Le attività manuali: una risorsa per il nostro benessere psico-fisico

Ormai siamo abituati ad usare le nostre mani solo per svolgere attività tecnologiche e meccaniche: componiamo messaggi con il cellulare, inviamo e-mail, mettiamo like sui social, cambiamo le marce in auto, digitiamo il pin della nostra carta di credito.

La maggior parte di noi, purtroppo, ha perso di vista le vere potenzialità di uno dei nostri cinque sensi: il tatto.

Vi ricordate quando da piccoli vi divertivate a costruire castelli con la sabbia, a formare pupazzetti con il pongo, a sporcarvi le mani con la farina per aiutare vostra nonna o vostra madre a preparare un dolce, a colorarvi le mani con le vernici per poi lasciare la vostra impronta su un cartellone a scuola?

Fin da piccoli il tatto è il senso per eccellenza, che consente al bambino di conoscere e di interagire con il mondo, di scoprire nuove forme ed oggetti, di sperimentare nuove sensazioni.

Le attività manuali che facevamo da bambini erano divertenti, educative e gratificanti: si riusciva a portare a termine un obiettivo quasi dal nulla: dei piccoli granelli di sabbia, uniti all’acqua e grazie ad un secchiello, si trasformavano in un castello da fiaba; da un pezzo informe di pongo prendeva vita il nostro personaggio dei fumetti o il nostro eroe preferito; da piccoli sassi formavamo una buffa famiglia disegnando su di essi gli occhi, il naso e la bocca. Non era tanto importante il risultato in sé, quanto l’essersi divertiti e aver liberato la propria creatività.

Da adulti, invece, tendiamo a dimenticare le sensazioni che provavamo mentre usavamo le nostre mani; invece, è essenziale riscoprire quelle emozioni e dare di nuovo importanza al senso del tatto.

Ovviamente, chi svolge come proprio lavoro un mestiere manuale riesce ancora a sperimentare una grande gratificazione; pensate al falegname, al ceramista, al vetraio, al panettiere, all’orafo, al sarto, al pasticciere, al cuoco, quando vede terminato il proprio manufatto, la propria torta, il proprio gioiello: loro seguono tutte la fasi del processo, dall’ideazione fino a quella conclusiva, e in ognuna di queste fasi, l’artigiano mette la propria passione e una parte di sé.

Ma anche chi svolge un mestiere diverso da quelli sopra citati può cimentarsi, nel proprio tempo libero, in un’attività manuale; si può cucire, dipingere, colorare, lavorare a maglia, preparare una torta o una pizza, fare bricolage, curare un piccolo orto, realizzare un piccolo bijoux.  L’importante è usare le mani, sentire tutte le sensazioni che il nostro tatto ci trasmette, e occuparci, anche per poche decine di minuti, solamente a quello che stiamo facendo: staccate il cellulare, spegnete il televisore, evitate di distrarvi. Concentratevi solamente sul “qui ed ora”. La vita ci ha portato ad occuparci contemporaneamente di più attività che non siamo quasi più abituati a dedicare tutto il nostro tempo ad una sola.

Le attività manuali sono una risorsa per il nostro spirito, un toccasana per il nostro benessere fisico e mentale ed è stato dimostrato che il cervello ottiene da esse diversi benefici: migliorano l’umore perché vengono secrete endorfine e serotonina (i cosiddetti ormoni del benessere) e si riduce la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress); creano nuove connessioni tra i neuroni contrastando il deterioramento cognitivo, stimolano la creatività; migliorano l’umore; rafforzano l’autostima; rilassano e allontanano preoccupazioni e stress.

Beh, credo proprio che non serva qualche altro buon motivo per andare ad impastare una pizza o a incominciare a fare una sciarpa all’uncinetto!

Dottoressa Lorenza Fiorilli

I segreti della voce umana

A casa, sul luogo di lavoro, al supermercato, per strada, di giorno, di sera, con il sole, con la pioggia. La usiamo continuamente, in ogni luogo e in ogni circostanza, in modo così automatico che non ci rendiamo conto della sua importanza. Di cosa sto parlando? Della nostra voce.

