Buttare o non buttare? Questo è il dilemma!

 

Sarà capitato a tutti di fare le cosiddette “grandi pulizie”: svuotare e riordinare cantine, garage, ripostigli, cassapanche o scatole che non aprivamo da parecchi anni e che contenevano vecchi documenti o fotografie.

 E alzi la mano chi non ha mai pronunciato almeno una di queste frasi:Può sempre essere utile”, di fronte ad qualcosa che non abbiamo mai usato; “Lo avevo ancora conservato???  Non lo avevo già buttato?”, riferendosi ad un oggetto che la nostra mente non ricordava quasi più; “Beh, è ridotto male, ma è un ricordo di mamma/papà/nonno-a/zio-a/ cugino-a/ migliore amico-a” parlando di un vecchio regalo al quale teniamo particolarmente; “Si, come no! E io ci credevo pure!”, leggendo un bigliettino di San Valentino di un ex con su scritto “Insieme per sempre”; “Come sono invecchiato/a!” guardando una vecchia fotografia.

E quando ci troviamo di fronte a vecchi regali, biglietti di auguri, vestiti che non vanno più, ognuno di noi si trova a dover rispondere alla fatidica domanda: “Lo butto o lo conservo?”.

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Sembra una cosa sciocca ma non lo è: di fronte a questa decisione entrano in gioco molteplici fattori, in particolare quelli emotivi. Ogni oggetto, che sia un vestito, un giocattolo di quando eravamo bambini, una cartolina, porta con sé tutte le emozioni, positive o negative, di quel particolare periodo o ci ricorda una persona che magari non c’è più. Ci si trova da soli, con quell’oggetto in mano e ci si sente dubbiosi sul da farsi.  Ma, alla fine, riusciamo sempre a prendere una decisione; e quando si decide di non conservarlo è perché facciamo appello alla nostra parte razionale oppure perché preferiamo tenere con noi il ricordo di quell’oggetto piuttosto che conservarlo fisicamente.

Quando invece prendiamo la decisione di tenerlo, l’importante è che l’oggetto in questione susciti in noi emozioni positive o che sia legato a momenti piacevoli della nostra vita, in quanto conservare cose che ci ricordano persone con cui non abbiamo più un bel rapporto oppure oggetti che ci rimandano ad un momento spiacevole può essere d’intralcio al nostro cambiamento.

In che modo? Ce lo spiega lo space clearing”, ovvero “l’arte di fare spazio”, una disciplina che mette in stretta relazione l’ordine esteriore con quello interiore; secondo i fautori di questa disciplina dovremmo tenere con noi solo cose utili o che, comunque, suscitano in noi ricordi piacevoli ed emozioni positive. Conservare oggetti inutili o che riportano alla mente ricordi negativi o spiacevoli può impedirci di affrontare e accettare i cambiamenti che la vita ci offre, in quanto accumulare oggetti superflui può creare un “ingombro interiore” e diventare una “zavorra emotiva” che ci tiene ancorati ad un passato che non ci appartiene più.

Tale disciplina chiama gli oggetti inutili o superflui “clutter”, e sono tutti quelli legati ad esperienze passate che ci procurano emozioni negative quali tristezza, malinconia o rabbia, oppure oggetti che ci sono stati regalati da persone che, per qualche ragione, vorremo dimenticare.

Fare ordine nei nostri armadi e cassetti, quindi non è una cosa così banale, ma ordine e cambiamento sono spesso legati; non a caso, quando stiamo passando un periodo di trasformazione, quale può essere la fine di una relazione amorosa, il trasferimento in una nuova città, o un cambio di lavoro, viene voglia di riordinare; questo perché quando facciamo ordine nella nostra casa, mettiamo ordine in noi stessi.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

 

 

Crudeltà? No, grazie

 

Quante volte, ormai sempre più spesso, sentiamo o leggiamo notizie sulla crudeltà umana? Uomini che usano violenza sulle compagne, adolescenti che picchiano a sangue un senzatetto, persone che maltrattano e seviziano gli animali.

Ma perché succede tutto questo? Da cosa derivano i comportamenti violenti? Ci sono delle cause scatenanti?

Sull’origine dei comportamenti violenti sono state e vengono continuamente condotte numerose ricerche da parte di psichiatri, psicologi e criminologi. Tra questi lo psichiatra e criminologo Adrian Raine, che ha concentrato i suoi studi sulle basi biologiche e anatomiche della violenza, ha dimostrato che un cattivo funzionamento del cervello può aumentare la probabilità di mettere in atto comportamenti violenti; in particolare il distacco tra corteccia frontale e sistema limbico: ciò renderebbe l’individuo incapace di controllo e incapace di provare empatia.

