Alessandra Fiorilli è il Direttore Responsabile, Proprietario ed Editore della rivista online "EmozionAmici" pubblicata anche sull'omonima pagina Facebook. Laureata in Scienze Politiche, Giornalista iscritta all'Albo dell'Ordine Nazionale, è anche Scrittrice (12 le opere pubblicate tra romanzi, raccolte di racconti e reportage), ed Autrice Teatrale iscritta alla S.I.A.E. (ha scritto e rappresentato 14 sue opere). Dal 2008 al 2017 ha rivestito la carica di Direttore Responsabile del periodico "BCC Nettuno Informa". Dal 2008 è titolare, insieme alla sorella, Psicologa, del Centro di Tutoring Scolastico e Professionale "Atena". Nello stesso anno fonda anche anche l'Associazione Culturale "Araba Fenice", rivestendone la carica di Presidente. Nel settembre 2018 ha superato l'esame del Corso in Teatroterapia organizzato dall'Artedo Srl, ente accreditato dal MIUR ed e specializzato nel campo delle Artiterapie. Nel Gennaio 2019 ha superato brillantemente il Corso di Formazione Tutor DSA organizzato dall'Istituto Galton, Ente accreditato dal MIUR e che opera nel campo dell'editoria, della formazione e della ricerca scientifica su tematiche inerenti la psicologia e le neuroscienze. Nel Febbraio 2019 ha superato il Corso di Formazione ADHD- Valutazione-Diagnosi-Trattamento organizzato dall'Istituto Galton. Sempre nel febbraio 2019 ha superato due Corsi di Formazione "Didattica Metacognitiva e strategie di studio" e "Le Intelligenze Multiple" presso il Centro Studi Erickson
Confesso questo alla nonna, che nel frattempo si è messa a sedere proprio di fronte a me.
“Sono curiosa di sapere cosa ti ha scritto il nonno” risponde la nonna con un tono di voce che sa tanto di malinconia.
Malinconia per quell’uomo che ha tanto amato, nostalgia di quei giorni in cui tornavo da scuola di corsa per abbracciarla, mentre lei mi aspettava sull’uscio di casa.
“Se vuoi nonna, ti posso dire le ultime righe della lettera, sai..le ho lette tante di quelle volte che le ho imparate a memoria.” rispondo con un tono di voce dolce ma indebolito da quel piccolo dolore provato nel vedere la nonna così triste.
“Bene, le parole con le quali il nonno chiuse le lettere sono proprio queste: E ricorda, non tradire mai i tuoi sogni, nonostante qualcuno ti proponga in cambio un sacchetto d’oro, non tradire le persone, non tradire la fiducia di chi conta su di te, ma soprattutto non tradire te stessa, nonostante gli altri siano pronti ad adularti e a dirti cose che non pensano realmente”.
Pronuncio queste parole con un nodo in gola mentre la nonna rimane per un istante, che a me sembra lunghissimo, in silenzio, in attesa che qualcosa avvenga.
Io rimetto in ordine tutte le lettere ingiallite, tutti i quadratini smangiati di carta a quadretti, in quella vecchia scatola di latta e dato che la malinconia si sta facendo troppo forte, la nonna si trasforma nella signora Mila.
Ci sono legami che vanno oltre: oltre il fatto di avere lo stesso sangue, di essere figli, nipoti di chi ha fondato un’attività di successo.
Ci sono legami impastati di passione, di amore per il proprio lavoro, di voglia di dare il massimo perché, anche se non porti lo stesso cognome del capostipite e non fai parte della sua famiglia, senti tuo quel posto, e avverti quel dovere morale di continuare a seguire le orme di chi non c’è più e ha amato la sua attività, rendendola famosa in tutto il mondo.
