La Mindfulness: ovvero l’arte della consapevolezza

La maggior parte di noi vive una quotidianità piena di impegni, di scadenze, di appuntamenti e, in determinati momenti della vita capita di provare un sentimento di apprensione per il futuro, di preoccupazione ed incertezza. E non riusciamo a concentrarci nel presente e a godere dell’attimo.

Ed in questi periodi può venirci in aiuto una tecnica di meditazione, che ormai è diventata anche uno strumento di intervento terapeutico nell’ambito della psicologia: la mindfulness.

Ma cosa si intende con essa? Quali sono le tecniche di cui si avvale e quali i benefici sul nostro organismo?

Il termine mindfulness deriva dal vocabolo sati in lingua pali, una lingua indiana nella quale fu composto il canone dell’antico buddismo, e significa consapevolezza.

Consapevolezza delle proprie sensazioni corporee, psicologiche e spirituali, che si riesce a sperimentare quando concentriamo la nostra attenzione al momento presente; in particolare è necessario prestare attenzione al momento presente, con intenzione e in maniera non giudicante.

Siamo abituati a svolgere le azioni quotidiane in maniera quasi meccanica: guidare l’auto, mangiare un panino, parlare con una persona; ma nel farlo non prestiamo attenzione a quello che stiamo facendo e avviene tutto in maniera inconsapevole. La mindfulness ci spinge, invece, ad essere consapevoli di ciò che facciamo e delle emozioni che proviamo mentre svolgiamo quella determinata azione; essa, infatti, può essere considerata come l’arte della consapevolezza con intenzione; ad esempio, prendiamo in considerazione il semplice atto del mangiare un frutto: la mindfulness consiglia di assaporare istante per istante, soffermandoci sul gusto e su ogni singola sensazione che ci trasmette quel gesto che, per la maggior parte delle persone, è un gesto banale ed insignificante. Essa perciò, ci invita a guardare la vita con gli occhi di un bambino, al quale appare tutto nuovo e meraviglioso e vive ogni piccolo gesto con curiosità ed entusiasmo.

Un altro aspetto che ho citato sopra è il prestare attenzione in maniera non giudicante; che significa?

Siamo portati a giudicare i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre paure e a, volte, ci lasciamo travolgere dai pensieri negativi; la consapevolezza mindful consiglia, al contrario, di considerare le nostre emozioni in maniera più distaccata; la persona consapevole dovrebbe riuscire a guardare le proprie reazioni e le proprie emozioni come se si osservasse dall’esterno, come se stesse guardando lo scorrere di un fiume ma non identificandosi con esso, ma, bensì, rimanendo sulla riva.

In questo modo si riescono ad accettare i momenti negativi e si riesce ad evitare quella che, dallo psichiatra statunitense Daniel Siegel, viene chiamata “sofferenza fortuita”, ovvero l’angoscia creata dal flusso di emozioni che scorrono senza sosta nella nostra mente.

Perciò, uno dei principali obiettivi di questa tecnica è proprio quello di riuscire ad eliminare la sofferenza inutile, coltivando, invece, un’accettazione di ciò che accade intorno a noi. Liberandoci dalle emozioni automatiche e concentrandoci sul presente, riusciamo anche a sopportare meglio i momenti negativi.

La psicologa Ruth Baer ha individuato cinque fattori che aiutano a definire la mindfulness:

Non reattività: riuscire a percepire i propri sentimenti ed emozioni senza necessariamente reagire ad essi e riuscire a lasciare andare i pensieri negativi

Auto osservazione: rimanere in contatto con le sensazioni (visive, tattili, uditive, olfattive) che si provano mentre si svolge un’azione (ad esempio mentre si mangia o si cammina).

Concentrazione e consapevolezza: prestare attenzione a quello che si fa momento per momento e rimanere concentrato sul presente senza distrarsi

Riconoscimento dei propri stati interiori: riuscire a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimere a parole le proprie opinioni ed aspettative

Atteggiamento non giudicante: non giudicare i propri sentimenti e stati d’animo e non classificare i propri pensieri in “buoni” e “cattivi”.

In ambito terapeutico la tecnica della mindfulness può essere usata per migliorare stati d’ansia e sindromi depressive ma anche nel trattare i disturbi alimentari negli adolescenti e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nei bambini.

Le tecniche di meditazione della mindfulness vengono generalmente praticate in posizione seduta e la persona viene invitata a concentrarsi sul proprio respiro, prendendo consapevolezza di esso, e mano a mano che si procede con la tecnica, tale consapevolezza andrà estesa alle proprie emozioni e ai propri pensieri.

Al di là, comunque, delle varie tecniche usate in questa pratica, sforziamoci sempre di apprezzare il presente, guardando ad ogni giorno come una nuova scoperta e non lasciamo che i pensieri negativi o la paura per il futuro ci travolgano.

                                                 Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Le attività manuali: una risorsa per il nostro benessere psico-fisico

Ormai siamo abituati ad usare le nostre mani solo per svolgere attività tecnologiche e meccaniche: componiamo messaggi con il cellulare, inviamo e-mail, mettiamo like sui social, cambiamo le marce in auto, digitiamo il pin della nostra carta di credito.

