17° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Dopo colazione mi dicevi di aspettare all’ingresso, mentre ti recavi in bagno per farti la barba con il rasoio elettrico.

Fuori il sole era già alto ed annunciava con gioia che, sì, ci era stato concesso un altro giorno da trascorrere insieme.

Era diventato il rituale delle nostre mattine: io preparavo la borsa con i piccoli attrezzi e poi, l’uno sottobraccio all’altra, uscivamo dalla casa e ci facevamo cullare da quei tiepidi raggi di sole che si posavano sul limone come sul nespolo, sul susino come sul petto d’angelo, e ci spronavano ad andare avanti e a pensare al futuro, un futuro che mi avrebbe visto da sola, senza di te al mio fianco.

E arrivò così anche il momento di mettere a dimora nell’orto le piantine di pomodoro che avevo acquistato dietro tua richiesta: le poggiammo sulla panchina, ti mettesti a controllarne una ad una mentre io, armata di vanga, cominciai a rovesciare le zolle che rotolavano le une sulle altre.

Fu un mattino indimenticabile, quello, nonostante la tua malattia ti avesse costretto ad essere solo uno spettatore di quei lavori nell’orto che da decenni facevi solo tu, eppure ti eri rilassato molto e più volte avevi chiuso gli occhi, volgendo il tuo viso verso il sole che riuscì a regalarti un po’ di colorito. Tu eri sempre abbronzato, ricordi? Era il sole della campagna a donarti quel viso aperto e schietto, con le guance rosse ancora sode, nonostante gli anni. Ci misi un po’ a capire come andavano sistemate le piantine nelle buche che avevo praticato nel terreno: qualcuna era troppo piccola, incapace dunque di ospitarle, altre erano troppo grandi. Una volta seguite le tue istruzioni, però, divenni impareggiabile nel capire quale fosse la profondità giusta, quanta acqua bisognava utilizzare, a quale distanza sistemarle le une dalle altre.

Riuscimmo a metterne a dimora circa cento e ci chiedemmo cosa avremmo piantato nell’altro fazzoletto di terra rimasto libero. Era giovedì quel giorno, lo ricordo bene ed ogni giovedì si tiene il mercato settimanale, allora tu entrasti in casa a prendere i soldi. Uscito in giardino mentre ero rimasta lì ad aspettarti, mi dicesti che potevo comprare le piantine che volevo, questa volta avrei deciso io.

16° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Dal rientro dell’ospedale non uscisti più da casa, ti limitavi ad andare in giardino per tagliare qualche ramo morto, per cogliere i limoni o per innaffiare le piante e i bulbi dei fiori. Durante quei mesi, mi svegliai presto anch’io tutte le mattine, mi sfilavo da sotto le coperte e, con accortezza, aprivo la porta di casa per scendere quelle scale che mi avrebbero condotto da te. Quando arrivavo in cucina, avevi già fatto colazione con il pane cotto a legna e con la caciotta di pecora, il cui gusto ti ricordava quella che acquistava per te tua madre, quando eri piccolo. Poi, ti pulivi la bocca con quel grande tovagliolo di cotone, quello che amavi di più faceva parte di una tovaglia che avevo regalato alla nonna: era a scacchi multicolori, un po’ sbiadito dal sole, ma rimaneva lo stesso il tuo preferito. Mi accomodavo attorno al grande tavolo della cucina mentre tu continuavi a pregarmi di assaggiare una fettina di quella deliziosa caciotta, io ti rispondevo che il formaggio al mattino non lo apprezzavo molto ma, giacché il mio diniego ti intristiva, ne portavo alla bocca un pezzetto e lo lasciavo sciogliere sotto al palato, per assaporarne il gusto. Sì, nonno, quella caciotta era veramente buona, sapeva di campagna e di lavoro, di vanghe e di vino rosso, di estati passate a cogliere i pomodori, di tralci di vite da sistemare, di uva da pigiare, sapeva di te, amante com’eri delle cose rurali, della libertà, d’ogni singola manifestazione della natura. Sapeva di te, sì, di te: uomo di cultura ma anche di lavoro, amante della storia antica, del greco e del latino, delle lettere, delle poesie, delle cravatte di pura seta, dei completi di lana vergine o di lino, di cappelli da indossare sempre, persino in estate. Tu eri questo, nonno, l’uomo che aveva sposato la donna di cui si era innamorato mentre camminava lungo il corso della città, perché colpito dalla sua bellezza, dal suo nasino che amavi sempre prendere tra le mani, dei suoi occhi verdi, l’uomo che era diventato il maresciallo ammirato e stimato da tutti, apprezzato per la sua correttezza, lealtà ed onestà, l’uomo che era stato nominato Cavaliere del lavoro, ma, soprattutto, l’uomo che era diventato nonno, mio nonno.

15° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Uscii dal bagno, nel frattempo avevi detto alla nonna di non voler mangiare più, d’essere sazio e stanco, di voler riposare un po’. Ti eri accomodato su quelle poltroncine di pelle del corridoio e mi stavi aspettando per salutarmi. Appena io chiusi la porta dietro di me esclamasti, come amavi fare da 28 anni,: “Bella bambina!”.

Quell’esclamazione la associo, ancora oggi, ad una immagine precisa di te: a quando, di ritorno dalla caserma, tutti i giorni alle due e mezza del pomeriggio, entravi in casa, con il capello nella mano destra e la cartella di pelle nera nella sinistra e, sventolando il berretto ci salutavi. Ecco, nonno, tu sei rimasto quell’uomo per me: la malattia, le sofferenze, la tua stanchezza, la tua incapacità a stare in piedi, le tue spalle ossute, le tue gambe fragili, il tuo bastone, le tue bretelle per tirare su i pantaloni che ogni giorno diventavano sempre più larghi, il tuo sonno pesante, il tuo respiro affannoso, la tua bombola dell’ossigeno, non sono mai esistite, neanche quando erano realtà.
In quei giorni difficili mi dicevi che tu c’eri ma già non c’eri più e che sarebbe stato per me più facile associare l’idea della morte a quell’uomo malandato, piegato a metà dalla malattia, piuttosto che a quel nonno forte e fiero. Ma io ti risposi, quella volta, che eri al tempo stesso forte e fragile, perché il ricordo che avrei avuto di te, sempre, sarebbe stato quello di un uomo ottimista, coraggioso, al punto di accettare in vita, la morte.

Dunque, quel giorno di ritorno dall’ospedale, dopo mangiato, andasti a dormire, io ti strinsi la mano e mentre preparavi il letto, aiutai la nonna in cucina. Poi salii su, mi chiusi in camera, e pensai che c’era concesso troppo poco tempo per sprecarlo in ricordi e tramortirlo di domande ed interrogativi. Decisi di accettare, seppur con immenso dolore, l’idea che di lì a poco mi avresti lasciato, e mi rincuorò l’idea che, dopo qualche settimana, sarebbe venuta Pasqua, una festa che tu amavi molto, perché dicevi che, dopo la passione, c’era la Resurrezione, per tutti.

14° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Entrai anch’io in casa con te, quel giorno di ritorno dall’ospedale, la nonna non osò dirti nulla mentre tu, mestamente, ti dirigesti verso la camera per sistemare i tuoi bagagli ma mi pregò, con gli occhi gonfi di lacrime, di essere sincera con lei, di dirle la verità. Io mi limitai a comunicarle quanto aveva detto il medico sul tuo stato di salute generale e la nonna, piegata a metà sulla poltrona dello studio, cominciò a piangere. Quando tu uscisti dalla camera, eravamo entrambe in cucina: la nonna a preparare il pranzo ed io ad apparecchiare la tavola. Tu dicesti che avresti mangiato un po’ di pasta solo se mi fossi seduta accanto a te, come avevamo fatto per tanti e bellissimi, indimenticabili anni. Non avrei potuto dire altro che sì, per nulla al mondo avrei rifiutato quel tuo invito.