E’ una caratteristica peculiare di ognuno di noi: chi ce l’ha acuta, bassa, flebile, suadente, grave, roca. E’ lo strumento di comunicazione e di espressione per eccellenza, attraverso la quale diamo forma alle nostre idee, pensieri, emozioni e stati d’animo.

La moduliamo a seconda delle circostanze: abbassiamo il tono se stiamo confidando un nostro segreto ad un amico, lo alziamo se siamo arrabbiati con qualcuno, diventa più dolce se stiamo giocando con un bambino.

Il modo in cui usiamo la nostra voce è uno delle tre forme della comunicazione. Quest’ultima, infatti, viene suddivisa in comunicazione verbale che comprende quello che diciamo, cioè le parole che usiamo in un discorso; la comunicazione non verbale, ossia i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni del viso; la comunicazione paraverbale, costituita proprio dal modo in cui usiamo la voce.

Quest’ultimo aspetto incide fino al 40% sull’efficacia di un discorso, a differenza della comunicazione verbale che influisce solo per il 10%.

Essenziale, quindi, non è tanto quello che diciamo ma come lo diciamo. E’ importante modulare, a seconda delle varie circostanze, i diversi aspetti che caratterizzano la voce umana: il ritmo, che scandisce l’alternarsi del discorso e delle pause; l’intensità, ovvero il volume della voce; il tono che fa assumere ad una stessa parola significati diversi.

E’ proprio quest’ultimo aspetto che, spesso, crea incomprensioni e discussioni tra due persone. Quante volte, infatti, diciamo al nostro interlocutore: “Non mi è piaciuto il tono con il quale mi hai detto quella cosa!”

Infatti, a seconda del tono usato, la stessa frase o anche una semplice parola può assumere significati diversi, e quindi, può produrre effetti diversi su chi ascolta.

Pensiamo alla parola “basta”: detto con tono gentile ad un nostro amico, indica che non vogliamo  che aggiunga altro zucchero nel nostro caffè, mentre pronunciato con tono aggressivo indica che siamo esasperati da una situazione.

Oppure all’espressione “Che genio!”: può indicare sincera ammirazione verso una persona; detta con tono sarcastico indica un’offesa; con tono ironico rappresenta una battuta scherzosa ad un nostro amico.

Pensate che un semplice termine, formato solo da una consonante e da una vocale, “ma”, può avere cinque significati diversi a seconda del tono usato.

La voce, quindi, è un aspetto essenziale nella comunicazione di tutti i giorni, ed è anche quella caratteristica unica che rende speciale ogni persona e che ci fa anche emozionare. Quante volte, infatti, telefoniamo ad un nostro parente, fidanzato/a, amico/a, dicendogli, semplicemente: “Volevo solo sentire la tua voce!”. Oppure, pensando ad una persona che non è più con noi, ci commuoviamo pensando che non potremmo più sentirla all’altro capo del telefono?

Inoltre, la voce rimane nella nostra memoria uditiva per molto tempo ed è la prima caratteristica che ci fa subito distinguere una persona da un’altra; pensiamo, ad esempio, ai nostri attori preferiti, che riconosciamo subito dalle voci dei doppiatori.

La nostra voce, in conclusione, è una parte importante della nostra quotidianità e delle nostre relazioni sociali. Pertanto, la prossima volta che dobbiamo comunicare qualcosa ad un’altra persona, riflettiamo sull’importanza di come la usiamo e su come il nostro interlocutore possa interpretare le nostre parole: forse quando una amico si offende per una nostra frase, non è tanto per ciò che abbiamo detto, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.

                                  Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Cervello maschile e femminile: quali differenze?

Tu non mi capisci!”.Mettiti nei miei panni”. “Non mi comporterei mai come te!”.

Quante volte, durante una discussione con l’altro sesso, abbiamo pronunciato frasi simili?

