Alessandra Fiorilli è il Direttore Responsabile, Proprietario ed Editore della rivista online "EmozionAmici" pubblicata anche sull'omonima pagina Facebook. Laureata in Scienze Politiche, Giornalista iscritta all'Albo dell'Ordine Nazionale, è anche Scrittrice (12 le opere pubblicate tra romanzi, raccolte di racconti e reportage), ed Autrice Teatrale iscritta alla S.I.A.E. (ha scritto e rappresentato 14 sue opere). Dal 2008 al 2017 ha rivestito la carica di Direttore Responsabile del periodico "BCC Nettuno Informa". Dal 2008 è titolare, insieme alla sorella, Psicologa, del Centro di Tutoring Scolastico e Professionale "Atena". Nello stesso anno fonda anche anche l'Associazione Culturale "Araba Fenice", rivestendone la carica di Presidente. Nel settembre 2018 ha superato l'esame del Corso in Teatroterapia organizzato dall'Artedo Srl, ente accreditato dal MIUR ed e specializzato nel campo delle Artiterapie. Nel Gennaio 2019 ha superato brillantemente il Corso di Formazione Tutor DSA organizzato dall'Istituto Galton, Ente accreditato dal MIUR e che opera nel campo dell'editoria, della formazione e della ricerca scientifica su tematiche inerenti la psicologia e le neuroscienze. Nel Febbraio 2019 ha superato il Corso di Formazione ADHD- Valutazione-Diagnosi-Trattamento organizzato dall'Istituto Galton. Sempre nel febbraio 2019 ha superato due Corsi di Formazione "Didattica Metacognitiva e strategie di studio" e "Le Intelligenze Multiple" presso il Centro Studi Erickson
Qualche giorno dopo, di ritorno da Roma, vidi da lontano, appena imboccata la strada, la nonna che mi aspettava impaziente sul balcone, aveva il grembiule a righe colorate annodato dietro al collo e nervosamente asciugava con il lembo del tessuto ora una mano ora un’altra… capii che era tesa, preoccupata, tanto che appena mi vide arrivare, si precipitò fuori dal cancello e, venendomi incontro, mi disse, con le lacrime agli occhi e con la voce tremante, che eri caduto in cantina e che lamentavi uno strano dolore.
Corsi verso casa, quei pochi metri che mi separavano da te sembrava non finissero mai, le mie gambe erano di colpo diventate pesanti mentre nella mia mente si affollavano strani pensieri e presentimenti che cominciavano ad assumere contorni certi ed inconfutabili.
Salii le scalette a due a due, spalancai la porta, lasciata socchiusa dalla nonna che aveva raccolto da terra la borsa lasciata lì, accanto al cancello, e ti trovai in cucina a mangiare del riso in bianco: non eri né più triste, né più allegro degli altri giorni, eri solo desideroso di sapere come fosse andata la mia giornata. Io, senza risponderti, mi inginocchiai vicino alla tua sedia, presi le tue mani tra le mie e ti pregai, con la voce rotta dal pianto, di farti controllare da qualche medico e tu, davanti alla mia disperata richiesta, mi incaricasti di prendere contatto con un dottore del quale un tuo vecchio collega ti aveva parlato molto bene. Telefonai io, come di chiedesti di fare tu, e chiesi di fissare un appuntamento.
Era martedì grasso, ricordi nonno… ti trovai seduto su quella poltroncina di pelle del corridoio, i piedi li tenevi incrociati all’indietro, le mani erano giunte, il tuo sguardo fissava la cravatta a righe rosse e blu che avevi già sapientemente annodato sulla camicia ed eri triste, ma fu sufficiente il mio picchiettare sui vetri della porta-finestra a farti tornare il sorriso. Ti precipitasti ad aprirmi e quando ti chiesi se ti andava di uscire insieme a me, rispondesti di andare, di cominciare ad incamminarmi da sola verso la piazza perché se fossi rimasta ad aspettarti, avrei rischiato di perdermi la sfilata dei carri. La verità è che non ti andava di mischiarti a quella festa di colori e di risate, di musica e di maschere, la verità è che il tuo corpo cominciava già ad abbandonarti, diventando sempre più pesante ma anche più fragile.
Ti incontrai più tardi, seduto su di una panchina del lungomare: eri riuscito solo ad arrivare in piazza e a fatica ti eri trascinato sino davanti al palazzo comunale alla disperata ricerca di un posto dove sedere, per riposarti. Ti accorgesti che ero preoccupata per te e così, tendendomi una mano, prendesti la mia e, mostrandomi con l’altra tutta quella festa di colori e musica, mi invitasti a godermela: “Bella bambina, sta allegra! Non vedi che bello spettacolo stanno facendo?”. Non ricordo più nulla di quella giornata di festa, la mente si chiuse su di te, il mio sguardo abbracciò e cullò quella tua immagine triste, nonno, mentre eri incurvato su di una panchina con gli occhi a terra, incurante persino dei bambini che avrebbero potuto imbrattare, con la schiuma da barba utilizzata per spruzzarsi, il tuo amato impermeabile.
Difficile, quasi impossibile andare via da Vietri sul Mare, delizioso borgo della costiera amalfitana a pochi chilometri da Salerno, senza aver acquistato l’immancabile souvenir in ceramica.