E’ questa la storia che andrò a raccontare: la storia della Ditta Giovanni Scaturchio, nome noto della pasticceria napoletana, il cui marchio nel 1996 è stato acquistatoda nuovi proprietari, due imprenditori napoletani, nonché sorella e fratello, i quali, rilevando il brand, hanno consentito alla storica pasticceria di poter continuare lungo la strada iniziata, nel 1905, da Giovanni Scaturchio.
Una singolare prospettiva dell’ingresso della sede storica della Ditta Giovanni Scaturchio, in Piazza San Domenico Maggiore (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
Con questa scelta hanno pertanto permesso di far rimanere nelle mani di napoletani il famoso marchio di una delle pasticcerie storiche, nonché di far continuare il lavoro del laboratorio come quando c’era la famiglia Scaturchio alla guida.
Non solo, ma i nuovi proprietari del marchio hanno anche aperto quattro nuovi punti vendita : al San Carlo, a Piazza Amedeo, al Vomero e “Casa Scaturchio”, una raffinata Sala da thè situata al piano nobile del Palazzo di Piazza San Domenico Maggiore, dove è ubicata la sede storica.
La vetrina del punto vendita al Vomero (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
A condurci per mano lungo i sentieri della storia degli Scaturchio sarà Giacomo Cautiello, Direttore del laboratorio pasticceria.
“Nonostante non ci sia nessuno che in ditta porti il cognome del fondatore Giovanni, posso affermare, con grande orgoglio, che l’80% di chi presta qui la sua opera è figlio o nipote di coloro che hanno avuto il pregio e l’onore non solo di conoscere ma di lavorare con Giovanni, prima, e con il figlio Mario, poi. Anche mio padre è stato uno dei vecchi dipendenti di Scaturchio, e non è un caso che la mia passione per la pasticceria sia nata proprio in questo laboratorio, nel quale andavo a trovare spesso mio padre che qui ha lavorato dal 1957 sino al giorno della pensione. Di quelle “visite” ricordo soprattutto i tipici odori che si respiravano specialmente a Natale. Subito dopo aver conseguito il diploma di ragioneria, nel 1980, non ha avuto dubbi: sarei andato a lavorare per la famiglia Scaturchio. Ho iniziato dal basso e ho fatto di tutto e oggi, con orgoglio, dirigo il laboratorio della pasticceria. Sono innamorato di questo mestiere e sono molto severo: se un prodotto non è perfetto non lo faccio uscire”.
La giornata di Giacomo inizia alle quattro e mezza della mattina per finire alle sette e mezza di sera, tutti i giorni della settimana, escluso il martedì “Quando i pasticceri di Napoli si riposano”.
Il laboratorio è ubicato nella sede storica di Piazza San Domenico Maggiore: “Ed è frutto dell’ingegno di Mario Scaturchio, uomo lungimirante e capace, il quale disegnò da solo tutto il laboratorio e che fece della pasticceria di famiglia una ditta all’avanguardia”.
Quando Giacomo parla di Mario lo fa ancora con riverenza e affetto: “Mario era un grande uomo, rispettoso e rispettato, e parlando delle altre pasticcerie di Napoli, amava ripetere che il sole deve nascere per tutti“
E sono proprio i passaggi della lavorazione dolciaria e che Mario segnava scrupolosamente, ad essere seguiti ancora oggi :“La bagna del babà è quella originale di 90 anni fa, e, nonostante arrivino rappresentanti per proporci nuovi prodotti, noi siamo ligi a quello che è la nostra tradizione”.
Il Babà classico in versione torta (foto per gentile concessione della Ditta Scaturchio)
Tutto ancora artigianale nella pasticceria Scaturchio, dove: “Le macchine sono usate pochissime e solo poter aiutare a stendere la pasta”, dichiara Giacomo, il quale svela il segreto del successo mondiale del marchio: “Noi della pasticceria Scaturchio vogliamo offrire ai nostri clienti non semplicemente qualcosa di zuccherato, ma un sapore che deve inebriare e sciogliersi in bocca. Prima di chiederci cosa vogliono gli altri, ci chiediamo cosa vorremmo mangiare noi”
Un’altra versione della Torta Babà (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
L’offerta della pasticceria Scaturchio è ampia, ma il pezzo forte è indubbiamente la classica pasticceria napoletana: “Il babà, la sfogliatella, di cui ne vendiamo anche 3000 al giorno, e la cassatine napoletane che sono diverse da quelle siciliane, perché non usiamo solo la ricotta di pecora, ma anche quella di latte vaccino”.
