negli anni ’50 cominciò ad essere apprezzato anche fuori i confini liguri.  

Infatti, con il boom economico e l’apertura della autostrada Genova Livorno, Recco divenne più facilmente raggiungibile e nel1955 si celebrò la prima Festa della Focaccia di Recco col formaggio.

La Focaccia di Recco servita al piatto (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Da allora, ogni anno, un evento annuale diventa la vetrina di  questo prodotto simbolo della Liguria ed orgoglio italiano: dal 2006  è organizzato dal Comune di Recco e dal   Consorzio Focaccia di Recco col formaggio, che, nato nel 2005, ha ottenuto il riconoscimento di prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta) nel 2015.

La foto di una Festa della Focaccia di Recco che si tiene ogni anno (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Il giorno precedente l’apertura ufficiale dell’evento è dedicato ai bambini delle scuole primarie che preparano la focaccia ed il giorno successivo la festa diventa di tutti, grazie a spettacoli musicali e danzanti, mercatini, tornei di  scacchi.

L’appuntamento quest’anno è per il 24 maggio, quando la celebrazione di un territorio e dei suoi semplici ingredienti attirerà turisti  e visitatori curiosi di conoscere un prodotto dietro al quale c’è tanta dedizione e passione, la stessa che ha messo il Consorzio per ottenere la tutela europea IGP.

Come tutti i prodotti ad Indicazione Geografica Protetta, il territorio d’origine è strettamente connesso con la qualità e l’unicità del prodotto, difatti, oltre a Recco, gli altri comuni previsti dal Disciplinare di Produzione sono quelli di Camogli, Sori e Avegno, paesi dove si può  gustare la vera Focaccia di Recco col formaggio I.G.P. secondo il motto “Fatta, cotta e servita”.

Lo stesso Disciplinare prevede, come ingredienti, un impasto a base di farina di grano tenero, olio extravergine di oliva italiano, acqua, sale, farcito con “Formaggio fresco”, successivamente cotto in forno.

Una Focaccia di Recco appena uscita dal forno (Foto per gentile concessione del Consorzio della Focaccia di Recco)

Leggere le fasi della preparazione non significa solo conoscere da vicino la procedura di impasto e di preparazione, ma anche apprezzare  la storia e  la volontà di un popolo tenace, capace di trasmettere conoscenze, passione e simboli identitari del proprio territorio che vanno oltre il tempo e le mode passeggere.

                             Alessandra Fiorilli

Sua Maestà il Basilico Genovese DOP: ce ne parla il Direttore del Consorzio di Tutela, Gianni Bottino

di Alessandra Fiorilli

Dall’Oriente è arrivato nell’area mediterranea, dove è stato introdotto dai Romani, e solo nel XVIII secolo la Liguria è diventata, grazie alle ideali condizioni climatiche, la sua patria adottiva, una patria che ama e dalla quale non solo è riamato ma è custodito, protetto, coccolato, rispettato.

Stiamo parlando del basilico, il cui termine botanico è Ocimus basilicum, e il cui nome evoca immediatamente la città di Genova, dove la sua coltivazione ebbe inizio nella Val Bisagno e sulle colline di Pra’.

Il Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Questa pianta dall’inconfondibile profumo e gusto è legata a doppio filo con il capoluogo ligure, grazie alla ricetta apprezzata in tutto il mondo, ovvero il pesto alla genovese, il cui antesignano risale  ai tempi degli antichi Romani, i quali amavano preparare i cosiddetti “pestati” che nel Medioevo divennero l’”agliata”, la mamma legittima del pesto alla genovese.

 All’ingrediente base di questo pestato, l’aglio appunto, nel XIX secolo, fu aggiunto il basilico, rigorosamente a chilometri zero, in quanto coltivato proprio a Genova, in quella striscia di terra racchiusa tra i monti ed il mare, con il sole che accarezza le sinuose colline e la brezza che sa di salmastro.

Campo coltivato a Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

L’aggiunta di questo profumatissimo ingrediente è avvenuta in modo naturale e spontaneo: come è nato il pesto alla genovese, ce lo racconta Gianni Bottino, Direttore del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP.