Foto di Lorenza Fiorilli

E proprio di quest’ultimo concetto si è occupato lo psicologo britannico Simon Baron Cohen secondo il quale proprio l’assenza di empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri (sulla quale ho dedicato un mio precedente articolo che potete trovare su https://www.emozionamici.it/2018/04/11/empatia-questa-sconosciuta/ ),  sarebbe la spiegazione scientifica della cattiveria. Ovviamente, come sottolinea lo stesso Cohen, la sola mancanza di empatia non basta a giustificare un comportamento violento, ma sarebbe impossibile procurare volontariamente sofferenza ad un altro essere vivente se si provasse empatia.

Perché ho appena citato, volontariamente, essere vivente e non “persona” o “essere umano”? Perché la violenza si mette in atto anche verso gli animali; anzi, svariati studi realizzati negli Stati Uniti hanno dimostrato che la crudeltà contro gli animali è uno dei fattori predittivi di futuri comportamenti violenti verso altri esseri umani. Il risultato di numerose ricerche hanno mostrato che ragazzi che avevano ammesso di aver inflitto violenze contro gli animali, in seguito hanno commesso atti di delinquenza gravi quali furti o aggressioni. Ma non solo: gli adulti crudeli verso gli animali spesso sono gli stessi che picchiano la propria compagna, i propri figli o le persone più deboli. Una ricerca condotta su tale correlazione ha mostrato che quando un individuo di sesso maschile ha già minacciato di violenza il proprio animale domestico, quintuplica il rischio che la partner diventi anch’essa una vittima di violenza.

Ma che vissuto hanno le persone crudeli? In quale ambiente sono cresciute?

Un bambino cresciuto in un ambiente arido, ostile e di deprivazione affettiva avrà maggiori possibilità di diventare violento. Il famoso psicologo americano John Bowlby ha dedicato la sua vita allo studio delle cure nella prima infanzia concentrando le sue ricerche sul rapporto madre-bambino e su come questo possa influire sullo sviluppo di una personalità sana o disturbata, sviluppando la sua famosa “Teoria dell’attaccamento”; egli ha dimostrato, tra le altre cose, che l’attaccamento è uno degli elementi chiave nella formazione dell’empatia e che il comportamento antisociale si ha più frequentemente nei bambini che non hanno formato relazioni affettive stabili. Essenziale, quindi, è l’ambiente in cui cresce il bambino: se osserva altri comportarsi in modo crudele, svilupperà la consapevolezza che sia una cosa lecita e naturale. Un bambino educato alla violenza può subire quella che può essere denominata “dipendenza dal male”.

Concludendo, la violenza e la crudeltà, possono avere sia origini biologiche che ambientali, ma se si educasse al rispetto, all’amore, all’empatia verso ogni essere vivente, se ognuno si sforzasse di mettersi nei panni dell’altro, se quando si parla con un amico, con un conoscente, lo si guardasse negli occhi e lo si ascoltasse veramente, se i genitori facessero capire ai propri figli quando stanno mettendo in atto un comportamento violento o comunque poco rispettoso verso un animale o verso un coetaneo, forse si riuscirebbero a far diminuire atti crudeli e spietati.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

La resilienza: una capacità essenziale per superare le avversità della vita  

 

Sempre più spesso si sente nominare nei servizi giornalistici, in televisione o in radio il termine resilienza; ma cosa si intende con esso? E perché è così importante nella vita?

La psicologia ha preso “in prestito” questo concetto dalla fisica, con il quale si indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi e di riacquistare un assetto più possibile simile a quello originario.

Come un pezzo di metallo può subire degli urti e ritrovare una nuova forma, anche gli esseri umani hanno in sé la capacità di fronteggiare e superare un evento traumatico od un forte stress. Ognuno di noi, chi più chi meno, ha dovuto fare i conti, nella vita, con un evento negativo: un lutto, una malattia improvvisa, la fine traumatica di una relazione amorosa, un tradimento da parte di una persona di cui ci fidavamo, un evento traumatico ed improvviso come un terremoto.

