Da 41 Natali Verona ospita la Rassegna Internazionale “Presepi dal mondo” che: “Insieme alla Stella Cometa, installata in Piazza Bra, èil simbolo della città nel periodo natalizio”, come dichiara la Dottoressa Michela Mendiola, Responsabile del Coordinamento e dell’Organizzazione degli Eventi della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”.
La Dottoressa Michela Mendiola (Foto per gentile concessione della Dottoressa Michela Mendiola)
E proprio “La Stella, legata a doppio filo con la Mostra,e’ entrata nel Guinness dei Primati come l’ archiscultura più grande al mondo, così come la stessa Mostra, grazie al grande numero di presepi provenienti da ogni angolo della Terra”.
Ls Stella in Piazza Bra a Verona (Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)
Tale Rassegna internazionale: “E’ stata ospitata per 35 anni sotto gli arcovoli dell’Arena, poi, quando gli stessi sono stati sottoposti a lavori di restauro, è stata scelta un’altra location: quest’anno è quella del suggestivo Palazzo del Capitanio, all’interno del quale i visitatori vengono accolti dai meravigliosi affreschi del 1500, nonché da uno spettacolo di luci, colori e diapositive”.
Le opere esposte, realizzate sia: “Da artisti italiani che stranieri” hanno una profonda valenza: “Quella dell’interpretazione data da tutti i popoli della nascita di Gesù. La scena della Natività è, infatti, condivisa da tutte le culture e da tutte le tradizioni”.
Uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)
Gli straordinari presepi: “Sono sempre diversi di anno in anno” e vengono scelti da:“Una commissione di critici d’arte che seleziona le opere e le valuta in base ad alcuni elementi, come la fattura e la cura dei dettagli”.
Particolare di uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)
E appena la Mostra chiude i battenti: “Quest’anno avverrà il 18 gennaio”, gli organizzatori sono già pronti a mettersi all’opera per quella del Natale successivo.
Uno dei presepi esposti (Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)
Ci sono presepi di tante fogge, e tra questi anche: “Unorealizzato in sughero con statue in terracotta di Caltagirone, completamente meccanizzato e grande tra i 3 e i 4 quattro metri, per vedere il quale è necessario girarvi tutto intorno”.
Molti sono gli stranieri: “Quest’anno, sino ad ora, la fa da padrona la Spagna, ma anche la Repubblica Ceca”, e tantissimi anche gli italiani che mostrano un interesse in crescendo per questa spettacolare Mostra la quale, lo scorso anno: “Ha registrato tra gli 80000 e i 100000 visitatori nei circa due mesi d’apertura”.
Particolare di uno dei presepi esposti ( Foto per gentile concessione della Fondazione “Verona per l’Anfiteatro Arena”)
E anche se il presepe che attira maggiormente sguardi ed ammirazione: “E’ solitamente quello del ‘700 napoletano”, ogni opera racchiude in sé non solo il valore dell’artista che lo ha realizzato, ma anche “Un messaggio profondo ricco di suggestioni”, come dichiara la Dottoressa Michela Mendiola, la quale ci tiene a sottolineare come la: “Fondazione “Verona per l’Arena” nel 2014 ha messo la firma sotto il presepe di Piazza San Pietro e, qualche anno prima, ha avuto l’incarico dall’UNESCO di realizzare il “Museo Internazionale della Natività di Betlemme” inaugurato il 24 dicembre 1999 per celebrare i 2000 anni dalla nascita di Gesù. Lo scopo di questa iniziativa è stato quello di unire, attraverso un messaggio simbolico, Verona e Betlemme in un gemellaggio di pace”.
Gli agrumi coccolano i nostri sensi come pochi frutti sanno fare, grazie al loro gusto, pieno, rotondo e a quel profumo inconfondibile che emanano, ed è proprio attraverso quel sapore che ci riappropriamo di una parte della nostra storia, perché l’Italia, grazie al suo clima ideale, è diventata la patria degli agrumi, nonostante questa pianta sia originaria dell’Asia.
E tra gli agrumi italiani c’è anche lei, l’Arancia Rossa di Sicilia IGP, Indicazione Geografica Protetta, il cui Consorzio: “Nato su iniziativa di produttori locali per promuovere e tutelare in Italia e nel mondo l’Arancia Rossa di Sicilia, nelle sue tre varietà Tarocco, Moro e Sanguinello, viene poi riconosciuto da parte del Ministero per le Politiche Agricole nel giugno del 2015”, come dichiara il suo Presidente, Gerardo Diana.
Il Presidente del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP, Gerardo Diana ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Attualmente il Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP conta: “Circa 500 produttori, 80 confezionatori e oltre 100 aziende che utilizzano la denominazione tutelata nei prodotti composti e trasformati e oltre 300 etichette autorizzate, con l’obiettivodi garantire la qualità, la rintracciabilità e la promozione di questo straordinario prodotto, simbolo dell’eccellenza agroalimentare italiana e ambasciatore della Sicilia nel mondo”.
Le prime testimonianze sulla coltivazione dell’arancio in Sicilia risalgono ai tempi della dominazione normanna, quando: “Le operazioni di bonifica e l’introduzione di pratiche agricole avanzate cambiarono in breve tempo il volto della Sicilia, facendola divenire la terra degli aranci”.
L’Arancia Rossa di Sicilia IGP con il suo bollino fotografata sull’ Etna ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Trattandosi, però, di un’arancia amara, tale frutto era poco consumato, ma il destino di questo agrume cambierà: “A partire dal XVI secolo, quando l’arancia dolce approda in Sicilia e in tutto il Mediterraneo”.
La diffusione in terra siciliana non fu uniforme, essendoci delle differenze geografiche: “L’arancio, però, trovò poca fortuna nel resto della Sicilia, mentre ebbe miglior fortuna sul versante centro-orientale dell’isola, in particolare nella Piana di Catania e nel Siracusano”.
Il Presidente del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP, Gerardo Diana, sull’Etna ( Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Sarà invece la zona collinare e la pianura circostante il rilievo dell’Etna a diventare la patria dell’Arancia Rossa:” L’area di produzionericonosciuta dall’IGP è caratterizzata dalla presenza del nostro vulcano, che permette ai suoli di essere fertili, ricchi di minerali e dotati di eccellente capacità drenante. La suddetta area comprende le province di Catania, Siracusa ed alcuni centri dell’ennese prospicienti la Piana di Catania. I comuni interessati sono 32, selezionati in base a specifiche condizioni pedoclimatiche che favoriscono la crescita delle varietà pigmentate”.
La caratteristica polpa e la tipica pigmentazione rossa dell’Arancia Rossa di Sicilia IGP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Infatti: “Per effetto delle notevoli escursioni termiche presenti nella zona, si determina la formazione delle tipiche pigmentazioni rosse, la creazione di aromi intensi ed inconfondibili, nonché un accumulo zuccherino e di antociani che conferiscono alle arance un gusto ed un sapore dolce”.
Ma vediamo come nasce, nelle sue singole fasi, l’Arancia Rossa di Sicilia IGP: “La coltivazione è basata in una sorta di continuo “dialogo” con la pianta, per proteggerla dai parassiti e assicurare benessere e produttività. La cura del giardino, così come comunamente viene chiamato l’agrumeto, inizia dal perimetro della pianta che deve essere sempre tenuto libero da erbacce dannose.
Le fasi della coltivazione vanno dalla fioritura in primavera inoltrata, al raccolto che arriva a partire da fine novembre o dicembre. In mezzo è fondamentale la cura agronomica (potature, concimazioni, irrigazione), insieme al controllo fitosanitario e al monitoraggio della maturazione. Il rispetto di pratiche agricole tradizionali, integrate con le più moderne tecniche di gestione, garantisce la salubrità e la qualità del prodotto finale”.