Gianni Bottino, Direttore del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

“Con la Seconda Rivoluzione Industriale, il porto di Genova conobbe un grande sviluppo ed una consistente crescita del numero della manovalanza nell’area retroportuale, dove, contemporaneamente, aumentò anche il numero delle trattorie che, spesso, offrivano il piatto di pasta con l’agliata, un condimento sempre disponibile senza problemi di conservazione.

Quando, la manovalanza dimostrò di apprezzare qualche ingrediente più fresco, si presentò l’occasione di utilizzare il basilico, un prodotto facilmente reperibile negli orti periurbani, ecco quindi, che dall’iniziale agliata con olio, aglio e formaggio cominciò a nascere il pesto, destinato a crescere fino a diventare il simbolo della cultura gastronomica di questa striscia di terra racchiusa tra i monti ed il mare”

Coltivazione in campo del Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

La coltivazione del basilico, inizialmente circoscritta a Genova, si è poi estesa, già a partire dal dopoguerra, lungo tutta la Liguria prima a ponente e poi a levante, da La Spezia fino a Ventimiglia, per un totale di più di centocinquanta ettari, ma ancora oggi la coltivazione avviene non tradendo i pochi, ma essenziali passaggi che rendono questo prodotto apprezzato in tutto il mondo.

Il tradizionale pesto preparato con il Basilico Genovese DOP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

L’acqua usata per la sua coltivazione non è addizionata con il cloro e proviene direttamente dalle ricche sorgenti della Liguria o da sistemi di recupero  di acque superficiali ed è coltivato su terreno naturale, a differenza di altre zone d’Europa. Il basilico, sia quello per uso casalingo sia per la ristorazione, lo si può avere per 365 giorni l’anno, coltivato in serre riscaldate con biomassa e raccolto a mano, mentre quello destinato all’esportazione e alla trasformazione industriale è coltivato all’aperto e viene raccolto, da maggio a settembre. Il Basilico Genovese DOP, in considerazione del suo aroma inconfondibile viene anche utilizzato per la produzione di olio, liquore e dolci”.

Le serre dove viene coltivato il Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Il riconoscimento europeo della DOP per  il Basilico Genovese, risale al 2005 con il regolamento CE n. 1623/2005 della Commissione Europea: Commissione che, inizialmente, era scettica sulla reale influenza che il clima ed il terreno potessero avere sulla qualità finale del basilico. Ecco perché   sono stati portati, in tutta Italia, dei vasi contenenti piantine di basilico… dico scherzosamente che lo abbiamo portato in vacanza… Ebbene, all’Università di Pisa, gli esperti notarono come il basilico cresciuto in altre zone che non fosse il territorio ligure, avesse altre caratteristiche, non tipiche come quello genovese”

La raccolta a mano del Basilico (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

La certificazione DOP, di cui si fregia il Basilico Genovese, è un marchio di tutela giuridica che l’UE concede ai prodotti le cui caratteristiche dipendono dal territorio di origine, sia esso l’ambiente geografico o  i suoi fattori di clima e terreno, ma anche da quelli umani, nella fase della produzione.

Tale certificazione è stata richiesta dai produttori liguri:” I quali hanno dimostrato come l’ambiente mediterraneo della Liguria, unito alle tecniche tradizionali tramandate negli anni, hanno dato vita ad un prodotto inimitabile le cui caratteristiche sono frutto delle tecniche di produzione tradizionali riconosciute nel Disciplinare di Produzione che prevede espressamente come l’ elemento discriminante sia l’assenza di aroma di menta”

Una piantina di Basilico Genovese DOP avvolta nel suo marchio (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP)

Nel 2006 è nato il Consorzio, poi riconosciuto nel 2008 dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, con il nome di Consorzio di Tutela del Basilico Genovese DOP, avente ruolo di vigilanza e con funzioni strettamente legate alla tutela, alla promozione, alla valorizzazione e all’informazione del prodotto.

E così, ogni volta che assaporeremo l’inconfondibile gusto e l’inebriante odore del Basilico Genovese DOP, ci approprieremo anche della forza e della volontà di una terra che ha saputo sfruttare il suo ristretto territorio coltivabile, per creare un prodotto unico al mondo.