Mangiammo assieme, come quando ero bambina, io e te, di nuovo vicini. Ti osservai per tutto il tempo del pranzo, vedevo quanto sforzo ti costava quel portarti alla bocca la forchetta che aveva catturato, dal piatto bianco di porcellana, tre penne di numero. Masticavi molto lentamente, poi ti fermavi, guardavi in su, gli occhi al soffitto, poi chinavi nuovamente la testa nel piatto, mentre la tua mano stava cercando un pretesto qualsiasi per evitare di prendere con la forchetta qualche altra penna rossa di sugo.

Dovetti trovare una scusa qualsiasi per alzarmi da tavola ed andare in bagno, per piangere un po’. Mi raggomitolai a terra, le spalle appoggiate all’armadio a muro, la testa tra le ginocchia. Scorrevano davanti a me quegli indimenticabili pranzi della mia infanzia, quando, tornata da scuola, avevo solo il tempo di sfilarmi il grembiule, di posare la cartella e scendevo giù per le scale, cantando le sigle dei cartoni animati che vedevo ogni pomeriggio con la mamma e la nonna, con la felicità nel cuore, talmente forte che delle volte mi sembrava di non essere in grado di contenerla tutta dentro di me. Bussavo alla porta-finestra del corridoio e tu, con quel sorriso che illuminava i tuoi bellissimi occhi, ti precipitavi ad aprirmi. Mi accomodavo vicino a te, mentre la nonna versava nei piatti le fettuccine con i ceci, i maltagliati con i fagioli, il riso al sugo, il brodo con i tortellini. La tua regola aurea dell’ora di pranzo era di osservare e soprattutto, di far osservare, un rigoroso silenzio, ma in nome dell’amore che provavi per me, derogavi a questo principio e mi lasciavi raccontare quanto era accaduto a scuola durante la mattinata appena trascorsa. Parlavo, parlavo e nessuno aveva il diritto di interrompermi, tu mi ascoltavi in silenzio e una volta terminato il pranzo, stringevi, tra il pollice e l’indice, la mia guancia destra e portavi quelle stesse dita alla bocca, baciandole, come si faceva con una statua della Madonna.

13° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Così scendemmo le scale e salimmo in macchina, il tuo sguardo si posava su tutti gli alberi che costeggiavano la strada del ritorno, i tuoi occhi stavano sorridendo: era arrivata la primavera, con tutti i suoi colori ed odori, i rami degli arbusti non sembravano più di cartapesta, né le gemme di plastica. Tu eri di nuovo accanto a me, nonno, ed io di nuovo vicino a te, potevamo godere ancora assieme dello spettacolo della natura, per l’ultima volta, certo, ma insieme.

Ci avrebbero aspettati mesi duri, lo sapevamo entrambi, ma eravamo fermamente convinti della necessità di non lasciarci sfuggire un solo secondo, non avremmo regalato alla morte che avanzava, neanche un minuto di più, a me erano concessi ancora tre mesi, solo tre mesi di te e del tuo sorriso, dei tuoi occhi, delle tua mani, del tuo amore.

Parcheggiammo l’auto davanti al piccolo cancello in ferro battuto, lo stesso che ti aveva visto uscire in divisa per tanti anni, con il cappello calato sulla fronte e la fedele bicicletta sulla cui canna legavi la cartella di pelle nera. Scendesti dalla macchina, non suonasti al citofono di casa dove la nonna ti attendeva, ma apristi tu quel cancello, sfilando dalla tasca quel pesante mazzo di chiavi.

Ricordi, nonno, quante volte ti ho chiesto quali misteriose porte aprissero tutte quelle chiavi. Tu, con tanta pazienza, mi facevi sedere sulle ginocchia, e mostrandomele una ad una, elencavi la loro funzione: questa era del cancello piccolo, quell’altra del cancello grande e poi, ancora, la chiave della campagna, quella del ripostiglio in giardino.

Un giorno ti chiesi quale fosse la chiave del tuo cuore, per poterci entrare e rimanere lì, per sempre, ma tu mi rispondesti che il tuo cuore, nonostante le difficoltà che la vita ti aveva posto davanti, si era spalancato il giorno della mia nascita, ed io da allora, pur senza saperlo, ero lì dentro, in ogni suo singolo battito.

12° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Il giorno successivo il medico ci comunicò che le tue condizioni di salute erano incompatibili con un possibile intervento, continuò dicendo che avevi già firmato per uscire dall’ospedale.

Mi precipitai in reparto, tu non c’eri già più, un’infermiera mi disse che ci stavi aspettando all’ingresso.

Eccoti lì, vicino ai tuoi piedi la valigia di pelle color nocciola e la borsa grigia, l’impermeabile piegato sul braccio e negli occhi il desiderio di tornare a casa ma anche la consapevolezza che quella sarebbe stata l’ultima tua lotta. Presi le tue valigie, ti mettesti sotto braccio a me e, prima di scendere le scalette che ci avrebbero condotto verso la macchina, mi facesti promettere che qualsiasi cosa fosse potuta accadere, l’ultima immagine che avresti voluto portato via, sarebbe stata quella del maestoso nespolo e dell’albero di limoni carico di quegli agrumi profumati. Io non ti risposi subito, perché erano troppo forti, per me, le parole che stavi pronunciando: stavano aprendo una voragine nel mio animo e spaccando il mio cuore.

Per me, sin da bambina, eri immortale, nonno…senza età, senza tempo, senza una dimensione spaziale che potesse racchiuderti o circoscriverti.

Non ce la feci più a sentire parlare di queste cose e scoppiai in un pianto dirotto, tu, allora, mi accarezzasti i capelli e mi consolasti del fatto che non avevi né paura di soffrire, né timore di andartene, l’unica cosa che ti dispiaceva lasciare di questo mondo era il sorriso delle persone che più amavi. Mi facesti promettere che, in qualsiasi momento mi avresti abbandonato, io sarei andata avanti per la mia strada, che tu intravedevi lunga, ricca di soddisfazioni e di successi professionali.

Furono queste parole a farmi capire quanto era stato profondo ed unico il nostro legame: “Sai quanto ti ho amato e quanto ti amerò, anche quando non ci sarò più, se avrai bisogno di me tu mi sentirai: io sarò il vento che fa sbattere le finestre, la pioggia che cade sul nostro prato, il sole che bacia le piante del giardino, la notte che cala sulla nostra casa, l’onda che ti sorprende sulla diga, la sabbia che ti entrerà nelle scarpe, il libro che sfoglierai ma, soprattutto, quello che scriverai”.

Misi la mia mano sulla tua bocca, come quel gesto che facevo da bambina quando tu parlavi di cose a me non gradite, come a dire: “Basta, nonno, basta così. Ho capito, la tua morte è vicina, lo sai tu, così come lo sento io. L’abbiamo compreso entrambi lo scorso Natale, quando non ti ho lasciato neanche per un attimo la mano mentre le portate sfilavano sulla tavola.

Basta, nonno, sì te lo prometto, quando verrà quel giorno in cui ti riconoscerò nel vento che fa sbattere le finestre, nella pioggia che cade, nelle onde del mare e nella sabbia, scriverò quel libro che mi hai chiesto di scrivere, e parlerà di me e di te, di te che non ci sei più ma continui a vivere dentro di me e di me, di una nipote che non si stancherà mai di cercarti tra le pieghe dei ricordi, in una mareggiata d’inverno o in una pianta che regala i suoi frutti”.

11° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Ti chiesi cosa ti avessero dato da mangiare e tu indicasti con un gesto rapido del mento delle vaschette di plastica sigillate che avevi poggiato sul comodino, sull’etichetta bianca era riportato il contenuto: pasta al pomodoro, verdure e carne lessa, pera cotta. Non avevi sollevato neanche un lembo di quella plastica, non avevi neanche voluto sentire l’odore di quel pasto ospedaliero perché, per te, l’importante era stato sempre non cosa mangiare ma con chi mangiarlo.