La maggior parte di noi, purtroppo, ha perso di vista le vere potenzialità di uno dei nostri cinque sensi: il tatto.

Vi ricordate quando da piccoli vi divertivate a costruire castelli con la sabbia, a formare pupazzetti con il pongo, a sporcarvi le mani con la farina per aiutare vostra nonna o vostra madre a preparare un dolce, a colorarvi le mani con le vernici per poi lasciare la vostra impronta su un cartellone a scuola?

Fin da piccoli il tatto è il senso per eccellenza, che consente al bambino di conoscere e di interagire con il mondo, di scoprire nuove forme ed oggetti, di sperimentare nuove sensazioni.

Le attività manuali che facevamo da bambini erano divertenti, educative e gratificanti: si riusciva a portare a termine un obiettivo quasi dal nulla: dei piccoli granelli di sabbia, uniti all’acqua e grazie ad un secchiello, si trasformavano in un castello da fiaba; da un pezzo informe di pongo prendeva vita il nostro personaggio dei fumetti o il nostro eroe preferito; da piccoli sassi formavamo una buffa famiglia disegnando su di essi gli occhi, il naso e la bocca. Non era tanto importante il risultato in sé, quanto l’essersi divertiti e aver liberato la propria creatività.

Da adulti, invece, tendiamo a dimenticare le sensazioni che provavamo mentre usavamo le nostre mani; invece, è essenziale riscoprire quelle emozioni e dare di nuovo importanza al senso del tatto.

Ovviamente, chi svolge come proprio lavoro un mestiere manuale riesce ancora a sperimentare una grande gratificazione; pensate al falegname, al ceramista, al vetraio, al panettiere, all’orafo, al sarto, al pasticciere, al cuoco, quando vede terminato il proprio manufatto, la propria torta, il proprio gioiello: loro seguono tutte la fasi del processo, dall’ideazione fino a quella conclusiva, e in ognuna di queste fasi, l’artigiano mette la propria passione e una parte di sé.

Ma anche chi svolge un mestiere diverso da quelli sopra citati può cimentarsi, nel proprio tempo libero, in un’attività manuale; si può cucire, dipingere, colorare, lavorare a maglia, preparare una torta o una pizza, fare bricolage, curare un piccolo orto, realizzare un piccolo bijoux.  L’importante è usare le mani, sentire tutte le sensazioni che il nostro tatto ci trasmette, e occuparci, anche per poche decine di minuti, solamente a quello che stiamo facendo: staccate il cellulare, spegnete il televisore, evitate di distrarvi. Concentratevi solamente sul “qui ed ora”. La vita ci ha portato ad occuparci contemporaneamente di più attività che non siamo quasi più abituati a dedicare tutto il nostro tempo ad una sola.

Le attività manuali sono una risorsa per il nostro spirito, un toccasana per il nostro benessere fisico e mentale ed è stato dimostrato che il cervello ottiene da esse diversi benefici: migliorano l’umore perché vengono secrete endorfine e serotonina (i cosiddetti ormoni del benessere) e si riduce la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress); creano nuove connessioni tra i neuroni contrastando il deterioramento cognitivo, stimolano la creatività; migliorano l’umore; rafforzano l’autostima; rilassano e allontanano preoccupazioni e stress.

Beh, credo proprio che non serva qualche altro buon motivo per andare ad impastare una pizza o a incominciare a fare una sciarpa all’uncinetto!

Dottoressa Lorenza Fiorilli

I segreti della voce umana

A casa, sul luogo di lavoro, al supermercato, per strada, di giorno, di sera, con il sole, con la pioggia. La usiamo continuamente, in ogni luogo e in ogni circostanza, in modo così automatico che non ci rendiamo conto della sua importanza. Di cosa sto parlando? Della nostra voce.

E’ una caratteristica peculiare di ognuno di noi: chi ce l’ha acuta, bassa, flebile, suadente, grave, roca. E’ lo strumento di comunicazione e di espressione per eccellenza, attraverso la quale diamo forma alle nostre idee, pensieri, emozioni e stati d’animo.

La moduliamo a seconda delle circostanze: abbassiamo il tono se stiamo confidando un nostro segreto ad un amico, lo alziamo se siamo arrabbiati con qualcuno, diventa più dolce se stiamo giocando con un bambino.

Il modo in cui usiamo la nostra voce è uno delle tre forme della comunicazione. Quest’ultima, infatti, viene suddivisa in comunicazione verbale che comprende quello che diciamo, cioè le parole che usiamo in un discorso; la comunicazione non verbale, ossia i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni del viso; la comunicazione paraverbale, costituita proprio dal modo in cui usiamo la voce.

Quest’ultimo aspetto incide fino al 40% sull’efficacia di un discorso, a differenza della comunicazione verbale che influisce solo per il 10%.

Essenziale, quindi, non è tanto quello che diciamo ma come lo diciamo. E’ importante modulare, a seconda delle varie circostanze, i diversi aspetti che caratterizzano la voce umana: il ritmo, che scandisce l’alternarsi del discorso e delle pause; l’intensità, ovvero il volume della voce; il tono che fa assumere ad una stessa parola significati diversi.