Tra i tanti negozi che si snodano lungo le viuzze del centro storico, c’è né uno che non è solo una semplice rivendita di oggetti realizzati nella tipica ceramica vietrese, ma una fabbrica vera e propria che è riuscita ad attraversare secoli di storia e che parla di ben tre generazioni di un’unica famiglia, quella dei Pinto. Nell’ omonimo palazzo su Corso Umberto a Vietri sul Mare, sono esposte le loro opere su una superficie di 400 metri quadrati, prodotte nei 1000 metri quadri dove nascono le famose piastrelle e tutti i complementi di arredo e l’oggettistica, tutti rigorosamente firmate con la dicitura “V.PINTO-VIETRI” che ne garantisce l’autenticità.
Una foto d’epoca della sede della Ceramica Pinto (Archivio Pinto per gentile concessione)
Entrare all’interno della loro attività è, al tempo stesso, un tuffo del passato e un lancio nel futuro, perché ogni singolo lavoro esposto parla di quest’antica passione per la lavorazione della ceramica che li ha portati ad esportare i loro prodotti in tutto il mondo.
Un momento della lavorazione delle famose piastrelle vietresi in una foto d’epoca (Archivio Pinto, per gentile concessione)
Oggetti dai più minuti a dei veri e propri capolavori : ecco quello che la famiglia Pinto offre a coloro i quali visitano il Palazzo che sembra esso stesso un’opera d’arte.
Ma iniziamo il racconto da quel lontano 1870 quando, proprio a Vietri sul Mare, Vincenzo Pinto inizia la propria attività nella frazione di Molina di Vietri, dove apre una fabbrica di cotto. Gli affari vanno bene e decide, così, di espandersi: prende in affitto una fabbrica posta al piano terra del Palazzo Pizzicara, che prenderà poi, dopo l’acquisto della proprietà da parte di Vincenzo, il nome di Palazzo Pinto.
Uno scorcio di Positano in uno dei pannelli in ceramica (Archivio Pinto, per gentile concessione)
Negli anni ’20 il nome della famiglia arriverà fino in Europa, grazie alla famose piastrelle prodotte dai Pinto, così come ci dice Giovanni Alessandro, marito di Rosaura Pinto, rappresentante della terza generazione: “La fabbrica nasce da artigiani che lavorano la ceramica. La produzione più importante è legata, però alla famose piastrelle e ai complementi di arredo. Ovviamente, abbiamo anche una ricca esposizione di oggetti, dai piatti ai complementi di arredo, dalle statue alla piccola oggettistica”.
Un pannello raffigurante uno scorcio da Ravello (Archivio Pinto, per gentile concessione)
Negli anni ’30 un salto di qualità: Vincenzo Pinto chiama a dirigere la fabbrica il Professor Renato Rossi che fonda nella vicina Salerno la Scuola di Ceramica.
Un altro pannello raffigurante scene di vita quotidiana (Archivio Pinto, per gentile concessione)
Gli anni ’50 vedono un altro nome importante affiancare la famiglia Pinto nella produzione di manufatti in ceramica: la direzione artistica viene affidata allo scultore ungherese Amerigo Tot, il quale elabora bozzetti che diventeranno il bassorilievo che decora ancora oggi il fronte della Stazione Termini di Roma.
(Archivio Pinto, per gentile concessione)
Sul finire degli anni ’60 la fabbrica Pinto si amplia con la costruzione di due nuovi edifici. Intanto la fornace a legno viene sostituita con un forno a tunnel a gasolio.
Anche i Miti nei pannelli di Pinto (Archivio Pinto, per gentile concessione)
La fabbrica Pinto è pronta a decollare sulle ali del boom economico degli anni ’60: la produzione delle loro ormai famose mattonelle, grazie all’innovazione introdotta, aumenta notevolmente e, sempre in quel decennio a Vietri, presso Palazzo Pinto, arriva Giovannino Carraro, importante artista vietrese del 1900, che realizza il pannello che ricopre il Palazzo.
La loro capacità di attraversare secoli di storia risiede: “Nel saper tener fede a ciò che siamo e al nostro lavoro che non è legato ad un singolo artigiano, ma è un grande lavoro d’equipe”.
Il deposito delle terracotte (Archivio Pinto, per gentile concessione)
E le piastrelle, quelle dal quale tutto è iniziato dal lontano 1800, continuano ad essere un elemento di spicco della produzione firmata Pinto :” La decorazione è ancora fatta manualmente”, ci tiene a sottolineare Giovanni Alessandro-“ Così come manuale è la preparazione dello smalto con il quale si garantisce l’elevata resistenza all’abrasione, la morbidezza e la lucentezza di quel bianco particolare, che è noto proprio con il nome di bianco Vietri”.
Sempre Giovanni Alessandro ci illustra il percorso che dalla materia prima giunge al manufatto:” Si parte dall’argilla impastata con l’acqua. L’argilla, poi, viene essiccata e si procede con una prima cottura e diventa, così, terracotta. Si prosegue con la smaltatura e il tutto viene completato dalla decorazione e con una seconda cottura”.