Queste espressioni sono dettate solo dalla rabbia o delusione di quel momento? Beh, a giudicare dalle molteplici ricerche svolte sulle differenze tra uomo e donna sembrerebbe di no; piuttosto hanno un fondo di verità.

Donne e uomini, di fronte alle stesse situazioni, mettono in atto comportamenti diversi, talvolta opposti, rendendone difficile la comprensione da parte dell’altro sesso e creando incomprensioni e discussioni.

Le diversità che si riscontrano nell’affrontare una situazione o un problema dipendono dalle caratteristiche che distinguono il cervello. Anche se non si può parlare in modo categorico di “cervello maschile” e “cervello femminile”, esistono comunque delle differenze nel modello di organizzazione e nelle procedure di elaborazione e risposta delle informazioni provenienti dall’esterno.

Scultura a Courmayeur (Foto di Lorenza Fiorilli)

Anche dal punto di vista anatomico vengono riscontrate delle differenze: il cervello degli uomini pesa in media il 10-15% in più rispetto a quello delle donne e, pur funzionando con le stesse sostanze chimiche, queste vengono prodotte in diverse quantità.

Inoltre, nel genere maschile prevale l’emisfero sinistro, specializzato nelle funzioni razionali, analitiche e logiche; questo fa sì che gli uomini siano più portati, in genere, per i ragionamenti matematici e meccanici e riescano meglio in compiti di orientamento spaziale.

Le donne, invece, possono possedere fino al 40% di connessioni in più tra l’emisfero sinistro e quello destro, specializzato nell’intuizione, nella creatività e nella sfera emotiva. Queste connessioni sono ciò che permettono al genere femminile di fare più cose contemporaneamente. Inoltre, le donne hanno un vantaggio nelle abilità verbali.

Tali differenze anatomiche si ripercuotono sulle scelte comportamentali e sulle reazioni emotive.

Di fronte ad una decisione da prendere, le donne analizzano la situazione considerando maggiormente l’aspetto emotivo; questo perché sono più portate per la comprensione delle emozioni, dello sguardo e del comportamento non verbale. Gli uomini, al contrario, giungono ad una decisione in maniera più razionale, giudicando la situazione problematica in maniera più generale.

Diverso è anche il modo con il quale si gestisce e si cerca di risolvere un problema: la maggior parte degli uomini preferisce non parlarne apertamente e cerca di risolvere la situazione da solo. Le donne preferiscono, invece, affrontare direttamente la situazione problematica, soffermandosi in particolare sulle emozioni che crea quella situazione, e prima di giungere ad una conclusione preferiscono confrontarsi anche con altre persone a loro vicine.

Le piccole e grandi differenze tra i due sessi non si esauriscono, ovviamente, in quelle sopra citate; sarebbe impossibile elencare i risultati dei molteplici studi ed esperimenti che sono stati condotti negli anni su questo tema.

Questo mio articolo ha voluto, piuttosto, essere uno spunto di riflessione sulle divergenze tra i comportamenti messi in atto dai due sessi.

La prossima volta che vi trovate in macchina con il vostro fidanzato o marito che si ostina a non chiedere informazioni stradali o a non usare il navigatore, o, al contrario, con la vostra fidanzata o moglie che, invece, domanda a tre persone diverse quale sia il miglior tragitto per raggiungere un luogo, piuttosto che adirarvi, riflettete che sta ragionando con un cervello diverso dal vostro! E sforziamoci, in ogni situazione, di comprendere meglio il punto di vista dell’altro.

                         Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Uno straordinario giorno normale…

Quanti di noi, a fine giornata, prima che le nostre vite fossero sconvolte da questa tragedia, esclamavano: “Oggi è stato come ieri! Non è successo niente di particolare! Le solite cose!”.

Ecco, credo che in futuro sarà una frase che non ripeteremo tanto spesso, perché ognuno di noi ormai ha capito l’importanza di ogni singolo giorno, di ogni singolo minuto che trascorriamo in serenità e libertà.