Una fotografia altamente simbolica: le increspature della vita dalla quali non dobbiamo mai farci travolgere e la bandiera che fluttua con il vento, non opponendosi ad esso…(Foto di Lorenza Fiorilli)

Quando l’essere umano si trova ad affrontare queste circostanze, le prime sensazioni sono impotenza, dolore, sconcerto, delusione, rabbia, frustrazione; alcuni si fanno abbattere da queste emozioni negative, altri no. Da cosa dipende ciò? Dal fatto di avere o no una personalità resiliente: ovvero, non solo di possedere la capacità di riuscire ad accettare e superare gli eventi negativi che la vita ci pone davanti, ma anche, e soprattutto, di vederli non come una sconfitta, non come una perdita di qualcosa o qualcuno, ma come una nuova opportunità da cui scoprire lati di noi che non sapevamo di avere, dalla quale rialzarsi e rinascere più forti di prima, dalla quale organizzare in maniera diversa la nostra quotidianità.

Non è semplice, e neanche immediato tutto ciò, ma come ha affermato lo psicologo statunitense George Bonanno : “Il genere umano è portato naturalmente alla resilienza”.

è essenziale, dopo una circostanza negativa o traumatica, non percepire noi stessi come vittime, non cadere nella trappola dell’autocommiserazione, non rassegnarsi con passività al corso degli eventi.

Ovviamente, ogni persona ha un proprio vissuto, ha un backgound culturale e sociale che può facilitare il mettere in atto un comportamento resiliente; ma ci sono alcuni fattori e risorse personali che possono contribuire a tutto ciò. Tra questi avere una rete sociale e affettiva di supporto, accettare i cambiamenti come parte della vita stessa, guardare agli eventi da un’altra prospettiva, perseguire sempre i propri obiettivi, nutrire l’autostima, prendersi cura di se stessi.

 

Non si può impedire agli eventi negativi di accadere, lo vorremmo tutti, ma la vita non va così: essa è piena di imprevisti, di sorprese, ma soprattutto di cambiamenti, che fanno parte della natura stessa:  come un albero non ha lo stesso aspetto in autunno e in primavera, il mare non ha lo stesso colore in Agosto o in Febbraio, il piumaggio degli animali muta al cambiare delle condizioni climatiche, noi non siamo le stesse persone di qualche anno o mese fa, e non saremo, tra qualche mese o anno, le stesse  persone che siamo oggi.

Facciamo in modo che gli urti che subiamo non ci spezzino, ma ci plasmino in una nuova forma.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

 

L’amore è…

 

Non so quanti di voi ricordano la raccolta di figurine “Love is…” (che rientrano tra quelle che compravo da bambina ma di cui non finivo mai la collezione completa!): c’erano due personaggi, uno maschile e uno femminile, ritratti tipo fumetto, che in ogni figurina rappresentavano delle situazioni tipiche di una coppia innamorata; sulla parte alta c’era scritto, appunto, love is…, e in basso la dicitura raffigurante la situazione stessa.

Tra le tante didascalie c’erano: “avere quel pizzico di cavalleria”; “non mostrare mai impazienza”; “un tenero abbraccio sulla porta di casa”; “essere rannicchiati vicini vicini sul divano”; “portarla ad un concerto all’aperto”.  Questi sono solo alcuni dei modi in cui, secondo i creatori delle figurine, è possibile mostrare amore nei confronti di un’altra persona.

Ma cos’è veramente l’amore? E non solo inteso quello verso un altro essere vivente ma anche quello per il proprio lavoro, per la propria casa, per la natura; prima di dare qualche definizione più “scientifica” e razionale, vi dico cosa è per me l’amore:

è amore quando, nonostante abbia quasi quarant’anni, non riesco ad andare a dormire se non do la buonanotte a mia madre, personalmente, o telefonicamente se non ci troviamo nello stesso luogo; è amore quando ho aspettato anni, dopo la  morte di mio padre, prima di mangiare di nuovo le pannocchie lesse, che avevamo l’abitudine di mangiare insieme il pomeriggio di Ferragosto, e anche se sono riuscita ad assaggiarle di nuovo, senza di lui non hanno più lo stesso sapore; è amore, quando nonostante siano passati più di venti anni dalla perdita di alcuni miei gatti, alcune notti sogno ancora che sono vivi e che stanno giocando in giardino, allora scendo di corsa le scale per andare da loro, ma mi sveglio con le guance bagnate di lacrime; è amore quando, nonostante è dalla nascita che abito sempre nella stessa casa, ancora mi emoziono a vedere il sole che filtra dalle finestre…

Foto di Lorenza Fiorilli

Dal punto di vista anatomico e biologico, ogni area del nostro cervello è deputata al riconoscimento e alla gestione di particolari capacità; l’area coinvolta nell’amore, e quindi nelle emozioni e nei sentimenti è il sistema limbico, in particolare una ghiandola, a forma di mandorla, detta amigdala, e che si trova all’incirca in corrispondenza della tempia.