E’ proprio quest’ultimo aspetto che, spesso, crea incomprensioni e discussioni tra due persone. Quante volte, infatti, diciamo al nostro interlocutore: “Non mi è piaciuto il tono con il quale mi hai detto quella cosa!”

Infatti, a seconda del tono usato, la stessa frase o anche una semplice parola può assumere significati diversi, e quindi, può produrre effetti diversi su chi ascolta.

Pensiamo alla parola “basta”: detto con tono gentile ad un nostro amico, indica che non vogliamo  che aggiunga altro zucchero nel nostro caffè, mentre pronunciato con tono aggressivo indica che siamo esasperati da una situazione.

Oppure all’espressione “Che genio!”: può indicare sincera ammirazione verso una persona; detta con tono sarcastico indica un’offesa; con tono ironico rappresenta una battuta scherzosa ad un nostro amico.

Pensate che un semplice termine, formato solo da una consonante e da una vocale, “ma”, può avere cinque significati diversi a seconda del tono usato.

La voce, quindi, è un aspetto essenziale nella comunicazione di tutti i giorni, ed è anche quella caratteristica unica che rende speciale ogni persona e che ci fa anche emozionare. Quante volte, infatti, telefoniamo ad un nostro parente, fidanzato/a, amico/a, dicendogli, semplicemente: “Volevo solo sentire la tua voce!”. Oppure, pensando ad una persona che non è più con noi, ci commuoviamo pensando che non potremmo più sentirla all’altro capo del telefono?

Inoltre, la voce rimane nella nostra memoria uditiva per molto tempo ed è la prima caratteristica che ci fa subito distinguere una persona da un’altra; pensiamo, ad esempio, ai nostri attori preferiti, che riconosciamo subito dalle voci dei doppiatori.

La nostra voce, in conclusione, è una parte importante della nostra quotidianità e delle nostre relazioni sociali. Pertanto, la prossima volta che dobbiamo comunicare qualcosa ad un’altra persona, riflettiamo sull’importanza di come la usiamo e su come il nostro interlocutore possa interpretare le nostre parole: forse quando una amico si offende per una nostra frase, non è tanto per ciò che abbiamo detto, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.

                                  Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Cervello maschile e femminile: quali differenze?

Tu non mi capisci!”.Mettiti nei miei panni”. “Non mi comporterei mai come te!”.

Quante volte, durante una discussione con l’altro sesso, abbiamo pronunciato frasi simili?

Queste espressioni sono dettate solo dalla rabbia o delusione di quel momento? Beh, a giudicare dalle molteplici ricerche svolte sulle differenze tra uomo e donna sembrerebbe di no; piuttosto hanno un fondo di verità.

Donne e uomini, di fronte alle stesse situazioni, mettono in atto comportamenti diversi, talvolta opposti, rendendone difficile la comprensione da parte dell’altro sesso e creando incomprensioni e discussioni.

Le diversità che si riscontrano nell’affrontare una situazione o un problema dipendono dalle caratteristiche che distinguono il cervello. Anche se non si può parlare in modo categorico di “cervello maschile” e “cervello femminile”, esistono comunque delle differenze nel modello di organizzazione e nelle procedure di elaborazione e risposta delle informazioni provenienti dall’esterno.

Scultura a Courmayeur (Foto di Lorenza Fiorilli)

Anche dal punto di vista anatomico vengono riscontrate delle differenze: il cervello degli uomini pesa in media il 10-15% in più rispetto a quello delle donne e, pur funzionando con le stesse sostanze chimiche, queste vengono prodotte in diverse quantità.

Inoltre, nel genere maschile prevale l’emisfero sinistro, specializzato nelle funzioni razionali, analitiche e logiche; questo fa sì che gli uomini siano più portati, in genere, per i ragionamenti matematici e meccanici e riescano meglio in compiti di orientamento spaziale.

Le donne, invece, possono possedere fino al 40% di connessioni in più tra l’emisfero sinistro e quello destro, specializzato nell’intuizione, nella creatività e nella sfera emotiva. Queste connessioni sono ciò che permettono al genere femminile di fare più cose contemporaneamente. Inoltre, le donne hanno un vantaggio nelle abilità verbali.

Tali differenze anatomiche si ripercuotono sulle scelte comportamentali e sulle reazioni emotive.

Di fronte ad una decisione da prendere, le donne analizzano la situazione considerando maggiormente l’aspetto emotivo; questo perché sono più portate per la comprensione delle emozioni, dello sguardo e del comportamento non verbale. Gli uomini, al contrario, giungono ad una decisione in maniera più razionale, giudicando la situazione problematica in maniera più generale.

Diverso è anche il modo con il quale si gestisce e si cerca di risolvere un problema: la maggior parte degli uomini preferisce non parlarne apertamente e cerca di risolvere la situazione da solo. Le donne preferiscono, invece, affrontare direttamente la situazione problematica, soffermandosi in particolare sulle emozioni che crea quella situazione, e prima di giungere ad una conclusione preferiscono confrontarsi anche con altre persone a loro vicine.