C’è un motivo per cui la lavorazione della ceramica nasce e si sviluppa proprio a Vietri, in questo borgo a picco sulla costiera amalfitana:” A due chilometri dalla città di Salerno ci sono delle cave di argilla. La presenza di uno sbocco a mare, in modo particolare il porto e la vicinanza con Napoli, e l’influenza della Chiesa, tanto che qui vicino c’è l’Abbazia Benedettina di Cava dei Tirreni, hanno reso possibile il grande sviluppo dell’industria della ceramica vietrese. Oggi, purtroppo, l’artigianato sta vivendo una fase difficile, ma noi continuiamo con una forza che ci giunge dal lontano 1800, da quando il nostro Avo Vincenzo iniziò questa attività”.
Poi, anche l’anno 2000 ci lasciò, devi sapere una cosa, nonno, ogni 31 dicembre ed ogni 1° gennaio, ho davanti agli occhi l’immagine dell’anno vecchio stanco ed incurvato che lascia le consegne all’anno nuovo, piccolo d’età e di statura, ricordi? Tutto ciò era raffigurato su quel libro di letture che sfogliavamo sempre assieme sul divano della sala da pranzo e tu amavi dirmi che l’anno nuovo non piangeva quando l’anno vecchio lo lasciava, incaricandolo del lavoro, così come l’anno vecchio era felice che qualcuno più giovane e forte lo seguisse a ruota, nel girotondo della vita. Io avrei dovuto comportarmi proprio come l’anno nuovo, quando tu non ci saresti stato più.
Arrivò così l’anno 2001, ebbi l’ulteriore conferma che qualcosa non andasse dal fatto che quel 1° gennaio, festeggiato nella grande cucina tutti assieme, non parlasti dei progetti futuri e delle cose che avresti voluto fare, dagli alberi da potare in campagna, della vigna da sistemare, delle altre piante da mettere a dimora. Nulla di tutto ciò uscì dalla tua bocca, anzi, mangiasti con lo sguardo fisso nel piatto e non facesti neanche gli immancabili complimenti alla nonna per il pranzo e prima di prendere commiato da noi tutti non facesti quel gesto, un po’ scaramantico, un po’ di buon auspicio che eri solito compiere quando il pranzo del 1° gennaio volgeva al termine, ricordi, ti alzavi in piedi, regalavi ad ognuno uno sguardo e poi in maniera ritmica battevi le mani ed ogni volta era una sorpresa, potevi dire: “Grazie”, così come “Bravi”, oppure: “ Forza”, ma qualsiasi cosa dicessi era carica di vitalità e d’incoraggiamento per l’anno appena iniziato.
Te ne andasti via dalla cucina mestamente ma quella volta non ti seguii in camera perché avevi chiesto a tutti cortesemente di parlare a voce bassa e di non far rumore perché eri veramente molto stanco. Troppo stanco, tu, che non conoscevi tregua, tu, che ti alzavi alle cinque del mattino ed andavi in campagna, tu, sempre tu in prima linea, senza mai un lamento, senza mai voler sentire un grazie perché, dicevi, tutto quello che facevi era dettato dall’amore e sostenuto dalla forza che solo questo sentimento riesce a dare.
Fu quello l’ultimo nostro Natale, io ti regalai quel piccolo cuscino di lana grigia e bianca che profuma ancora di te.
Fu lo stesso cuscino che portasti con te in ospedale, perché, come dicesti ritornando a casa: “In quell’ambiente freddo, che sollievo poggiare il capo sul cuscino che mi hai regalato tu, mi sembrava di stare nella nostra stanza, vicino alla mia bella bambina”.
Non portasti con te solo il mio regalo ma anche un libro di lettura delle elementari, con tutte quelle storie che toccavano il cuore, che parlavano di difficoltà e di gioie, di giorni tristi e d’estati al mare, io ti dissi che mi sarebbe piaciuto tanto riuscire a scrivere come quegli autori, semplicemente ma tenacemente, tanto da rapire la gente nell’anima e tu mi rispondesti che avrei scritto anch’io così, ci sarei riuscita se solo avessi ascoltato il cuore mentre mi dettava, con la forza dell’amore e la tenacia del ricordo, parole emozionanti, forti e dolci allo stesso momento.
È quello che sto facendo ora, non so se il risultato sarà quello sperato, so soltanto che è il mio cuore a parlare di te, è la mia anima a tirar fuori, come da un vecchio baule pieno di cose care, i ricordi che ho vivi di te, nonno.
Dopo Natale arrivò il 50° anniversario di matrimonio, regalammo a te e alla nonna quel vaso di cristallo e d’argento che tanto ti piacque, mai, però, come il biglietto d’auguri che ti scrissi io di mio pugno e che gelosamente conservasti tra le carte più importanti. Ti piaceva tanto circondarti d’oggetti belli, ricordo, in modo particolare, quel giorno in cui, al rientro dalla passeggiata pomeridiana con la nonna, ci invitasti a scendere giù da te per ammirare la scultura che ritraeva due innamorati scampati ad un naufragio, i quali erano riusciti a togliere in salvo solo se stessi: in mare avevano perso tutto, ed ora erano impauriti ma quell’abbraccio era più forte di qualsiasi privazione da sopportare, quello sguardo che si scambiavano vicendevolmente regalava più calore del fuoco, quelle mani unite e strette l’una nell’altra davano loro il coraggio necessario ad affrontare quella situazione d’emergenza.