La regina della pasticceria napoletana: la sfogliatella (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)La cassata (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
E’ nel famosissimo Ministeriale, medaglione di cioccolato fondente con un cuore di crema leggermente liquorosa, che la storia di una famiglia e di un marchio si fonde con la magia e il fascino del segreto di una ricetta. Come sia nato questo superbo cioccolatino, la cui ricetta è stata brevettata e ancora oggi è nota solo a tre persone, Giacomo Cautiello, il proprietario del marchio Scaturchio e il pasticciere che materialmente li crea, ce lo racconta lo stesso Giacomo: “Giovanni Scaturchio aveva tre figli: Pasquale, Mario e Francesco , ottimo pasticcere e grande viveur che amava frequentare i tabarin e proprio in uno di questi, s’invaghì di una ballerina, Anna, e pensando a lei creò questo cioccolatino che tanto le somigliava, perché aveva un cuore dolce e morbido e fuori era croccante.”
Il famoso “Ministeriale” (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
Chiedo a Giacomo perché questa deliziosa creazione abbia preso il nome di Ministeriale: “Poiché il re veniva spesso a Napoli nel Palazzo Reale e Francesco pensò bene di volere far assaggiare questa sua creazione al sovrano,sulla cui tavola arrivo questo medaglione di cioccolato, ma solo dopo essere passato, per i necessari controlli, di ministero in ministero: di qui il nome di Ministeriale”.
Una delle confezioni dei Ministeriali (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
Il nome di Scaturchio è, dal 1993, legato strettamente anche ad un altro capolavoro dell’arte dolciaria:la Torta Babà a forma di Vesuvio:“In quell’anno si tenne il G7 a Napoli e Mario Scaturchio,insieme all’ingegno dell’insigne architetto Fabrizio Mangoni, misero a punto un dolce che celebrasse il simbolo di Napoli, il Vesuvio appunto, attraverso l’inventiva e la maestria degli Scaturchio, e nacque così la Torta Babà. Quando fu portato al G7, i giapponesi, prima di mangiarlo, scattarono non so quante foto a quella che era un dolce ma soprattutto un’opera d’arte”, opera che si può ammirare nella vetrina nella sede storica degli Scaturchio, in Piazza San Domenico Maggiore.
Il famoso Babà-Vesuvio, questo in monoporzione (foto per gentile concessione della Ditta Giovanni Scaturchio)
“Il babà- Vesuvio lo produciamo sia in monoporzione che nel formato da 6 chili per 150-200 persone”.
Questa la storia della ditta Giovanni Scaturchio, dove ogni giorno nel laboratorio si impastano non solo ingredienti ma passione, amore, tradizione, fedeltà a quell’ idea che nacque nel 1905 grazie a Giovanni, che fu consolidata dal figlio Mario e che ora è portata avanti ed onorata da chi, pur non portando il cognome Scaturchio, fa parte a pieno titolo della famiglia , come ci conferma Giacomo con questo suo ricordo personale: “Mia madre indossa ancora lo scialle che le fu regalato dalla moglie di Giovanni Scaturchio e mio padre , che come ho già detto ha lavorato per decenni nel laboratorio della pasticceria, ancora oggi, quando gli faccio assaggiare i nostri prodotti, mi fa notare se qualcosa non è perfettamente conforme al marchio Scaturchio”.