                     Alessandra Fiorilli

Il Vittoriale degli Italiani: la Casa Museo di Gabriele d’Annunzio divenuta, negli anni, un importante polo culturale.

di Alessandra Fiorilli

Gabriele d’Annunzio lo scelse come sua residenza, che si sarebbe poi rivelata essere l’ultima, dopo che nel 1921, arrivando a Gardone Riviera, sulle sponde del Lago di Garda, pronunciò tale profetiche parole: “Sento che è là che il mio destino mi spinge ad abitare”.

01_Veduta Vittoriale ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Appena due anni dopo, il Vate, il 22 dicembre 1923, firmerà l’Atto di Donazione del Vittoriale al popolo italiano, atto che sarà perfezionato nel 1930.

Vestibolo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
Officina ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Nel 1925 terminano i lavori per la collocazione della prua della Nave Puglia nel Parco del Vittoriale, il 1926 vede la luce l’Officina, lo studio caratterizzato da tavoli e scaffali in rovere bianco, e l’anno successivo, il 12 settembre 1927, nell’Anfiteatro, viene messa in scena “La figlia di Iorio” , il suo dramma teatrale, e proprio l’anfiteatro, il Parlaggio, sarà completato nel 2020 con il rivestimento in marmo rosso di Verona, come voleva il d’ Annunzio.

Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)
02_Veduta Nave Puglia ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tale spazio all’aperto ospita, ormai, da quattordici anni, il festival estivo Tener-a-mente, dove prestigiosi nomi della musica, teatro, danza si avvicendano sul palco.

03_Anfiteatro ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dopo aver speso anni nel rendere il Vittoriale sempre più maestoso, Gabriele d’Annunzio, proprio in una delle sue stanze, la Zambracca, lascerà per sempre questa terra, in una sera di marzo del 1938.

Zambracca ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Si dice, a ragione, che i Grandi non muoiano mai, perché a parlare di loro rimangono le opere, le creazioni d’ingegno, ma quando questi Grandi permettono a chi arriverà dopo, di poterli conoscere anche attraverso quello che hanno amato, ovvero le loro stanze, i loro libri, i loro oggetti… allora davvero l’immortalità diventa un concetto concreto, non più astratto.

Stanza Mappamondo ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E così il Vittoriale degli Italiani, così chiamato da d’Annunzio per celebrare la vittoria degli italiani nella Prima Guerra Mondiale, è diventato un tramite per entrare in contatto con la vita del poeta, con le sue passioni, diventando, negli anni, un punto di riferimento per gli studiosi e per gli amanti delle arti, ma anche per le centinaia di migliaia di visitatori, tra i quali anche molte scolaresche.  

Il 2025 appena concluso lo ha incoronato, tra i Musei italiani più visitati, con le sue 300000 presenze: un fascino grande quello che esercita il complesso che non è solo una Casa Museo, ma un insieme di edifici, vie, piazze, giardini.

Laghetto Danze ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E proprio il parco che sembra coccolare in un abbraccio l’intero edificio, è stato indicato come il più bello d’Italia, mentre tra i fiori ospitati, un posto d’onore lo merita   la nuova Rosa Gabriele d’Annunzio®, varietà speciale creata dopo anni di tentativi e selezioni per omaggiare il Poeta.

I lavori del Vittoriale, iniziati nel 1921 e terminati nel 1938, non hanno solo permesso al d’Annunzio, che li commissionò, la realizzazione di un grande progetto, ma anche la nascita di una realtà culturale permanente, iniziata con la decisione del Vate di donarlo all’Italia.

02_Vittoriale Panoramica ©AugustoRizza (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

E gli italiani hanno mostrato di amarlo, ne amano tutto: amano l’anima del poeta che pervade ogni singola stanza, ogni pertugio, dove l’arte la fa da padrona.

Nel corso degli anni, molti sono stati gli artisti che hanno donato le loro opere al Vittoriale: tra questi spiccano il Cavallo blu dell’artista italiano Mimmo Paladino, nei pressi dell’anfiteatro, il San Sebastiano dello scultore Ettore Greco alla base del Mausoleo.

Il Vittoriale ospita al suo interno anche molti musei, tra questi, il Museo d’Annunzio Segreto, così chiamato perché permette di conoscere quelli che erano gli oggetti segretamente conservati in casetti ed armadi, e il Museo d’Annunzio Eroe, legato all’esperienza militare del poeta.