Ovviamente, come ogni essere vivente è unico, così sarà unico anche il suo cervello, e quindi unica la sua capacità e l’intensità ad amare. In particolare, il cervello femminile e quello maschile sono diversi dal punto di vista anatomico, come dimostrano studi scientifici, e quindi diverso è il modo in cui riconoscono ed elaborano le emozioni.

Tornando alle nostre figurine, e cioè all’amore tra due partner, alcuni studi nel campo della scienza delle relazioni hanno evidenziato che alcune caratteristiche comportamentali e alcune situazioni possono contribuire alla nascita e al mantenimento di una relazione amorosa. Tra queste: saper ridere insieme; somigliarsi dal punto di vista intellettivo e formativo; essere gentili; avere un atteggiamento accomodante; avere buone capacità di dialogo.

Ognuno di noi pensa di sapere cosa sia l’amore, di conoscerlo, di provarlo, di dimostrarlo, ma credo che al di là delle ricerche in campo scientifico e psicologico e al di là dei consigli degli esperti, il modo più semplice di sapere se si stia amando nel modo “giusto” un’altra persona, sia guardarla negli occhi e vedere se riusciamo a donargli serenità e gioia, e se, in altre situazioni che non riguardano il nostro partner, riusciamo ad emozionarci e a provare entusiasmo, anche per  cose che possono sembrare banali…

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

La magia di Settembre

 

Per me il nuovo anno non è mai iniziato il 1° Gennaio ma il 1° Settembre.

Forse perché in ogni fase della mia vita è sempre coinciso con qualcosa di nuovo da fare (che personalmente ha riguardato in particolar modo gli studi): è il mese in cui incominciava il nuovo anno scolastico e quindi c’era il diario da scegliere, i libri che profumavano di nuovo, l’aspettativa e la “paura” nei confronti dei nuovi insegnanti; poi è arrivata l’università con il nuovo anno accademico e i gli esami da sostenere; dopo ancora le prove da affrontare per diventare psicologa.

Foto di Lorenza Fiorilli

E’ sempre stato il mese in cui, da bambina e da adolescente, fantasticavo sul mio futuro e sui sogni che avrei voluto realizzare; e anche ora, che ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissata, Settembre mi dà sempre quella carica, quell’ottimismo e, a volte, quella sana incoscienza di incominciare nuovi progetti e affrontare nuove sfide.

Ma è cosi solo per me? Certo che no.

Settembre per molti è il mese di una “rinascita”, di un nuovo inizio: chi comincia (o ricomincia) ad andare in palestra; chi vive insieme ai propri figli la novità di iniziare un nuovo ciclo scolastico; chi, dopo le ferie, magari cambia ufficio o mansioni, o chi, semplicemente, ricomincia la propria routine quotidiana ma la affronta in modo nuovo. Perché non c’è bisogno di stravolgere la propria vita o di porsi obiettivi inarrivabili; basta guardare alle cose che già si hanno in modo nuovo, con più gratitudine e con meno atteggiamento critico. Il “nuovo inizio” non deve coincidere per forza con un cambio di lavoro, di città, di sport da praticare, ma può essere anche semplicemente interiore.

Se avete un obiettivo da voler realizzare, piccolo o grande che sia, o qualcosa che non avete mai osato mettere in pratica, per paura di non farcela o del giudizio altrui, questo è il mese giusto per farlo. Le cose nuove possono far paura, ma se affrontate con lo spirito giusto possono essere fonte di grandi soddisfazioni.

 

Sarà per il cielo così terso che ho l’impressione che sia più blu rispetto agli altri mesi, tanto che alcune volte mi incanto a guardarlo; sarà per quel mare cristallino e che luccica come se ci fossero migliaia di diamanti sparsi; sarà per quell’aria né calda né fredda, ma Settembre è il mese in cui anche l’impossibile mi sembra possibile…

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

I segreti della memoria olfattiva

La pianta di mentuccia che la mia bisnonna materna, nonna Rosa, mi invitava sempre ad odorare perché a lei piaceva molto; il profumo di quei piccoli fiorellini rosa che andavo a raccogliere nel giardino di casa e che donavo a mia madre per farmi perdonare quando da piccola la facevo arrabbiare; quel misto di odori che c’era nel bagno appena mio padre si radeva la barba; la fragranza della torta di mele appena sfornata da mia nonna Anna..