A questo proposito, lascio parlare al mio posto, una metafora, che viene usata dagli psicologi per formare gruppi di lavoro.

 La lessi per la prima volta sedici anni fa, su un libro sul quale stavo preparando il mio ultimo esame universitario.  Spero che vi faccia riflettere ed emozionare.

Buona lettura.

                                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il paese dei giorni

C’era una volta il paese dei giorni. Lì abitano tutti i giorni che sono già accaduti e quelli che verranno. In questo paese abita una famiglia nobile, che ha dato i natali a tanti giorni importanti della storia dell’uomo: il giorno della scoperta del fuoco, quello della ruota, dell’America, quello della rivoluzione francese, quello della carta dei diritti dell’uomo, un altro ancora della liberazione.

Ora questa famiglia sta aspettando un nuovo giorno e c’è molta trepidazione. Tutti sperano che questo nuovo giorno diventi famoso come gli altri parenti: ma questo lo potranno sapere con certezza solo dopo alcuni anni.

Così il nuovo nato arriva sulla terra e comincia il suo giro esplorativo. E come ogni neonato è curioso, pronto a scoprire tutte le cose belle, nuove, creative che ci sono in questo giorno, unico nella storia del mondo, che non c’è mai stato prima e non ci sarà mai più. E’ affascinato da tutto ciò che vede, dalle semplici cose quotidiane che accadono in ogni famiglia. Al nuovo giorno tutto sembra meraviglioso, straordinario e non vede l’ora di poter raccontare ai suoi genitori, e a tutta la sua numerosa famiglia riunita, tutte le cose che ha visto. Arriva la notte fonda e lui sa che il suo giorno è finito e che un altro giorno sta per nascere.

Allora discretamente si allontana e torna nel paese dei giorni.

Appena arrivato a casa i genitori e i familiari riuniti gli chiedono di raccontare cosa ha fatto o visto accadere. E lui racconta di colazioni consumate in famiglia, di genitori che sia amano, di giardini con nonni e nipotini, di mamme che generano figli, di feste di compleanno, di matrimoni tra giovani amanti.

E si accorge che i genitori pongono domande strane a cui non sa bene come rispondere. Gli chiedono se si è sposato qualche re, se è stato assegnato un qualche premio nobel, se qualche sportivo ha raggiunto un nuovo record, se qualche scienziato ha scoperto qualcosa di sconvolgente e lui che ha girato per tutta la terra sa che non è successo niente di tutto questo.

Allora i fratelli e i cugini cominciano a chiedergli se è successo almeno qualche disastro ferroviario o aereo, qualche catastrofe naturale, qualche nubifragio o terremoto. Ma il nuovo giorno continua a dire no, niente di tutto questo. Tutto quello che ha fatto o visto accadere l’ha già raccontato. I genitori e tutta la famiglia sono molto delusi da questo nuovo rampollo, e temono che non verrà ricordato dalla storia dell’uomo.

Eppure il bambino sa in cuor suo che invece è stato un giorno straordinario, unico. Lui sa di avere tanti ricordi teneri, fatti di semplicità e affetto che nessuno potrà portargli via.

Finalmente, dopo un po’ di tempo, arriva la tanto attesa lettera, quella che informa sull’importanza riconosciuta dagli esperti a quel giorno. Sulla lettera vi è la prova scritta e la famiglia potrà verificare se questo figlio è degno del casato o se ne sarà il disonore.

Sono tutti riuniti e con molta trepidazione aprono lentamente la busta per leggere velocemente che il giorno del loro ultimo nato è stato eletto “giorno della pace universale”.

Il fatto che in quel giorno non fosse successo niente di particolare, nessun grande avvenimento, e soprattutto nessuna disgrazia, lo aveva reso davvero straordinario.

(Brano tratto da “I porcospini di Schopenhauer”, di Consuelo Casula. Edizioni Franco Angeli).