Le piccole e grandi differenze tra i due sessi non si esauriscono, ovviamente, in quelle sopra citate; sarebbe impossibile elencare i risultati dei molteplici studi ed esperimenti che sono stati condotti negli anni su questo tema.

Questo mio articolo ha voluto, piuttosto, essere uno spunto di riflessione sulle divergenze tra i comportamenti messi in atto dai due sessi.

La prossima volta che vi trovate in macchina con il vostro fidanzato o marito che si ostina a non chiedere informazioni stradali o a non usare il navigatore, o, al contrario, con la vostra fidanzata o moglie che, invece, domanda a tre persone diverse quale sia il miglior tragitto per raggiungere un luogo, piuttosto che adirarvi, riflettete che sta ragionando con un cervello diverso dal vostro! E sforziamoci, in ogni situazione, di comprendere meglio il punto di vista dell’altro.

                         Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Quella cuccia vuota…

La sua cuccia vuota, la ciotola senza più croccantini, il suo gioco preferito non più in giro per le stanze, il silenzio della casa senza più il suo abbaiare o miagolio, quel dolce rumore delle sue zampe quando ci veniva incontro…

Quella sensazione di vuoto, di tristezza, di malinconia, di rabbia, di abbandono che si prova quando ci lascia per sempre un animale che abbiamo amato, anzi, che amiamo, perché la morte di un qualunque essere vivente, umano o non, non spezza il legame d’amore.

Purtroppo molte persone non riescono a comprendere quanto dolore sia causato dalla perdita di un animale domestico e continuano a proferir parola: “Ma era solo un animale!”,Ne prenderai un altro!”,Ora stai esagerando!”, senza sapere quanto fastidio possano arrecare con quelle frasi.

La morte di una animale con cui abbiamo percorso un pezzo della nostra vita, più o meno lungo, è, invece, un vero e proprio lutto e come tale va rispettato e va affrontato. Ovviamente, ogni persona reagisce in modo diverso, e queste differenze dipendono anche dal periodo che stiamo attraversando  in quel momento e dalla fase di vita in cui sperimentiamo quella perdita: un bambino, un adulto o  una persona anziana per la quale il suo “amico peloso”  era l’unica compagnia, avranno modi diversi di affrontare  la mancanza di un cane,  di un gatto o di qualunque altro animale.

Molto delicato e controverso è anche un altro aspetto: quello dell’eutanasia, ma le emozioni contrastanti di questo aspetto possono comprenderle fino in fondo solo chi ha affrontato questa esperienza. Da un lato si vuole continuare a tenerlo con sè, e da un altro il veterinario di fiducia che ti fa notare quanto tu sia egoista, perché la vita per il nostro animale è diventata, ormai, troppo dolorosa. Quando, dopo notti insonne e lacrime versate, si arriva alla seconda decisione, si è assaliti da rimorsi e sensi di colpa, come conferma anche uno studio di ricercatori statunitensi che ha affermato che il cinquanta per cento dei proprietari che hanno fatto sopprimere il proprio animale si senta in colpa e rimugini sul passato e sulle cose che avrebbe potuto fare prima.

Perdere un animale è come perdere un pezzo della nostra vita, ma bisogna accettare e superare il lutto, ognuno con i propri tempi.

Come non esiste un amore di serie A e di serie B, così non esiste un dolore di serie A e di serie B.

Può essere difficile comprendere a pieno tale dolore per chi non ho lo ha vissuto, ma che, almeno, venga rispettato.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il pettegolezzo: “innocuo passatempo” o “freccia velenosa” ?

Chi ha fatto cosa? Ma davvero dici?”.   “Hai visto quella lì? Dicono che…”.  “Sembra che abbia fatto..”

Queste e altre frasi si ritrovano nel pettegolezzo, una forma di comunicazione non necessaria e che non porta a nessun obiettivo in particolare.

Anche se può sembrare un argomento “frivolo” o di poco conto, in realtà il pettegolezzo è studiato da diversi psicologi che si occupano di comunicazione e molti ricercatori hanno messo in atto diversi esperimenti per comprenderne meglio le dinamiche.

Se prendiamo un comune vocabolario, sotto il termine “pettegolezzo” troviamo scritto: “Chiacchera inopportuna, indiscreta o malevola”.

Esso comporta diverse informazioni trasmesse di bocca in bocca, che passando da un soggetto ad un altro vanno incontro alla riduzione o aggiunta di particolari, ad omissioni, a deformazione, e questo porta alla conseguenza che la “notizia” di partenza si modifichi. Si parla, in questo caso di accentuazione, ovvero il fenomeno per il quale alcuni particolari scompaiono mentre altri diventano salienti e proprio intorno a questi ultimi si crea la diceria.

Diversi studi hanno sottolineato una caratteristica comune nel pettegolezzo: quella dell’asimmetria sociale, ovvero sono soprattutto le azioni e i comportamenti dei personaggi pubblici o delle persone che occupano una posizione sociale superiore ad essere oggetto di dicerie.