Mi sono sentita come un naufrago, nonno, dopo la tua morte, non avevo più nulla con cui coprirmi, i miei piedi erano scalzi, attorno a me disperazione e dolore, poi, però, mi è venuta in mente quella scultura dei due innamorati che ho messo sul tavolo del mio soggiorno, in modo da poterla ammirare sempre e, all’improvviso, mi sono sentita ritornare le forze perché, anche se non potevo stringerti, abbracciarti, percepivo quell’amore che non mi faceva poi sentire tanto sola. Furono un traguardo importante, per te e la nonna quelle nozze d’oro, dicesti che eravamo noi, il miglior regalo che la vita ti avesse fatto, non ci sarebbero stati altresì festeggiamenti o bomboniere con i confetti d’oro, nessuna celebrazione, dunque, ti dichiarasti felice alla sola idea di avere costruito qualcosa e di aver rinsaldato gli affetti più cari, lasciando ad un ognuno di noi una parte di te.
Ci trovammo così, quel 24 dicembre del 2000, riuniti all’una a mezza intorno alla tavola apparecchiata, tutto sembrava essere uguale all’anno prima e a quello prima ancora: la nonna aveva preparato gli spaghetti con le vongole, scelte da te come sempre, la frittura era stata acquistata nella pescheria di fiducia, il capitone era quello fresco, di quelli che si vedono arrotolarsi dentro le grandi vasche di plastica, in attesa di esser presi con il retino, ma non poteva certo mancare il baccalà in umido con un sugo leggero di capperi ed olive.
Lo dicevi ogni Natale, sempre, non lo scordavi mai, che il baccalà era preparato per la mamma, ghiotta di questo piatto. E poi, ancora, nel ricco menù, cavolfiori, insalata mista, vino della casa e, immancabile, lo spumante che versavi nei bicchieri di tutti… ricordi nonno, poi ne lasciavi un po’ per noi, lo facevi scivolare giù nel mio e poi nel tuo bicchiere, e guardandoci negli occhi dicevi: “Quello che rimane, lo conserviamo per domani a pranzo”. Dunque, tornando a quel Natale del 2000, tutto sembrava essere uguale a quelli passati, ma sentii qualcosa dentro di me quando mi sedetti, come facevo da anni ormai, vicino a te: un freddo dentro, un brivido lungo la schiena e mentre ti vedevo intento nell’eseguire il rituale dell’assegnazione dei posti, nel presentare le portate ad una ad una, mi sembravi già più lontano, come se la morte cominciasse a prendere un po’ di te.
Mangiai per tutto il tempo con la mano appoggiata sulla tua… percepii quasi che quello sarebbe stato l’ultimo Natale e quella, l’ultima volta che mi avresti detto: “Alessandra, la mia bella bambina, seduta qui, vicino a me, vicino al nonno”.
I posti li assegnavi tu, degli anni rimanevano invariati, degli anni cambiavano, io, te lo dico solo adesso, ogni festa comandata che Dio ci ha fatto trascorrere assieme, speravo sempre che tu mi dicessi che il mio posto era alla tua destra, nell’angolo della cucina, vicino alla finestra, era quello più scomodo, certo, ma vicino a me c’eri tu ed il resto non contava niente, non importava se dovevo stare seduta per l’intero pranzo con una gamba attorno ad un tavolo e con l’altra attorno a quello di riserva, più alto di quello lungo che da anni troneggiava in cucina. Se ricordi bene, nonno, mentre tutti entravano nella stanza e chiedevano dove potersi mettere a sedere, io aspettavo che tu decidessi dove volevi che mi mettessi seduta io e rimanevo fuori dalla porta, con le braccia incrociate, la testa reclinata in attesa che tu, come un principe azzurro, allargassi le braccia, mi sorridessi, e mi dicessi che, anche quella volta, mi volevi vicino a te.
Penso spesso a quel Natale, nonno, l’ultimo trascorso insieme, mangiasti poco quella volta e decidesti persino di anticipare il tradizionale cenone al quale tenevi tanto, all’ora di pranzo. Capii che qualcosa non andava appena la nonna ci comunicò quest’inusuale notizia, io corsi allora giù per le scale, con il cuore in gola, e mi precipitai verso di te: avevi poggiato i gomiti sul grande tavolo della cucina, intrisa di frittura e di cavolfiori messi a lessare, il viso lo tenevi tra il palmo delle mani, lo sguardo fissava il grande pino che dominava da fuori tutto l’ambiente circostante, gli occhi erano umidi e quella giacca da camera bordeaux, che solevi portare in inverno, quella mattina mi sembrò l’abito di un malato.
Spalancai la porta, non mi dicesti, come facevi sempre quando la nonna stava preparando il pranzo: “Chiudila, chiudila in fretta, altrimenti va l’odore del cibo cucinato per tutta casa”.
Ti girasti soltanto verso di me, mi sorridesti come solo tu sapevi fare, con quella dolcezza di un uomo forte e con la profondità di un uomo buono, ed esclamasti: “Bella bambina! Che cosa hai?”.
Io non ce la feci proprio a dire, come avrei voluto fare: “Non morire, ti prego nonno, non morire, ci sono tante cose ancora da fare, tante cose da vedere, non mi lasciare, non farmi mancare quei tuoi occhi con le pagliuzze d’oro, quelle mani grandi che tante volte ho misurato con le mie, quella risata trattenuta appena, mentre porti la mano davanti alla bocca, fammi sentire per cent’anni ancora il tuo passo andare su e giù per la casa, lasciami ammirare la tua inconfondibile camminata e la scrittura da letterato, non mi lasciare, non mi lasciare “.