Ininterrotta è la ricerca di manoscritti e documenti e nel 2024 è stato acquisito l’archivio di Mario Paglieri, che raccoglie documenti quasi tutti inediti del Vate, con le sue 783 lettere autografe e 144 documenti, mentre, grazie al progetto “d’Annunzio digitale”, si possono vedere alcuni filmati, di proprietà del poeta e conservati, fino ad allora, negli archivi.

Parlare del Vittoriale degli anni 2000 significa parlare soprattutto della Presidenza di Giordano Bruno Guerri, il quale dal 2008, ha disposto una vera rinascita  degli spazi, predisponendone di nuovi, che hanno reso concreto il progetto significativamente chiamato Riconquista terminato nel 2021, anche se dal Vittoriale fanno sapere che tale valorizzazione degli spazi è una sfida continua ed un modo per offrirsi al meglio ai visitatori.

Giordano Bruno Guerri 1 @ Augusto Rizza (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Tra le riaperture spiccano quelle del giardino delle vittorie, mentre sono state sottoposte e restauro alcune parti, quali il Portale, il viale d’ingresso, la facciata della Prioria, la Piazzetta dell’Esedra, ma anche oggetti della casa quali i cuscini, le poltrone, le tende, i paralumi e persino una bicicletta.

04_Pioria ©MarcoBeckPeccoz (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Dal 2017 gli spazi esterni sono abbelliti da illuminazione per una fruizione degli stessi anche dopo il tramonto, mentre le aperture speciali notturne chiamate “I Notturnali”, sono ormai un appuntamento imperdibile per molti.

Esterni Vittoriale Notte ©MarcoBeckPeccoz (1) (Foto per gentile concessione della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani)

Il Vittoriale, arrivato a noi dagli anni trenta del secolo scorso, strizza l’occhio anche alle nuove tecnologie, infatti nel 2025 è stato realizzato il progetto AVaDa(Avatar Digitale d’Annunzio), grazie al quale un Gabriele d’Annunzio interattivo, che ricorda il poeta cinquantenne, parla e risponde alle domande dei visitatori attraverso la sua voce, creata da un audio originale e restaurato dall’ Intelligenza Artificiale.

                      Alessandra Fiorilli

La Direttrice dei Musei del Parco Poesia Pascoli, la Dottoressa Rosita Boschetti, ci parla dei luoghi ispiratori del grande poeta, visitabili in un percorso emozionale.

di Alessandra Fiorilli

La notte di San Lorenzo, le stelle cadenti, lo sguardo rivolto all’insù e il pensiero che va alla poesia di Giovanni Pascoli, “X Agosto”, da molti imparata sui banchi, ma soprattutto amata ben oltre gli anni di scuola.

E si rimane lì, ogni 10 agosto, a contemplare questo cielo intatto, pulito, pieno di stelle e poi, quando una di queste cade giù, nel momento in cui si esprime un desiderio, non si può non pensare all’ultima quartina della poesia e a quel cielo, il quale sembra piangere per la malvagità che, dall’alto, vede sulla terra.

La forza dell’opera pascoliana risiede proprio in questo: nell’universalità dei sentimenti umani che non si lasciano scalfire dal trascorrere del tempo e che sono quanto mai vivi, palpitanti, attuali.

E chissà in quanti si siano commossi nel ripetere queste strofe, nell’immaginare il dolore del piccolo Giovanni alla notizia della morte del padre, una scomparsa, questa, che segnerà in maniera indelebile non solo l’intera esistenza del poeta, ma anche della sua famiglia, all’interno della quale, uno dopo l’altro, per il dolore, lasceranno Pascoli solo con le sue sorelle amatissime Ida e Mariù.

Poi Giovanni cresce, continua a scrivere, diventa professore universitario, ma il suo animo sensibile sembra dimorare ancora lì, e per sempre, nella sua casa dove vide la luce e dove trascorse la sua infanzia felice, il periodo più bello della sua vita.