Particolare di una delle pianta di Arancio che producono l’Arancia Rossa di Sicilia IGP (Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Il profondo legame tra l’uomo e la natura ed il rispetto per la pianta, come ci racconta il Presidente Gerardo Diana, avviene anche con : “Il sistema di raccolta tra metà dicembre e maggio, a seconda della varietà e delle cultivar , che viene effettuata a mano, mediante un uso sapiente delle forbici, in modo da lasciare parte del picciolo attaccato al frutto, quello terminale, affinché non risulti tagliente e nociva per le altre arance, con attenzione e rispetto della maturazione ottimale, per preservare l’integrità e la freschezza del frutto. Tale pratica consente di mantenere inalterate le proprietà organolettiche e nutrizionali. Normalmente le arance non vengono raccolte quando la pianta è bagnata ma si aspetta che asciughi”
Solo rispettando tutte queste fasi l’Arancia Rossa di Sicilia IGP è in grado di regalare: “La polpa succosa, il sapore equilibrato tra dolce e acidulo, e l’aroma intenso”.
Da sottolineare, inoltre, anche il valore dal punto divista nutrizionale di tale pregiato agrume:” È fonte eccellente di vitamina C, antociani, flavonoidi e fibre. Gli antiossidanti naturali contenuti contribuiscono al benessere dell’organismo, rafforzando le difese immunitarie”.
La cenere dell’Etna che rende fertili le terre dove viene coltivata l’Arancia Rossa di Sicilia IGP(Foto per gentile concessione del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP)
Proprio grazie al suo gusto e alla sua versatilità l’Arancia Rossa di Sicilia IGP si sposa perfettamente: “Sia con piatti dolci che salati. È ideale in insalate, carpacci di pesce, dessert, come ingrediente di base per marmellate, gelati, ma anche come ingrediente distintivo in piatti gourmet della cucina mediterranea. Il suo gusto unico esalta preparazioni a base di cioccolato, ricotta, pesce azzurro e carni bianche”.
All’Arancia Rossa di Sicilia IGP è legata anche un turismo enogastronomico che permette di entrare a stretto contatto con questa realtà fatta di tradizione e passione: “Molte delle aziende affiliate al Consorzio promuovono quello che viene definito Turismo DOP, con itinerari enogastronomici dedicati all’Arancia Rossa di Sicilia IGP, che includono visite agli agrumeti, degustazioni guidate, laboratori sensoriali e percorsi culturali tra i borghi e le tradizioni delle aree di produzione. Questi itinerari rappresentano un’occasione unica per conoscere da vicino il territorio, la storia e la ricchezza gastronomica legata all’arancia rossa. Per il 2026 come Consorzio stiamo lanciando un nuovo appuntamento che si chiamerà Giardini d’Arancio e che per un fine settimana vedrà aperti gli aranceti durante il periodo del raccolto”.
…e così, mentre la notte attutisce i rumori del giorno, culla i nostri sogni, spegne le luci delle case, mani sapienti impastano non solo farina e acqua, ma tradizioni, antiche usanze, per regalarci, quando la luce accenderà di nuovo voci e suoni, un prodotto che sa di buono, sa di famiglia, sa di casa.
…e così, chi ha la fortuna di poterlo acquistare in un forno, lo assaporerà prima ancora di morderlo, perché il pane lo si gusta anche con gli occhi, con l’olfatto e con l’udito perché il crepitio della crosta tagliata è un suono melodioso.
Quando poi la nascita di questo prodotto, simbolo dell’Italia nel mondo, si sposa con tradizioni che sanno di comunità, di rispetto e di amore, di gratitudine per quello che di unico la terra regala, allora il pane diventa arte da tutelare, come è accaduto al Pane di Altamura che nel 2003: “ E’ stato il primo prodotto da forno in Europa ad ottenere il riconoscimento DOP, Denominazione di Origine Protetta”, come dichiara Michele Saponaro, Direttore del Consorzio per la Tutela e Valorizzazione del Pane di Altamura DOP, al vertice del quale: “Vi è Lucia Forte, la nostra Presidente”.
Nella foto, da sinistra, Michele Saponaro, Direttore del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP e la Presidente Lucia Forte (Foto per gentile concessione dell’Archivio Consorzio Pane di Altamura DOP)
Tale riconoscimento, come sottolinea Saponaro: “E’ un traguardo che ci rende particolarmente orgogliosi. Altri pani avevano ottenuto l’IGP, (Indicazione Geografica Protetta, n.d,r.) ma il nostro è stato il primo a ricevere la DOP, grazie ad una filiera produttiva autenticamente legata al territorio, costituita da agricoltori, molitori e panificatori che lavorano in sinergia per garantire qualità e tracciabilità in ogni fase”.
Il legame inscindibile che unisce questo pane al territorio della Murgia nord-occidentale è magistralmente rappresentato dall’utilizzo della varietà di quattro varietà di grano duro locali: “Appulo, Arcangelo, Duilio e Simeto, coltivate nei comuni di Altamura, Gravina in Puglia, Poggiorsini, Spinazzola e Minervino Murge.”.
Due tipiche forme del Pane di Altamura DOP ( Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)
Il Direttore Saponaro ci tiene a sottolineare come: “La materia prima utilizzata, ovvero la semola rimacinata di grano duro viene prodotta nel distretto industriale molitorio di Altamura, leader in Italia e all’estero per numero di molini e capacità produttiva della suddetta semola rimacinata”.
Pochi e genuini gli ingredienti ammessi dal Disciplinare di Produzione: “Oltre alla già citata semola rimacinata di grano duro, acqua, sale marino e lievito madre”.
Ciò che maggiormente colpisce è una remota fedeltà all’uso delle materie prime e al metodo di lavorazione, in quanto: “Entrambi sono rimasti invariati nel tempo. Le prime testimonianze si trovano già nelle “Satire” di Orazio, mentre i primi documenti conservati presso gli Archivi di Stato e nell’Archivio del Capitolo Cattedrale di Altamura, risalgono al XV secolo, ma la tradizione è certamente più antica”.
Una suggestiva immagine di Filippo Gatti esposta durante la Mostra “Pani d’Italia” in occasione della Giornata Mondiale del Pane 2023, (per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)
Eppur da così lontano nel tempo, il prodotto della Murgia nord-occidentale: “Esportato in 23 Paesi del mondo”, ha saputo mantenere integro il suo valore particolare, il quale: “Non risiede solo nel suo profumo o nella sua fragranza, ma nella continuità di una tradizione viva, portata avanti da generazioni di panificatori che, ogni notte, impastano e infornano con la stessa passione di un tempo”.
Il Direttore Michele Saponaro durante la Mostra “Pani d’Italia” in occasione della Giornata Mondiale del Pane 2023 (Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)
Vediamo ora, dalle parole di Saponaro, cosa prevede il Disciplinare nella fase in cui nasce il Pane di Altamura DOP:
“L’impasto viene lavorato per circa venti minuti, poi lasciato riposaresotto un telo di cotone per una lievitazione omogenea di novanta minuti. Prima della cottura in forno a 250°, dapprima a bocca aperta poi chiusa per 45 minuti, la massa viene lavorata rigorosamente a mano per assumere le forme tipiche previste dal Disciplinare di produzione: accavallata (u skuanete) o bassa (a capidd d’ prevte). Negli ultimi cinque minuti il forno viene nuovamente lasciato a bocca aperta per far uscire il vapore e ottenere una crosta dorata e croccante”.
Solo dopo aver seguito scrupolosamente queste fasi di lavorazione, il Pane di Altamura si offre in tutta la sua bellezza e in tutto il suo gusto, con la sua pezzatura minima di 500 grammi, lo spessore della crosta di 3 mm e la mollica giallo paglierino con alveolatura omogenea.
La crosta e la mollica tipica del Pane di Altamura ( Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)
E poi c’è il gusto… pieno, rotondo che rapisce i sensi senza aver bisogno di altro, come ci conferma Saponaro: “A Bari, alla Fiera Agrilevante di ottobre abbiamo aperto una forma di cinque chili: i visitatori si sono avvicinati al nostra stand e hanno voluto assaggiarlo da solo, senza companatico: il sapore inconfondibile parla da sé”.
E quello che maggiormente affascina è dunque questa continuità sulla linea del tempo di generazioni che non hanno permesso di far cadere nell’oblio una tradizione fatta di prodotti unici, di passione di dedizione, la stessa passione che ogni mattina permette la nascita del pane di Altamura, il quale, come dichiara il Direttore del Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Pane di Altamura DOP: “E’ il risultato di una sapienza antica tramandata di generazione in generazione. Dietro ogni forma ci sono mani esperte, rispetto per la terra e l’amore per un mestiere che è parte della nostra cultura”.
Le forme del Pane di Altamura con il bollino che attesta la DOP (Foto Giano Studio Altamura, per gentile concessione concessione del Consorzio per la Tutela e la Valorizzazione del Pane di Altamura DOP)
A conclusione dell’intervista, Michele Saponaro ci tiene a sottolineare come: “Per il Pane di Altamura DOP è stato avviato un procedimento parlamentare volto ad ottenere il riconoscimento come bene culturale immateriale, patrimonio dell’UNESCO”.
Il Mercatino di Natale di Montepulciano, giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione, incanterà, con le sue casette di legno e la Casa di Babbo Natale, dal 22 novembre, giorno dell’inaugurazione, fino al 6 gennaio.
“L’idea è nata dalla passione per i Mercatini natalizi alto-atesini e tedeschi, e la realizzazione di ciò ha reso possibile la nascita di un evento per la città che potesse allungare la stagione turistica di Montepulciano. Fino al 2014, anno nel quale si è tenuta la prima edizione di Natale a Montepulciano, questo stupendo borgo tra Val D’Orcia e la Valdichiana viveva un’intensa stagione turistica da marzo fino al tempo della vendemmia e ai primi giorni di novembre” dichiara il Dottor Alberto Limardo, Responsabile della Comunicazione dell’Associazione “Vivi Montepulciano”.
La proposta di un evento che potesse catalizzare l’attenzione dei turisti sin dalla seconda metà di novembre, venne sottoposta all’allora Sindaco che l’accolse favorevolmente ed oggi il Mercatino di Natale di Montepulciano: “E’ il più grande di tutto il Centro Italia”.
Foto di Dario Pichini, per gentile concessione dell’Associazione “Vivi Montepulciano”
L’area dove si svolge l’evento è quella della parte alta della città, con la Fortezza:“Dedicata ai bambini, grazie al Castello di Babbo Natale dove, attraverso un viaggio virtuale, si arriva fino al Polo Nord per tornare, poi, a Montepulciano. I mitologici aiutanti di Babbo Natale animeranno, poi, l’area dedicata ai più piccoli che potranno ricevere persino il Diploma da Elfo e conoscere il vero Babbo Natale”.
I Mercatini di Natale, di origine nordica, sono diventati degli appuntamenti molto graditi in varie zone d’Italia e: “Quello di Montepulciano è incastonato in un’ambientazione unica…la città è una perla del ‘500, dove si incontrano e si fondano perfettamente il Medioevo e il Rinascimento in una scenografia architettonica, culturale e artistica straordinaria”
Foto di Dario Pichini, per gentile concessione dell’Associazione “Vivi Montepulciano”
Gli espositori del Mercatino: “Arrivano da tutta Italia, ma, ovviamente, non mancano gli stand con i prodotti enogastronomici della Val d’Orcia, quali il pecorino toscano, i pici, i cantucci, il Vino Nobile di Montepulciano DOCG, ma anche prodotti artigianali tipici, come quelli realizzati in cuoio o gli addobbi natalizi.”
I turisti: “Giungono da tutta Italia, con una spiccata percentuale di persone dalle regioni limitrofe, quindi emiliani, laziali ed umbri. Ma non mancano neanche coloro che, provenendo da più lontano, anche dall’estero, decidono di trascorrere qui non solo il fine settimana, ma qualche giorno in più, così da poter visitare anche i dintorni di Montepulciano, con Pienza, Cortona, Bagno Vignoni. Senza dimenticare che Montepulciano è ricca di palazzi bellissimi, chiese monumentali e cantine storiche che aprono al pubblico”
Foto di Dario Pichini, per gentile concessione dell’Associazione “Vivi Montepulciano”
E chi non disdegna un contatto più diretto con la natura: “Sceglie di partire in sella ad una bicicletta per arrivare fino agli altri borghi della Val D’Orcia e della Valdichiana”.
A conclusione dell’intervista, chiedo al Dottor Limardo di definire con un solo aggettivo il Natale di Montepulciano: “Sul nostro sito si legge “A Montepulciano il Natale ti sorprende” …ecco, credo che sorprendente sia l’aggettivo più consono per descrivere questo periodo dell’anno a Montepulciano”.
È da tutti e da sempre definito il “Periodo più magico dell’anno”, con le sue luci, i suoi profumi, con il freddo invernale pieno d’amore, di abbracci, di baci e di genitori e nonni alla ricerca del regalo che possa far felice figli e nipotini, con i doni incartati sotto l’albero, con quel conto alla rovescia pieno di emozione.
E se il Natale è magia, in alcuni luoghi questa magia si concretizza, diventa reale, viene a prenderti per mano, ti chiede di chiudere gli occhi, di respirare l’odore di cannella e del vin brulè, di ammirare le opere dell’artigianato locale, e si diventa, così, consapevoli che quella magia renderà quel Natale uno tra i più belli della vita.
E questa magia la si può vivere a Bolzano grazie al suo: “Mercatino di Natale che nasce nel 1991, primo in Italia, insieme a quello di Bressanone”, come dichiara la Direttrice dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano, Roberta Agosti.
Piazza Walther e l’incantevole Mercatino di Natale (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)
Una magia ammantata da un fascino che diventa reale, un fascino che: “Risiede nella fedeltà custodita nell’evento rispetto alle tradizioni dell’Avvento che ancora si vivono in Alto Adige”.
Anche quest’anno Bolzano, la Porta delle Dolomiti, come viene chiamata, accoglierà chi vorrà vivere la magia del suo Natale dal: “27 novembre, quando, alle ore 17.00 ci sarà l’inaugurazione del Mercatino, un appuntamento, questo, molto sentito e al quale partecipa la cittadinanza“. Le casette in legno con i loro espositori accoglieranno i visitatori:” Fino al 6 gennaio 2026”.
Via dei Portici addobbata con le luci e gli alberi di Natale (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)
E se inizialmente il Mercatino si svolgeva solo in Piazza Walther, il salotto buono della città, anche quest’anno, sarà “diffuso”, in quanto: “Gli espositori, che saranno oltre novanta, si snoderanno fra la tradizionale piazza Walther e viale Stazione, e a questi si aggiungeranno circa una ventina di artigiani, i quali esporranno le loro creazioni artistiche lungo via dell’Isarco”.
La statua dedicata a Walther von der Vogelweide, a cui è dedicata l’omonima Piazza di Bolzano (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)
Il Mercatino, con i suoi chalet in legno, lo si assapora, lo si gusta, ma è anche un’ottima occasione per acquistare doni: “Qui si possono trovare, ovviamente, oggetti della tradizione legati al Natale, quali palline per l’albero, candele, statuette del presepe, corone d’Avvento, ma anche oggetti in vetro personalizzati e personalizzabili, articoli tessili natalizi, compresi quelli legati alla nostra tradizione, ovvero cappelli in feltro e pantofole tipiche. Molto graditi sono i prodotti tipici della gastronomia altoatesina quali lo speck, salumi, formaggi tipici, ma anche miele, confetture, caramelle particolari e pasticceria natalizia. Non mancano gli oggetti in legno, in particolare quelli realizzati con il legno di cirmolo”.
Alcuni degli oggetti natalizi esposti nelle casette di legno (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)
Anche se è la tradizione ad attrarre sempre molto:” Più il prodotto è tipico, che sia un oggetto o che sia commestibile, meglio funziona”.
Chiedo a Roberta Agosti se, nel corso degli anni, si sia registrato un costante aumento dei visitatori:
” Non sempre c’è stato un aumento, ma in un arco di tempo lungo si può registrare una sana crescita che arriva a circa 1.000.000 di visitatori in sei settimane”.
E a Bolzano giungono da ogni parte d’Italia per ammirare la magia del mercatino, dove: “Si sentono parlare i dialetti di tutte le regioni” , mentre gli stranieri: “Arrivano soprattutto dall’ Austria e dalla Germania, ma anche dai paesi asiatici e dalle Americhe, sia settentrionale che meridionale”.
L’incanto di Piazza Walther con il suo clima natalizio (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)
Gustare lo Strauben, pastella fritta tirolese e cosparsa di marmellata e zucchero a velo, o bere il vin brulè è una sensazione che riempie il cuore di calore natalizio, quel calore che Bolzano si sta preparando a vivere attraverso il suo Mercatino, definito da Roberta Agosti come: “Un aspetto di una città vestita a festa con luci, colori e profumi diversi da tutto il resto dell’anno. Il tutto è impreziosito da un programma culturale di grande respiro con quasi 150 concerti all’aperto che sottolineano la magia dell’Avvento. Molti dei gruppi sono in costume tipico e affascinano gli ospiti, ma anche gli abitanti, i quali vedono rappresentata una tradizione sentita e profonda che rivive ogni anno grazie a questo grande evento”
La Storia non la si impara solo sui libri, perché la Storia non è soltanto un insieme di date, nomi, battaglie, unificazioni, lotte, ricostruzioni, ma anche di idee, innovazioni, scoperte, valori.
La Storia non ci vuole vedere soggetti passivi, ma richiede una nostra partecipazione, affinché venga interiorizzata e fatta propria.
La Storia è composta da tanti singoli tasselli chiamati uomini che, con il loro ingegno, il loro lavoro, il loro impegno, la loro passione, hanno permesso di rendere grande una Nazione.
Locomotive a Vapore esposte in uno dei padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
E conoscere la Storia di una Nazione significa riappropriarsi degli eventi, degli accadimenti che danno l’opportunità di sentirci come parte di un tutto, e la Storia d’Italia ha anche viaggiato sulla strada ferrata e su quei treni che è possibile ammirare al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a San Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli e gestito dalla Fondazione FS Italiane, costituita il 6 marzo 2013.
Questo complesso, incastonato in uno dei più suggestivi panorami mondiali, rappresenta il: “Simbolo dell’efficienza e dell’artigianalità italiana. A Pietrarsa sono condensati il sacrificio e l’esperienza di chi ha prestato servizio nelle Ferrovie Italiane. Visitare questo Museo significa poter comprendere cosa c’è dietro la storia di questo opificio ferroviario” dichiara l’Avvocato Oreste Orvitti, Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa.
Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, Avvocato Oreste Orvitti ( Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Gli edifici che ospitano questa realtà museale unica in Italia sono proprio i padiglioni che costituivano il Reale Opificio Meccanico nato nel 1840 per volontà di Ferdinando II di Borbone, un anno dopo l’inaugurazione del primo tratto ferroviario italiano, quello della linea Napoli – Portici, tenuto a battesimo il 3 ottobre 1839.
Padiglione delle Locomotive a Vapore (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Pietrarsa rivestì un ruolo centrale anche nello sviluppo economico della nostra nazione, non a caso fu il primo nucleo industriale italiano che rimase attivo: “ Dal 1840 fino al 1975, anno della chiusura delle officine ferroviarie”, dismesse le quali,si pensò di trasformare il complesso in un Museo: “Il sito è diventato Museo Nazionale Ferroviario nel 1989 e, dopo la nascita della Fondazione FS che nel 2014 ne ha assunto la gestione, affidandomi l’incarico di Direttore, dopo accurati lavori di restauro, si presenta oggi in tutto il suo splendore ”.
Locomotiva da manovra 207.020 (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Il restauro, conclusosi nel 2017, non ha interessato solo i padiglioni, ma anche l’area esterna agli stessi, arrivando ad accogliere oltre: “250mila visitatori all’anno”, con l’incanto del suo giardino affacciato sul meraviglioso Golfo di Napoli.
Particolare dei giardini (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
I 36mila metri quadrati del Museo regalano un viaggio, è proprio il caso di dirlo, non solo nella storia delle ferrovie italiane, ma anche della nostra nazione.
Macchinari (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Il percorso espositivo dell’intero complesso offre, infatti, molti spunti di riflessione: “Pochi musei al mondo sono ospitati, come il nostro, all’interno di edifici storici che costituiscono essi stessi esempio di archeologia industriale in quanto risalenti all’epoca borbonica e dell’’Unita d’Italia. Anche per questo la nostra collezione ferroviaria è unica, con carrozze e locomotive che abbracciano un arco temporale che dal 1830 arriva fino ai tempi moderni. Da sottolineare, inoltre, la magnifica vista che il museo offre ai suoi visitatori, essendo situato proprio al centro del Golfo di Napoli”.
Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa visto dal mare (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Pietrarsa, il primo ed: “Unico museo ferroviario nazionale italiano”, spicca anche nel panorama europeo grazie alle sue locomotive e carrozze che incantano e stupiscono i visitatori con la loro grande capacità di far rivivere una Storia che è quella dei nostri avi, una Storia che viene e prenderci per mano, appena varcata la soglia del Museo, perché è possibile regalarsi anche un emozionante, emozionale e indimenticabile viaggio interattivo: “La visita al Museo inizia proprio partendo con l’esperienza del viaggio virtuale che dal 2016 consente di trascorrere 20 minuti a bordo del primo treno che percorse a 50 km orari il tratto Napoli – Portici, sui binari della prima linea ferroviaria italiana”.
Una pensilina storica (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Non è un caso che proprio il pezzo più antico esposto al Museo sia: “La locomotiva a vapore Bayard, costruita nel 1839 e utilizzata per trasportare il Re Ferdinando II di Borbone e la sua famiglia”.
La caldaia della Locomotiva Bayard ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
La nostra storia, dunque, passa anche per Pietrarsa, dove sono esposte: “55 tra locomotive, carrozze, littorine, automotrici, ma anche oggetti come quelli relativi alla segnaletica e i modellini dei treni, molto amati dai bambini. E come non parlare, inoltre, di carrozze particolari come quelle destinate al servizio postale e al trasporto detenuti”
E a rinsaldare il prezioso legame tra passato e presente c’è un’iniziativa:” La domenica è previsto il servizio “Pietrarsa Express”, grazie al quale si arriva qui viaggiando su vagoni d’epoca trainati da locomotive elettriche d’altri tempi”.
Tra i 250mila visitatori annuali spiccano gli italiani provenienti: “Per il 40% dalla Campania e per il restante 60% dalle altre regioni; senza dimenticare i molti stranieri, specialmente austriaci, inglesi e tedeschi”.
Tra le carrozze esposte al Museo, la più iconica e anche ammirata: “È la carrozza del re, realizzata per i viaggi del sovrano e della sua famiglia, e il cui allestimento interno venne curato dall’architetto Giulio Casanova. Davanti a tanta magnificenza si rimane letteralmente senza fiato, perché qui si può ammirare l’immensa bravura degli artigiani che in quel periodo realizzarono gli arredi e i rivestimenti con tendaggi damascati, tappeti, e oggetti in vetro di murano che la abbelliscono e impreziosiscono”.
La Carrozza Reale ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)Dettaglio del soffitto della Carrozza Reale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
E chi non avrà sentito, almeno una volta, i racconti di qualche nonno o bisnonno e dei loro viaggi sulle vetture “Centoporte” con le panche di legno: “Anche queste esposte al museo”, spesso agganciate a locomotive con il loro inconfondibile sbuffo di vapore che si scorgeva da molto lontano?
Gli anni ’30 furono poi gli anni delle Littorine, delle loro sedute imbottite e delle piccole bagagliere, ma a Pietrarsa non ci sono solo carrozze e locomotive, c’è anche il plastico “Trecento Treni”, ospitato nell’area del Museo chiamata la Cattedrale, per la sua architettura caratterizzata da archi a sesto acuto. Tale plastico, perfettamente funzionante e che in molti ricorderanno esposto alla Stazione Termini, rappresenta le stazioni di Firenze Santa Maria Novella e del nodo ferroviario di Bologna.
Dettaglio del ponte del Plastico Trecento Treni (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Ma il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è tanto altro ancora, come testimoniato dal suo Centro Congressi: “Il più grande polo congressuale del Sud Europa, capace di ospitare fino a 3000persone, dove sono organizzati ogni anno circa 150 convegni. Le sale attrezzate permettono a chi si reca a Pietrarsa per motivi di lavoro, non solo di partecipare ai meeting usufruendo delle più moderne tecnologie, ma anche di apprezzare la nostra storia che è qui custodita e mostrata”.
Le Littorine (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Pietrarsa, dunque: “E’ più di un Museo: è un polo di aggregazione che in estate, dal mercoledì alla domenica, è aperto fino a mezzanotte. Abbiamo organizzato degustazioni di prodotti tipici del territorio e apertivi sulle terrazze affacciate sull’incantevole scenario del Golfo di Napoli, con vista sulle isole di Ischia e Capri. E poi serate musicali e una rassegna teatrale tutta al femminile significativamente chiamata “Binario rosa”. Oggi il Museo di Pietrarsa è un punto culturale a 360 gradi, e ad inizio novembre inaugureremo anche una fiera dedicata al modellismo”.
Il complesso vuole aprirsi al mondo, prevedendo anche aperture straordinarie in particolari momenti dell’anno: “Nel periodo natalizio viene allestito un suggestivo mercatino. L’iniziativa ha preso il via nel 2018 e ha rappresentato una vera e propria sfida: abbiamo voluto fortemente la partecipazione di artigiani campani che hanno così avuto la possibilità di far conoscere la loro bravura ai moltissimi visitatori che partecipano ogni anno sempre più numerosi alla manifestazione”.
Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, l’Avvocato Oreste Orvitti ha trasmesso, nelle sue parole non solo tutto l’entusiasmo nel rivestire tale incarico, ma soprattutto la passione e il legame che lo uniscono alle Ferrovie Italiane, nelle quali ha cominciato a prestare servizio all’età di 20 anni, passando dal ruolo di macchinista, a quello di esperto in materie legali, dopo la laurea in Giurisprudenza.
Ma c’è qualcosa del suo racconto che mi ha fatto commuovere e sono state queste parole: “Ho avuto la possibilità e il privilegio di vedere la mia passione trasformarsi nel mio lavoro. In 10 anni il Museo di Pietrarsa è diventato un simbolo, un motivo di orgoglio: diamo lavoro a 200 persone e sono 300 le aziende che collaborano con noi. Mi lega a questo luogo un profondo affetto perché è qui, quando c’erano le officine, che mio padre ha lavorato per molti anni. Ora ci sono io comeDirettore del Museo, e ogni giorno lavoro nel luogo della memoria di famiglia e di tutti i ferrovieri, ma sono anche, al tempo stesso, il custode di un sito storico unico al mondo”.
La Storia plasma gli uomini e, a sua volta, è da essi plasmata dalle loro decisioni.
La Storia è una serie di eventi che ne innescano altri ed altri ancora ed anche l’Arte non è certo immune dall’inevitabile fluire dei giorni, dei mesi, degli anni, dei secoli.
La facciata del Palazzo Ducale di Mantova su Piazza Sordello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Il Palazzo Ducale di Mantova è uno dei più significativi simboli di un tempo che ha plasmato la sua struttura, la quale: “Ha un incredibile valore storico artistico, essendo l’edificio monumentale più ampio d’Italia: è per la precisione la somma di una serie di edifici, di epoca e stile diversi, e include al suo interno piazze, giardini e una chiesa. I suoi oltre 1.000 ambienti sono il risultato di una stratificazione storica che parte indicativamente dalla fine del Duecento, con il nucleo costruito dalla famiglia Bonacolsi, per giungere agli interventi asburgici del Settecento. La storia dell’edificio coincide in buona misura con la fortuna della famiglia Gonzaga, che ne fece la propria residenza dal 1328 al 1707”, dichiara il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, il Dottor Stefano L’Occaso, il quale prosegue parlando della variegata ricchezza artistica custodita all’interno di quella che fu la sede dei Gonzaga: “Tra le testimonianze artistiche più importanti la celebre Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, il ciclo di affreschi tardo-gotici eseguiti da Pisanello all’inizio del Quattrocento, il ciclo di nove arazzi con le storie dei Santi Pietro e Paolo tratti da cartoni di Raffaello, i capolavori di Pieter Paul Rubens. Nella sezione del Museo Archeologico Nazionale è presente la straordinaria sepoltura cosiddetta degli “Amanti di Valdaro”, che risale a 5.300 anni fa e vede due giovani posti uno di fronte all’altra con un corredo di strumenti in selce, un’immagine di forte impatto emozionale che ha incuriosito da subito il pubblico”.
Il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Dottor Stefano L’Occaso, ritratto nella Galleria della Mostra (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Abbracciato dall’attuale Piazza Sordello, un tempo Piazza di San Pietro, e dalla riva del Lago Inferiore, nasce inizialmente come una serie di corpi che risultano disaggregati tra loro: sarà il secolo XVI a donare al Palazzo l’organicità che ancora oggi lo caratterizza e che gli ha permesso di :” Far parte del patrimonio dell’Umanità UNESCO di “Mantova e Sabbioneta” dal 2008”.
Gli affreschi di Pisanello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Il percorso che accoglie i visitatori, facendo sperimentare loro concretamente come la Storia e gli eventi abbiamo plasmato, nel corso degli anni il Palazzo Ducale: “E’ ampio: parte dalla visita della Camera degli Sposi al piano nobile del Castello, attraversa la Corte nuova, la Corte Vecchia, con straordinari portici, gallerie, saloni, giardini, e include la sezione del Museo Archeologico con ingresso autonomo. Credo che uno dei motivi di maggior fascino del Museo sia la sua varietà: non solo di epoche e di stili, ma anche per il continuo e sorprendente passaggio tra interni ed esterni, tra ambienti minuti e giganteschi”.
La Camera degli Sposi di Andrea Mantegna (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Ed è proprio la Camera degli Sposi, il luogo maggiormente iconico del Palazzo: “Situata al piano nobile del Castello di San Giorgio, con la celebre immagine del suo oculo, è un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano ed è un’opera che nei secoli ha acceso la fantasia di milioni di visitatori e di tanti letterati e artisti”.
Il famoso oculo della Camera degli Sposi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Mentre la parte maggiormente apprezzata è: “La Sala degli Specchi grazie ai suoi affreschi, ma anche la Sala dello Zodiaco e dei Fiumi, la Sala di Troia e le stanze private dell’appartamento di Isabella d’Este”.
La Sala degli Specchi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Alla meraviglia degli ambienti interni si affianca quella degli ambienti esterni: oltre al Giardino Pensile, spicca anche il Giardino Dei Semplici, risalente al 1603, del botanico Zenobio Bocchi, nonché il Giardino Segreto della marchesa Isabella d’Este.
Il Giardino pensile ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Dopo essere stato così amato dalla famiglia Gonzaga, il Palazzo Ducale di Mantova, il 2 aprile 1707, passa sotto la Casa D’Austria, la quale rivendica il diretto dominio del Ducato con il suo Palazzo che conserva, però, ancora nelle sue 1000 stanze, nei suoi meravigliosi giardini, l’impronta di una famiglia, la quale, secolo dopo secolo, lo ha reso magnificente e che ogni anno incanta circa :” 300.000 visitatori” con una buona percentuale di stranieri: “In maggioranza tedeschi, francesi e austriaci. Il Museo ha in ogni sala pannelli e informazioni bilingue, per accogliere il pubblico internazionale, che qui trova emozioni e sensazioni uniche”.
Uno dei capolavori di Rubens (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Il Palazzo accoglie i visitatori :”Tutti i giorni tranne i lunedì con orario continuato dalle 8.15 alle 19.15, quindi già l’apertura ordinaria è molto ampia; inoltre, sono previste aperture straordinarie in alcuni lunedì soprattutto in occasione di ponti festivi o in periodi in cui si prevede importante afflusso turistico e aperture straordinarie serali, sia correlate all’organizzazione di eventi (rassegne musicali, teatrali etc) che in occasione di particolari ricorrenze (Giornate europee del Patrimonio, Festa dei Musei etc.). Siamo normalmente aperti anche nei festivi più importanti dell’anno”.
Il cortile d’onore ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)
Il Palazzo è, inoltre, una realtà viva e palpitante, che ospita anche mostre temporanee:” Principalmente organizzate internamente dalla direzione del museo, ma anche iniziative organizzate da enti esterni” e riveste grande importanza per la città di Mantova: “È il principale monumento cittadino, per dimensioni e per numero di visitatori, sicuramente punto di riferimento per le attività culturali e turistiche del territorio e luogo identitario per i suoi cittadini”.
Ma senza dimenticare che: “A livello nazionale è sicuramente riconosciuto il valore storico artistico del complesso museale che accoglie ogni anno un numero di visitatori pari a circa sei volte gli abitanti della città; ed è uno dei primi venti musei a essere stati individuati come autonomi per la loro rilevanza“.
Concludo l’intervista chiedendo al Dottor Stefano L’Occaso, che vanta un ricchissimo curriculum di quasi 20 pagine, cosa significhi per lui rivestire l’incarico di Direttore del Palazzo Ducale di Mantova:
“Sono particolarmente legato al Palazzo Ducale, avendo iniziato a lavorarci come funzionario storico dell’arte nel 2000, un quarto di secolo fa. Sicuramente è un grande privilegio poter guidare e occuparsi della tutela e della valorizzazione di questa importante parte del patrimonio storico artistico italiano, che naturalmente comporta anche una profonda responsabilità. In questo ruolo è necessario trovare un equilibrio tra conservazione e innovazione, tutela e valorizzazione, rimanendo all’interno degli schemi della pubblica amministrazione, che richiedono conoscenze approfondite delle normative che regolano la gestione della cosa pubblica”.
Il patrimonio di una nazione non è rappresentato solo dalle sue ricchezze artistiche o bellezze naturali, ma anche da prodotti tipici che fanno subito Italia, e tra questi ci sono gli agrumi, simbolo del nostro clima mediterraneo e di luoghi ai quali vengono immediatamente associati: è il caso del Limone Costa d’Amalfi che: “Dal 2002 è un prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta), grazie alla creazione di un Consorzio di Tutela che, è stato riconosciuto dal MIPAF con DM 29 luglio 2003 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.193 del 21 agosto 2003 in base all’articolo 14 della legge 526/99 per la tutela, vigilanza e valorizzazione del prodotto”, come dichiara l’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela, la quale ci racconta la storia dell’agrume simbolo della Costa d’Amalfi.
L’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)
“ Tra il IX ed il X secolo il limone arriva dall’India, ma viene di fatto introdotto dai Crociati di ritorno dal Medio Oriente, nonostante questo frutto fosse conosciuto già nell’antica Pompei, dove proprio all’inizio del 1900, già venne portata alla luce la “Casa del Frutteto” con all’interno dei limoni dipinti sulle pareti”, racconta l’Avvocato Gambardella, la quale ci tiene a sottolineare le proprietà di questo agrume il quale: “Veniva imbarcato, sulle navi che partivano da Amalfi, antica Repubblica Marinara, per curare i marinai, i quali si ammalavano di scorbuto, malattia che sconfiggevano proprio con la preziosa vitamina C contenuta nel limone, durante i lunghi viaggi verso l’Oriente”.
Ma tale frutto chiamato: “Sfusato Amalfitano per la sua forma allungata”, ha avuto un ruolo di primo piano anche nel campo medico, infatti :“Venivautilizzato già dalla famosa Scuola Medica Salernitana, che, studiando gli agrumi ed in particolare lo sfusato amalfitano, vide che quest’ultimo era ricco di olii essenziali e polifenoli (antiossidanti), oltre, che ovviamente di vitamina C”.
La caratteristica forma affusolata del Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)
A rendere il limone di Costa d’Amalfi un prodotto IGP di particolare pregio e qualità è indubbiamente il : “Clima favorevole, perché mite e senza sbalzi di temperature”.
Le caratteristiche dello Sfusato d’Amalfi sono le seguenti :” La forma affusolata, la buccia di medio spessore, la polpa succosa e gustosa, la poca acidità, i pochi semi e la grammatura che deve essere di 100 grammi circa cadauno“.
Oltre a queste caratteristiche, il Limone Costa D’Amalfi, viene coltivato IGP solo nei :“13 comuni della Costa d’Amalfi previsti dal Disciplinare di produzione che precisamente sono: Vietri sul Mare, Cetara, Maiori, Minori, Tramonti, Ravello, Scala, Atrani, Amalfi, Conca dei Marini, Furore, Praiano e Positano. La coltivazione avviene sui terrazzamenti a gradoni tipici della Costa d’Amalfi , perché ricavati nella roccia per permettere all’acqua piovana di meglio irrigare e drenare il terreno svolgendo, così, anche una protezione naturale, al fine di contenere il dissesto idrogeologico di un territorio fragile, composto, appunto, da rocce calcaree friabili e scoscese . Da non dimenticare che tali terrazzamenti sono stati riconosciuti Patrimonio Mondiale dell’Unesco dal 1997”.
I pali di castagno sui quali sono adagiate le piante di limoni (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)
Lo Sfusato d’Amalfi è: “ Ottimo per la produzione del liquore, il famoso ed iconico limoncello, per i dolci, specie quelli tipici napoletani, ma da qualche tempo lo si usa anche per la pasta di limone, ovvero limone unito a mandorle e usata come glassa. Novità di questi ultimi anni è anche il gin con Limone Costa d’Amalfi IGP”.
Tale agrume : “Cresce con i rami della pianta di limone adagiati e distesi su pali di castagno in modo che l’albero rimanga piegato verso il basso e non è trattato con pesticidi nocivi alla salute, ma solo con l’utilizzo di prodotti biologici e poco impattanti per la salute; pertanto la sua buccia è edibile, infatti la stessa la si usa per produrre le gustose scorzette candite“.
I rami carichi del Limone Costa D’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)
Il limone Costa d’Amalfi :” E’ sottoposto a rigorose verifiche da parte dell’Organismo di certificazione, il quale controlla l’operato di tutti i soci del Consorzio che complessivamente risultano essere, ad oggi, 259 di cui 232 soci produttori, 6 soci confezionatori e 21 soci trasformatori“.
Tale prodotto viene anche esportato all’estero: “Specie in Europa, in particolare in Germania ed in Svizzera, ma anche in America. Fuori dall’Italia, comunque è richiesto soprattutto sotto forma di prodotto trasformato , quindi limoncello, pasta di limone e caramelle”.
Il prodotto simbolo della Costa d’Amalfi, è coltivato “Su 150 ettari”,e ogni anno dona “Due milioni di chilogrammi circa di prodotto certificato IGP”.
Limoni Costa d’Amalfi IGP, particolare (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)
E così, grazie a chi sa curarlo e coltivarlo perché “Ci vuole un intero anno tra una raccolta ed un’altra”, si può assaporare tutto il gusto di questo prodotto: ” Unico e prezioso della Costa d’Amalfi chiamato anche “Oro Giallo”“.
Tra i luoghi di una città ce n’ è sempre uno più iconico degli altri, perché il suo stile e la sua bellezza lo hanno trasformato in un simbolo… un simbolo il cui fascino continua a rapire e ad emozionare.
E questo luogo, per la città di Vicenza, è il Teatro Olimpico che per la città veneta: “ Non è solo un monumento: è la sua anima culturale, il suo simbolo identitario più profondo, l’ultimo capolavoro dell’architettura palladiana giunto, fino a noi, intatto” come dichiara Ilaria Fantin, Assessore alla Cultura, al Turismo e all’Attrattività della città di Vicenza, la quale prosegue : “ È il primo teatro stabile coperto dell’età moderna, progettato da Andrea Palladio secondo i canoni dell’architettura classica vitruviana, e concepito dall’Accademia Olimpica come luogo dedicato allo studio e alla celebrazione delle arti e delle scienze, capace di incarnare il forte ideale umanista della nostra città”.
L’Assessore Ilaria Fantin (Foto di Marco Bordin, per gentile concessione di Ilaria Fantin)
La scelta di Andrea Palladio di costruire un Teatro proprio a Vicenza è da rintracciarsi in un motivo profondamente connesso con la cultura che in quel tempo animava la città veneta: “ Già sede dell’Accademia Olimpica, fondata nel 1555 da un gruppo di intellettuali vicentini tra cui lo stesso Palladio” .
Sarà proprio proprio la stessa Accademia a voler realizzare: “Uno spazio stabile e permanente per le proprie rappresentazioni culturali e teatrali”, come dichiara Ilaria Fantin, la quale, nonostante la sua carriera da concertista l’abbia condotta in tutta Europa, è tornata poi nella sua città di Vicenza per dedicarsi anche all’organizzazione di eventi culturali.
Il palcoscenico del Teatro Olimpico dal quale si ammira l’illusionismo prospettico (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)
La scelta dell’Accademia Olimpica di creare e diffondere cultura utilizzando un luogo cittadino, cadde in quelle che erano le prigioni comunali, in pieno centro storico… e fu così che: “ Un luogo di reclusione” diventò “Un tempio della conoscenza e della libertà intellettuale, grazie ad un’operazione simbolica e concreta al tempo stesso, della quale la città si fece promotrice, rendendo tale progetto un autentico manifesto civico”
Il Teatro Olimpico è anche il simbolo di una continuità artistica che non si interrompe con la morte di Andrea Palladio, il quale aveva avviato il progetto il 15 febbraio 1580, sei mesi prima della morte che lo verrà a trovare il 19 agosto :” L’architetto aveva lasciato disegni e un modello ligneo, permettendo la prosecuzione dell’opera da parte di suo figlio Silla e, soprattutto, di Vincenzo Scamozzi, cui si deve il completamento della scenografia prospettica”.
Scorcio della concezione prospettica con la quale è stato realizzato (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)
I lavori si concluderanno 5 anni più tardi e l’inaugurazione che avvenne: “ Con la rappresentazione dell’“Edipo re” di Sofocle, in una messa in scena straordinaria, rese subito celebre il teatro in tutta Europa”.
Quello che colpisce e rapisce, già al primo impatto, è la scenografia: “Realizzata nel 1585 da Vincenzo Scamozzi, il quale si ispirò alla concezione prospettica dell’epoca. Raffigura sette strade cittadine convergenti verso punti di fuga, costruite con legno dipinto, gesso e stucco per creare un’illusione di profondità. Le strade sono inclinate e illuminate in modo da accentuarne la tridimensionalità. In origine, le finestre e le porte finte contenevano lampade per creare effetti luminosi suggestivi”.
Vistare il Teatro Olimpico di Vicenza permette di conoscere da vicino: “Un capolavoro di illusionismo prospettico permanente, mai più replicato nella storia del teatro” che rappresenta :” Un unicum assoluto nella storia dell’architettura teatrale ed è l’unico teatro rinascimentale giunto integro fino a noi”.
La visuale dalle gradinate che costituiscono la cavea ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)
La particolarità è strettamente legata alla: “ Una scenografia fissa e tridimensionale, che rappresenta idealmente la città di Tebe, ma che in realtà è un omaggio alla Vicenza del Rinascimento. L’intero spazio è concepito come una macchina scenica perfetta e la scenografia è costruita con illusionismo prospettico straordinario, che suggerisce profondità illimitate in uno spazio di pochi metri. È, in definitiva, un teatro che non si limita a ospitare spettacoli: è esso stesso uno spettacolo permanente”.
Il fascino che esercita è difficile da esprimere a parole soprattutto perché: “ Risiede nella sua capacità unica di emozionare ancora prima che inizi lo spettacolo. È l’architettura stessa a farsi palcoscenico di meraviglia: varcare la soglia del teatro significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo si dilata e l’antico dialoga con l’eterno. Ogni dettaglio , dalla scenografia prospettica alle proporzioni armoniche, è pensato per evocare un’ideale di città, in cui arte, bellezza e sapere si fondono in una profonda armonia. È un luogo che non si visita semplicemente: si vive, si contempla, si ricorda”.
Visuale dall’alto ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)
Il Teatro Olimpico non è solo la storia della città e della sua cultura, ma una realtà viva e palpitante ancora oggi, difatti :” Ospita una programmazione raffinata e selezionata, che privilegia spettacoli in linea con la sua natura e la sua struttura. Si tengono rappresentazioni di teatro classico greco e latino ma anche eccellenti rivisitazioni, concerti ed eventi culturali. Cito, tra tutti, il Ciclo degli Spettacoli Classici e il Festival Vicenza Jazz, due importanti rassegne del Comune di Vicenza che valorizzano il teatro nella sua doppia funzione di contenitore culturale e opera d’arte vivente. Ogni spettacolo è pensato per rispettare la sua acustica, la sua scenografia fissa, e il suo valore monumentale. È anche il luogo dove si tengono incontri istituzionali, eventi di diplomazia culturale, presentazioni accademiche, convegni scientifici e artistici, oltre a ricevimenti per delegazioni internazionali. Oggi, il Teatro Olimpico è un punto di riferimento culturale e turistico, che rende Vicenza un centro d’eccellenza nel panorama internazionale dell’arte e dell’architettura”.
Una suggestiva visione d’insieme del Teatro (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)
E’ un Teatro che annovera, tra i suoi visitatori, figure storiche come Napoleone Bonaparte, Pio VI e Francesco Giuseppe d’Austria e ancora oggi: “E’ tuttora luogo simbolico di accoglienza per personalità di rilievo” dichiara l’Assessore Fantin la quale conclude l’intervista con queste parole : “Al Teatro Olimpico l’arte non si esibisce soltanto, ma si celebra, si discute e si tramanda”
Il Teatro Olimpico di Vicenza: l’intuizione di un genio, la volontà di una città che voleva creare un punto di riferimento per la cultura e la caparbietà di realizzare un capolavoro, nonostante il suo ideatore, il grande Andrea Palladio, avesse lasciato di questo suo progetto solo disegni ed un progetto ligneo destinato a diventare, però, il simbolo imperituro della cultura vicentina.
“Asolo, città dai cento orizzonti”: è così che il poeta Giosuè Carducci definì la cittadina posizionata sul monte Ricco, tra il Massiccio del Grappa a nord e la pianura a sud, che si allunga sin verso Padova e Venezia.
“E’ al centro di un crocevia tra le direttrici nord-sud ed est-ovest, e proprio ad est troviamo il letto del Piave mentre ad ovest il Brenta” dichiara la Dottoressa Beatrice Bonsembiante, Assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Asolo, la quale prosegue il suo racconto su questo borgo inserito tra quelli più belli d’Italia: “ Il primo insediamento umano della zona appartiene al popolo veneto, un popolo semplice, la cui edilizia era caratterizzata da strutture basiche, delle quali rimane in realtà pochissimo, infatti solo alcuni degli oggetti risalenti a quell’epoca sono conservati nel Museo Civico”.
La Dottoressa Beatrice Bonsembiante, Assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Asolo (Foto per gentile concessione della Dottoressa Beatrice Bonsembiante)
L’arrivo dei Romani nel I secolo A.C. segnò per Asolo: “Un grande sviluppo, tanto da diventare municipium romano grazie alla sua posizione strategica. E proprio i Romani costruirono le terme, l’acquedotto ed il teatro che ha una particolarità, tanto da distinguersi da tutti gli altri: è l’unico in contro pendio; quindi, la cavea non era situata nella parte bassa, ma in quella alta, e questo perché i Romani volevano che, alla fine della via Aurelia, tutti dovessero vedere, già a lunga distanza, la facciata del teatro stesso”.
Con la caduta dell’Impero, anche Asolo conosce un periodo buio che termina:”Dopo il 1288, con la presa del borgo da parte di Venezia: Asolo rimarrà una podesteria veneta fino al 1796, quando, con l’arrivo di Napoleone, la stessa città lagunare decadde”.
Ma torniamo alla fine del 1400, quando ad Asolo: “Giunge la Regina Caterina Cornaro, che era stata data in sposa per procura, all’età di 14 anni, al Re di Cipro Giacomo di Lusignano, in quanto il sovrano aveva molti debiti con Venezia e, quindi, il matrimonio li avrebbe, di fatto, cancellati. Ma il re attende quattro anni per far arrivare Caterina nella sua città”.
Caterina si adatta subito alla vita di Cipro ma: “Dopo la morte del marito e del figlio, dopo appena un anno dalla scomparsa del consorte, regge da sola il trono. Venezia, però, la fa tornare in patria dandole la Podesteria di Asolo”.
Veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
Ma nonostante questo potesse sembrare un esilio dorato: “Caterina inizia a realizzare un progetto di corte rinascimentale e chiama ad Asolo artisti di grande spessore che danno slancio alla città, ma l’arrivo della Lega di Cambrai la costringe a dover fuggire a Venezia, dove poi muore”
Una delle caratteristiche vie di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
Dopo l’arrivo di Napoleone ed un periodo di decadenza generale per Venezia e i luoghi limitrofi : “Nasce il fenomeno del Grand Tour e così in Italia arrivano dall’estero i nuovi aristocratici che acquistano palazzi, acquisiscono i comportamenti dei locali, in quanto già da tempo i nobili di Venezia erano soliti trasferirsi ad Asolo, specie in estate, alla ricerca di un po’ di refrigerio”.
E così: “Gli Inglesi e gli americani cominciarono a prendere casa ad Asolo, dove c’è ancora una comunità anglofona”.
Tra gli anglosassoni spicca Robert Browning, ma come dimenticare la diva nostrana Eleonora Duse la quale: “Decide di comprare casa ad Asolo, ma muore nel 1924 di tisi, proprio durante quella stessa tournée con la quale avrebbe finito di pagare la casa da lei tanto amata”.
La Sezione Eleonora Duse nel Museo Civico (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
La diva, però, scelse Asolo come sua residenza per l’eternità, infatti:“E’ qui seppellita”.
Particolari della Sezione Eleonora Duse (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
La terza donna di Asolo, dopo Caterina ed Eleonora sarà:” Freya Stark, amica della Regina Madre, tanto che Filippo di Edimburgo era solito trascorrere del tempo proprio qui ad Asolo. Freya era una viaggiatrice, fece lavori di cartografia conservati ancora a Londra e scrisse romanzi di viaggio”.
Il Museo Civico si snoda su tre piani: “Al primo è ospitata la Sezione Archeologica, al secondo la Pinacoteca“, mentre il terzo piano è tutto dedicato alle tre donne simbolo di Asolo, e si articola infatti nella Sezione Eleonora Duse, Sezione Freya Stark, e Sezione Caterina Cornaro. “Visitare il Museo è come sfogliare un album di famiglia”.
Una suggestiva veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
Oggi Asolo è un luogo di incontri: “Una città murata con i portoni sempre aperti, incline all’accoglienza”, conclude la Dottoressa Bonsembiante, la quale mi ha incantato con il racconto sulla sua città di Asolo, grazie alla passione non solo per il settore della comunicazione ma anche per la diffusione della cultura locale.
Veduta d’insieme di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)
Asolo ha saputo mantenere viva questa tradizione culturale che da Caterina Cornaro è giunta fino a noi, e non è un caso che da 47 anni si svolge, ogni estate, il Festival Internazionale di Musica da Camera significativamente intitolato “Incontri Asolani” che si tiene, anche quest’anno, come ormai è consuetudine da dieci stagioni, nella suggestiva cornice della Chiesa di San Gottardo, la quale domina la vallata, dall’ 1 al 12 settembre. Questa manifestazione di grande spessore: “E’ nata per iniziativa dell’allora Segretario Generale degli “Amici della Musica Attilio Zamperoni” dichiara il Maestro Federico Pupo che da 30 anni è alla guida di questo evento.
Il Maestro Federico Pupo (Credit Katia Bonaventura, per gentile concessione di Federico Pupo)
Il Maestro Pupo, che vanta un curriculum ricchissimo nell’ambito dell’attività concertistica, dell’insegnamento e di progetti volti alla divulgazione della bellezza della musica, ci tiene a sottolineare come:” Il festival ha un pubblico appassionato”.
Nel programma conferme e novità, anche se:” Quando ci sono nomi di grosso calibro si registra sempre un sold out.”.
La suggestiva Chiesa di San Gottardo (Credit Claudio Sartorato)
Quest’anno il Beethoven 198, che sta ad indicare il conto alla rovescia del bicentenario della morte del grande compositore, si fa in due: “ Si inizia Mercoledì 3 settembre alle 21.00, sempre nella Chiesa di San Gottardo, con le due Sinfonie beethoveniane nella rara trascrizione ottocentesca per due pianoforti a otto mani di Theodor Kirchner mentre il 12 settembre, giorno di chiusura, ci sono in programma due sinfonie tra le più amate del catalogo beethoveniano, la Sinfonia n. 1 in do maggiore Op. 21 e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica”, nella trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt. Questi due concerti rientrano in un progetto triennale dedicato a Beethoven che prevede l’esecuzione integrale delle 9 sinfonie nelle versioni ‘domestiche’ realizzate da Kirchner e Sitt, perfette per un festival di musica da camera”.
Per il Maestro Pupo il Festival è un insieme di sentimenti: “Mi emoziono doppiamente quando, osservando il pubblico da dietro le quinte, ne percepisco le emozioni e quando, andando via, mi ringraziamo per ciò che hanno provato. E tutto ciò è una dimostrazione della qualità che il Festival riesce sempre a proporre”.