Non dissi niente di tutto questo perché, se avessi veramente detto quelle parole, avresti sofferto per me, che già mi sentivo dilaniare dal dolore. Spalancai la porta, dunque, e ti dissi: “Bella idea, nonno, anticipare il cenone all’ora di pranzo, almeno abbiamo il tempo di digerire, sai… la sera è meglio star leggeri!”. Ecco cosa fa fare l’amore, fa buttare lì un po’ di sciocchezze ed ovvietà scontate pur di non ferire la persona alla quale si tiene così tanto, ma la cosa buffa è che anche tu mi rispondesti a tono: “L’avessimo fatto anni addietro a consumare il cenone a pranzo!”.
Ed io conclusi questo dialogo con una battuta stiracchiata: “E magari chiamarlo pranzone della vigilia!”. Ne avevo fatte di battute migliori ma, scusami, nonno, quel giorno era l’unica che potesse uscire dalla mia bocca.
Di te e del nostro amore, non consacrato davanti ad un altare con la benedizione di Dio, non regolato dalle leggi civili, ma scandito dai battiti del nostro cuore, incontratisi, per la prima volta, il giorno della mia nascita e suggellato dall’affinità delle nostre anime. Sono stata la tua prima nipote, sono stata l’ultima persona che hai visto prima di lasciare la vita terrena, a me hai stretto la mano baciandola, facendomi promettere che neanche la morte, oramai prossima, ci avrebbe diviso.
La gente mi fermò per strada, appena lessero il tuo nome sui muri della città, chiedendomi: “Era tuo nonno?”.
Io risposi: “È mio nonno”. Patrizio mi disse, per telefono, che la tua assenza su questa terra non avrebbe potuto cancellare mai quel legame così forte, che saresti rimasto mio nonno per sempre, che le anime rimangono unite per l’eternità. Piansi ininterrottamente mentre Patrizio mi diceva tutto ciò, ma fu proprio in quel momento che sentii di essere stata chiamata a gestire un’assenza così pesante come quella che mi avevi lasciato tu, nonno.
Mi vennero in mente tante immagini felici, ricordai le nostre chiacchierate, le lezioni di latino, la correzione dei compiti, le poesie ripetute all’unisono, i libri letti e commentati assieme, ma anche le volte in cui mi portavi con te nell’orto e m’insegnavi i segreti del contadino. Pensai a te, e più le immagini riaffioravano alla mente, più il dolore mi toglieva il fiato. Pensai a te ma non scrissi mai di te.
Oggi, invece, scrivo di te, nonno.
Perché il dolore s’impara a gestirlo, perché il tempo regala un’immagine diversa delle persone che non ci sono più, perché il ricordo non fa più male, anzi, diventa un sollievo per l’anima.
Oggi scrivo di te, di te e di me, una storia un po’ speciale di un nonno e di una nipote che di notte ancora sogna di incontrarti ma che si sveglia di mattino con le lacrime agli occhi, nella piena consapevolezza che non ci sei più in quella casa, seduto sulla poltrona dello studio o a sonnecchiare sul divano, in cucina a scegliere il riso o in camera a sistemare le cravatte nell’armadio, chinato sulla scrivania dello studio a rilegare un tuo vecchio libro o a riordinare le carte: c’è un’assenza tanto forte quanto forte è stata la tua presenza.
Non sono riuscita ad entrare in cantina per mesi, perché lì c’erano le tue botti e le bottiglie verdi con l’anno scritto da te a mano, in giardino non si sentivano più i tuoi passi, mentre quel suono ritmico delle cesoie si era smorzato per sempre, eppure tutto è rimasto lì, ci sono ancora le calle lungo il viale, mente il petto d’angelo sta mettendo le prime foglie proprio come sta facendo in questi giorni l’ortensia.
Oggi ho capito ciò che volevi dirmi con la carezza regalatami quel giorno d’aprile, quando lessi nei tuoi occhi la consapevolezza che stavi per morire, quando capii, dal tuo sguardo addolorato, che stavi leggendo nel mio, il dolore e la disperazione che di lì a poco avrei provato, lasciandoti per sempre. Mi dicesti: “Se scriverai di noi, allora nulla andrà perduto, ed io sarò felice e riuscirò a farti giungere un mio sorriso, una mia carezza. Mi prometti che farai tutto ciò?”. Io non dissi nulla, mi limitai a scuotere la testa, quasi a scacciare indietro l’idea che tu potessi morire, che non ti avrei più dato il buongiorno, affacciandomi di mattino dalla finestra mentre facevi colazione sulla panchina dalle piccole piastrelle blu, che non ti avrei più raccontato le mie giornate, che non avrei più rivisto i tuoi occhi, sempre pronti a cercare i miei, in qualsiasi occasione. Ingenuamente pensavo che, se non ti avessi fatto quella promessa, tu non saresti morto, oppure avresti aspettato che le facessi, prima di lasciare questa terra.
Ho atteso l’ultimo tuo respiro per rassicurarti che sì, sarei rimasta qui, a prendermi cura di quello che più amavi.