Visitare Casa Pascoli a San Mauro Pascoli, chiamato San Mauro di Romagna fino al 1932, significa entrare nell’animo del poeta del Fanciullino e percepirne la semplice felicità di una vita di campagna trascorsa in quelle stanze, tra le quali, per intensità: “Spicca quella della cucina che ancora custodisce intatto il focolare con i cinque fuochi, tutte le suppellettili e l’acquaio di pietra. Un altro luogo della casa molto apprezzato è la camera da letto dove è conservata la culla in legno di noce del poeta”, come dichiara la Dottoressa Rosita Boschetti , Direttrice dei Musei del Parco Poesia Pascoli.

La cucina della casa natale di Giovanni Pascoli, a San Mauro Pascoli ( Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La visita di questo percorso emozionale ed emozionante permette di: Entrare a stretto contatto con i luoghi ispiratori della produzione pascoliana, quali, appunto  la casa natale di cui abbiamo parlato, e Villa Torlonia, un tempo la Tenuta Torre, dove il padre Ruggero lavorava e di ritorno dalla quale fu ucciso da un fucilata, segnando così la fine del rimpianto nido tanto celebrato dal Pascoli”.

L’ingresso di Villa Torlonia (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotograficio Comune San Mauro Pascoli)

Le altre stanze della casa natale sono, invece, adibite a mostre legate a doppio filo con la figura del poeta: “Qui si conosce da vicino il Pascoli degli affetti più profondi, il suo rapporto con le donne, il complicato legame con le sorelle, ma anche il suo periodo socialista”.

La camera da letto con la culla in legno di noce del poeta (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La Casa di San Mauro: “Dove il poeta abitò fino all’età di sette anni, quando poi fu mandato al collegio di Urbino per studiare, rimarrà per sempre  il centro del suo mondo, poiché il poeta vi faceva ritorno anche durante gli anni bolognesi dell’università e, proprio nelle stanze di questo nido familiare ormai distrutto, scrisse la lirica “Romagna”, conservata proprio nel Museo”.

L’esterno della Casa natale del Pascoli (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

La casa, venduta successivamente a dei privati: Dal 1924 è Monumento Nazionale e, con l’acquisizione della stessa da parte del Comune di San Mauro, è diventata Casa Museo, accogliendo, così,  i visitatori in un abbraccio d’amore e di cultura”.

Durante il percorso espositivo, due postazioni multimediali offrono uno spaccato della vita del Pascoli e, attraverso la voce dell’attore Lino Guanciale, ci si può immergere nella sua poetica melodiosa, dolce, struggente.

Poco distante dalla casa natale c’è Villa Torlonia, altro tassello fondamentale nella vita del Pascoli, perché è lì che lavorava il padre Ruggero: “A Villa Torlonia c’è un Museo Multimediale e nei percorsi i visitatori sono accolti dalle voci di Luca Ward e Emanuela Rossi: si viene, così, catapultati all’interno dell’immensa produzione poetica del Pascoli. Possiamo dire che se nella casa natale di San Mauro c’è la biografia del poeta, a Villa Torlonia, che accoglie anche mostre temporanee, c’è tutta la sua poesia”, dichiara la Dottoressa Rosita Boschetti, che, nel corso degli anni, ha organizzato mostre di interesse pascoliano, curandone i relativi cataloghi, scrivendo e altresì collaborando alla stesura di testi sul Pascoli, la sua vita e la sua produzione poetica.  

Uno dei percorsi all’interno del Museo Multimediale (Foto per gentile concessione dell’Archivio fotografico Comune San Mauro Pascoli)

Inoltre: Dal dicembre 2022 è aperto il Centro di Documentazione Pascoliano, dove sono custoditi circa 7000 volumi, oltre ad autografi, fotografie e documenti d’archivio. Sul sito web del Parco Poesia Pascoli è stato attivato anche un portale digitale di ricerca relativo al patrimonio conservato; i volumi più recenti possono essere dati in prestito, mentre quelli più antichi necessariamente devono essere consultati all’interno del Centro di Documentazione”.

Casa Pascoli attira ogni anno circa 12000 visitatori, la maggior parte dei quali è italiana e l’aspetto più interessante è quello messo in evidenza dalla Direttrice Boschetti: Oltre la metà dei visitatori sono scolaresche e, proprio con molte di loro, abbiamo condiviso un momento importante: avendo noi  collaborato alla realizzazione del film biografico sul Pascoli, “Zvanì”, di recente trasmesso dalla Rai,   il giorno della presentazione alle scuole a Roma, alla quale ero presente anche io, c’erano in collegamento, da alcune sale cinema, circa 9000 studenti italiani”.