Questi sono solo alcuni dei bei ricordi olfattivi legati alla mia infanzia e che non dimenticherò mai.

Foto di Lorenza Fiorilli

I ricordi, però, possono essere legati anche ad esperienze spiacevoli o dolorose, come quel misto di odori sgradevoli e pungenti che c’era nella clinica veterinaria dove qualche hanno fa ho dovuto far ricoverare una dei tanti gatti che ho amato e accudito nella mia vita, e che purtroppo non ce l’ha fatta..

Alcune volte mi sembra di averli ancora nelle narici, come fosse ieri; chiudendo gli occhi è come se quei fiorellini o quella torta fossero qui, davanti a me.

Ma come facciamo a ricordare così bene un odore, un profumo, un aroma, un’essenza anche se sono passati molti anni? Tutto ciò è possibile perché, a differenza dei ricordi visivi o uditivi che affievoliscono con il passare del tempo, quelli olfattivi non hanno questa caratteristica; al contrario, sono proprio i ricordi più antichi i più facili da essere riattivati.

Inoltre, gli stimoli olfattivi non vengono memorizzati e archiviati nel nostro cervello come dei semplici stimoli, ma sono legati al contesto in cui abbiamo sentito quell’odore; ecco, quindi, che appena ci torna alla memoria o risentiamo inavvertitamente, magari camminando per strada, un particolare profumo, ci rituffiamo nel passato e insieme a quel ricordo olfattivo ci ritorna alla mente quel luogo, quella persona, quella situazione e insieme ad esso riproviamo le stesse sensazioni ed emozioni di tanti anni fa, siano essi piacevoli o spiacevoli.

Un’altra caratteristica dei ricordi olfattivi è quella di non essere cosciente, ovvero il recupero nella nostra memoria si verifica in maniera inconsapevole. Questo avviene perché gli odori entrano nella cavità nasale dove alcune cellule specializzate trasmettono i segnali al bulbo olfattivo che si trova nel cervello; i neuroni che trasmettono gli odori dal naso al bulbo olfattivo hanno strette connessioni con il sistema limbico che può essere considerato “la sede delle emozioni”; odori ed emozioni, quindi, sono legate tra loro.

Ognuno di noi conserva gelosamente, nel naso e nel cuore, dei particolari odori.

E i vostri quali sono?

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Gli animali ci guariscono

Foto di Lorenza Fiorilli

Se mi chiedete quale è stata una delle costanti nella mia vita, vi rispondo: il mio smisurato, immenso e a volte “folle” amore per gli animali..

Sono cambiate le amicizie, sono finiti gli amori, sono variati i progetti di vita, sono mutate le mie certezze su alcune persone che hanno tradito la mia fiducia, ma loro, gli animali, sono stati sempre lì, a tendermi una zampa, a farmi le fusa, a regalarmi un momento di gioco e di svago quando più ne avevo bisogno, a farmi capire che io dovevo esserci per loro, che non dovevo lasciarmi abbattere da un momento di sconforto, di delusione o di difficoltà, perché loro avevano bisogno di me. Sono stati, e sono tuttora, una parte importantissima della mia vita. Alcuni si sono rivelati, per me (in particolar modo i gatti!) un “dono divino”; sono arrivati, quasi fossero caduti dal cielo, da un giorno all’altro, in dei periodi di transizione, in  particolari momenti , quasi a volermi dire: “Noi siamo qui per te..”

Ebbene, oggi voglio parlarvi proprio dell’importanza di avere a fianco un animale, che esso sia un cane, un gatto, un criceto, o una tartaruga.

Ormai si parla spesso di come faccia bene la vicinanza con un “amico peloso”: svariate ricerche hanno dimostrato come prendersi cura di un animale abbassi lo stress, migliori l’umore, alzi le difese immunitarie e diminuisca il rischio di soffrire di disturbi cardiocircolatori.

Oltre ad apportare benefici sul piano fisico, amare ed accudire un animale, porta miglioramenti soprattutto sul piano psicologico, emotivo e comportamentale. Il primo a capire l’importanza di ciò fu Boris Levinson, psicologo infantile di origini statunitensi, quando, nel 1953, durante una seduta con un bambino affetto da autismo notò che il suo piccolo paziente si diresse verso il cane di Levinson, per caso presente nello studio, dimostrandosi più propenso all’interazione sociale.