Da oggi la nuova rubrica “Emozioni in Foto”

Da oggi, la rivista EmozionAmici inaugura una nuova rubrica, “Emozioni in Foto”, in cui troverete gli scatti di Lorenza Fiorilli, Psicologa con l’hobby della fotografia, che i lettori conoscono già per sua la rubrica di Psicologia.

Se volete seguirla anche su Instagram, potete trovarla sull’account fiolor79.

Oggi, uno scatto che riesce a riassumere la situazione attuale: una margherita, sbocciata nel giardino di casa, in questa primavera sospesa, intrappolata, dall’estro della nostra fotografa, da uno scheletro di foglia.

(Tutte le foto pubblicate sono coperte da copyright)

Il potere della mente

Alzi la mano chi, nel corso della sua vita, non ha mai sognato ad occhi aperti, non ha mai fantasticato, specialmente da giovane, sul proprio futuro o su una situazione che desiderava che accadesse.

Ecco, la buona notizia è che quello che immaginiamo nella nostra mente può realmente concretizzarsi. In che modo? Grazie alla tecnica della visualizzazione creativa.

Il grande Walt Disney che ha fatto, e che fa tuttora, sognare, ridere, piangere, emozionare il mondo intero grazie ai suoi personaggi diceva: “If you can dream it, you can do it”, ovvero “Se puoi sognarlo, puoi farlo”, frase che mi trova pienamente d’accordo.

Io, però, la riformulerei così: “Se puoi visualizzarlo nella tua mente, accadrà veramente”. Si, perché c’è una differenza tra il sognare ad occhi aperti e la visualizzazione creativa: nel primo ci si immagina come spettatori di una situazione come se si vedesse un film, nel secondo caso, ovvero nella visualizzazione, chi immagina, sperimenta quella situazione, quell’evento in prima persona, cercando di percepirla il più reale possibile. In questa tecnica si visualizza nella mente la situazione che vorremmo si realizzasse nei minimi particolari, facendo attenzione ad attivare anche tutti i nostri sensi: olfatto, udito e tatto.

Faccio un esempio: un atleta che deve correre una gara dei cento metri, visualizzerà nella sua mente il momento in cui si trova ai blocchi di partenza, percepirà la consistenza della terra battuta con i polpastrelli, udirà lo sparo che segna l’inizio della gara, sentirà i muscoli delle gambe che lavorano, l’odore acro del sudore, l’aria calda che gli accarezza la pelle, e alla fine vedrà il traguardo e lo taglierà per primo.

Nel sogno ad occhi aperti, invece, avrebbe immaginato solamente il momento della vittoria come se, in realtà, non fosse lui il protagonista della situazione.

Questa tecnica può essere messa in atto in diversi ambiti e con molteplici scopi: per attuare un cambiamento comportamentale, per rafforzare la propria autostima, per superare momenti di difficoltà, per migliorare il proprio benessere fisico e psichico, per migliorare la qualità della vita.

La creazione di un’immagine mentale simile alla situazione reale fa sì che la mente reagisca come se si trovasse di fronte alla realtà: possiamo, in un certo senso, “ingannare” la nostra mente.

Quest’ultima, infatti, lavora per immagini; ciò significa, ad esempio, che se ascoltiamo pronunciare la parla “sedia”, noi visualizziamo in automatico, nella nostra mente, l’immagine di una sedia.

La visualizzazione mentale produce gli stessi effetti fisiologici della situazione reale: immaginare di vincere una gara di cento metri produce la stessa euforia ed emozione del vincerla realmente.

Quindi quando stiamo attraversando una situazione difficile, quando stiamo vivendo un momento di difficoltà o di dolore, quando ci sembra di non trovare vie di uscita, rechiamoci in un posto dove possiamo stare soli, magari la sera prima di addormentarci, cerchiamo di rilassarci, e cominciamo a visualizzare la situazione che vorremmo accadesse; dimentichiamo un presente difficile e creiamo ognuno la nostra realtà.  Se non riuscite le prime volte, non scoraggiatevi: l’immagine va visualizzata più volte in uno stesso giorno e per un periodo di tempo prolungato.