Ho pensato a te, sempre, ma solo oggi scrivo di te, perché voglio mantenere la promessa che un giorno avrei scritto di noi, di te e di me.
La prima Stella Michelin per il Ristorante Carignano arriva nello stesso anno in cui anche l’Hotel dal quale dipende, il Grande Hotel Sitea a Torino, ha visto coronare la sua lunga storia con l’agognata quinta Stella. Il 2018 è, dunque, un anno da ricordare, anche se il riconoscimento giunto al Carignano è solo un punto di partenza, come ci conferma lo Chef de Cuisine Marco Miglioli, fortemente voluto dall’Executive Chef Fabrizio Tesse, con il quale Miglioli ha già lavorato in precedenza.
Da sinistra: lo storico Resident Chef Ruggero Rolando, l’Executive Chef Fabrizio Tesse e lo Ched de Cuisine Marco Miglioli (foto per gentile concessione del Grand Hotel Sitea , Torino)
La giovane promessa del Carignano arriva a Torino dopo una lunga esperienza:”Conseguito il diploma all’Istituto Alberghiero, ho avuto il privilegio di andare a lavorare a Villa Crespi , dello Chef Antonino Cannavaciuolo, per 2 anni, per passare poi al ristorante Trussardi di Milano, per un anno”. Mignoli vola poi anche a Londra, a Montecarlo e a Dubai. Nonostante tutte le brillanti esperienze all’estero, il suo cuore e la sua anima appartengono a quei ricordi da bambino, che ancora oggi sono la sua “Stella Polare” in cucina: “Provengo da un famiglia in cui il buon cibo, possibilmente a km 0, è stato sempre l’elemento più importante. Non è un caso che al mattino, la spesa l’andiamo a fare al mercato giornaliero a Porta Palazzo, a Torino, preferendo anche prodotti di nicchia.” Marco Miglioli, l’aria della cucina l’ha respirata sin da adolescente: “Avevo 13 anni e aiutavo la nonna al bar nel preparare i caffè”.
Il giovane chef è poi riuscito a volare in alto “Non solo grazie alla passione, ma anche ad un pizzico di fortuna e al fatto di essere, come si suol dire, al posto giusto nel momento giusto”.
Presso il Ristorante Carignano, che ha appena cinque tavoli ed è aperto a cena, la parola d’ordine è:” Tradizione e innovazione. Rispettiamo, infatti, le tecniche basilari delle nostra migliori tradizioni, cercando di aggiungere, ovviamente, qualcosa di noi”.
La prima Stella Michelin:“Viene assegnata sulla base di un insieme di elementi, quali la location, la cantina, il servizio. Questo ambito riconoscimento ci ha cambiato mentalmente perché si riparte verso nuovi traguardi. Questa stella è solo una partenza”.
Sino al 19 gennaio 2019 è possibile regalarsi una visita a quello che, ormai, è diventato non solo l’appuntamento “simbolo” del Natale torinese, ma un vero e proprio “Museo d’Arte all’aperto”. Quest’anno Luci d’Artista ha raggiunto il traguardo dei 20 anni, durante i quali sono cambiati i vertici amministrativi della città, ma ciò che è sempre rimasta fedele a se stessa è l’essenza dell’evento, un “biglietto da visita” della regale Torino. Impreziosite dalle luci artistiche non solo le piazze e le vie del centro storico, ma anche le circoscrizioni e le zone più lontane dagli eleganti palazzi e luoghi che parlano della lunga storia italiana. Cosa è cambiato durante gli anni e cosa è rimasto lo stesso in quest’ evento, ce lo dice l’Assessore alla Cultura del Comune di Torino, Francesca Paola Leon, la quale, gentilmente, ci ha dedicato un po’ del suo tempo per realizzare quest’ intervista.
L’Assessore alla Cultura del Comune di Torino, Francesca Paola Leon Per gentile concessione dell’Assessorato alla Cultura)
“Luci d’Artista continua ad essere un esempio virtuoso di intervento artistico-culturale nello spazio pubblico, fuori dalle tradizionali sedi espositive.Il progetto, alla sua XXI^ edizione, nasce come “museo a cielo aperto” circoscritto al Centro Storico, con l’obiettivo di diffondere – attraverso le opere luminose realizzate da artisti di fama internazionale – i linguaggi dell’arte contemporanea e di valorizzare il patrimonio dei beni artistici e storici della Città.
Daniel Buren, “Tappeto Volante”, Piazza Palazzo di Città. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Questo progetto – imitato in Italia e all’estero – ha consentito la massima accessibilità e fruibilità ai cittadini ed è diventato un elemento forte attrazione turistica.
Luigi Stoisa “Noi”, Via Garibaldi. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Questa Amministrazione dal 2017 – in occasione del ventennale di Luci d’Artista – ha voluto portare le Luci anche sul resto del territorio urbano, prevedendo l’istallazione di almeno un’opera per ogni Circoscrizione. Si, ogni anno, attraverso la collocazione delle opere temporanee in luoghi diversi e significativi della Città (almeno una per circoscrizione), ci si prefigge l’obiettivo di valorizzarle, di farle conoscere ad un pubblico più ampio e di creare altresì attesa e curiosità: un modo per rendere più accessibili i linguaggi dell’arte contemporanea.