E tu, di pranzare con il pigiama a righe, seduto su di un lettino che non era il tuo, portare alla bocca anonime forchette di plastica e consumare quel pasto da solo, senza avere accanto qualcuno che amavi, non ci riuscivi proprio.

Ti feci notare che non avresti certo potuto continuare a tenere quell’atteggiamento di rifiuto verso il pranzo fornito dall’ospedale, ti chiesi allora se potevo portarti io qualcosa da casa ma tu dicesti che, lontano da quelle stanze dove avevi trascorso mezzo secolo, nulla, neanche il pranzo di un re avrebbe potuto avere sapore. Insistetti perché tu mangiassi almeno qualcosa, allora mi chiedesti di tirare fuori da quella borsa di pelle grigia che avevi portato con te, insieme alla valigia color nocciola, qualche fetta di pane con la caciotta di pecora. Frugai velocemente tra quelle tasche, sai, non ero abituata a mettere le mani tra le tue cose, le consideravo sacre e toccarle era per me come un sacrilegio ma il permesso di aprire quella borsa me lo stavi dando proprio tu.

In fondo a questa riuscii a riconoscere quel tovagliolo a quadri rosa, azzurro e verde: avvolto dentro a quel quadrato di stoffa colorata erano adagiate due fettine di pane, quasi trasparenti, ed un pezzo doppio di formaggio dal colore deciso, afferrai quell’involucro e te lo porsi, tu prendesti quello che era l’avanzo della tua colazione fatta in casa, prima di venire in ospedale, e tentasti di mangiarlo. Lo avvicinasti alla bocca, desti qualche morso, masticasti quel boccone svogliatamente, impiegandoci più del tempo dovuto, ed inghiottisti velocemente.

Capii che stavi facendo tutto questo solo per farmi contenta, per placare la mia preoccupazione davanti al tuo rifiuto di mangiare il pasto dell’ospedale, ma non avevi né fame, né voglia. Un altro morso ancora e posasti quelle fettine di pane sul comodino, non prima di avermi promesso che avresti terminato di mangiarle appena fossi andata via.

L’ora trascorse troppo in fretta, io uscii dalla tua stanza mentre tu mi accompagnavi con lo sguardo, fino a quando girai l’angolo che dal reparto portava alle scale.

10° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Mi incamminai verso l’uscita, scesi da sola quelle scale senza colore dell’ospedale, senza di te al mio fianco, sfilai in senso contrario alla nostra entrata, davanti a tutti quei reparti con le lettere adesive blu e mi infilai in macchina e solo lì, quelle lacrime trattenute in ospedale, riuscirono a venir giù, con tutto il dolore e tutta la disperazione possibile.

Erano le undici di mattina, il sole brillava in cielo e si posava su tutti gli alberi in fiore e sulle gemme che si stavano aprendo a nuova vita.

Era arrivata la primavera, ma quel sole non sembrava essere lo stesso che ci baciava mentre eravamo seduti in giardino sulla panchina, i rami degli alberi sembravano di cartapesta, le gemme di plastica. Capii allora, nel preciso momento di quel primo distacco da te, nonno, che le cose belle, quelle che ci piacciono di più e la cui vista ci fa sentire felici, hanno valore solo se possono essere condivise con le persone che più amiamo.

Invece, io ero in macchina, sulla strada di casa, e tu in ospedale. Le ore che mi separavano dall’orario di visita, sembravano andare al rallentatore, le tre del pomeriggio non arrivavano mai, tanto che alle due e mezza io ero già lì, fuori il reparto, seduta accanto a quella porta dai vetri sabbiati che impedivano la vista all’interno.

Ti immaginavo là dentro, sdraiato sul tuo lettino, in attesa che qualcuno ti portasse un sapore, un odore che sapeva di casa. Il personale dell’ospedale spalancò la porta d’accesso e ci dissero che la visita ai pazienti durava solo un’ora. Contrariamente a quanto avevo pensato sino ad allora, entrai nella stanza dove eri stato ricoverato e vidi con piacere che stavi chiacchierando con il tuo vicino di letto.