Il segreto di un successo mondiale: “I nostri prodotto sono spediti in tutto il mondo con i famosi ruoti”, come ci dice Giacomo Cautiello, è nell’equilibrio tra passato e presente, e in quelle tradizioni che, pur affondando le radici nel secolo scorso, guardano sempre al futuro.
Mi dice questo la nonna, mentre è intenta a passare nella pastella morbida e filante i filetti di alice perfettamente diliscati.
“Che cosa conservi, nonna?”
“Le tue lettere, e ogni tuo scritto, compresi quei foglietti di carta stropicciata che tu amavi tanto mettermi di nascosto nelle tasche del mio grembiule da lavoro”.
“Davvero, nonna? E dove sono, sono curiosa di vederle anch’io, quasi me ne ero dimenticata!”
Sono in trepida attesa nell’istante stesso in cui la nonna apre un cassetto della vecchia credenza in noce.
Eccole, sì, le riconosco, sono proprie loro, sono le mie letterine scritte in occasione del Natale, di un compleanno, di un onomastico, sono quei minuscoli quadratini di carta a quadretti, strappata via da qualche quaderno di scuola e sui quali amavo disegnare un cuore con sotto scritto, semplicemente, “TI VOGLIO BENE”.
La nonna toglie il coperchio a quelle scatole di latta di biscotti inglesi, portati da quella vecchia zia che si era trasferita a Londra, e tutto ciò che è passato, sembra diventare vivo, palpitante.
Mi metto a frugare tra vecchie lettere ingiallite tra le quali, spuntano, però, anche quelle più recenti, quelle che ho scritto alla nonna da Chicago nell’anno appena trascorso.
“Nonna, sappi che per me è stato difficile scriverle, sai noi ragazzi non siamo più abituati a usare carta e penna, per noi un messaggio sul computer va più che bene”.
“Lo so, lo so, Ludovica ma vedi le lettere le puoi conservare, le puoi rileggere quando hai nostalgia di una persona, assaporandone anche la grafia” dice la nonna, mentre un velo di lacrime appanna i suoi bellissimi occhi verdi.
“Sai, nonna ti devo confessare una cosa: conservo ancora tra le mie cose più preziose una lettera che il nonno mi fece trovare sopra il cuscino il primo giorno di scuola alle elementari. L’ho letta, specie dopo la sua morte, tante di quelle volte che la carta è diventata fine, quasi trasparente. Leggo quelle parole perché riesco a trovarci dentro la forza di cui spesso ho bisogno, quando, nelle sere lontana da te, mi affaccio dalla mia camera e non vedo i nostri alberi ma solo una selva di grattacieli. E quanto mi piacerebbe riuscire a poter scrivere come ha fatto quel giorno il nonno”.
La scarpina si asciugò le lacrime e avvicinandosi allo scarpone lo abbracciò dicendo:
“Anch’io non mi sono comportata bene con te, scarpone, ti ho sempre giudicato rozzo e senza cuore, capace solo di lavorare. Invece sei sensibile e la tua opera è stata importante non solo per questa famiglia ma anche per tutti coloro i quali hanno potuto assaporare i frutti di quella terra che hai lavorato con il tuo padrone”.
Lo scarpone si commosse e alla fine lo feci anch’io.
Quella notte stessa mi alzai per andare a bere un bicchiere d’acqua e incuriosita andai ad aprire l’armadio a muro dove il pomeriggio scarpone e scarpina si erano messi a battibeccare.
Ebbene, signora Pila, non ci crederà, ma con mia grande sorpresa, stavano dormendo abbracciati e alla scarpina non interessava più se lo scarpone, di tanto in tanto, poteva rigargli, con la pesante suola, il suo prezioso tacco e la pelle lucida sulla quale erano state cucite le perline.
Quanto è grande la capacità delle parole e la volontà di chiarire una situazione!”
“Verità per verità- disse la scarpina- se tu hai aiutato il tuo padrone a mandare avanti la famiglia io, quella stessa famiglia di cui vai parlando, ho contribuito a crearla”.
Lo scarpone, incuriosito, le chiese di raccontargli la storia.
“Ecco, vedi, io sono la scarpina che la signora qui davanti a noi ha indossato al ballo del paese. Oh, la ricordo ancora chiaramente com’era bella, con quel vestito a fiori bianchi e gialli, i capelli raccolti e due orecchini di perle ed io ai piedi. Era la più bella di tutte e i ragazzi presenti al ballo fecero a gara per invitarla. Ma lei no, lei aspettava l’uomo che l’avrebbe fatto battere il cuore forte forte. E lui arrivò, non era il più bello, né il più simpatico, ma era lui, e la signora lo riconobbe subito perché le sembrò di conoscerlo da sempre. Ballarono per tutta la serata e poi, accompagnandola a casa, le fece i complimenti per come aveva ballato e lei rispose che era stato tutto merito delle scarpine che indossava, avvolgenti comode, morbide e leggere. Quindi, come vedi, caro scarpone, non sono stata poi così tanto inutile nella mia vita”.
Lo scarpone si asciugò le lacrime e chiedendole scusa per il suo atteggiamento, le disse queste parole:
“Io, vedendoti così, credevo che non ero servita proprio a nulla e mi sono chiesto tante volte perché eri stata conservata insieme a me, a me che ho lavorato anche quattordici ore di seguito in campagna. La mia vita è stata dura, eppure non rimpiango nulla perché sono fiero di quello che sono riuscito a fare. Quante zolle di terra ho calpestato, quanti chilometri ho marciato, giù e su, su e giù per il podere e solo per aiutare il mio padrone a portare a casa ceste e ceste di prelibata frutta e verdura che poi venivano anche vendute al mercato. La mia vita è stata faticosa e forse la stanchezza mi ha fatto diventare insensibile, incapace di vedere di là delle apparenze. Ti ho giudicato, scarpina, vuota e senza valori solo perché non avevi sotto la suola la terra di campagna invece, anche tu sei stata importante per la vita di questa famiglia . Ti chiedo scusa”.
“Si può sapere cosa mai è successo? Perché adesso, dopo aver trascorso in quest’armadio a muro tanti anni vicini, vi siete messi a bisticciare?” chiesi io e la scarpina mi rispose così.
“E’ impensabile che una scarpina di classe come me debba stare vicino a questo scarpone incrostato di terra che ogni volta che si muove mi dà dei calci che mi rigano tutto il tacco!”
E così dicendo mi mostra delle rigature sottili che in realtà la volta precedente non c’erano.
“Scarpone, un po’ d’attenzione, non essere così rude, te ne prego”, dissi io.
Lo scarpone con il suo vocione grosso cominciò a lagnarsi della scarpina, della sua fanaticheria e confessò che non la sopportava più, ecco perché di notte le lanciava dei calci.
“Signora Mila- disse lo scarpone- non trovo giusto che uno come me, che si è fatto in quattro per aiutare a mandare avanti una famiglia debba essere, in vecchiaia, trattato così da questa scarpina sciocca e senza valori!”
La scarpina si risentì non poco di quest’osservazione e rispose a tono.
“Io non sono per niente sciocca e senza valori….”
E così dicendo cominciò a piagnucolare sempre più forte.
“Buongiorno” le dico queste parole mentre l’abbraccio cingendole la vita.
Lei mi risponde ma la sua voce è rotta dal pianto.
“Che cosa hai nonna? E’ successo qualcosa?” le chiedo preoccupata.
“Niente, piccola, stavo solo pensando al nonno” mi risponde con un filo di voce.
“Anch’io stavo pensando a lui, proprio qualche minuto fa, ma ho dovuto ributtare indietro la sua immagine perché altrimenti avrei pianto per chissà quanto tempo”.
La nonna sembra sollevata da questa mia confessione e mi dice:
“E’ normale pensare, nei giorni di festa a chi ci ha lasciato, però tra qualche ora, come di consueto, arriverà il signor Luigi con la cassetta di pesce, non rattristiamoci più!”