La forza della poesia del Pascoli risiede proprio nella sua tenace semplicità, nella forza dei sentimenti, nell’attaccamento viscerale ad un luogo che non è più solo un’indicazione geografica, un puntino sulla cartina, ma è lo spazio dove il cuore e l’anima continuano a vivere, in eterno.

                           Alessandra Fiorilli

L’affascinante storia del Teatro della Concordia, il più piccolo teatro settecentesco all’italiana nel mondo, raccontata dal suo Presidente Edoardo Brenci.

di Alessandra Fiorilli

A volte succede…succede che quella iniziata come un’intervista si trasformi in una favola e l’intervistato di turno diventi un aedo, capace di rendere concreto, palpabile, attraverso la soavità delle parole e la bellezza dei ricordi, una storia di resilienza e di volontà che torna prepotente, e che vuole reagire, rialzarsi affinché un glorioso passato ritorni di nuovo a risplendere.

E’ quello che è accaduto nel corso dell’intervista ad Edoardo Brenci, Presidente della Fondazione Società del Teatro della Concordia, nonché Responsabile del Management di quello che è conosciuto come il Teatro più piccolo del mondo, caratteristica questa, che lo stesso Presidente ci tiene a specificare: “Il Teatro della Concordia, unico nel suo genere, è considerato, appunto, il teatro più piccolo al mondo non per le sue dimensioni, ma  perché nella sua miniatura è la tipica rappresentazione del teatro settecentesco all’italiana”.

Il Presidente della Fondazione Società del Teatro della Concordia. Edoardo Brenci (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Questo scrigno si trova a Monte Castello di Vibio, un piccolo borgo umbro a 13 chilometri da Todi.

Scopriamo questa sua storia di arte, di ingegno, di volontà e di rinascita, attraverso le parole di Edoardo Brenci: Sul finire del 1700, l’Europa era attraversata da movimenti e nuove idee che culminarono nel 1789, con la Rivoluzione Francese e con la successiva entrata in scena di Napoleone Bonaparte. A quell’epoca, il piccolo borgo di Monte Castello di Vibio, facente parte dello Stato pontificio, era sotto il dominio di Todi, quando sentì forte il bisogno di liberarsi da questa sudditanza. Riuscì, così, a creare un libero comune, lo stesso che Napoleone deciderà di eleggere, una volta sceso in Italia, a capo cantone sud del Comprensorio del Trasimeno. Travolti da questa ondata di fervore e di novità, le nove famiglie più ricche di Monte Castello di Vibio diedero ordine al Mastro Falegname di costruire un teatro sul modello di quello italiano del 1700. E così, forti della consapevolezza che la civiltà non si misura in metri quadri, nasce il piccolo ma magnificente Teatro della Concordia, caratterizzato da 9 ordini di palchi, lo stesso numero delle famiglie che ne avevano reso possibile la realizzazione. Il numero 9, quindi, non fu casuale, in quanto ogni anno, a rotazione, ciascuna famiglia scalava di un palco, cosicché’ ciascuna potesse sedere in quello centrale”.

Un’epoca d’oro, questa, che si protrasse per tutto il secolo successivo ed anche nei primi decenni del 1900 con: “Spettacoli di compagnie di filodrammatici, ma anche esibizioni di bande”.

Un affollato Teatro della Concordia in una foto storica del 1929 (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Poi, negli anni ’50, il triste declino: “Il Teatro cade in rovina a causa della totale mancanza di interventi: crolla il tetto, la platea e nel 1952, viene chiuso”.

Del glorioso Teatro della Concordia sembra non rimanere più nulla, la musica non risuonava più, le voci si spensero, gli applausi si affievolirono fino a scomparire del tutto.

Ma la forza di un’idea è più forte di tutte le avversità: “Verso gli anni ’80, i cittadini fanno una “colletta” per mettere in sicurezza l’edificio, soprattutto dopo aver verificato che gli eredi delle famiglie che lo avevano fatto costruire non erano interessati a riqualificare il Teatro. Così, l’ente comunale inizia l’esproprio e ne diventa proprietario. Grazie, poi, ai fondi UE destinati alla Regione Umbria, il cantiere per la riqualificazione inizia nel 1987. Sette anni dopo, nel 1994, il settecentesco Teatro della Concordia viene riaperto al pubblico”.