Tornando a Walt Disney, la frase che più mi emozionava da piccola era cantata da Cenerentola: “Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà..”.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

L’importanza della libertà e la forza della gratitudine

In questo periodo così delicato per tutti noi, in questi giorni in cui viviamo sospesi in un limbo e nei quali ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a qualche buona notizia, a causa di questa epidemia che sta destabilizzando il mondo, ho riflettuto sul fatto che la maggior parte delle persone non si rende conto di quello che ha fino a quando sta per perderlo.

Sto parlando della libertà.

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Solo fino a qualche settimana fa sembrava normale, se non perfino banale, alzarci dal letto la mattina, andare a bere un caffè al bar insieme ad un collega o ad un amico, accompagnare i propri figli a scuola e poi recarsi al lavoro. E nel pomeriggio chi andava in palestra, chi alla partita di calcetto, chi a prendere un aperitivo e chi, semplicemente, a trovare un amico a casa.

A volte consideravamo una noiosa routine andare a fare la spesa, portare il cane a fare una passeggiata, accompagnare i figli al corso a scuola o in piscina.

Appena potevamo, prenotavamo un biglietto aereo o ferroviario, una camera in albergo e dei ticket on line per un museo. Nei weekend chi andava a vedere l’ultimo film di quel famoso regista, chi la mostra del suo pittore preferito, chi una commedia a teatro, chi allo stadio a tifare la sua squadra del cuore.

Ora questa noiosa, stupida, banale libertà ci è stata in parte tolta, ad alcuni in modo più pesante, ad altri in modo più lieve.

Sono convinta che ogni dolore, avversità, ogni limitazione, delusione, serva a qualcosa.

E’ vero che da ogni cosa che accade nella vita bisogna saper prendere il meglio, bisogna volgerlo a nostro favore.

E da questa situazione cosa impareremo?

Impareremo ad amare e apprezzare la nostra libertà; impareremo a non dare più nulla per scontato, neanche una semplice passeggiata, neanche un abbraccio, neanche la cosa che sembra la più semplice e banale; impareremo a provare gratitudine per tutto ciò che abbiamo. Si, gratitudine, sentimento che in pochi sperimentano al giorno d’oggi.

Saremo grati per ogni singolo gesto, per ogni noiosa, stupida e banale azione che potremo svolgere in piena libertà.

I colleghi ci sembreranno più simpatici, i professori meno severi, i treni più comodi, il verde degli alberi più verde, il caffè del bar più cremoso.

Saremo grati alla vita per la vita stessa.

                          Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Crudeltà? No, grazie

 

Quante volte, ormai sempre più spesso, sentiamo o leggiamo notizie sulla crudeltà umana? Uomini che usano violenza sulle compagne, adolescenti che picchiano a sangue un senzatetto, persone che maltrattano e seviziano gli animali.

Ma perché succede tutto questo? Da cosa derivano i comportamenti violenti? Ci sono delle cause scatenanti?

Sull’origine dei comportamenti violenti sono state e vengono continuamente condotte numerose ricerche da parte di psichiatri, psicologi e criminologi. Tra questi lo psichiatra e criminologo Adrian Raine, che ha concentrato i suoi studi sulle basi biologiche e anatomiche della violenza, ha dimostrato che un cattivo funzionamento del cervello può aumentare la probabilità di mettere in atto comportamenti violenti; in particolare il distacco tra corteccia frontale e sistema limbico: ciò renderebbe l’individuo incapace di controllo e incapace di provare empatia.

Foto di Lorenza Fiorilli

E proprio di quest’ultimo concetto si è occupato lo psicologo britannico Simon Baron Cohen secondo il quale proprio l’assenza di empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri (sulla quale ho dedicato un mio precedente articolo che potete trovare su https://www.emozionamici.it/2018/04/11/empatia-questa-sconosciuta/ ),  sarebbe la spiegazione scientifica della cattiveria. Ovviamente, come sottolinea lo stesso Cohen, la sola mancanza di empatia non basta a giustificare un comportamento violento, ma sarebbe impossibile procurare volontariamente sofferenza ad un altro essere vivente se si provasse empatia.