Da ciò, egli dedusse che gli animali fossero dei mediatori utili a ristabilire i contatti sociali, e nel 1961 fu lo stesso psicologo a coniare il termine pet therapy, letteralmente “terapia con gli animali domestici”, che ancora oggi viene usata come tecnica di intervento terapeutico. Gli animali ai quali si ricorre maggiormente sono cani, gatti, cavalli e anche delfini; ognuno di loro è indicato per un disturbo in particolare: il cane contribuisce a migliorare lo stato di salute in generale, il gatto aiuta a diminuire lo stress, i cavalli sono consigliati soprattutto per bambini affetti da autismo o sindrome di Down, i delfini per persone affette da depressione.

Affinché, però, un essere umano riesca a godere degli effetti benefici di un animale, si deve creare quella speciale relazione, quel particolare feeling, quel rapporto di amore, di fiducia e di rispetto.

Tornando a me, l’ultima creatura con la quale ho incrociato casualmente lo sguardo, è stato quel cagnolino di cui ho parlato nel mio articolo sull’empatia, sempre su questa rubrica; alcune persone mi hanno chiesto che fine abbia fatto: ebbene, ora ha trovato una nuova padrona, anzi no, non mi piace definire così chi si prende cura di un animale perché il termine “padrona” o “padrone” implica un rapporto di subordinazione; ha trovato una nuova amica: la signora del palazzo che ho menzionato sempre nel mio precedente articolo.

Ora è felice: scodinzola di nuovo, corre, va a passeggio e rincorre la pallina; lo vado a trovare spesso e quando mi vede mi riconosce e mi si avvicina. Non potete capire la gioia che provo quando lo vedo scodinzolare felice con la sua buffa codina, quando gioca con la sua nuova amica, quando si lecca i baffi dopo aver mangiato una cibo di suo particolare gradimento..

Ecco, alcune persone possono ferirmi, delle situazioni possono deludermi ma la cosa che niente e nessuno potrà mai togliermi è il mio smisurato, immenso, e a volte “folle” amore per gli animali…

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

 

Quando i profumi erano formaggi….

 

Si lo so, è un titolo assai curioso questo.. ma lo capirete se leggerete fino in fondo il mio articolo…

Ormai basta andare in pizzeria e notiamo bambini piccoli, che ancora non sanno parlare e camminare, che guardano video sullo smartphone dei genitori; nelle case ci sono fratelli che discutono per chi ha la precedenza a gareggiare con l’ultimo gioco della playstation; adolescenti che fanno a gara per scaricare l’ultima app da internet…

Tutti questi passatempi e giochi sono passivi: danno ai bambini e ai ragazzi già delle istruzioni sul come si vince, su come accumulare punti, su come sconfigge l’avversario.. Non sono i bambini i veri protagonisti, non tirano fuori le loro emozioni e la loro fantasia, non hanno modo di stimolare la loro creatività perché non creano loro il gioco, ma lo subiscono.

L’uso sempre più massiccio della tecnologia ha tolto molte cose ai ragazzi, e prima tra tutte, proprio la loro fantasia e creatività. Esse, invece, sono essenziali per il corretto sviluppo psichico del bambino, per il suo sviluppo cognitivo ed emotivo. Attraverso il gioco i bambini esprimono loro stessi, i loro desideri e le loro paure; mettono in atto, sotto un’altra forma, gli episodi che hanno vissuto nell’arco della giornata. Non a caso, l’osservazione di quali giochi adopera il bambino e di come li usa, viene impiegata dagli psicologi per capire se egli sta attraversando un periodo problematico o se soffra di qualche disturbo in particolare.

Una simpatica ed altamente esemplificativa foto scattata da Lorenza Fiorilli

 

Ma questo può avvenire solo se i bambini si comportano come tali, e cioè se ritornano a colorare, scarabocchiare, modellare pupazzetti con il pongo, costruire case e macchinine con i mattoncini colorati, disegnare faccine sui sassolini e formare una famiglia di sassi…

E’ vero, non si può tornare indietro, ormai i giochi tecnologici hanno preso il sopravvento; i ragazzi sono abituati ad avere tutto e subito, ma se i genitori e le insegnanti della scuola d’infanzia riusciranno a far amare di nuovo ai bambini la semplicità e riusciranno a far capire loro la bellezza di costruire e improvvisare una situazione di gioco, forse non tutto sarà perduto…

Io e mia sorella abbiamo avuto la fortuna di vivere la nostra infanzia qualche decennio fa, quando ancora nello zainetto dell’asilo non avevamo l’ultimo modello di cellulare ma il nostro peluche preferito; quando all’ora di pranzo non stavamo ognuno con la testa china sui tablet ma si mangiava e si parlava tutti insieme; quando, nonostante i nostri genitori non ci hanno fatto mancare mai nulla, giocattoli compresi, noi due preferivamo giocare con la nostra fantasia..