Il Foyer del Teatro della Concordia (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

E a questo punto della storia, la rinascita del gioiello architettonico di Monte Castello di Vibio, si intreccia con la figura di Edoardo Brenci, il quale ci racconta come: “Nel 1993, dopo anni trascorsi tra Roma e Milano, decisi di rientrare nella mia città natale per recuperare quello che io chiamo il “buon vivere”. Il Sindaco, il quale nell’ottica di un recupero del teatro, organizzava spesso riunioni nella Sala Consiliare, pensò di fondare un’Associazione Culturale che potesse interessarsi alle sorti del teatro stesso. Ebbene nel 1993, quindi un anno prima della riapertura, già era nata la Società che riprese integralmente il nome dall’originaria società nata con il teatro stesso, ovvero Società del Teatro della Concordia, della quale ne divenni il Presidente”.

Nel dicembre 1994  il Teatro fu consegnato in tutta la sua bellezza e negli anni a seguire attirò: “Circa 10000 visitatori”.

Il Presidente Brenci ci tiene a ricordare come: “Con grande nostra soddisfazione, nel 2002 viene emesso un francobollo di Poste Italiane per il Teatro della Concordia, quale bene del patrimonio artistico italiano”.

Il francobollo dedicato, nel 2002, al teatro della Concordia (Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

 La Società è stata recentemente trasformata in Fondazione: “Ponendo, così, le basi per lo sviluppo futuro del teatro e della cultura locale”.

Questo gioiello, unico al mondo, con 99 posti a sedere, può ospitare, però, per ragioni di sicurezza, al massimo 86 spettatori: “Purtroppo a causa dell’esigua capienza, gli spettacoli teatrali nel senso pieno del termine non possono essere rappresentati, in quanto le spese che dovrebbero sostenere le Compagnie supererebbero le entrate. Ecco perché abbiamo deciso di creare una sostenibilità nel teatro con il motto “non solo palcoscenico”, difatti vengono organizzati convegni, matrimoni, visite e persino dichiarazioni d’amore, grazie ad un affitto culturale del nostro spazio che è candidato a diventare Patrimonio dell’Umanità”.

Il Teatro della Concordia visto dal Palcoscenico ((Foto per gentile concessione della Fondazione Società del Teatro della Concordia)

Il Teatro della Concordia, che ora vive grazie all’instancabile opera dalla Fondazione:” Viene apprezzato anche da moltissimi stranieri. La maggiore soddisfazione è giunta proprio da un club di New York, il quale, dopo aver visitato il sito web teatropiccolo.it, ha elogiato il modo di fare cultura in Italia, ma soprattutto, di farla percepire”.

E così la storia di Edoardo Brenci, dal 2021 Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno, e sostenitore dell’idea che il Teatro: “Possa fungere da attrattore turistico e motore di sviluppo locale”, dal 1993 non si è mai fermato: “Il lavoro svolto ha permesso non solo un indotto economico del territorio, ma ha contribuito anche alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla promozione dell’Umbria come destinazione turistica di eccellenza”.

Prima di congedarsi, il Presidente Brenci ci tiene a sottolineare un aspetto per lui molto importante: “Avendo imparato, proprio a Monte Castello di Vibio, a fare impresa della cultura, mi propongo di   esportare questo modello di gestione in altri teatri storici, luoghi che hanno ancora molto da raccontare in quanto spazi ricchi di civiltà e memoria”.  

                                                    Alessandra Fiorilli

Il Museo della Carta ad Amalfi: dove la storia e le antiche tradizioni accolgono visitatori da tutto il mondo. Nelle parole del Direttore, l’Avvocato Emilio De Simone, scoprirete il fascino di questa realtà museale.

di Alessandra Fiorilli

Amalfi: il solo nome evoca, immediatamente, la sua bellezza, il fascino di quel lungo tratto di terra abbracciato dai Monti Lattari e dal Mar Tirreno.