Perché ho appena citato, volontariamente, essere vivente e non “persona” o “essere umano”? Perché la violenza si mette in atto anche verso gli animali; anzi, svariati studi realizzati negli Stati Uniti hanno dimostrato che la crudeltà contro gli animali è uno dei fattori predittivi di futuri comportamenti violenti verso altri esseri umani. Il risultato di numerose ricerche hanno mostrato che ragazzi che avevano ammesso di aver inflitto violenze contro gli animali, in seguito hanno commesso atti di delinquenza gravi quali furti o aggressioni. Ma non solo: gli adulti crudeli verso gli animali spesso sono gli stessi che picchiano la propria compagna, i propri figli o le persone più deboli. Una ricerca condotta su tale correlazione ha mostrato che quando un individuo di sesso maschile ha già minacciato di violenza il proprio animale domestico, quintuplica il rischio che la partner diventi anch’essa una vittima di violenza.

Ma che vissuto hanno le persone crudeli? In quale ambiente sono cresciute?

Un bambino cresciuto in un ambiente arido, ostile e di deprivazione affettiva avrà maggiori possibilità di diventare violento. Il famoso psicologo americano John Bowlby ha dedicato la sua vita allo studio delle cure nella prima infanzia concentrando le sue ricerche sul rapporto madre-bambino e su come questo possa influire sullo sviluppo di una personalità sana o disturbata, sviluppando la sua famosa “Teoria dell’attaccamento”; egli ha dimostrato, tra le altre cose, che l’attaccamento è uno degli elementi chiave nella formazione dell’empatia e che il comportamento antisociale si ha più frequentemente nei bambini che non hanno formato relazioni affettive stabili. Essenziale, quindi, è l’ambiente in cui cresce il bambino: se osserva altri comportarsi in modo crudele, svilupperà la consapevolezza che sia una cosa lecita e naturale. Un bambino educato alla violenza può subire quella che può essere denominata “dipendenza dal male”.

Concludendo, la violenza e la crudeltà, possono avere sia origini biologiche che ambientali, ma se si educasse al rispetto, all’amore, all’empatia verso ogni essere vivente, se ognuno si sforzasse di mettersi nei panni dell’altro, se quando si parla con un amico, con un conoscente, lo si guardasse negli occhi e lo si ascoltasse veramente, se i genitori facessero capire ai propri figli quando stanno mettendo in atto un comportamento violento o comunque poco rispettoso verso un animale o verso un coetaneo, forse si riuscirebbero a far diminuire atti crudeli e spietati.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

 

 

La magia di Settembre

 

Per me il nuovo anno non è mai iniziato il 1° Gennaio ma il 1° Settembre.

Forse perché in ogni fase della mia vita è sempre coinciso con qualcosa di nuovo da fare (che personalmente ha riguardato in particolar modo gli studi): è il mese in cui incominciava il nuovo anno scolastico e quindi c’era il diario da scegliere, i libri che profumavano di nuovo, l’aspettativa e la “paura” nei confronti dei nuovi insegnanti; poi è arrivata l’università con il nuovo anno accademico e i gli esami da sostenere; dopo ancora le prove da affrontare per diventare psicologa.

Foto di Lorenza Fiorilli

E’ sempre stato il mese in cui, da bambina e da adolescente, fantasticavo sul mio futuro e sui sogni che avrei voluto realizzare; e anche ora, che ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissata, Settembre mi dà sempre quella carica, quell’ottimismo e, a volte, quella sana incoscienza di incominciare nuovi progetti e affrontare nuove sfide.

Ma è cosi solo per me? Certo che no.