Capisco da questa frase che la nonna si sta per trasformare, come per magia, nella signora Mila e allora mi accomodo sulla sedia dondolo mentre lei comincia a parlare così.
“Signora Pila, non può neanche immaginare quello che mi è successo qualche giorno fa, mentre stavo sistemando l’armadio a muro. Volevo mettere un po’ d’ordine tra quelle scarpe vecchie che non riesco però mai a buttare, perché sono troppo piene di ricordi, quand’ecco che all’improvviso, sento una voce stridula che dice queste parole:
“Ma guarda cosa devo sopportare, io, una scarpina da ballo, delicata, ornata di perline…ma guardi dove va, brutto scarpone che non è altro!”.
Allorché un vocione cupo rispose così:
“Io sarò anche un vecchio scarpone, ma ho permesso al mio padrone di vangare, di zappare, di coltivare ogni tipo di piante e di raccogliere tanti frutti. Vede queste incrostazioni di terra? Non vanno più via, ma sono fiero di ciò, perché rappresentano il grande valore del lavoro, mentre lei, signora scarpina, cosa ha fatto di così importante di cui andare fiera?”.
La scarpina perse la pazienza e cominciò a dire frasi su frasi incomprensibili perché la sua voce, a furia di urlare, era diventata stridula.
“Un po’ di silenzio e di rispetto per me che sono costretta a sopportare il vostro bisticcio!”
Dissi io allo scarpone e alla scarpina che si era calmata.
Tra due giorni è Natale, e non posso proprio fare a meno di pensare al nonno…oh, lo ricordo come se fosse ieri quando, terminati i lavori in campagna, d’estate, portava addosso l’odore dei pomodori appena colti oppure d’inverno, quando il suo ingresso in casa, dove la nonna ed io lo attendevamo trepidanti, faceva entrare con sé anche l’aria fredda di questa collina.
Il 23 dicembre…se penso all’ultimo 23 dicembre trascorso con il nonno, mi viene quasi da piangere…potrei anche farlo, tanto sono ancora a letto e la nonna non mi viene a svegliare quindi potrei bagnare di lacrime queste candide lenzuola che sanno ancora di bucato, ma la nostalgia sarebbe troppo forte e diventerebbe impossibile mandarla via.
No, ho deciso, non piangerò, non oggi, perché oggi è il 23 dicembre e come ogni antivigilia che si rispetti, il signor Luigi ci porterà il pesce che la nonna preparerà per il cenone di domani.
Il signor Luigi è un tipo un po’ buffo, lo ricordo sempre vestito da marinaio, anche quando andava nel bosco a spaccare la legna.
Lui era nato in un paese, dove l’odore della salsedine riempiva le case, dove il rumore della risacca cantava la più bella ninna-nanna ai bambini e quando si trasferì qui, portò con sé anche una grande nostalgia di quei luoghi, ecco perché il suo abbigliamento preferito ricorda quello di un vecchio marinaio.
Continua ad avere attraccato al porticciolo della sua città, una barca bianca e blu che porta il nome di GINETTA, ma ormai, dato l’età e gli acciacchi, va a trovarla sempre meno.
Ecco perché il 23 dicembre, e sono anni ormai, il signor Luigi ci porta dell’ottimo pesce che i suoi amici marinai, quelli veri, quelli che escono alle due di notte con la propria imbarcazione, provvedono a pescare.
“Sono io, sono la foglia di collina, sto nel tuo libro di favole. Sono anni che mi conservi tra sue pagine, da quel giorno che mi raccogliesti durante la passeggiata nel bosco.”
“Ma certo, foglia rossa e arancione!” dissi ciò mentre presi il libro nel quale era gelosamente custodita.
La liberai e la misi vicino alla foglia di città e così si misero a parlare tra di loro.