Le reminiscenze scolastiche ci conducono, inoltre, per mano, all’epoca delle quattro Repubbliche Marinare, tra le quali Amalfi spiccava nel mercato delle spezie, dei profumi e della seta.

Ma non tutti sono a conoscenza di un altro indiscusso primato che vanta l’antica città marinara: l’arte della lavorazione della carta che gli amalfitani avevano appreso dagli Arabi; lavorazione che portò alla nascita, intorno alla prima metà del secolo XII, delle prime cartiere sorte nella Valle dei Mulini.

L’antica Macchina Continua in Tondo in mostra presso il Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

E proprio una di queste è diventata il Museo della Carta: “Grazie al nobile gesto dell’ultimo proprietario di un’antica cartiera del 1200, il Magister in arte cartarum o Cartaro  o cavaliere Nicola Milano, illustre discendente di una famiglia di cartai, il quale, scomparso all’età di 99 anni senza eredi, decise di trasformare i locali della sua attività in un Museo”, come dichiara l’Avvocato Emilio De Simone, Direttore del Museo della Carta ad Amalfi.

E così, grazie al Cartaro o cavaliere amalfitano, il noto centro della costiera, vanta, dagli anni ’90 del secolo scorso, uno scrigno prezioso di storia e di antiche tradizioni, le stesse che i visitatori possono conoscere da vicino, grazie, soprattutto, agli attrezzi secolari usati nella produzione cartaia, quali: 

“Gli antichi magli in legno che, azionati da una ruota idraulica, battevano, trituravano gli stracci di lino, cotone e canapa; e non è un caso che il punto di forza di questo Museo siano proprio gli originari macchinari, attraverso i quali i visitatori non si sentono semplici ospiti, ma protagonisti di un’avventura storica affascinante, quale quella della produzione della carta che in prima persona possono realizzare con l’aiuto e supervisione di esperte guide”.

Per rendere ancora più ricca di emozioni la visita: “Il Museo offre anche una Sala Operativa all’interno della quale c’è una mostra di antichi utensili per la fabbricazione e la riparazione dei macchinari. I visitatori possono anche vedere il sistema di canali con vasche di alimentazione per il funzionamento idraulico dei macchinari della cartiera”, sottolinea l’Avvocato De Simone che da 25 anni dirige e gestisce il Museo.

Il Direttore del Museo della Carta di Amalfi, l’Avvocato Emilio De Simone (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Altissima l’affluenza degli stranieri: “Rappresentano circa il 70/80% dei visitatori annuali e, proprio per venire incontro a coloro che vengono a farci visita dall’estero, abbiamo predisposto la fruizione del nostro opuscolo in inglese, spagnolo, francese e tedesco, le stesse lingue parlate dalle nostre guide”.

Alcuni tra gli antichi utensili in mostra al Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Il restante 30% dei visitatori annuali è dunque italiano e tra coloro che visitano il Museo spiccano in modo particolare le scolaresche: Ospitiamo molte visite didattiche e mi piace sottolineare come il motto del Museo che dirigo sia proprio “Giocando Imparando”. E questo aspetto non riguarda solo i più piccoli, ma tutti coloro che scelgono il nostro Museo per vedere da vicino come viene realizzata a mano la pregiata carta d’Amalfi”.

Lo Spandituro, altro storico macchinario in mostra al Museo della Carta di Amalfi (Foto per gentile concessione del Museo della Carta di Amalfi)

Una carta: Conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, che nasce utilizzando esclusivamente fibre naturali e proprio quest’aspetto la rende unica nel suo genere, in quanto non ingiallisce. Basti portare un esempio: i testi del 1300, realizzati con carta d’Amalfi, sono meglio conservati rispetto a quelli recentissimi, proprio per la suddetta caratteristica della materia prima utilizzata”.

L’Avvocato Emilio De Simone, da un quarto di secolo alla guida del Museo gestito dalla Fondazione voluta dal Commendatore Nicola Milano, ci tiene a sottolineare, compatibilmente con i suoi numerosi impegni professionali, la sua costante presenza di questa realtà museale: “E’ importante creare un rapporto con chi viene a farci visita in questo Museo che ho restaurato, fatto crescere e fatto conoscere. Mi considero un ambasciatore della mia terra”.

                                               Alessandra Fiorilli