Valerio Berruti, “Ancora una Volta”, Via Giulio di Barolo. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Alle finalità consolidate negli anni, si è aggiunto quindi l’obiettivo di offrire anche ai residenti in altri contesti urbani – ad di fuori del centro storico – la possibilità di fruire delle opere del patrimonio di Luci, valorizzando altri luoghi ritenuti significativi, attraverso un percorso partecipato che ha condotto alla individuazione dei luoghi dove collocare le Luci d’Artista.
La Città quest’anno ha anche avviato, in una delle circoscrizioni che ospita un’opera di Luci, una sperimentazione: un’azione che è stata realizzata con la partecipazione attiva dei cittadini e delle realtà pubbliche e private operanti nel quartiere (scuole, associazioni, enti,…; realizzando, attorno all’installazione dell’opera, alcuni progetti educativi rivolti a studenti ed insegnati delle scuole dell’obbligo.
Tobias Rehberger, “My noon”, cortile della Scuola Elementare Carlo Collodi. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Oltre alle 23 Luci d’Artista “storiche”, vi sono altre opere luminose realizzate da associazioni, privati ed enti, che arricchiscono l’offerta al pubblico”.
L’inaugurazione di “Luci d’Artista” 2018 è avvenuta il 31 ottobre scorso nel cortile della Scuola Elementare Carlo Collodi e sono state recitate fiabe e filastrocche di Gianni Rodari. L’evento è diventato così, nel corso degli anni, davvero di tutti: dai bambini agli artisti internazionali, dai cittadini di Torino ai turisti, così come ci conferma l’Assessore Leon
“Certo, Luci d’Artista è un evento di “tutti e per tutti”.
Nicola Maria “Regno dei Fiori: Nido Cosmico di tutte le anime”, Piazza Carlina. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Dando seguito ad uno dei punti qualificanti del Programma di questa Amministrazione, l’Assessorato alla Cultura ha ritenuto indispensabile che la scelta dei luoghi, in cui posizionare le opere, fosse condivisa con i cittadini e con tutti i rappresentanti delle Circoscrizioni.
Vasco Are “Vele di Natale”, Piazza Foroni. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Successivamente, al fine di far conoscere in modo stimolante le opere di Luci d’Artista e altre opere d’arte contemporanea presenti nel territorio urbano, che costituiscono parte significativa del suo patrimonio artistico e culturale, la Città con la Circoscrizione 8 – per la prima volta – ha sperimentato in collaborazione con il Dipartimento Educazione della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e il PAV – Parco Arte Vivente il progetto educativo-artistico-culturale “Incontri illuminanti con l’arte contemporanea” rivolto a insegnanti, studenti e famiglie, coinvolgendo più di 30 classi”.
Ormai Luci d’Artista non è solo il modo in cui la prima capitale d’Italia festeggia le festività natalizie, ma anche una cartolina del tutto particolare che ciascuno può portarsi via con sé, dopo essere stato accolto, abbracciato, coccolato da questo spettacolo di luci e di magia. Chiedo all’Assessore Leon quante siano state le persone accorse lo scorso anno:
“ Luci d’Artista, che inaugura il mese dell’arte contemporanea nella nostra città, fa parte dell’offerta culturale in un momento in cui gli eventi cittadini ruotano attorno ai grandi eventi legati all’arte contemporanea e alle Fiere, tra le quali la prestigiosa Artissima contornata dalle fiere satellite come FlashBack, The Others, Paratissima, Dama, solo per citarne alcune. da Non siamo in possesso di dati certi. Da Turismo Torino e Provincia sappiamo però che nell’edizione 2017-2018 hanno partecipato 7.500 persone allo Special Tour Luci d’Artista da loro organizzato”.
Francesco Casorati “Volo su…”, Via di Nanni. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Luci d’Artista non sono soltanto luminarie natalizie, dunque, ma molto di più :”
“Luci d’Artista è una manifestazione apprezzata in Italia e all’estero e, per questo, diventata elemento caratterizzante dell’offerta culturale della Città. Offre a cittadini e turisti scenari artistici inediti nello spazio pubblico. E’ inoltre un’occasione per rendere più accessibile l’arte contemporanea e i suoi linguaggi ai cittadini (delle diverse età) nei luoghi della vita quotidiana. Le luci d’Artista sono a disposizione di tutti i cittadini e dei turisti. I dati sulle presenze nel mese di novembre ci dicono di un incremento dell’8,7% di turisti rispetto allo stesso mese nel 2017”.
Giulio Paolini “Palomar”, Via Po. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Torino rimane sempre la prima capitale d’Italia: regale, di una bellezza che incute un timore reverenziale. E’ per questo motivo che, rispetto ad altre città, le luci installate sono comunque di classe e meno appariscenti?
“Non sono d’accordo, nel giudicarle “meno appariscenti” di altre. Basti pensare ad esempio a “Vento solare di Luigi Nervo” o a “Piccoli Spiriti Blu” di Rebecca Horn …
Luigi Nervo “Vento Solare” , Piazzetta Mollino. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Il nostro evento è semplicemente diverso dagli altri, perché le opere sono ideate da artisti di fama internazionale scelti dai direttori artistici di due musei d’arte contemporanea di eccellenza come la GAM e il Castello di Rivoli: non sono solo significative dal punto di vista estetico, dietro alla loro creazione vi è sempre una corrente artistica, un concetto, un messaggio che l’artista consegna alla Città.