“Non essere triste, qualcuno ti avrà voluto bene di sicuro, solo che non te ne sei mai resa conto” disse la foglia di collina a quella di città.
“Non cercare di consolarmi, non è come dici tu” le rispose con aria rattristata.
“Pensaci bene, nessuno ti ha mai preso tra le sue mani e ti ha mai detto che eri bella?”
“Fammi pensare- rispose la foglia di città- ma certo, quel giorno, al parco, quando una bambina toccò le mie nervature e chiese alla sua baby-sitter cosa fossero. Solo che lei non seppe risponderle nulla. Ma la bimba continuò a cullarmi tra le sue mani e le chiese se poteva portarmi a casa, ma la ragazza le disse di buttarmi via perché ero sporca, invece ero appena caduta dall’albero e mi ero posata sulla panchina dove c’era anche la piccola”.
“Ecco lo vedi, non è vero che nessuno non ti ha mai notato.”
“Sì però la vita in collina è diversa” rispose la foglia di città.
“Non posso negarlo- disse la foglia di collina- noi lì abbiamo la fortuna di respirare l’aria pura e quando arriva l’autunno, nessuno ci spazza via con quelle lunghe scope per gettarci nel cassonetto della spazzatura. Ci trasformiamo in humus che servirà alla terra per rimanere fertile. E poi, ascoltiamo le voci dei bambini e vediamo gli animali liberi di correre dove vogliono. Vivere in collina è stato bellissimo. Sono stata molto fortunata, solo che…”
“Solo che…”rispose la foglia di città.
“Solo che era da un po’ che mi sentivo molta sola in quel libro di favole, vorresti diventare mia amica, così parliamo e ci raccontiamo un po’ delle nostre avventure?” propose la foglia di collina.
“Mi piacerebbe tantissimo” disse la foglia di città.
E da quel giorno le due foglie diventarono amiche per la pelle.
“Un pomeriggio, di ritorno da scuola, mentre ero nella mia cameretta intenta a fare i compiti, sentii una vocina:
“Sono proprio sfortunata, sono una delle migliaia di foglie di una grande città, dove tutti vanno sempre di fretta e nessuno si interessa a me. Ecco, guarda, adesso ci mancava solo di essere intrappolata sotto questa scarpa!”.
Mi girai più volte ma non c’era nessuno, andai per tutta casa ed anche lì neanche l’ombra di essere vivente.
Ovunque andassi, però, questa vocina mi seguiva.
“Basta, fermati, te ne prego, mi stai facendo troppo male!”
“Ma dove sei, non vedo nessuno!” chiesi io.
“Sono qui, sotto la suola della tua scarpa, sono una foglia portata via dal vento”.
Alzai il tacco della scarpa e mi accorsi di questa foglia che non voleva saperne di staccarsi dalla suola.
“Sono rimasta attaccata perché poi tu sei passata su quella striscia d’asfalto che non era ancora del tutto asciutta”.
“Ah, scusami tanto, non me ne ero neanche accorta! Adesso cercherò di staccarti dalla suola” dissi io.
“Sì però con delicatezza, altrimenti mi fai male” rispose la foglia.
Mi tolsi la scarpa e con grande maestria, riuscii a liberare la foglia che mi ringraziò e sospirò.
“Cosa c’è che ti rattrista così tanto? “ le chiesi.
“ Nessuno mai mi ha mai degnato di uno sguardo. Noi in città siamo sopra gli alberi sino a quando le prime folate autunnali non ci separano dalla nostra casa e noi andiamo vagando per le strade. Nessuno mi ha mai voluto bene”.
Proprio nell’istante in cui la foglia di città smise di parlare, ecco che sentii un’altra vocina.
“Io invece sono stata fortunata, non solo mi hanno amata ma hanno voluto che io vivessi per sempre”.
“Hai sentito anche tu quello che ho sentito io?” mi chiese la foglia di città.
“Certamente, chi sarà stata a parlare?” le risposi incuriosita.