Si, ne avevamo tanta io e mia sorella; anche se lei è più grande di me di quasi sette anni, non l’abbiamo mai sentita questa differenza. Noi, che trasformavamo con la nostra creatività oggetti comuni in altri impensabili.. Come quando, a turno la mia o la sua cameretta, si trasformava in un negozio di formaggi che erano per noi due le bottiglie vuote di profumo di mia madre o della mia nonna materna (ecco qui spiegato il titolo del mio articolo!!). Chiedevamo a loro di non buttare le bottiglie perché noi le avremmo usate in un altro modo; quelle con una forma triangolare li facevamo diventare pezzi di parmigiano, quelle un po più “bombate” delle mozzarelle, e così via.. E a turno una di noi impersonava la cliente e un’altra la commessa del negozio..

E questo è solo un esempio di come ci divertivamo a creare noi la situazione di gioco e di quanto abbiamo usato la nostra fantasia; ma su questo potrei scrivere un altro articolo!!

Spero di non avervi annoiato, ma, al contrario, di aver suscitato in voi il desiderio di insegnare ai vostri figli o nipoti quanto sia più divertente giocare con delle bottiglie vuote piuttosto che uccidere mostri con il cellulare…

Lorenza Fiorilli

 

 

Nella ragnatela della violenza psicologica

Oggi tratterò un tema così importante, vasto e delicato che, ovviamente, non si può esaurire in poche battute: la violenza psicologica.  Cercherò, comunque, di considerare i punti salienti: In cosa consiste realmente?  Quali conseguenze può portare?  E come riprendere in mano la propria vita?

Per violenza psicologica o violenza emotiva, si intende una serie di maltrattamenti, di abusi dell’anima che possono essere messi in atto da qualunque persona verso qualunque altra persona, ma nella maggior parte dei casi, si attuano da un uomo verso una donna, come ne sono testimoni gli ultimi casi di cronaca. Essa è una forma subdola di violenza perché non ci sono cicatrici evidenti, come nel caso della violenza fisica, e che può portare gravi conseguenze a chi ne è vittima.

Foto di Lorenza Fiorilli

 

Essa si manifesta con comportamenti di svalutazione e di denigrazione, con parole di umiliazioni e critiche continue che possono riguardare il proprio abbigliamento, il proprio modo di comportarsi, le persone che si frequentano; nel caso particolare di un rapporto di coppia queste critiche possono riguardare il modo di cucinare o di pulire casa, o la maniera in cui si educano i figli. Gli uomini che mettono in atto questo genere di violenza sono spesso anche molto gelosi e possessivi, e tendono ad isolare la donna che ne è vittima dalle proprie amicizie e familiari. Queste persone hanno anche la tendenza a sminuire i problemi della partner e ad ingigantire i propri, passando loro come vittime e, spesso, facendo sentire in colpa la propria compagna, che, secondo loro, non si occupa abbastanza, o in maniera “giusta”, di loro.

Ecco, il senso di colpa è uno delle tante conseguenze che può portare questo tipo di abuso: la donna si interroga su quali siano i suoi comportamenti “sbagliati” e crede, effettivamente, che siano state le proprie azioni o le proprie parole a far sì che il proprio compagno non sia soddisfatto di lei. I sensi di colpa generano un senso di inadeguatezza e portano ad un’altra conseguenza della violenza psicologica: la perdita di autostima. La vittima dei maltrattamenti perde, poco alla volta, stima e sicurezza in se stessa, fiducia nelle proprie capacità, e, nei casi più gravi, dubita dei suoi stessi pensieri. In questo caso la vittima dei maltrattamenti non è più sicura neanche della sua percezione e dei suoi ricordi: questa grave forma di manipolazione mentale viene detta gaslighting e porta la persona a sentirsi confusa e, spesso, a diventare dipendente dal manipolatore.

Se, fortunatamente, si riesce ad uscire da queste relazioni non sane, le conseguenze ci saranno comunque: chi è stata vittima di violenza psicologica porterà con sé le cicatrici invisibili, il senso di inadeguatezza, la bassa autostima, la consapevolezza di non essere stata in grado di far fronte alla cattiveria dell’altra persona e lo sconcerto che un uomo che diceva di amarla l’ha ridotta all’ombra di se stessa. Spesso ci sono anche conseguenze sul piano fisico come insonnia, attacchi di ansia, disturbi psicosomatici e depressione; ovviamente tutto ciò dipende dalla gravità della violenza e dalla sua durata.