Rebecca Horn “Piccoli Spiriti Blu”, Monte dei Cappuccini. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
La scelta del progetto Luci d’Artista di Torino privilegia alla dimensione “evento temporaneo appariscente” la capacità delle opere luminose di essere fruibili in un tempo più lungo e di diventare così parte caratterizzante del paesaggio urbano”.
Luigi Mainolfi “Luì e l’arte di andare nel bosco”, Via Carlo Alberto. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Torino, dunque, si presenta così: ricca di luci che ti fanno camminare a testa in su per non perderti lo spettacolo di queste opere d’arte. Illuminate lo sono non soltanto le magnifiche piazze, i corsi centrali, la Mole, ma anche il grattacielo. Chiedo all’Assessore Leon se questa scelta sia un modo per far capire che Torino è sia storia che modernità.
“L’arte contemporanea, come tutte le arti e correnti artistiche, ha le sue radici nella storia: l’Opera di Maurizio Nannucci, sulla facciata della GAM “All art has been contemporary” esprime un concetto fondamentale: tutte le arti del passato sono state arti contemporanee nel momento della loro espressione. E’ interessante che anche soggetti privati come Intesa-San Paolo vogliano concorrere ad ampliare l’offerta del patrimonio di Luci d’Artista della Città arricchendo la manifestazione cittadina con nuove opere artistiche luminose come “α-cromative” di Migliore+Servetto Architects sul grattacielo progettato da Renzo Piano.
ARTE, dunque: due consonanti e due vocali che sembrano essere diventate essenziali per l’organizzazione, ogni anno, di Luci d’Artista, come ci conferma l’Assessore Leon: “Luci d’Artista è un museo d’arte all’aperto, ma non certo esaustivo: perché l’arte come le altre forme espressive può essere comunicata in innumerevoli modalità, tante quante sono gli artisti che possono essere invitati a collaborare a questo o ad altri progetti.
Mario Airo “Cosmometrie”, Piazza Carignano. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Un lavoro, dunque, quello che conduce la città di Torino a Natale, che inizia molto tempo prima e che richiede un grande impegno, come ci conferma l’Assessore alla Cultura: “Per visionare, valutare e selezionare con competenza gli artisti più idonei a produrre nuove opere volte ad arricchire il patrimonio di Luci d’Artista è indispensabile avere un’approfondita conoscenza dell’arte contemporanea a livello internazionale. Per questo motivo nell’eventualità di nuovi allestimenti di nuove opere, da inserire nel patrimonio permanente di Luci d’Artista, la selezione dell’artista e del progetto viene effettuata dalla Direzione del Castello di Rivoli e dalla Direzione della GAM della Fondazione Torino Musei, di concerto con la Città di Torino. Una scelta confermata da una valutazione di fattibilità da parte dei consolidati partner tecnici del progetto Luci: IREN e Fondazione Teatro Regio Torino.
Piero Gilardi “Migrazion iClimate change”, Galleria San Federico. Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Ogni artista, con la sua opera esprime “unicità”, utilizzando la luce, interpreta in modo personale la realtà collegandosi con i diversi linguaggi del contemporaneo”
Mario Merz “Il Volo dei Numeri”, Mole Antonneliana. . Città di Torino – Progetto Luci d’Artista Area Cultura – Servizio Arti Visive Cinema Teatro Musica
Luci d’Artista: è arte e cos’altro per Torino?
“Pensando a questo evento lo si associa all’arte, al turismo e alla promozione della Città: per la sua inaugurazione a fine ottobre come evento di avvio del programma dello Speciale Autunno ContemporaryArt Torino+Piemnte e nel periodo nelle feste natalizie), però è diventato anche un momento per promuovere partecipazione comunitaria, coinvolgendo dei cittadini e dei soggetti pubblici e privati dei diversi territori e anche strumento per promuovere percorsi educativi-artistici-culturali, di avvicinamento ai linguaggi e alle produzioni dell’artecontemporanea.”
In ogni angolo della regale Torino, dunque, si possono ammirare queste opere d’arte di luce: a piazza Carignano ad attenderci sono le Cosmometrie, opera di Mario Airò, ispirati da quarantadue disegni di Giordano Bruno, proiettati sulla pavimentazione della piazza stessa. In Via Giulia di Barolo ci attende “Ancora una volta”,opera di Valerio Berruti, ispirata alla tecnica di video animazione: infatti i 10 fotogrammi dell’opera luminosa si relazionano con lo spazio sottostante. A Piazza Palazzo di Città si cammina sotto un pergolato di luci, opera di Daniel Buren. Anche le Gallerie della città, Umberto I e San Federico sono impreziosite, rispettivamente, da creazioni di Marco Gastini e Piero Gilardi. Mentre in via Carlo Alberto si cammina leggendo una poesia scritta da Giudo Quarzo, che si compone, passo dopo passo, in colori diversi tante sono le strofe che la compongono, grazie alla maestra di Luigi Mainolfi. Il simbolo di Torino, la Mole Antonelliana, è illuminata da “Il volo dei numeri”: una lunga sequenza in cui ogni cifra è la somma delle due precedenti: è la serie di Fibonacci, rivista in chiave artistica da Mario Merz.