Quando mi vedesti arrivare mi presentasti subito al tuo nuovo conoscente, gli avevi già parlato di me perché quando allungai la mano per stringergliela, lui non mi fece finire neanche di dire il mio nome che prontamente osservò che ero la prima nipote, la più grande d’età, quella che faceva la giornalista. Annuii e con sorriso cortese mi congedai dal tuo vicino di letto per sedermi vicino a te, non c’erano sedie disponibili, allora tu mi invitasti ad accomodarmi sul lettino, vicino alle tua gambe. Te le massaggiai un po’, poi mentre le mie mani stavano cercando di trasmettere calore alle caviglie freddissime, mi dicesti che era passato il medico poco prima del mio arrivo, per comunicarti che dopo due giorni ti avrebbero operato. Eri sereno in quel momento, il viso disteso, di nuovo pieno di speranze.

9° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Il mattino seguente, quello del tuo ricovero, ci confidammo di non essere riusciti a chiudere occhio e, così dicendo, ci incamminammo verso la macchina.

Sulle gradinate d’accesso, ritratti di varia umanità ci vennero incontro: un volto coperto di bende, una gamba ingessata, il sorriso di un bambino, il pianto di un altro, il viso sereno di una donna, quello teso di un ragazzo.

Dovevamo salire al secondo piano, non prendemmo l’ascensore perché da sempre avevano paura entrambi di rimanere intrappolati in quel piccolo abitacolo, e così, seppure a fatica, cominciammo la nostra ascesa verso quell’uomo, con indosso un camice bianco, che forse avrebbe potuto comunicarci la notizia che aspettavamo entrambi: che stavi bene, che tutto si sarebbe risolto senza problemi.

Chi avrebbe mai potuto separare un nonno ed una nipote come noi due, chi avrebbe mai potuto chiedermi di rinunciare per sempre a te, chi mi avrebbe privato dei tuoi gesti e della tua voce? “Andrà tutto bene, tutto bene”, continuavamo a ripeterci senza sosta, mentre i nomi dei reparti e dei loro primari ci sfilavano davanti, piano dopo piano.

Eravamo finalmente arrivati, il medico ci aspettava nel suo studio, io non entrai, anche questa volta rimasi fuori, il dottore ti prese sotto braccio e andasti con lui, mentre mi cercavi con lo sguardo da quello spiraglio che si stava lentamente chiudendo. Io poggiai la tua valigia sulla panca di plastica verde acqua e subito dopo cominciai a camminare nervosamente, non ricordo i pensieri di quei momenti, non li ricordo proprio, nonostante tutti gli sforzi, forse non pensai nulla. So soltanto che mi misi a pregare, a pregare per te, nonno, con un’intensità che neanche io conoscevo. Il mio cuore stava battendo in maniera convulsa e violenta, sembrava aver occupato tutta la cavità toracica, il mio corpo ne percepiva i battiti come il suono di tam-tam che si propagava dappertutto: nella testa, nelle gambe, nel ventre e più il cuore batteva, più le forze sembravano abbandonarmi.

Poi, d’improvviso, la porta dello studio si spalancò, il dottore l’aprì con fermezza e decisione ed entrò frettolosamente nella stanza di un collega, io, allora, potei finalmente vederti: avevi l’espressione abbattuta e stanca, eri rimasto seduto su quella sedia dall’anima in ferro verniciata di bianco e l’imbottito color carta da zucchero, ti stavi riannodando la cravatta sulla camicia che la mamma ti aveva regalato per la festa del papà, le scarpe avevano invece i lacci sciolti, allora io mi accovacciai sulle ginocchia per allacciarti ed in quel momento entrò il medico, il quale ci informò che stava disponendo, con un suo collega, il ricovero.

Avrei voluto accompagnarti sino in corsia, ti avrei portato io la valigia, avrei sistemato io i tuoi vestiti nell’armadietto ma non mi permisero di farlo, mi dissero di lasciarti lì, in attesa che qualcuno facesse, per spirito di servizio, quello che avrei fatto io per amore.

Aspettai con te che arrivasse la persona preposta alla tua sistemazione nel reparto, nell’attesa ci accomodammo tutte e due su quell’anonima panchina color verde acqua, io strinsi la tua mano e tu stringesti la mia, come facevano quando sedevamo vicini su quelle poltroncine di pelle del corridoio, non dicemmo nulla, i nostri sguardi non si incontrarono neanche una volta, i miei occhi erano gonfi di lacrime che non riuscivano a scendere giù per le gote, a rigarmi il viso. Anche tu eri triste, lo capii da quel gesto inconfondibile di corrugare le labbra in maniera ritmica. Arrivò, dopo dieci minuti l’uomo che stavamo aspettando il quale ti chiese se eri tu quel signore che doveva ricoverarsi. Annuisti con il capo, lui allora prese la valigia che io gli porsi, ti aiutò ad alzarti e ti condusse con lui. Domandai quando sarei potuta venire a trovarti e lui mi rispose: “Alle tre, quando c’è l’orario di visita”.

8° Puntata del Romanzo “Arri Arri Cavalluccio” di Alessandra Fiorilli

Ti accompagnai io personalmente ma non salii con te dal medico, anzi, mi pregasti di restare ad aspettarti giù al palazzo. Mi misi a sedere sulla balaustra della discesa a mare, il tempo sembrava dilatarsi a dismisura e per distogliere il mio sguardo da quella stanza, dove il medico ti stava visitando, con delle pesanti tende bianche tirate, cominciai a leggere tutte quelle frasi scritte con il pennarello nero sul travertino bianco. Erano modi di dire d’uso comune tra gli adolescenti, promesse d’amore eterno…e riflettei sul fatto che i miei sentimenti, i miei stati d’animo, le miei gioie, i miei dolori li avevo sempre comunicati a te, e così ti immaginai, in quel momento, come una preziosissima statuetta d’oro sulla quale la mia memoria aveva inciso una frase, un ricordo, a testimonianza di una bella giornata o di una da dimenticare.

Tu eri il depositario delle mie emozioni, sapevi tutto di me, di quello che ti avevo detto, ma anche di quello che ti avevo taciuto perché, tanto, le cose me le leggevi nell’anima. Era un pomeriggio di quelli che non si dimenticano facilmente: il sole era tiepido, in cielo neanche nuvola, la brezza che arrivava dal mare contrastava con il mio stato d’animo vorticosamente inghiottito in una tempesta di domande senza risposta. Uscisti poi dal palazzo, io attraversai la strada per venirti incontro e mi dicesti che il medico aveva disposto per te un ricovero in ospedale, il mattino successivo, per degli accertamenti di routine.

Tornammo a casa, informammo tutti dell’esito della visita. Sembravi sollevato, forse speravi in quel momento, di fronte ad una diagnosi benigna, che c’era una possibilità di guarigione anche per te, come per quel tuo vecchio collega. Anch’io mi sentii in colpa per il modo in cui avevo vissuto il Natale appena trascorso e credevo fermamente che l’allarme sarebbe rientrato e che saresti tornato l’uomo forte di sempre. Così ti dirigesti verso il tuo studio per tirar fuori dall’armadio quella tua valigia di pelle che tanto piaceva anche a me: di dimensioni ridotte ma capiente, con il tuo nome ed indirizzo scritto a penna, con la fodera grigia a pois blu. Ricordi, nonno, la lasciasti sul divanetto, aperta, e sembrava essere un bambino affamato, pronto ad ingoiare il tuo pigiama, la tua giacca da camera, il tuo rasoio elettrico, le piccole forbici, il dopobarba, il nostro libro di letture, il mio cuscino. Mentre eri intento a sistemare tutto ciò nella valigia di pelle color nocciola, la stessa che avevi portato con te nei viaggi, fatti con la nonna, sempre troppo brevi, impaziente com’eri di tornare a casa, il cuscino di lana bianca e grigia che ti avevo regalato per Natale lo lasciasti fuori perché avevi il timore che, compresso tra gli elastici, si sarebbe potuto rovinare.