Non è facile rialzarsi e continuare come se niente fosse successo: bisogna attingere a tutta la forza che non si crede più di avere, bisogna perdonare e perdonarsi, non rimuginare più sul come e perché è accaduto; è essenziale, inoltre, circondarsi di persone che ci vogliano bene e che sappiano ridare, poco alla volta, sicurezza e stima di sé. Ma la cosa più importante è che la persona che ha subito gli abusi, ricominci ad amare se stessa, e a credere di nuovo nei propri ideali e nei propri valori, che sono stati gettati nel fango dal manipolatore, in modo che la vittima non li ritrovasse più…

Lorenza Fiorilli

Pronti a colorare…?

Vi ricordate quando da bambini non vedevate l’ora di disegnare e come eravate felici quando vi regalavano un album da colorare?

Crescendo, ovviamente, si fanno altre cose, si sposta la propria attenzione su altre attività, più “idonee” agli adulti. Ma chi l’ha detto? Chi ha deciso quali sono le cose da fare da piccoli e quali le cose da fare da grandi? Personalmente questa distinzione non l’ho mai fatta, ho sempre continuato a fare le cose che mi rilassavano e che mi davano, anche per pochi minuti, gioia, e tra queste, colorare.

Si, avete letto bene: colorare.

Album, matite colorate e pennarelli fotografati da Lorenza Fiorilli

Cosa? Anche gli album che vendono in edicola; si, proprio quelle con i personaggi dell’ultimo cartone della Disney. Ho sempre difeso questo mio piccolo “antistress”, anche quando i miei amici mi guardavano in modo strano e non riuscivano a capirmi (veramente anche ora..) ma non gli ho mai dato importanza.

La maggior parte di noi ha un hobby, un’attività che pratica per svagarsi; c’è chi fa giardinaggio, chi gioca a calcetto, chi fa lavori a maglia, e chi si dedica all’arte: dipingere, lavorare la creta, disegnare e… colorare. Che differenza c’è tra colorare una tela o un libro per bambini? Nessuna. Anzi, no.. Una c’è..  E’ che ci sentiamo stupidi, infantili; o, meglio, gli altri ci fanno sentire così.

Eppure è scientificamente provato che colorare fa rilassare e fa divagare e diverse ricerche hanno dimostrato che colorare fa ridurre lo stress e suscita una sensazione di calma. Quando coloriamo siamo concentrati solo sulle figure, su come abbinare i colori, sullo stare attenti a non andare fuori dai bordi, e durante quei pochi minuti lasciamo fuori i nostri problemi e le nostre preoccupazioni.

Quando coloriamo riusciamo anche a capire meglio le nostre emozioni e il nostro umore: dai colori che usiamo, infatti, si può capire molto del nostro vissuto interiore in quel momento. Per accorgersene   basta provare a colorare uno stesso disegno in due momenti diversi: uno quando ci si sente sereni e un altro quando ci si sente arrabbiati o tristi e poi confrontarli tra loro.

Quando coloriamo, inoltre, si attivano varie aree del nostro cervello, sia l’emisfero sinistro che quello destro; lavorano contemporaneamente la logica, la creatività e l’immaginazione.

Ormai in molti Paesi, inclusa l’Italia, sono stati pubblicati degli album da colorare destinati agli adulti, i cosiddetti colouring books (come li chiamano gli inglesi) e se fate un giro in edicola ve ne accorgerete. In alcuni paesi europei alcuni di questi sono diventati dei veri e propri best sellers; in particolare, va di moda colorare i mandala (disegni circolari con vari motivi geometrici) e molti di questi si possono scaricare e stampare anche da internet.

Ovviamente, affinché colorare abbia l’effetto sperato, si deve stare tranquilli in un luogo senza confusione e chi lo desidera, può farlo anche ascoltando la sua musica preferita.

Vi invito a provare, magari iniziando a colorare insieme a vostro figlio o nipote, e poi potete continuare da soli. Forse qualcuno si sentirà sciocco, altri lo troveranno noioso, ma altri potranno scoprire una nuova tecnica antistress!

Ora vi saluto.. Scusate, ma mi è venuta voglia di prendere i colori in mano…

Lorenza Fiorilli