Inoltre, sempre secondo alcuni ricercatori, il pettegolezzo è un indicatore dell’invidia sociale: chi mette in atto i pettegolezzi, di solito, non è nella condizione di fare ciò che la persona oggetto della diceria fa o è in grado di fare.

Un’altra caratteristica del pettegolezzo è quello di essere considerato, da chi lo ascolta, un’informazione molto credibile: anche se non ha nessun fondamento razionale ed oggettivo, esso viene trattato come fosse un’informazione scientifica e documentata.  Questo perché, la maggior parte delle volte, le dicerie vengono messe in giro da persone con legami interpersonali forti, come un parente, un vicino di casa, un compagno di scuola, la cui credibilità non viene, pertanto, messa in discussione da chi ascolta. Ma, nonostante questa peculiarità del pettegolezzo, esso diventa, quasi in modo paradossale, impersonale, cioè, la responsabilità diventa impersonale, e questo fenomeno è ben esemplificato dalle premesse dei discorsi, quali: “Si dice che..”,Sembra che..”,  “Hanno visto..”.

A volte, il pettegolezzo può trasformarsi in maldicenza, che ha lo scopo di denigrare, calunniare ed infangare il buon nome di che ne è vittima. Essa rappresenta una vera e propria forma indiretta di violenza e di aggressione indiretta; uno studio condotto da un gruppo di psicologi britannici ha messo, infatti, in evidenza come le aggressioni dirette (ovvero quelle fisiche) e quelle indirette (verbali) svolgano funzioni simili.

Non si ferisce solo con una spinta o con uno schiaffo, ma anche con le parole e con chiacchere che molti considerano innocue o un “semplice” passatempo.

                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Uno straordinario giorno normale…

Quanti di noi, a fine giornata, prima che le nostre vite fossero sconvolte da questa tragedia, esclamavano: “Oggi è stato come ieri! Non è successo niente di particolare! Le solite cose!”.

Ecco, credo che in futuro sarà una frase che non ripeteremo tanto spesso, perché ognuno di noi ormai ha capito l’importanza di ogni singolo giorno, di ogni singolo minuto che trascorriamo in serenità e libertà.

A questo proposito, lascio parlare al mio posto, una metafora, che viene usata dagli psicologi per formare gruppi di lavoro.

 La lessi per la prima volta sedici anni fa, su un libro sul quale stavo preparando il mio ultimo esame universitario.  Spero che vi faccia riflettere ed emozionare.

Buona lettura.

                                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il paese dei giorni

C’era una volta il paese dei giorni. Lì abitano tutti i giorni che sono già accaduti e quelli che verranno. In questo paese abita una famiglia nobile, che ha dato i natali a tanti giorni importanti della storia dell’uomo: il giorno della scoperta del fuoco, quello della ruota, dell’America, quello della rivoluzione francese, quello della carta dei diritti dell’uomo, un altro ancora della liberazione.

Ora questa famiglia sta aspettando un nuovo giorno e c’è molta trepidazione. Tutti sperano che questo nuovo giorno diventi famoso come gli altri parenti: ma questo lo potranno sapere con certezza solo dopo alcuni anni.

Così il nuovo nato arriva sulla terra e comincia il suo giro esplorativo. E come ogni neonato è curioso, pronto a scoprire tutte le cose belle, nuove, creative che ci sono in questo giorno, unico nella storia del mondo, che non c’è mai stato prima e non ci sarà mai più. E’ affascinato da tutto ciò che vede, dalle semplici cose quotidiane che accadono in ogni famiglia. Al nuovo giorno tutto sembra meraviglioso, straordinario e non vede l’ora di poter raccontare ai suoi genitori, e a tutta la sua numerosa famiglia riunita, tutte le cose che ha visto. Arriva la notte fonda e lui sa che il suo giorno è finito e che un altro giorno sta per nascere.

Allora discretamente si allontana e torna nel paese dei giorni.

Appena arrivato a casa i genitori e i familiari riuniti gli chiedono di raccontare cosa ha fatto o visto accadere. E lui racconta di colazioni consumate in famiglia, di genitori che sia amano, di giardini con nonni e nipotini, di mamme che generano figli, di feste di compleanno, di matrimoni tra giovani amanti.

E si accorge che i genitori pongono domande strane a cui non sa bene come rispondere. Gli chiedono se si è sposato qualche re, se è stato assegnato un qualche premio nobel, se qualche sportivo ha raggiunto un nuovo record, se qualche scienziato ha scoperto qualcosa di sconvolgente e lui che ha girato per tutta la terra sa che non è successo niente di tutto questo.

Allora i fratelli e i cugini cominciano a chiedergli se è successo almeno qualche disastro ferroviario o aereo, qualche catastrofe naturale, qualche nubifragio o terremoto. Ma il nuovo giorno continua a dire no, niente di tutto questo. Tutto quello che ha fatto o visto accadere l’ha già raccontato. I genitori e tutta la famiglia sono molto delusi da questo nuovo rampollo, e temono che non verrà ricordato dalla storia dell’uomo.

Eppure il bambino sa in cuor suo che invece è stato un giorno straordinario, unico. Lui sa di avere tanti ricordi teneri, fatti di semplicità e affetto che nessuno potrà portargli via.