Settembre per molti è il mese di una “rinascita”, di un nuovo inizio: chi comincia (o ricomincia) ad andare in palestra; chi vive insieme ai propri figli la novità di iniziare un nuovo ciclo scolastico; chi, dopo le ferie, magari cambia ufficio o mansioni, o chi, semplicemente, ricomincia la propria routine quotidiana ma la affronta in modo nuovo. Perché non c’è bisogno di stravolgere la propria vita o di porsi obiettivi inarrivabili; basta guardare alle cose che già si hanno in modo nuovo, con più gratitudine e con meno atteggiamento critico. Il “nuovo inizio” non deve coincidere per forza con un cambio di lavoro, di città, di sport da praticare, ma può essere anche semplicemente interiore.

Se avete un obiettivo da voler realizzare, piccolo o grande che sia, o qualcosa che non avete mai osato mettere in pratica, per paura di non farcela o del giudizio altrui, questo è il mese giusto per farlo. Le cose nuove possono far paura, ma se affrontate con lo spirito giusto possono essere fonte di grandi soddisfazioni.

 

Sarà per il cielo così terso che ho l’impressione che sia più blu rispetto agli altri mesi, tanto che alcune volte mi incanto a guardarlo; sarà per quel mare cristallino e che luccica come se ci fossero migliaia di diamanti sparsi; sarà per quell’aria né calda né fredda, ma Settembre è il mese in cui anche l’impossibile mi sembra possibile…

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

I segreti della memoria olfattiva

La pianta di mentuccia che la mia bisnonna materna, nonna Rosa, mi invitava sempre ad odorare perché a lei piaceva molto; il profumo di quei piccoli fiorellini rosa che andavo a raccogliere nel giardino di casa e che donavo a mia madre per farmi perdonare quando da piccola la facevo arrabbiare; quel misto di odori che c’era nel bagno appena mio padre si radeva la barba; la fragranza della torta di mele appena sfornata da mia nonna Anna..

Questi sono solo alcuni dei bei ricordi olfattivi legati alla mia infanzia e che non dimenticherò mai.

Foto di Lorenza Fiorilli

I ricordi, però, possono essere legati anche ad esperienze spiacevoli o dolorose, come quel misto di odori sgradevoli e pungenti che c’era nella clinica veterinaria dove qualche hanno fa ho dovuto far ricoverare una dei tanti gatti che ho amato e accudito nella mia vita, e che purtroppo non ce l’ha fatta..

Alcune volte mi sembra di averli ancora nelle narici, come fosse ieri; chiudendo gli occhi è come se quei fiorellini o quella torta fossero qui, davanti a me.

Ma come facciamo a ricordare così bene un odore, un profumo, un aroma, un’essenza anche se sono passati molti anni? Tutto ciò è possibile perché, a differenza dei ricordi visivi o uditivi che affievoliscono con il passare del tempo, quelli olfattivi non hanno questa caratteristica; al contrario, sono proprio i ricordi più antichi i più facili da essere riattivati.

Inoltre, gli stimoli olfattivi non vengono memorizzati e archiviati nel nostro cervello come dei semplici stimoli, ma sono legati al contesto in cui abbiamo sentito quell’odore; ecco, quindi, che appena ci torna alla memoria o risentiamo inavvertitamente, magari camminando per strada, un particolare profumo, ci rituffiamo nel passato e insieme a quel ricordo olfattivo ci ritorna alla mente quel luogo, quella persona, quella situazione e insieme ad esso riproviamo le stesse sensazioni ed emozioni di tanti anni fa, siano essi piacevoli o spiacevoli.

Un’altra caratteristica dei ricordi olfattivi è quella di non essere cosciente, ovvero il recupero nella nostra memoria si verifica in maniera inconsapevole. Questo avviene perché gli odori entrano nella cavità nasale dove alcune cellule specializzate trasmettono i segnali al bulbo olfattivo che si trova nel cervello; i neuroni che trasmettono gli odori dal naso al bulbo olfattivo hanno strette connessioni con il sistema limbico che può essere considerato “la sede delle emozioni”; odori ed emozioni, quindi, sono legate tra loro.

Ognuno di noi conserva gelosamente, nel naso e nel cuore, dei particolari odori.

E i vostri quali sono?

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa