La dieta in gravidanza: ne parliamo con il Professor Rolando Alessio Bolognino, Ricercatore, Biologo Nutrizionista, Docente Universitario, autore di libri e Divulgatore scientifico.

Dieta e gravidanza: tale binomio è stato oggetto di molte credenze popolari, di detti che venivano tramandati di madre in figlia.

Primo tra tutti: in gravidanza la donna deve mangiare per due.

Cerchiamo di far luce su quanto sia importante, sia per la donna sia per il bambino, che la futura mamma segua un regime alimentare equilibrato e corretto.

Ne parliamo con il  Professor Rolando Alessio Bolognino, Ricercatore e Biologo nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva, Docente Universitario a contratto presso l’Università Unitelma La Sapienza di Roma, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, l’Università degli Studi di Catania, Istruttore Protocolli Mindfulness, nonché  autore di libri e pubblicazioni scientifiche, Divulgatore scientifico in radio e televisione.   

 

     
Iniziamo proprio con l’affrontare, in maniera scientifica, il primo consiglio che veniva dato alle future mamme appunto, quello di mangiare per due:      
 “Il feto viene nutrito dalla futura mamma attraverso la placenta, quindi è vero che in gravidanza si mangia “in due”, ma ciò non implica che si debba mangiare il doppio! Il fabbisogno energetico della madre cresce, ma occorre sempre prestare attenzione agli eccessi: aumentare in maniera squilibrata ciò che si mangia potrebbe determinare per la donna il rischio di sviluppare diabete gestazionale, gestosi e ipertensione. Inoltre, una mamma in stato di obesità espone il bambino ad aumentato rischio di nascita prematura e dimensioni ridotte al momento della nascita. Negli ultimi tempi le conoscenze in materia di epigenetica (scienza che studia come i fattori ambientali, ad esempio la stessa dieta, incidano sull’espressione del nostro patrimonio genetico), si sono evolute anche in questo senso: l’alimentazione della donna in gravidanza deve essere equilibrata e bilanciata, in quanto condiziona la crescita del feto, non solo nella fase di vita intra-uterina, ma anche in quella adulta”.

Dopo aver fatto luce su questo luogo comune più diffuso e conosciuto, vediamo come dovrebbe cambiare la dieta nel periodo della gravidanza:         
Un’ alimentazione sana in gravidanza passa necessariamente per una corretta manipolazione degli alimenti, che in alcuni casi possono nascondere dei veri e propri pericoli di natura microbiologica per la donna e per il feto. Per prevenire la toxoplasmosi, ma più in generale anche le infezioni da parte di altri patogeni, è fondamentale sciacquare sotto acqua corrente in modo accurato frutta e verdura, tagliando via anche le aree danneggiate o ammaccate, più probabilmente siti di proliferazione batterica. A tale proposito, occorre aprire una parentesi in merito ai detergenti: in gravidanza, infatti, il bicarbonato non basta a rendere sicuri gli alimenti, mentre l’utilizzo di altri prodotti a base di ammoniaca è sconsigliato per la presenza eccessiva di sostanze chimiche, a meno che il suo impiego non sia seguito da un ulteriore risciacquo altrettanto accurato. Meglio preferire, dunque i detergenti a base di cloro per un’igiene completa, ma soprattutto sicura. Per prevenire i fenomeni di contaminazione crociata occorre sempre pulire i vari utensili, e naturalmente le mani, dopo aver manipolato cibi crudi. Per evitare il rischio di infezioni da parte di listeria, salmonella e campylobacter è necessario che carne, uova e pesce siano sempre ben cotti. Gli affettati e i formaggi devono essere assunti con moderazione, preferendo per un discorso di sicurezza alimentare, gli stagionati, come il crudo a 20 mesi o formaggio a pasta dura  a 36 mesi. Preferire al supermercato sempre quelli confezionati, poiché al banco della gastronomia potrebbero essere soggetti a fenomeni di cross-contaminazione!”   

Carboidrati, proteine, vitamine, in quali percentuali devono essere presenti nella dieta  e quante calorie dovrebbe assumere?       
“I LARN consigliano di aumentare l’apporto energetico di 150 Kcal durante il primo trimestre, raddoppiandolo nei mesi successivi. In fase di allattamento, il surplus calorico si attesta sulle 300 Kcal. Naturalmente tali indicazioni sono rivolte alla fascia di donne in normopeso: in caso di sovrappeso l’incremento calorico dovrà essere più modesto, poiché la donna possiede già scorte di nutrienti adeguate a sostenere la crescita del feto. A fare la differenza è sempre la ripartizione tra macronutrienti: come ci insegna la dieta mediterranea, l’assunzione di carboidrati dovrebbe corrispondere al 50-60% delle kcal introdotte, i grassi non dovrebbero superare il 30%, mentre le proteine dovrebbero rappresentare il 20%. È fondamentale variare i cibi  per soddisfare il fabbisogno di micronutrienti, assicurando così un regolare apporto di vitamine e minerali, come acido folico, ferro, vitamina b12, vitamina d, calcio, necessari per il corretto sviluppo del feto! In questo caso è il professionista ad indirizzarvi verso l’uso di integratori, se necessario. Ad, esempio una supplementazione non richiesta di vitamina A potrebbe interferire con lo sviluppo neuronale del nascituro; viceversa, l’importanza dell’acido folico per il tubo neurale richiede quasi sempre il bisogno di integrazione in ogni caso, nonostante sia un micronutriente molto diffuso negli alimenti. Un alimento che non dà calorie ma è essenziale per la salute della donna è l’acqua, che non deve mai mancare. Un buono stato di idratazione è parte integrante dell’aspetto nutrizionale. Si consiglia di consumare almeno 2 litri di acqua al giorno, necessari per idratare la placenta e consentire l’aumento del volume ematico”.      

Gravidanza e cibi da evitare:    
“Certamente i pesci di grossa taglia, ad esempio tonno e pesce spada, sono soggetti al fenomeno di bioaccumulo, e possono contenere metalli pesanti, come il mercurio, in grado di incidere sulla salute del nascituro. Meglio optare per il pesce azzurro di piccola taglia. Data la presenza elevata di caffeina in thè e caffè, si consiglia sempre di limitarn l’uso, in quanto potrebbero aumentare il rischio di parto prematuro e basso peso alla nascita. Il consumo di affettati, come detto poco fa, necessariamente sottoposti ad una lunga stagionatura, deve essere ridotto poiché apportano molto sale, andando ad incidere su un quadro già complesso di ritenzione di liquidi negli arti inferiori della donna in gravidanza. Anche il consumo di dolci deve essere attenzionato: l’eccesso di zuccheri semplici può condurre ad un’alterazione nella regolazione della glicemia e condurre al diabete gestazionale”.

Ci sono anche dei cibi da escludere completamente, sia durante la gravidanza che l’allattamento, vediamo  quali:        
L’alcol è senza alcun dubbio da escludere in modo assoluto dalla dieta della futura mamma. Ancora non sono presenti studi scientifici che definiscono quale sia la dose minima in grado di interferire con la crescita del feto, pertanto è preferibile evitarlo del tutto. Occorre eliminare anche i mitili: sono animali filtratori, dunque concentrano eventuali sostanze tossiche presenti nelle acque, trasmettendole alla madre e , di conseguenza, al feto. Concluso l’allattamento è possibile reintegrare tutti i cibi a cui è stato raccomandato di prestare attenzione in gravidanza, naturalmente durante l’allattamento bisogna prestare attenzione a quei cibi, come il carciofo e l’asparago, l’aglio, le spezie ecc, che possono alterare il sapore del latte rendendo difficile il momento della poppata. Attenzione anche a quei cibi generano gonfiore intestinale e possono portare il bambino a soffrire di coliche. Si tratta soprattutto di cavolo, cavolfiore, peperoni, broccoli, cetrioli, asparagi e carciofi”.

Se durante il corso della giornata si dovessero avere degli attacchi di fame, cosa  prediligere?
“Occorre agire alla radice del problema: è fondamentale consumare più pasti al giorno (non solo i principali) proprio per evitare di essere preda degli attacchi di fame! La funzione degli spuntini è proprio quella di mantenere costante il livello di glicemia: quando la concentrazione di zucchero nel sangue scende troppo, il nostro organismo ci comunica di essere in uno stato di sofferenza attraverso l’insorgenza dello stimolo della fame… questo è vero più che mai in gravidanza! Ad ogni modo, verdure come finocchi, cetrioli, carote dovrebbero essere sempre a portata di mano , già pulite e fatte a pezzi per essere “sgranocchiate” quando si ha voglia di mangiare qualcosa. Ricche di acqua , fibre e vitamine rappresentano lo snack ideale…ma non l’unico! A metà mattina e a metà pomeriggio è possibile consumare frutta fresca oppure secca (se non si soffre di reflusso), cereali integrali, yogurt. In presenza di nausea è fondamentale consumare cibi secchi poiché sono in grado di assorbire i succhi gastrici, come gallette, o fette a base di farina integrale anziché pizza o grissini, che contengono invece più grassi rispetto ai primi! Sempre per combattere questa spiacevole sensazione possono essere di aiuto le tisane a base di zenzero o di agrumi, come limone, pompelmo e mandarini”.

Altro binomio che è  spesso all’attenzione, è quello gravidanza- sport, vediamo quali possono essere tranquillamente praticati:          
Se non ci si trova in uno stato di gravidanza a rischio, svolgere attività fisica è fondamentale in gravidanza. Utilizzare la cyclette, praticare nuoto, pilates, jogging, yoga o tennis è un fattore chiave per mantenersi in buona salute e ad avere una gravidanza più serena. Lo sport, infatti, non fa aumentare solamente il tono muscolare generale, incluso quello importantissimo del pavimento pelvico, ma migliora anche l’umore, prevenendo sintomi ansiosi e depressivi. Meglio evitare sport di contatto, come la boxe, o sport in cui sia elevato il rischio di caduta, come la bicicletta su strada. Nuoto e acquagym sono invece i migliori da praticare, oltre ai già menzionati: riducono il gonfiore su gambe e caviglia e diminuiscono la lombalgia.

Una giusta attività fisica riesce a svolgere anche la funzione di evitare di far accumulare troppi chili in gravidanza:        
Fare movimento o un’attività sportiva controllata aiuta a migliorare i processi metabolici di utilizzazione degli zuccheri e dei grassi, evitandone così l’accumulo eccessivo ed il sovrappeso. In più, rafforzando ed aumentando la componente muscolare, si realizza un aumento del proprio metabolismo basale: ciò significa che l’organismo a riposo consumerà di più calorie! In più l’attività fisica diminuisce la produzione di cortisolo, noto a tutti come “ormone dello stress”, che ha la capacità di incrementare la tendenza dell’organismo a trattenere i liquidi”.


E nel caso in cui si siano presi troppo chili, cosa si può fare?:  
Dopo il parto, in genere si perdono tra i 5 e i 7 kg, che corrispondono al peso del bambino, del liquido amniotico e della placenta. Dopodiché non c’è una risposta valida universalmente: in alcuni casi è necessario più di qualche mese affinché l’utero torni nel suo stato fisiologico; per altre donne, invece, i tempi possono essere più rapidi. Occorre impostare sin da subito delle sane abitudini alimentari, facendo attenzione alla qualità e alla quantità dei cibi introdotti. Senza dubbio, praticare regolarmente attività fisica è un grande aiuto alla perdita dei kg accumulati in gravidanza, poiché consente di lavorare non solo sulle calorie in entrata, ma anche su quelle in uscita!”.


Altro luogo comune è quello di intraprendere una dieta per perdere eventuali chili in più solo dopo aver concluso la fase dell’allattamento:         
Non c’è alcuna ragione per aspettare il termine della fase di allattamento. Un piano equilibrato che mira alla perdita dei kg in eccesso, tiene conto comunque del fabbisogno di crescita del bambino e di quello della donna che in questo delicato momento risulta generalmente essere aumentato di circa 300kcal, ma va valutato ad personam. È fondamentale rivolgersi ad un professionista del settore, e non improvvisare diete fai-da-te: un calo ponderale troppo rapido potrebbe far rilasciare nel latte delle sostanze tossiche che prima erano immagazzinate del tessuto adiposo in eccesso, che verrebbero quindi trasmesse al neonato”.

Ringrazio il Professor Rolando Alessio Bolognino, una gradita presenza fissa sul giornale EmozionAmici, per la sua squisita disponibilità e una professionalità che si unisce ad un linguaggio semplice, ma sempre efficace.

                                                                 Alessandra Fiorilli 


Alzheimer: grazie alla Ricerca, oggi è possibile parlare di Diagnosi Precoce e Prevenzione. Intervista al Professor Giovanni Battista Frisoni, tra i maggiori esperti in campo internazionale.

C’è una caratteristica comune che lega tutte le malattie gravi, quelle che nell’immaginario collettivo difficilmente lasciano scampo, perché quasi incurabili, o perché rappresentano un tunnel nel quale, una volta entrati, non è possibile più uscirne.

E’ stato così per il cancro, di cui si aveva timore persino a pronunciarne il nome, bollandolo semplicemente come “Il brutto male”, è stato, ed è ancora così,  per l’Alzheimer, malattia, questa, che fa ancora più paura perché, gettando un’angosciosa ipoteca sul futuro, è in grado di cancellare ciò che maggiormente ci distingue gli uni dagli altri: la memoria, la personalità, le abitudini, il nostro vissuto fatto di ricordi, atti, azioni, emozioni.

Fortunatamente, grazie alla ricerca, oggi possiamo parlare di Diagnosi Precoce e di Prevenzione anche per la malattia di Alzheimer: a delinearci questi aspetti è il Professor Giovanni Battista Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra, Professore Ordinario di Neuroscienze cliniche presso la locale Università e già Direttore Scientifico dell’IRCCS Centro di San Giovanni di Dio “Fatebenefratelli” di Brescia.

“Iniziamo con l’illustrare la patofisiologia della malattia di Alzheimer, ovvero  le tappe che portano una persona completamente  sana a sviluppare disturbi cognitivi prima, e  perdita di autonomia, poi. Quello che abbiamo imparato negli ultimi anni è che ciò che accomuna l’Alzheimer a tutte le altre malattie degenerative, è  la lunghissima  fase preparatoria, di  15-20 anni, durante la quale il cervello comincia a sviluppare delle alterazioni patologiche,  inizialmente molto leggere, poi sempre più  gravi, che portano, pian piano e lentamente,  il cervello a non riuscire più ad effettuare tutte le attività cognitive con la stessa efficacia di un tempo. Tali cambiamenti sono il risultato di una deposizione di proteine neurotossiche, un fattore, questo, che è comune a molte malattie neurodegenerative, quali, ad esempio,  la malattia di Parkinson o la sclerosi laterale amiotrofica. Ciò che caratterizza e differenzia le suddette malattie, è il tipo di proteina neurotossica  e la zona del cervello nella quale va a depositarsi.

Quelle che si riscontrano nell’Alzheimer sono la proteina beta-amiloide e la proteina Tau,  che vanno a depositarsi nelle zone del cervello deputate ai processi della registrazione e consolidazione delle tracce mnesiche, ovvero della memoria.

La deposizione di tali proteine inizia 15-20 anni prima che compaiano i sintomi  e, iniziando  nelle zone della memoria, si allarga progressivamente, fino a coinvolgere il cervello  quasi  completamente”

Grazie alla Ricerca, oggi è possibile parlare anche per questa malattia di Diagnosi Precoce: “  E’ possibile quando c’è già il riconoscimento della malattia in persone che hanno, appunto, superato la soglia dei disturbi di memoria, in altre parole dopo quei 15-20 anni nei quali le proteine si sono accumulate nel cervello. C’è da dire, però, che  non tutti i disturbi di memoria sono legati alla malattia d’Alzheimer, si possono infatti avere delle dimenticanze più del normale,  legate a situazioni di stress, depressione, disturbi del sonno, solitudine, neoplasie, disturbi di circolazione celebrale, scompensi glicemici, e molte altre cause ancora. La diagnosi precoce permette di capire se i disturbi di memoria di una persona sono dovuti a una di queste condizioni o a una malattia di Alzheimer. Per far questo, si effettua una puntura lombare e un prelievo del  liquido cerebrospinale, lo stesso liquido acquoso nel quale il cervello è immerso. Oltre alla puntura lombare si può effettuare anche la scintigrafia cerebrale che ci permette di vedere quali parti del cervello tali proteine hanno colpito”.

Alzheimer e Prevenzione, sia primaria che secondaria: un binomio che, almeno sino a un po’ di tempo fa, sembrava impossibile, ma oggi non più.

“La Prevenzione primaria riguarda tutti quegli interventi che possono essere posti in essere in qualsiasi momento prima dell’insorgenza dei sintomi, dall’infanzia all’età adulta. La si fa per così dire “a pioggia”, con attenzione agli stili di vita, quali un’attività fisica regolare, un’alimentazione basata sulla dieta mediterranea, un’adeguata attività mentale, il  controllo di malattie  croniche quali ipertensione e ipercolesterolemia. Sono da evitare assolutamente le sostanze tossiche per il cervello quali droghe e da limitare altre sostanze neurotossiche, quali fumo e alcool”.

In un futuro non molto lontano, inoltre :” La prevenzione ci permetterà  di identificare le persone a rischio e trattare solo quelle realizzando, così una prevenzione molto più mirata, che chiamiamo prevenzione secondaria.  Sono in corso, infatti, trial clinici di somministrazione di medicinali su persone sane ma con amiloidosi  cerebrale, nelle quali vengono testati  farmaci anti-amiloide. In questi trial speriamo si potrà dimostrare che le persone che ricevono il farmaco, pur essendo ad   alto rischio, svilupperanno una demenza meno frequentemente delle persone  non trattate farmacologicamente. Quello che stiamo cercando di fare è di seguire una procedura simile  a quella che si ha per le malattie cardiovascolari. Si tratta il paziente con ipertensione o ipercolesterolemia, ad esempio, prima che lo stesso incorra in  un infarto o un ictus. Solo che tenere sotto controllo la pressione, il colesterolo o il diabete è molto più semplice rispetto alla misurazione delle proteine neurotossiche  attraverso puntura lombare o PET,  che sono molto più  complicate e costose. Quello che sarà, invece, possibile fare prossimamente è misurare nel sangue le proteine neurotossiche amiloide e tau grazie a macchine sofisticatissime di ultimissima generazione che permetteranno di individuare persone ad alto rischio di sviluppare la malattia”.

La speranza che si possa parlare di Alzheimer in modo differente rispetto al passato arriva da una grande notizia: “Proprio quest’anno, a giugno, la FDA ha approvato il primo farmaco che in persone con malattia di Alzheimer ne rallenta di circa il 23% la progressione. La notizia ha fatto rumore  perché  c’è una rassegnazione sociale nei confronti della malattia di Alzheimer, in quanto percepita come  incurabile, di fronte alla quale non c’è nulla che si possa fare. Ebbene, questi farmaci, cambieranno anche la percezione della malattia”.

Un altro grande traguardo sarà raggiunto tra breve: “Attualmente test ematici per rilevare eventuali marcatori non si hanno ancora nella fase di pratica clinica, ma solo nei progetti di ricerca, anche se potremmo sperare di averli tra circa 2 anni, mentre programmi di prevenzione potranno essere in atto fra 5-10 anni. E’ una sfida enorme ma non impossibile, se pensiamo ai grandi passi in avanti che sono stati fatti in questo campo.   Basti pensare che quando io, quasi 30 anni fa, giovane medico, iniziai in questo campo, un mio collega del centro Fatebenefratelli pubblicò un articolo, dal significativo titolo:  “Alzheimer: malattia  o nebulosa”. Alcuni non ne parlavano neanche in termini di malattia e oggi stiamo lavorando a programmi di prevenzione”

E se tanto è stato fatto per questa malattia che fa ancora tanta paura, e se oggi c’è una speranza, sorretta da Ricerca sul campo, lo dobbiamo anche  medici come il Professor Giovanni Battista Frisoni, appassionato, e che  a tanta scienza affianca un’umanità palpabile e una grande vicinanza alle famiglie e ai pazienti di questa malattia che viene ancora  chiamata quella “ del lungo addio”.

                                               Alessandra Fiorilli

L’olio d’oliva: esaltato da Omero e Ippocrate, oggi pilastro della dieta mediterranea grazie alle sua eccellenti caratteristiche e qualità delle quali ci parla il Professor Rolando Alessio Bolognino.

“Oro liquido”, “La grande medicina”: sono queste le definizioni con le quali, rispettivamente, il grande scrittore  Omero e Ippocrate, il padre della medicina, tributavano all’olio d’oliva.

Il condimento simbolo della dieta mediterranea, era infatti usato, nei tempi antichi,  anche per curare  dermatiti e per lenire la sintomatologia legata all’apparato gastrointestinale.

Per conoscere a fondo questo alimento abbiamo parlato con il Professor Rolando Alessio Bolognino, Ricercatore e biologo nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva, Docente universitario a contratto presso l’università Unitelma La Sapienza di Roma, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, l’Università degli Studi di Catania, Istruttore Protocolli Mindfulness. Autore di libri e pubblicazioni scientifiche, divulgatore scientifico in radio e televisione.

Siamo abituati a vedere, sugli scaffali dei negozi, molti tipi di olio di oliva, ma ciascuno presenta delle caratteristiche proprie, come ci illustra il Professor Bolognino: “La Comunità Europea classifica le diverse tipologie di olio di oliva sulla base di tre elementi: la percentuale di acidità libera, il tipo di processo attraverso cui è stato ottenuto il prodotto e l’analisi organolettica. Ad esempio l’olio extra vergine di oliva deve presentare un tasso di acidità non superiore allo 0,8% e un gusto assolutamente perfetto. L’Italia è un Paese stupendo, ricco di diverse cultivar , capaci di dare all’olio EVO, così come al vino, diversi profumi e diverse fragranze”.

Nell’immaginario collettivo l’olio è considerato un condimento, mentre, invece, è classificato, per le sue peculiarità, un vero e proprio alimento: “In quanto presenta una composizione lipidica pari al 99%, oltre ad una frazione minore di sostanze che esercitano azioni protettive per il nostro organismo, come polifenoli e vitamina E. Può infatti essere considerato un alimento funzionale, ovvero un alimento che ha la capacità di influire su una o più funzioni fisiologiche”.

E se, come abbiamo già detto, Ippocrate usava le proprietà medicamentose dell’olio d’oliva, oggi continua a rivestire un ruolo fondamentale per la nostra salute, un prezioso alleato, come afferma il Professor Bolognino: “L’olio extravergine di oliva viene considerato l’“oro liquido” della dieta mediterranea. Gli effetti positivi derivano principalmente dalla presenza di polifenoli e vitamina E. Questi ingredienti svolgono un’azione antiossidante in quanto salvaguardano le membrane lipidiche, prevenendo fenomeni di ossidazione. Inoltre, i polifenoli mostrano proprietà ipocolesterolemizzanti, poiché, in sinergia con l’azione dell’acido oleico, promuovono un abbassamento del colesterolo LDL ed un innalzamento del colesterolo HDL”.

Ottimale è consumare l’olio a crudo, come sottolinea il Professor Bolognino: “In questo modo   viene mantenuto inalterato il patrimonio di sostanze antiossidanti, preziose per il nostro organismo perché permettono di combattere l’infiammazione e l’invecchiamento cellulare provocato dai radicali liberi. Invece l’olio cotto, come tutti i grassi in cottura, tende a subire l’ossidazione e perossidazione dei grassi, con produzione di sostanze tossiche, come i lipoperossidi. In più, a livello gustativo, il consumo a crudo ci permette di apprezzarne maggiormente le note e gli odori che caratterizzano questo straordinario prodotto. Dunque ne guadagna sia la salute che il palato!”.

Molti anni fa si ebbe un dibattito, che correva lungo il linguaggio pubblicitario, nel quale l’uso dell’olio d’oliva per le fritture casalinghe era particolarmente demonizzato, chiedo al Professor Bolognino se, al contrario di quanto si è detto, lo si possa usare anche per le fritture: “E’ un ottimo prodotto per friggere, ma ha un punto di fumo inferiore ad alcuni oli di semi, come quello di girasole . Inoltre la sua struttura renderebbe il prodotto finale un po’ pesante, quindi assolutamente non adatto a fritti vegetali o di piccoli pesci. Ricordiamo che al superamento del punto di fumo viene favorita la produzione di acroleina, sostanza nociva che esercita un’azione tossica per il fegato, ma anche irritante nei confronti della mucosa gastrica”.

Grande attenzione, negli ultimi anni, verso i prodotti Bio. Anche l’olio è da preferire biologico?

È sempre bene prediligere un olio biologico sia perché viene meno l’utilizzo dei pesticidi sulle olive, impiegati per contrastare l’azione dei parassiti, sia perché nelle grandi aziende produttrici vengono spesso utilizzate delle sostanze chimiche che correggono le impurità e i valori di rancidità dell’olio. In più, un olio biologico è garanzia che tutti i processi adottati per la realizzazione del prodotto, dunque dalla coltivazione della pianta fino all’ immissione in commercio, siano stati realizzati in un determinato territorio rispettando i processi di crescita e trasformazione dell’oliva”.

Da prestare attenzione, nel momento in cui lo si acquista, alla dicitura “spremitura a freddo” che dovrebbe comparire sull’etichetta: “Le alte temperature possono contribuire alla dispersione di sostanze fenoliche, vitamine termolabili (la vitamina C e le vitamine del gruppo B) e acidi grassi polinsaturi omega-3 e omega-6, ma anche al peggioramento dei caratteri organolettici. Attraverso la spremitura a caldo, alcuni caratteri come la piccantezza o l’amarezza vengono persi, facendo emergere delle note dolci “piatte”. In più, bisogna considerare che proporzionalmente all’aumento della temperatura impiegata durante processo di estrazione, vi è una maggior appiattimento dell’aroma fruttato”.

Essenziale anche il colore della bottiglia: “Anche il packaging influisce sulla qualità di un buon olio. È consigliabile che sia conservato in bottiglie di vetro scuro, in modo tale che venga protetto dall’esposizione alla luce. Questa, infatti, può provocare fenomeni di foto-ossidazione responsabili dell’irrancidimento dell’olio e della perdita di preziose sostanze polifenoliche, come l’oleuropeina e l’olecantale, sostanze molto attive anche nella prevenzione oncologica”.

Diete ipocaloriche e olio: vediamo qual è il giusto equilibrio : “L’olio di oliva è un alimento che non deve mancare all’interno di una sana e corretta alimentazione, dunque anche nelle diete ipocaloriche. L’importante è che la composizione dei macronutrienti (proteine, carboidrati e lipidi) sia ben bilanciata. Consideriamo che circa il 30 % del nostro fabbisogno energetico giornaliero dovrebbe derivare dai lipidi, di cui l’olio di oliva rappresenta la fonte primaria. Infatti, oltre ad apportare preziosi componenti, permette un corretto assorbimento delle vitamine liposolubili, l’assunzione di acidi grassi essenziali ed una maggiore lubrificazione del colon, favorendo così il transito intestinale. Tra le azioni benefiche più importanti dell’olio extravergine d’oliva è doveroso citare: prevenzione del diabete, contrasto dell’ipertensione e miglioramento del profilo lipidico HDL, contrasto verso le malattie neurodegenerative, azione antiossidante”.

Pane e olio: la merenda di un tempo. Anche oggi è ancora valida, se dopo facciamo un po’ di attività fisica, come i bambini di tanti anni fa? “Diciamo di sì, con le adeguate differenziazioni tra le persone. Nelle giuste quantità, costituisce una merenda sana e nutriente, poiché apporta sia carboidrati sia grassi “buoni” provenienti dall’olio. Rispetto al classico frutto o yogurt che troviamo alla voce “spuntino” in ogni piano alimentare ha più calorie…ma basta avere una vita attiva e muoversi quando si può e sarà un’ottima scelta da mettere nella giornata, soprattutto per i più giovani (che invece preferiscono le merendine, che hanno maggiori calorie ma di qualità molto inferiore)”.

Ringrazio il Professor Bolognino per aver, così esaustivamente, illustrato, in tutti i suoi singoli aspetti, le caratteristiche di un alimento tanto amato dagli italiani e che diventa l’immancabile elemento principe di moltissimi piatti.

Miomi e polipi uterini: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella.

I miomi uterini o fibromi e i polipi endometriali sono due entità diverse per loro natura: i miomi presentano una struttura solida, che origina dalle fibre muscolari, e sono solitamente tumori benigni; i polipi sono invece neoformazioni della mucosa endometriale (quel tessuto ghiandolare che si sfalda durante le mestruazioni)” afferma la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana.

I miomi hanno un’incidenza elevata nella popolazione femminile: Circa il 70% delle donne tra i 40 e i 50 anni ne ha almeno uno. Si tratta quindi di una problematica molto comune. Fortunatamente la trasformazione maligna di un mioma è un evento rarissimo: circa 2 su 1000. In tal caso il tumore prende il nome di lemiosarcoma, che è molto aggressivo e presenta caratteristiche tali da crescere in poco tempo, grazie ad una ricca vascolarizzazione. Ecco perché, quando si riscontra per la prima volta un mioma durante una visita ginecologica, è bene effettuare un controllo successivo a breve, dopo 6-8 mesi.

I miomi possono essere asintomatici oppure dare segno della loro presenza attraverso diverse manifestazioni che dipendono dalla posizione e dalle dimensioni. :”I miomi sottosierosi, ad esempio,  accrescono verso l’esterno del viscere uterino, quindi verso l’addome e la pelvi e possono non dare sintomi; qualora le dimensioni fossero importanti, possono provocare alla donna un senso di compressione o la necessità di urinare frequentemente. I sottomucosi, invece, si localizzano in prossimità della cavità uterina e, anche se di piccole dimensioni, possono manifestarsi con perdite ematiche irregolari e mestruazioni abbondanti e purtroppo, possono avere ripercussioni sulla fertilità”.

E sulla necessità che un mioma debba essere asportato, così si esprime la Dottoressa Sagnella: “E’ importante personalizzare la terapia. Nel caso in cui il sottomucoso produca sintomi, l’intervento da effettuare è quello della resettoscopia, senza necessità di un taglio addominale. Nel caso in cui il mioma sia intramurale o sottosieroso, si deve ricorrere alla miomectomia, quindi con incisione dell’utero”.

Qualora la paziente debba sottoporsi a tale intervento e desidera avere un figlio: Dovrà attendere del tempo prima di cercare una gravidanza perché l’utero deve cicatrizzare bene”.

Ancora più importante, dunque, sottoporsi a controlli periodici in modo da scoprire la presenza di un eventuale mioma che possa compromettere la fertilità:” Scoprire un fibroma , ad esempio all’età di 38 anni, potrebbe incidere negativamente sul progetto di una gravidanza”.

 In che modo i miomi possono interferire con la fertilità? :”La presenza di miomi nella cavità uterina, in prossimità degli osti tubarici, ad esempio, può ostruire la via di accesso alla tuba, impedendo l’incontro tra spermatozoo e ovulo; inoltre può interferire con l’impianto dell’embrione e con la formazione della placenta”.

Quali sono i fattori di rischio dei miomi?” La familiarità. In questo caso è buona norma cominciare ad effettuare ecografie transvaginali già all’età di 20-25 anni. Esiste una correlazione anche con il colore della pelle: le donne di colore hanno, infatti, il triplo delle probabilità di sviluppare miomi rispetto alla razza caucasica. Sovrappeso e obesità rappresentano un ulteriore importante fattore di rischio”.

I problemi più comuni che possono scaturire dai miomi: “ Sono rappresentati soprattutto all’anemia indotta dalle emorragie e dai dolori durante le mestruazioni (dismenorrea) o durante i rapporti sessuali (dispareunia)”.

La menopausa segna il momento in cui I miomi regrediscono da un punto di vista volumetrico, questo perché crollano gli estrogeni. Durante la pre-menopausa, invece, quando i miomi tendono a crescere, è possibile ricorrere a farmaci quale la pillola anticoncezionale per contrastare dolori e emorragie”.

Terapie tradizionali si affiancano a quelle più innovative: “L’ embolizzazione dei miomi è una procedura che viene essere eseguita un radiologo, il quale inserisce dei cateteri che vanno a chiudere l’arteria dalla quale il mioma riceve il sangue che lo nutre. Chiusa l’arteria il mioma, senza più possibilità di crescere, va in necrosi e si rimpicciolisce. Recentemente si stanno perfezionando anche altre tecniche meno invasive, anche se ancora poco diffuse, come gli ultrasuoni focalizzati che colpiscono il “cuore” del mioma”.

Togliere un mioma è sempre necessario quando la paziente intende avere una gravidanza? “In presenza di miomi, la gravidanza è comunque da considerarsi “a rischio” perchè possono essere causa di abortività precoce, anomalie della placentazione ed altre complicanze ostetriche come il parto prematuro. A volte possono crescere molto rapidamente e raggiungere dimensioni notevoli nei primi mesi della gestazione, anche se questo non sempre accade e, purtroppo non è prevedibile a priori. E’ importantissimo, pertanto, che la donna portatrice di miomi, si affidi ad uno specialista esperto che possa informarla e consigliarla al meglio, sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli aspetti: numero, posizione e dimensioni dei miomi ed età della donna”.

Altra patologia tumorale benigna sono i polipi: “Neoformazioni della mucosa endometriale (tessuto ghiandolare che si sfalda durante le mestruazioni). Possono variare da pochi millimetri a qualche centimetro. I sintomi tipici sono lo spotting, il sanguinamento durante i rapporti sessuali, cicli abbondanti e dolorosi. Anche i polipi, come i miomi, sono benigni ma possono talvolta degenerare in adenocarcinoma dell’endometrio. I polipi non vengono scoperti durante una visita, a meno che non fuoriescono dal collo dell’utero (polipi cervicali); per diagnosticarli quindi è necessario eseguire un’ecografia transvaginale, seguita da una isteroscopia diagnostica (esame endoscopico). L’asportazione chirurgica dei polipi avviene mediante isteroscopia operativa, che è una procedura semplice in quanto avviene per via vaginale, attraverso l’utilizzo di uno strumento che, sotto visione endoscopica (fibra ottica), va a recidere il polipo il quale viene poi sottoposto ad esame istologico”.

Le cause dei polipi: “Sono genetiche e ormonali; l’età maggiormente a rischio è quella tra i 40 e i 50 anni ed è difficile che si formino durante la menopausa. Altro fattore di rischio è l’obesità, specie per i polipi che degenerano in carcinomi, in quanto il grasso produce estrogeni, e quindi è buona norma contrastare obesità e sovrappeso”.

In merito ad una gravidanza: Rendono difficile l’annidamento dell’embrione e possono, come anche i miomi, ostruire l’ostio tubarico. Diversamente dai miomi, prima di progettare una gravidanza è sempre indicato asportare eventuali polipi endometriali.

                                                          Alessandra Fiorilli

Ipertensione: quanto è importante lo stile di vita. Ce ne parla il Professor Paolo Calabrò, tra i massimi esperti della cardiologia internazionale

Termini medici quali “pressione arteriosa” e “ipertensione” sono tra i più usati anche nel linguaggio quotidiano e se molti dichiarano di avere in casa uno strumento per la misurazione domiciliare, alcuni preferiscono recarsi in Farmacia e altri ancora si sentono tranquilli solo quando il Medico di famiglia, con lo sfigmomanometro, misura la pressione, ovvero :” La tensione, prodotta dal battito cardiaco, sulle  arterie”, come ci dice uno dei massimi esperti nel panorama della cardiologia internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione del Professor Paolo Calabrò)

Tenere la pressione sotto costante controllo è sempre una buona regola perché l’ipertensione, silente e subdola, può creare molti danni alla salute: “Esponendo il soggetto che ne soffre ad un rischio maggiore di andare incontro ad un ictus o infarto”.

Due sono i valori che vengono riportati nella misurazione:” La Minima, o diastolica che si ha nel momento in cui il cuore si rilassa, la Massima, o sistolica, che in realtà coincide con il momento della contrazione cardiaca del ciclo cardiaco, ovvero quando il cuore trasmette la sua massima forza sulle arterie”.

Non tutti sanno che, oltre al metodo più frequente e tradizionale della misurazione, “Non invasivo”, c’è ne è anche un altro:” Al quale si ricorre quando il paziente è ricoverato nei reparti di terapia intensiva o in degenza post-operatoria, dove è richiesta una misurazione continua e costante della pressione continua. Tale metodo richiede l’inserimento di cateteri direttamente nei vasi sanguigni”.

Nel caso della misurazione domiciliare, la regola da seguire è quella degli antichi latini “In medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo, ndr), perché, se è vero che la pressione arteriosa è da sottoporre a controlli regolari, è pur vero che la sua misurazione più volte al giorno può creare, a volte, inutili timori, come dichiara il Professor Paolo Calabrò:  “Il controllo domiciliare che molti fanno della propria pressione è una buona pratica da seguire, se si pensa che c’è una percentuale dei pazienti che fa registrare la cosiddetta “ipertensione da camice bianco”: trattasi soprattutto di soggetti ansiosi i quali, di fronte al medico tendono ad entrare in uno stato di agitazione tale da registrare dei valori pressori più elevati”.

E’ buona regola, però, anche nel caso della misurazione domiciliare:” Non fermarsi mai alla prima misurazione che spesso registra valori più alti

Non cadere, però, neanche nell’ossessione di controllare la pressione più volte al giorno: “Molto spesso ai miei pazienti consiglio di misurarla tre volte la settimana in orari diversi: il lunedì al mattino, il mercoledì all’ora di pranzo e il venerdì di sera”.

Da seguire, in caso di misurazione domiciliare, alcune semplici e basilari regole per non incorrere in una risultato falsato da possibili interferenze esterne:” Ovviamente anche il luogo dove si realizza la misurazione ha una sua importanza: l’ambiente deve essere, pertanto, confortevole e rilassante. Bisogna inoltre stare seduti e attendere alcuni minuti prima di procedere alla misurazione. Il braccio dovrà essere libero, non compresso da maglioni o camicie, che potrebbero inficiare una corretta misurazione”.

Una singola misurazione “fuori dalla norma”, non deve, però, mettere in allarme: “Non basta un singolo valore per parlare di ipertensione o di ipotensione.  I valori ottimali per la pressione, secondo quanto stabilito dalla Società Europea di Cardiologia, sono per la Massima, minori o uguali a 120 e per la Minima, uguali o minori a 80, e comunque sono da considerare normali fino a valori di 130/85. Quindi, tecnicamente, chi registra 130/85 non deve temere di avere la pressione alta. Inoltre, un dato fondamentale da tenere sempre in considerazione è che il singolo valore non è da considerarsi in assoluto, ma deve essere rapportato, di volta in volta, al singolo paziente. Ad esempio, per un anziano valori compresi tra 130/135 di Massima sono da considerarsi non patologici, in quanto, con il passare dell’età le arterie sono più rigide, andando incontro ad un naturale irrigidimento che rende il passaggio del sangue più difficoltoso, con un aumento conseguente della pressione. Gli stessi valori sopra menzionati, invece, se si dovessero riscontrare in un ragazzo di 15 anni richiederebbero un’attenzione particolare”.

Il valore della pressione, quindi:” Deve essere studiato nell’ambito di un quadro clinico più generale. In pazienti, ad esempio, con diabete mellito i valori devono essere più bassi, perché già il diabete espone il paziente a rischi più elevati”.

L’ipertensione, inoltre:” Si divide in essenziale che è quella che preoccupa di più i medici perché non si riesce ad individuare una chiara causa e secondaria, legata, invece a patologie come l’insufficienza renale, il rene policistico e le malattie endocrine e metaboliche”.

E quindi è sempre consigliato seguire una buona regola:” Il paziente affetto da Ipertensione Arteriosa deve essere consapevole dell’aumento del rischio cardiovascolare, ma non deve per questo sentirsi malato: è sufficiente, infatti, adottare alcuni accorgimenti o piccoli cambiamenti nello stile di vita. Ad esempio, è buona norma combattere l’obesità, ma anche il sovrappeso, evitando uno stile di vita sedentario. A volte un’attività fisica regolare, 2-3 volte alla settimana per circa mezz’ora, sarà sufficiente a riportare i valori nella normalità e tale attività è la prima “pillola” da prescrivere al soggetto iperteso insieme ad una dieta che vedrà la riduzione della quantità di sale  e condimenti, mai, però, abolire un alimento perché la dieta, soprattutto quella Mediterranea, deve essere sempre completa. Bene anche l’aumento del consumo di fibre e verdure perché aiutano ad eliminare le scorie e migliorano il transito intestinale, evitando quella tensione che rischia di essere una concausa dell’ ipertensione stessa. Ottimo anche il consiglio di incrementare l’introito di acqua e l’uso di tisane. Pertanto, possiamo concludere dicendo che prescrivere farmaci è la cosa più semplice ed ovvia, ma non sempre è la strategia più indicata come approccio iniziale al paziente con ipertensione arteriosa”.

Attenzione infine anche allo stress: “Molto diffuso, specie tra i giovani professionisti che lavorano anche 12-14 ore al giorno e che non sempre hanno la possibilità di seguire un’alimentazione sana e completa. In particolare, in questo periodo di pandemia COVID-19, si sta riscontrando un aumento dei casi di ipertensione collegati proprio al particolare momento”.  

Alessandra Fiorilli                                  

Curare l’artrosi con l’Ossigeno Ozono Terapia: ce ne parla un luminare in questo campo, il Professor Umberto Tirelli

L’artrosi è una malattia degenerativa che interessa le articolazioni. Quasi il 50% della popolazione oltre i 60 anni di età, soffre di questa patologia che può variare da forme più lievi a più gravi.

Tale percentuale aumenta anche  sino al 90% quando si  parla di soggetti con più di 80 anni. Tutto ha inizio da un’alterazione della cartilagine che conduce, successivamente, alla degenerazione dell’ articolazione”.

Inizia così la mia intervista con l’eminente Professor Umberto Tirelli, Specialista in Oncologia, Ematologia e Malattie Infettive, Past Primario Oncologo e attuale Senior Visiting scientist presso l’Istituto Nazionale Tumori di Aviano (PN), Direttore Centro Tumori, Stanchezza cronica e Ossigeno Ozono Terapia della Clinica TIRELLI MEDICAL Group e tra i primi Top Italian Scientists dalla rivista Plos Biology del 2019.

Il Professor Umberto Tirelli (per gentile concessione del Professor Umberto Tirelli)

 Tra i primi fattori di rischio, dunque :  L’età avanzata, ma non sono da sottovalutare anche l’obesità, la familiarità, il diabete, il tipo di lavoro svolto: infatti è esposto ad un rischio maggiore chi sta molte ore in piedi e per le donne, un altro fattore determinante è la menopausa”.

La sintomatologia legata all’insorgenza dell’artrosi si manifesta: “Con dolore e limitazione dell’attività articolare, infatti, le articolazioni tendono a diventare rigide, quasi bloccate. L’anziano lamenta il fatto di avere dei dolori alle ossa e spesso di non riuscire a camminare”.

L’artrosi di divide poi in: Primaria, detta anche idiopatica, se legata ad una predisposizione genetica, secondaria se causata da traumi. E nel caso dell’anziano, si parla di artrosi localizzata se ad essere interessata è solo una singola articolazione, di solito quella del ginocchio, dell’anca o della spalla, oppure generalizzata se riguarda più articolazioni”.

Ad essere maggiormente interessate, sono il ginocchio e la colonna vertebrale: “Dove spesso si  notano anche delle profusioni discali”.

Alle prime avvisaglie di un’articolazione che tende a diventare sempre più dolorante e rigida, solitamente: “Si ricorre, come esame diagnostico, ad una semplice lastra che già da sola è in grado di mostrare  i segni dell’artrosi. A quel punto si potrà anche approfondire con una risonanza magnetica”.

Accertata la diagnosi di artrosi, segue la fase del trattamento:” Spesso si ricorre alla chirurgia, utilizzando protesi, specie se ad essere interessata dall’artrosi sono le articolazioni dell’anca, del ginocchio e della spalla”.

Anche per l’artrosi, però possiamo fare molto per evitare di soffrirne nella Terza Età, o comunque, per non incorrere nelle forme più gravi :” Svolgere regolarmente attività fisica è sempre una buna cosa, anche una semplice camminata va benissimo. Una grande attenzione, però, è da porre anche al peso corporeo: da evitare, quindi, di incorrere nel sovrappeso ma soprattutto nell’obesità”.

Al primo insorgere dell’artrosi :” Bene anche ricorrere alla fisioterapia”  e, per quanto attiene ai farmaci :” Solitamente si ricorre al paracetamolo e in genere ai Fans ma c’è da dire che non sempre i farmaci sono poi così efficaci per la cura dell’artrosi. Una cura, invece,  efficace e senza effetti collaterali è quella che prevede il ricorso all’Ossigeno Ozono Terapia che può essere somministrata in via sistemica, quando i dolori provocati dall’artrosi sono diffusi in tutto il corpo, oppure in via locale se invece, il dolore è localizzato ad una sola articolazione”.

Il gruppo di lavoro del Professor Umberto Tirelli (per gentile concessione del Professor Umberto Tirelli)

Il motivo per cui  proprio l’Ossigeno Ozono Terapia  si è rivelata efficace nella cura dell’artrosi, ce lo spiega, a conclusione dell’intervista,  il Professor Tirelli :” L’ozono ha un elevato potere antinfiammatorio e proprietà antidolorifiche, andando a migliorare il microcircolo e quindi la sintomatologia legata all’artrosi.  L’Ossigeno Ozono Terapia, inoltre, è estremamente indicata per quegli anziani che non possono essere sottoposti a intervento chirurgico”.

Ringrazio il Professor Umberto Tirelli, il quale mostra sempre una grande disponibilità nei miei confronti, trovando del tempo da dedicare al giornale EmozionAmici, sul quale troverete una prima intervista al Professor Tirelli sulla fibromialgia, anch’essa curata con l’Ossigeno Ozono Terapia.

D’altronde, non c’è da stupirsi che il Professor Tirelli, un luminare della scienza, sia anche un esperto divulgatore, con ottime doti comunicative: nel suo curriculum di due pagine fitte fitte,  accanto alla sua attività di ricerca, spicca anche l’essere stato vincitore, nel 2003, del IV Premio Festival della Televisione Italiana per la comunicazione medico scientifica.

                                           Alessandra Fiorilli

Gli effetti della diagnosi di Alzheimer sui familiari del malato: ne parliamo con il Professor Giovanni Battista Frisoni, uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

L’insorgenza di una malattia non riguarda solo il malato, ma anche tutti coloro che lo amano e che si trovano, di fronte ad una diagnosi in grado di stravolgere le proprie esistenze, a dover fronteggiare qualcosa di inaspettato e di tragico. Questo è ancor più drammaticamente vero per l’Alzheimer, la malattia neurodegenerativa della quale il Professor Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra, è uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

Il Professor Giovanni Battista Frisoni (per gentile concessione del Professor Frisoni)

“Il malato d’ Alzheimer ci mostra le nostre stesse paure, le nostre fragilità. Questa patologia presenta non solo una propria specificità rispetto alle malattie d’organo, ma anche a quelle psichiatriche, in quanto richiede una rielaborazione del registro relazionale. Faccio un esempio pratico: in ciascuna famiglia ciascuno ha dei ruoli che sono tali anche dopo 20,30,40 anni. Durante questo lasso di tempo si sono instaurati una comunicazione verbale e non verbale e un gioco di ruoli costituenti  una struttura relazionale che la malattia, invece, costringe a dover revisionare per permettere che la relazione continui.  Difficilissimo adattarsi per il coniuge convivente: dopo decenni di vita comune e di adattamento su un certo registro di relazione (che sia dominante, accudente, controllante, o altro) il coniuge non malato deve revisionare il tutto… e non è detto che ne abbia la voglia, la forza o la capacità”.

Dopo questa illuminante prefazione, l’eminente Professor Frisoni, (già da me intervistato per EmozionAmici sulla malattia d’Alzheimer), ci parla, in dettaglio, di uno degli aspetti più dolorosi, e talvolta, sottovalutati: gli effetti emotivi dell’Alzheimer sui familiari del malato.

“Davanti alla diagnosi della malattia, la reazione non è univoca, ma spazia tra due estremi opposti: da una  consapevolezza che porta a dire: “Lo sapevo già”, ad un’amara sorpresa che si concretizza in un: “Ma cosa dice, Dottore, non è possibile!”.  In mezzo a questi due opposti, ci sono le sfumature e il determinante fondamentale della reazione è il livello di conoscenza della malattia, ovvero  le persone che la conoscono e la temono, sono anche le più attente, hanno  un alto livello di consapevolezza di  sé che li porta a  notare subito disturbi di memoria. Questo li conduce  a sottoporsi a controlli per vedere se hanno davvero l’Alzheimer, la cui diagnosi  non è sempre facile: il più delle volte, infatti, non si riesce a capire, nemmeno con una risonanza magnetica, se tali disturbi di memoria, o del linguaggio, o della parola che manca, o del non ricordare nomi, siano ascrivibili o meno all’Alzheimer. Ecco perché è spesso necessario ricorrere ai biomarcatori, quali la puntura lombare e la PET molecolare (tomografia a emissione di positroni, detta anche scintigrafia cerebrale)”.

 (Per chi fosse interessato ad approfondire tali aspetti, il link della precedente intervista è il seguente:  https://www.emozionamici.it/2019/07/31/alzheimer-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-in-campo-internazionale-il-professor-giovanni-battista-frisoni/)

E quando, invece, arriva la diagnosi di Alzheimer: “Nella testa dei familiari c’è una storia che si proietta nel futuro: in molti non solo si chiedono cosa succederà al malato, ma già lo vedono nella fase terminale della malattia, quando sarà ormai allettato e bisognoso anche di essere imboccato. Qui in Svizzera dove lavoro, la diagnosi viene comunicata non solo ai familiari, ma anche al paziente e la prima cosa che cerchiamo di capire è la loro rappresentazione della malattia, ovvero la storia che il termine « Alzheimer » evoca in loro”.

La reazione dei familiari di fronte a tale diagnosi che, ancora più delle altre, fa paura, è estremamente variabile, come afferma il Professor Frisoni: Alcune famiglie si disperano sin dall’inizio, per loro la diagnosi fa crollare il mondo addosso, e questo succede soprattutto quando il malato ha elevate performance intellettuali, per il quale perdere la memoria significa non riconoscersi più per quello era. E, se da un lato tali persone hanno più risorse per gestire cognitivamente la malattia, è pur vero che queste stesse persone hanno di se stessi una rappresentazione maggiormente cognitiva. Ognuno di noi è la propria storia, noi raccontiamo noi stessi all’interno di un percorso di vita che è  verbale, ma  in gran parte emotivo e talvolta, come per i lavoratori manuali e gli atleti, anche motoria. Ma è ovvio che la prospettiva, anche se non a breve termine, di perdere la memoria, è devastante per chiunque, anche per chi, per tutta la vita, ha fatto lavori manuali”.

Si sente parlare spesso della “solitudine sociale” che colpisce i familiari di un malato d’Alzheimer: Nei primi anni di malattia, da un punto di vista delle maniere sociali, il paziente è spesso impeccabile: chi è stato un gentiluomo continua ad esserlo, così come la donna molto cortese, affabile, delicata, continuerà a comportarsi in questo modo con amici e parenti non stretti. Questo perché nelle interazioni sociali superficiali, ovvero quelle che non richiedono un grande livello di approfondimento intellettuale, il malato d’Alzheimer si comporterà con queste persone in maniera perfettamente adeguata a cortese, anche se non ricorda di chi si tratta e anche se poi appena voltato l’angolo avrà persino dimenticato l’incontro. Pertanto i familiari dei malati  si trovano a vivere in una distonia perché, nonostante il proprio congiunto ricordi poco o nulla, gli altri avranno l’impressione che al contrario sia in buona salute e spesso rimproverano il familiare: “Ma di cosa ti lamenti? Sta benone!  L’ho trovato persino ringiovanito”, questo ovviamente, lo ribadisco, accade solo nelle fasi iniziali dell’insorgere della malattia”.

Ma loro, i familiari, quando la porta di casa si chiude, sono soli con le dimenticanze continue del paziente e con le sue incessanti richieste, disperati e incapaci di poter gestire tutto, ecco perché è importante la Psicoeducazione, come ci spiega il Professor Frisoni: “In questi casi la parola chiave è rassicurazione. C’è ancora lo stereotipo del malato d’Alzheimer come aggressivo, ma in 99 casi su 100, l’aggressività che molti familiari temono, non è legata alla malattia, quanto piuttosto all’incapacità di relazionarsi in modo adeguato. Il malato che dimentica è angosciato: è un’angoscia senza nome, senza volto. La persona che già non riesce a capire cosa gli stia succedendo, e che ha il proprio coniuge il quale, anziché aiutarlo, gli dice in continuazione e di fronte alle dimenticanze: “Te l’ho detto mille volte…non ci stai proprio più con la testa…”, ebbene, questo atteggiamento porta il malato ad  aggredire l’altro verbalmente, se non in alcuni casi, anche fisicamente. Ecco, la Psicoeducazione consiste proprio nello spiegare ai familiari cosa sta succedendo per far capire loro che il malato non dimentica perché “è dispettoso “ o “me la vuol fare pagare”, , ma perché per lui gli avvenimenti della vita vengono cancellati nel giro di pochi minuti come orme sul bagnasciuga. Bisogna far comprendere ai familiari che il proprio congiunto è angosciato e ha bisogno di esser rassicurato, che ha bisogno di sentirsi dire:” Ci sono io, ci siano noi. Non ti preoccupare, ti aiutiamo. Gestiamo tutto questo insieme”:  ecco, queste parole hanno un effetto tranquillizzante in grado di eliminare l’aggressività alla base. Spesso, davanti a reazioni aggressive del malato, vengono prescritti gli psicofarmaci ai quali i pazienti sono molto sensibili, ma così facendo, non solo l’aggressività non va via, ma la situazione fisica peggiora, con una deambulazione che diventa spesso più lenta, più insicura, più instabile, esponendo il malato a cadute. Ricordiamo sempre che spesso non è il malato da curare ma il familiare da resettare. Ovviamente, in alcuni casi non vi è alternativa agli psicofarmaci e un bravo specialista saprà quando e come usarli”.

Chi si trova a dover gestire un malato d’Alzheimer, ha, a sua volta, bisogno di aiuto:” Un aiuto a livello sia fisico che psichico, infatti i familiari hanno necessità di parlare con un medico o uno psicologo, ma più spesso si rivolgono al medico perché sperano di avere da lui anche una rassicurazione da un punto di vista clinico. Spesso, però, il Servizio Sanitario Nazionale non è organizzato per offrire un tale tipo di aiuto che si va, dunque, a ricercare nelle strutture private, con notevole dispendio di denaro.

Talvolta è sufficiente dare il cambio ad un familiare in modo da offrigli la possibilità di ritagliarsi un’oretta per andare a fare la spesa, dal parrucchiere o per fare una passeggiata. Coloro i quali sono lontani dal malato, in mancanza di aiuti dalle Istituzioni, sono costretti a ricorrere all’ istituzionalizzazione del proprio congiunto, anche quando la malattia è ancora in una fase iniziale e potrebbe essere gestita con un minimo di supervisione.”

All’interno di questo quadro, ci sono anche gli altri, che spesso giudicano, additano e che, con una loro inopportuna interferenza, possono provocare ulteriore sofferenze in coloro che si prendono cura di un malato d’Alzheimer: “Una stigmatizzazione del malato che porta molti familiari a smettere di frequentare amici e lo stesso paziente non va più al circolo a giocare a carte o semplicemente al bar perché capisce che chi lo circonda lo esclude. Gli amici non sono abituati a svolgere il ruolo di rassicuratori sociali, a dire: “A noi fa piacere anche solo la tua presenza” ma si tratterebbe ancora una volta di cambiare un registro relazionale spesso radicato in anni di frequentazione. Dovremmo imparare a costruire una nuova cultura di inclusione, ma questa è una  lunga operazione nemmeno iniziata e, anche  laddove dovesse iniziare oggi stesso,  richiederebbe generazioni affinché venisse portata a compimento”.

Ringrazio il Professor Giovanni Battista  Frisoni, simbolo di una Medicina vicina al paziente, ai propri bisogni, alle famiglie, nonché  grande esempio di  una rara empatia e professionalità.

                                             Alessandra Fiorilli

L’importanza di seguire le stagioni nel consumo di verdura e frutta: ce ne parla il Professor Alessio Rolando Bolognino, Biologo Nutrizionista, Docente Universitario e volto noto della tv.

“La natura è intelligente: ci dà quello che ci serve e quando ci serve. In inverno, infatti, poiché  il corpo ha maggiormente bisogno di calorie, arrivano, ad esempio, cachi e castagne, mentre, in estate, i tipici frutti quali pesche, melone e cocomero, che sono  molto ricchi di acqua. La natura aiuta, con i suoi prodotti legati alle stagioni, anche il nostro sistema immunitario, durante i mesi freddi, e il sistema linfatico in quelli più caldi. Mangiare cibi fuori stagione, quali le zucchine a novembre le fragole a dicembre, vuol dire portare in tavola  prodotti poveri in Sali Minerali e Vitamine”.

Questo è l’autorevole parere, sull’importanza di cibarsi di verdura e frutta di stagione, del Prof. Rolando Alessio Bolognino,  Biologo Nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva,  Professore a c. del  Master in “Scienze della Nutrizione e Dietetica Clinica” presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma La Sapienza , del Master  in “Terapie Integrate nelle Patologie Oncologiche Femminili” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, del Master di II livello in “Medicina integrata e food management per la prevenzione e cura dei tumori” presso l’Università degli Studi di Catania, Istruttore di  Protocolli Mindfulness,  Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, sia RAI che Mediaset.

Il Professor Rolando Alessio Bolognino (foto per gentile concessione del Dottor Rolando Alessio Bolognino)

Stravolgere, dunque, i cicli della natura significa nutrirsi di  prodotti che, in quel particolare periodo dell’anno, non forniscono il giusto valore al nostro corpo e alla nostra salute. Cosa c’è di meglio, in inverno, che consumare le tipiche verdure quali il cavolo nero, il cavolfiore, la verza, il carciofo, l’indivia, la zucca?

Le brassiccaceae o crucifere,  di cui fanno parte la famiglia del cavolo, del broccolo e la verza, pur essendo costituite principalmente da carboidrati sono, come tutte le verdure, povere in calorie. Troviamo, in queste verdure, abbondanza di Vitamina A, essenziale per la vista, di Vitamina  K, importante per la coagulazione del sangue, e di Vitamina C, che favorisce l’assorbimento  del ferro.  Inoltre, le stesse crucifere ostacolano l’angiogenesi, cioè la capacità propria del tumore di creare il proprio letto vascolare con cui si nutre e cresce”.

Le verdure sono erroneamente associate, talvolta, ad un’immagine “triste”: il loro essere servite lesse. “Invece ci sono tantissimi modi di prepararle: buonissime al vapore, al forno, stufate con acqua, un goccio di vino e spezie. Anzi, sulla cottura lessa c’è da dire che non è sempre la migliore, specie se si tende a bollirle per un tempo prolungato ed in abbondante acqua: così facendo, infatti, tutti i nutrienti vengono lasciati proprio nell’acqua”.

Anche e soprattutto nell’alimentazione di tutti i giorni, il Dottor Bolognino ci tiene a sottolineare come il primo approccio avvenga proprio con la vista: “Mangiamo con gli occhi e con l’olfatto”.

Vediamo, quindi, come portare a tavola le verdure rendendole sfiziose, saporite e accattivanti per il palato.

L’indivia, fonte di fibra solubile che rappresenta un valido aiuto per contrastate stipsi e costipazione, consiglio di provarla  grigliata e cosparsa di yogurt e salsa di soia, per un salutare e alternativo aperitivo. Il carciofo, in grado di ridurre l’assorbimento del colesterolo e con un’ azione diuretica, è gustosissimo trifolato, ovvero tagliato e cotto in padella con brodo vegetale bollente, oppure gratinato,  cosparso di pan grattato e pecorino, o ancora, ad omelette. La verza è ottima sotto forma di involtini, saltata o cotta all’aceto. Il cavolfiore è perfetto gratinato o in padella con pepe, vino bianco e acciughe. Mente il cavolo nero, con una quota di Vitamina C pari a 5 volte quella presente negli spinaci, si sposa nella famosa zuppa toscana, con fagioli cannellini e pane tostato, oppure si presenta sfizioso in chips al forno, o in padella sfumato con acqua, vino bianco e peperoncino. Ottima anche la zucca, ricca di Vitamina C, sotto forma di vellutata o al forno”.

Cucinare le verdure in modo sfizioso, senza doverle portare a tavola necessariamente lesse, le rende gustose anche ai bambini: “Offrirgliele  pastellate o fritte è un modo per preparare il gusto a sapori nuovi”.  

Ricette, quelle proposte dal Dottor Bolognino, capaci di rendere le verdure invitanti anche  per chi segue un regime alimentare ipocalorico per perdere peso:” Il giorno del pasto libero, invece di portare in tavola pizza, supplì e bevande gassate, benissimo una fetta di frittata ai carciofi”.

La regina della tavola invernale è la zuppa: “Cosa c’è di meglio e di più buono che mangiarne una calda quando fuori è freddo? Inoltre in inverno si tende a bere meno, quindi il consumo di zuppe e brodo vegetale ci aiuta anche ad idratarsi, senza tralasciare un altro aspetto che influisce sulla linea: le verdure danno un senso di sazietà a fronte di poche calorie”.

Ovviamente anche il consumo di determinate verdure va concordato con il medico, in presenza di alcuni patologie: “Ad esempio, le verdure lesse sono ideali per chi soffre di diverticolite, perché la bollitura rende la fibra più facilmente masticabile ed aggredibile dagli enzimi digestivi.  Oppure, chi assume anticoagulanti, deve prestare attenzione al consumo di verdure ricche di Vitamine K che possono interferire con la terapia. Il consumo di verdure come la verza, ricchissima di fibre, in caso di colon irritabile, può determinare la comparsa di fenomeni diarroici e/ o dolori addominali. Per quanto riguarda il  cavolfiore, ad esempio, è bene limitarne il consumo in caso di ipotiroidismo, in quanto rallenta maggiormente il funzionamento di quest’organo e la concentrazione di purine lo rende sconsigliato anche nei casi di calcoli renali e gotta. C’è una regola fondamentale da seguire nell’alimentazione: non è vero che tutto fa bene a tutti”.

                                                             Alessandra Fiorilli

La storia del “Al Bicerin”, il caffè più antico di Torino, dove anche Cavour amava sorseggiare la storica bevanda che dal 2001 è nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Piemonte.

Una storia, quella del  “ Caffè più antico della città”, come ci dice Alberto Landi, curatore de “Al Bicerin” ,  che affonda le sue radici in un tempo lontano.

Nato nel 1763,  lo storico locale è ospitato dal 1856 al piano terra dell’elegante palazzo antistante il Santuario della Consolata, a Torino, città nella quale Al Bicerin:  “Rappresenta, da secoli,  una sicurezza”, come dichiara Alberto Landi, il quale sottolinea un altro aspetto importante: “Nella scelta delle materie prime ci facciamo guidare dal senso profondo e dalla fedeltà alle nostre tradizioni e alle antiche ricette che si riflettono nella qualità dei  nostri prodotti”.

Oggi come ieri, infatti,  i torinesi, ma anche i turisti  italiani e stranieri, sono accolti  in un ambiente caldo e confortevole, ricco arredi in legno, di specchi, di lampade e di scaffalature progettate appositamente per ospitare i numerosi vasi di confetti.

La bevanda con la quale torinesi e turisti amano coccolarsi è il bicerin  a base di caffè, cioccolato, crema  di latte e servita rigorosamente nei bicerin, piccoli bicchieri di vetro, dai quali, appunto,  prende il nome.

Tra i personaggi che abitualmente hanno frequentato “Al Bicerin”,  un nome che ha fatto la Storia d’Italia:  Camillo Benso Conte di Cavour, il quale sorseggiava la bevanda mentre attendeva la famiglia in visita al prospiciente Santuario della Consolata.

“Al Bicerin” vanta anche un altro primato: è stato il primo locale a conduzione femminile  e l’unico dove le donne potevano entrare a gustare vermouth e rosolio.

Altri frequentatori  dello storico caffè torinese, sono stati:  Alexandre Dumas padre,  nel periodo del suo soggiorno nella città della Mole,  Friedrich   Nietzsche , il compositore Giacomo Puccini, gli scrittori Guido Gozzano, Italo Calvino, Umberto Eco, e i torinesi  Erminio  Macario, l’ Avvocato Gianni Agnelli, il re Umberto II con la consorte Maria Josè.

Non solo politica  e letteratura,  “Al Bicerin”   è stato amato anche dal cinema, non a caso  è stato il set di molto film, tra questi “La meglio gioventù”  di Marco Tullio Giordana, e “Ciao ragazzi” di Liliana Cavani.

A rendere  così unica la bevanda del bicerin  è la cioccolata che cuoce lentamente per ore in particolari pentole di rame, secondo un’antica tradizione, non a caso  nel 2001 la Regione Piemonte ha inserito proprio il bicerin nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari  Tradizionali della Regione.

I frequentatori  del locale possono gustare, oltre al bicerin, anche l’omonima torta glassata, a base di caffè e  cioccolata,  nonché   il Liquore  Regale , la torta di nocciole, il toast al cioccolato e i biscotti al burro.

                                                     Alessandra Fiorilli

Infarto: come riconoscerlo e quanto è determinante il fattore “tempo”. Ne parliamo con uno dei maggiori esperti internazionali, il Professor Paolo Calabrò

“Per infarto del miocardio s’intende la morte cellulare causata da un restringimento delle coronarie che portano il sangue al cuore. Tale restringimento è legato a problematiche dell’aterosclerosi, una patologia cronica, che dà manifestazione acuta proprio durante l’evento infartuale. Nell’aterosclerosi il trombo è un aggregato di piastrine che forma una sorta di “tappo“, il quale, appunto, va ad occludere completamente, o in parte, le coronarie”.

A parlare è uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Causa principale dell’insorgere del infarto, sono gli elevati livelli di colesterolo nel sangue: “Oltre il 60% dei pazienti con infarto del miocardio, presentano livelli elevati di colesterolo, ecco perché è quanto mai importante tenerlo sotto controllo” come il Professor Calabrò ha esaurientemente illustrato in una precedente intervista pubblicata sulla rivista online EmozionAmici., il 12 Febbraio scorso e che potete leggere al seguente link : https://www.emozionamici.it/2020/02/12/ipercolesterolemia-familiare-dislipidemie-e-sindrome-metabolica-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-internazionali-il-professor-paolo-calabro/

“La restante parte dei soggetti che annualmente va incontro ad un infarto, non presenta elevati livelli di colesterolo anche se, l’evento legato all’infarto del miocardio, è indicativo che qualcosa, ovviamente, non va”

I sintomi più frequenti dell’infarto sono: Dolore al torace, dispnea e astenia. Questa è la sintomatologia classica legata all’insorgenza improvvisa dell’infarto, anche se il soggetto diabetico e l’anziano, ad esempio, possono presentare un quadro atipico della manifestazione: si parla, infatti, di infarto silente che si verifica abbastanza di frequente. Ma anche in questo caso, il danno al cuore si riscontra comunque”

Dopo l’insorgenza dell’episodio infartuale: “Il paziente può riportare un danno minimo o un danno esteso al muscolo cardiaco, e nei casi più gravi, ne può conseguire un’insufficienza (o scompenso) cardiaco.”.

Coloro che dopo un infarto riscontrano danni più pesanti, di solito sono pazienti: Con uno stile di vita errato, che fanno scarsa attività fisica, fumano, abusano di sostanze alcoliche, e non assumono correttamente la terapia che viene prescritta loro ”.

Oltre a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue, dopo i 40 anni d’età, è consigliabile anche sottoporsi annualmente ad un elettrocardiogramma, nell’ambito di una prevenzione che può aiutare particolarmente coloro che presentano un rischio elevato di andare incontro ad un infarto del miocardio: “L’elettrocardiogramma non salva la vita, certo, ma è comunque necessario effettuarlo”.

E dopo un infarto cosa deve fare il paziente? “Da un punto di vista alimentare, potrà assumere tutti gli alimenti, ma in quantità moderata e poi dovrà seguire, nel periodo che segue alla dimissione ospedaliera, una riabilitazione, necessaria sia per i giovani che per i meno giovani. Tali sedute di riabilitazione cardiovascolare possono essere messe a punto già nella stessa struttura, dove è avvenuto il ricovero, come avviene presso il Dipartimento Cardio-Vascolare che ho l’onore di dirigere all’interno dell’AORN Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta”.

Il paziente già colpito da un infarto ha spesso il timore di dover affrontare un secondo episodio: “Questa eventualità dipende dal soggetto, dalla sua aderenza a terapie e controlli che gli verranno prescritti e dalla sua attenzione ai fattori di rischio di cui abbiamo già parlato”.

E’ importante conoscere il proprio fisico e prestare attenzione ai segnali che esso ci manda, perché una presentazione tardiva al Pronto Soccorso può comportare conseguenze gravissime, come: “Il crepacuore, ovvero la rottura del cuore, che rientra tra le complicanze meccaniche più gravi dell’infarto, ma che oggi, per fortuna, risulta essere relativamente rara“.

Purtroppo di presentazioni tardive al Pronto Soccorso se ne sono registrate moltissime durante il periodo del lockdown, causato dall’emergenza sanitaria COVID-19: “I pazienti si sono tenuti l’”infarto addosso”, come si dice in gergo, e lo stesso infarto ha avuto, dunque, tutto il tempo di danneggiare il cuore. Nelle prime settimane del lockdown non solo i pazienti che avrebbero dovuto eseguire i controlli di ruotine non si sono presentati, ma, cosa ancora più grave, come abbiamo detto, le persone con sintomi legati all’infarto, hanno scelto di rimanere a casa, dove, purtroppo, sono morti di crepacuore per la mancata presentazione al Pronto Soccorso. Attualmente, dunque, nelle strutture ospedaliere si sta registrando un super lavoro, ma anche un aumento dei casi di aritmie dovute al fatto che in moltissimi si sono tenuti lontani dagli ospedali durante l’emergenza sanitaria”.

                                           Alessandra Fiorilli