Finalmente, dopo un po’ di tempo, arriva la tanto attesa lettera, quella che informa sull’importanza riconosciuta dagli esperti a quel giorno. Sulla lettera vi è la prova scritta e la famiglia potrà verificare se questo figlio è degno del casato o se ne sarà il disonore.

Sono tutti riuniti e con molta trepidazione aprono lentamente la busta per leggere velocemente che il giorno del loro ultimo nato è stato eletto “giorno della pace universale”.

Il fatto che in quel giorno non fosse successo niente di particolare, nessun grande avvenimento, e soprattutto nessuna disgrazia, lo aveva reso davvero straordinario.

(Brano tratto da “I porcospini di Schopenhauer”, di Consuelo Casula. Edizioni Franco Angeli).

Il potere della mente

Alzi la mano chi, nel corso della sua vita, non ha mai sognato ad occhi aperti, non ha mai fantasticato, specialmente da giovane, sul proprio futuro o su una situazione che desiderava che accadesse.

Ecco, la buona notizia è che quello che immaginiamo nella nostra mente può realmente concretizzarsi. In che modo? Grazie alla tecnica della visualizzazione creativa.

Il grande Walt Disney che ha fatto, e che fa tuttora, sognare, ridere, piangere, emozionare il mondo intero grazie ai suoi personaggi diceva: “If you can dream it, you can do it”, ovvero “Se puoi sognarlo, puoi farlo”, frase che mi trova pienamente d’accordo.

Io, però, la riformulerei così: “Se puoi visualizzarlo nella tua mente, accadrà veramente”. Si, perché c’è una differenza tra il sognare ad occhi aperti e la visualizzazione creativa: nel primo ci si immagina come spettatori di una situazione come se si vedesse un film, nel secondo caso, ovvero nella visualizzazione, chi immagina, sperimenta quella situazione, quell’evento in prima persona, cercando di percepirla il più reale possibile. In questa tecnica si visualizza nella mente la situazione che vorremmo si realizzasse nei minimi particolari, facendo attenzione ad attivare anche tutti i nostri sensi: olfatto, udito e tatto.

Faccio un esempio: un atleta che deve correre una gara dei cento metri, visualizzerà nella sua mente il momento in cui si trova ai blocchi di partenza, percepirà la consistenza della terra battuta con i polpastrelli, udirà lo sparo che segna l’inizio della gara, sentirà i muscoli delle gambe che lavorano, l’odore acro del sudore, l’aria calda che gli accarezza la pelle, e alla fine vedrà il traguardo e lo taglierà per primo.

Nel sogno ad occhi aperti, invece, avrebbe immaginato solamente il momento della vittoria come se, in realtà, non fosse lui il protagonista della situazione.

Questa tecnica può essere messa in atto in diversi ambiti e con molteplici scopi: per attuare un cambiamento comportamentale, per rafforzare la propria autostima, per superare momenti di difficoltà, per migliorare il proprio benessere fisico e psichico, per migliorare la qualità della vita.

La creazione di un’immagine mentale simile alla situazione reale fa sì che la mente reagisca come se si trovasse di fronte alla realtà: possiamo, in un certo senso, “ingannare” la nostra mente.

Quest’ultima, infatti, lavora per immagini; ciò significa, ad esempio, che se ascoltiamo pronunciare la parla “sedia”, noi visualizziamo in automatico, nella nostra mente, l’immagine di una sedia.

La visualizzazione mentale produce gli stessi effetti fisiologici della situazione reale: immaginare di vincere una gara di cento metri produce la stessa euforia ed emozione del vincerla realmente.

Quindi quando stiamo attraversando una situazione difficile, quando stiamo vivendo un momento di difficoltà o di dolore, quando ci sembra di non trovare vie di uscita, rechiamoci in un posto dove possiamo stare soli, magari la sera prima di addormentarci, cerchiamo di rilassarci, e cominciamo a visualizzare la situazione che vorremmo accadesse; dimentichiamo un presente difficile e creiamo ognuno la nostra realtà.  Se non riuscite le prime volte, non scoraggiatevi: l’immagine va visualizzata più volte in uno stesso giorno e per un periodo di tempo prolungato.

Tornando a Walt Disney, la frase che più mi emozionava da piccola era cantata da Cenerentola: “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà..”.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

L’importanza della libertà e la forza della gratitudine

In questo periodo così delicato per tutti noi, in questi giorni in cui viviamo sospesi in un limbo e nei quali ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a qualche buona notizia, a causa di questa epidemia che sta destabilizzando il mondo, ho riflettuto sul fatto che la maggior parte delle persone non si rende conto di quello che ha fino a quando sta per perderlo.

Sto parlando della libertà.

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Solo fino a qualche settimana fa sembrava normale, se non perfino banale, alzarci dal letto la mattina, andare a bere un caffè al bar insieme ad un collega o ad un amico, accompagnare i propri figli a scuola e poi recarsi al lavoro. E nel pomeriggio chi andava in palestra, chi alla partita di calcetto, chi a prendere un aperitivo e chi, semplicemente, a trovare un amico a casa.

A volte consideravamo una noiosa routine andare a fare la spesa, portare il cane a fare una passeggiata, accompagnare i figli al corso a scuola o in piscina.

Appena potevamo, prenotavamo un biglietto aereo o ferroviario, una camera in albergo e dei ticket on line per un museo. Nei weekend chi andava a vedere l’ultimo film di quel famoso regista, chi la mostra del suo pittore preferito, chi una commedia a teatro, chi allo stadio a tifare la sua squadra del cuore.

Ora questa noiosa, stupida, banale libertà ci è stata in parte tolta, ad alcuni in modo più pesante, ad altri in modo più lieve.

Sono convinta che ogni dolore, avversità, ogni limitazione, delusione, serva a qualcosa.

E’ vero che da ogni cosa che accade nella vita bisogna saper prendere il meglio, bisogna volgerlo a nostro favore.

E da questa situazione cosa impareremo?

Impareremo ad amare e apprezzare la nostra libertà; impareremo a non dare più nulla per scontato, neanche una semplice passeggiata, neanche un abbraccio, neanche la cosa che sembra la più semplice e banale; impareremo a provare gratitudine per tutto ciò che abbiamo. Si, gratitudine, sentimento che in pochi sperimentano al giorno d’oggi.

Saremo grati per ogni singolo gesto, per ogni noiosa, stupida e banale azione che potremo svolgere in piena libertà.

I colleghi ci sembreranno più simpatici, i professori meno severi, i treni più comodi, il verde degli alberi più verde, il caffè del bar più cremoso.

Saremo grati alla vita per la vita stessa.

                          Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Rispetto,per favore…

Questa volta parlerò del rispetto, sempre meno conosciuto e praticato dagli esseri umani.

Il vocabolario cita, sotto questa voce: “Sentimento di attenzione nei confronti degli altri, della loro dignità e dei loro diritti, che dispone ad astenersi da atti offensivi o lesivi”.

Il perché mi è venuto in mente di parlare di questo argomento ve lo spiego subito:

l’altra mattina sono scesa in spiaggia portando con me anche un pacchetto di cracker, nel caso mi venisse un “languorino” prima di pranzo; c’erano pochissime persone ma diversi gabbiani che cercavano tra la sabbia dei residui di cibo lasciato dai bagnanti o un pezzetto di pizza caduta dalle mani di un bambino. Allora ho preso i miei cracker, li ho spezzati con le mani e li ho dati a loro, che certamente avevano più fame di me.

Gabbiani in spiaggia (Foto di Lorenza Fiorilli)

E mentre mangiavano voracemente, un bambino, correndo, li ha spaventati e li ha fatti volare via; io gli ho fatto notare che se fosse rimasto lì, loro non sarebbero tornati, ma non mi ha ascoltato; certo, era solo un bambino, ma neanche il padre, presente alla scena ha proferito parola.

L’altro pomeriggio, sempre in spiaggia, due bambine hanno detto l’una all’altra : ”Tiriamo la sabbia ai gabbiani così vanno via!”, senza che quei volatili stessero dando fastidio a nessuno.

I placidi gabbiani (foto di Lorenza Fiorilli)

Ecco, queste due scene mi hanno dato molto fastidio per la mancanza di rispetto verso degli esseri viventi che non stavano disturbando nessuno. Il rispetto si deve imparare da bambini, ma se nessuno glielo insegna, non è una cosa così facile.. Il rispetto verso chi è diverso da noi, verso chi ha preferenze e gusti che non sono i nostri, verso chi è di un’altra cultura, il rispetto, semplicemente, verso un altro essere vivente distinto da noi.

Un primo piano di un dolce gabbiano (Foto di Lorenza Fiorilli)

Se non si attua ciò, ci sarà sempre qualcuno che si crederà superiore e si sentirà in diritto di mettere in atto soprusi verso gli altri.

Stavolta il mio articolo sarà più breve perché, al mio posto lascio parlare una metafora, che ho letto per la prima volta in uno dei libri sul quale preparai il mio ultimo esame universitario e che tratta dell’importanza del rispetto verso le differenze di ognuno e della capacità di potersi arricchire proprio di queste differenze. No, non è una favola per bambini, anche se, quando comincerete a leggerla, vi sembrerà così; vi invito a non fermarvi alle prime righe.

Buona lettura.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

L’aquila e il gabbiano

 C’era una volta un’aquila che viveva in una grande isola e amava volare sulle alte cime dei monti. Amava volare con le proprie ali seguendo e facendo sua la forza del vento.

Un giorno l’aquila vede un bellissimo gabbiano che si era allontanato dal porto e si era spinto quasi a raggiungere le alte vette. I due subito si innamorano a da allora amano trascorrere tanto tempo volando insieme. Il gabbiano mostra all’aquila la bellezza dei porti con le sue navi e i suoi anfratti, e l’aquila gli fa provare l’ebbrezza del volare in lato sino a raggiungere le più alte cime dei monti dell’isola. All’inizio tutto è bellissimo e ognuno scopre il fascino del mondo dell’altro.

Dopo un po’ di tempo però, l’aquila si accorge che il gabbiano tende a voler trascorrere sempre più tempo vicino al suo porto e al suo mare e meno ad avventurarsi per le alte montagne. Ogni volta che l’aquila gli fa la proposta di andare a volare nell’alto dei cieli il gabbiano trova una scusa. L’aquila per qualche tempo rinuncia ai suoi voli, ma dopo un po’ sente che le sue ali hanno voglia di sgranchirsi e va a fare un giro da sola. Ma quando torna il gabbiano fa il broncio, è offeso. E dice all’aquila che il fatto che voglia volare così in alto vuol dire che non gli vuole più bene. L’aquila cerca di fargli capire che non è così, che lo ama profondamente. La natura le ha dato grandi ali per volare in alto e lei non fa altro che seguire la sua natura, così come il gabbiano segue la sua. Il gabbiano non si fa convincere dal discorso dell’aquila e pensa che se il problema sta nelle grandi ali dell’aquila, la soluzione sta nel tarpargliele. E così, di notte, mentre l’aquila dorme tranquillamente al suo fianco il gabbiano prende delle forbici e, notte dopo notte, spunta un po’ le ali dell’aquila, senza che questa se ne accorga.

Un giorno, mentre sta cercando di volare verso la sua montagna preferita, l’aquila sente di non farcela, si sente stanca, sente il suo corpo pesante e nonostante i suoi sforzi, non ce la fa a salire in cima. Sta per desistere quando incontra una maestosa vecchia aquila che vola lentamente con le sue grandi ali spiegate. La vecchia aquila vede quest’aquila che fa fatica a volare e nota subito le ali tarpate a forma di gabbiano: capisce che qualcuno deve averle giocato un brutto scherzo. La vecchia aquila le si avvicina e le chiede se vuole fare un giro sulle sue ali, visto che sembra così stanca. L’aquila ringrazia e accetta. Allora l’aquila saggia la prende su di sé e volando la porta in cima al monte. Quando arriva in cima al monte l’aquila si sente rinascere. Ma dopo un po’ diventa triste al pensiero che il suo amato gabbiano le farà il broncio quando tornerà. L’aquila saggia vede il cambiamento di umore e le chiede cosa stia pensando. L’aquila si confida e le racconta che il suo amato gabbiano preferisce stare vicino al porto dove sono ancorate tante navi e non vuole volare in alto, sfidare la forza del vento e misurare la potenza delle sue ali.

Dopo aver ascoltato, la vecchia aquila saggia le dice che anche i gabbiani possono volare in alto. A una condizione, però, che lo vogliano veramente e che non si facciano prendere dal caldo torpore marino e non si facciano sedurre da tutte quelle navi ancorate ai porti. E comincia a raccontare le avventure di un gabbiano che aveva conosciuto tempo prima, un gabbiano chiamato Jonathan Livingston che amava sfidare la sua natura e che era riuscito a raggiungere cime e vette altissime.

L’aquila sta alcuni giorni in compagnia della vecchia aquila saggia ascoltando i racconti sul gabbiano Jonathan Livingston, così capisce che anche il suo gabbiano può volare in alto: deve però essere lui a volerlo.

E stando lì sue ali ricrescono e si rinforzano.

Un giorno si accorge di essere nuovamente in forza e si sente pronta per ritornare dal suo gabbiano. Ringrazia, saluta la vecchia aquila saggia e va. Appena arriva dal gabbiano lo abbraccia felice e gli racconta del suo incontro con la vecchia aquila saggia e le storie sul gabbiano Jonathan Livingston che ha sentito. Ma il gabbiano non ha voglia di ascoltarla. E’ offeso e convinto che ormai l’aquila non lo ami più.

Allora l’aquila con calma gli dice di ascoltarla molto bene perché ha una cosa importante da dirgli. E così gli dice: “Ogni creatura umana ha delle differenze e ognuno può amare, apprezzare e rispettare le differenze di ciascuno. La mia natura mi ha dotato di grandi ali scure con le quali volare nell’alto nei cieli. La tua natura ti ha dotato di bellissime ali bianche con le quali sorvolare mari e monti. Entrambi abbiamo le ali, entrambi possiamo volare in alto e possiamo volare da soli o in compagnia. A me piace volare con te ma non posso più trascorrere tutto il mio tempo a stare nel porto ad apprezzare le navi ancorate. Ho bisogno di volare in alto come mi spingono le mie ali. Mi piacerebbe volare con te, averti al mio fianco, però posso anche capire che tu preferisca crogiolarti al caldo del sole. Ognuno ha una sua natura da riconoscere, rispettare e onorare. E ognuno ha anche la libertà e la volontà di impegnarsi in una sfida per superare la presunta limitatezza delle proprie ali”.

Questo discorso così chiaro colpisce il gabbiano e lo commuove. Sente che l’aquila ha ragione e allora le dice: “Raccontami ancora le avventure del gabbiano Jonathan Livingston in modo che io possa imparare a volare più in alto”.

(brano tratto dal libro “I porcospini di Schopenhauer” di Consuelo Casula, Franco Angeli Editore)