I racconti di Mila e Pila- 26 dicembre: la castagna e il marron glacè- 4° Parte

“Amata, hai capito bene, amata da mio padre albero che ci ha dato la vita, dalle mie sorelle con le quali siamo cresciute insieme e dal mio padrone che mi ha raccolto, e amata da tutte le persone che mi acquistano in strada e alle quali regalo bei momenti!”, rispose la castagna.

“Ti ricordo che anch’io sono nato su un albero e poi….” balbettò il marron glacé che era però rimasto senza parole.

“E poi…eh, finisci un po’ il discorso…te lo dico io come è andata a finire la storia… che tu sei stato separato  dalle tue sorelle castagne, che forse non erano belle e grandi come te e sei stato messo insieme ad altre tue simili che però non conoscevi per niente e che provenivano da chissà quali parti del mondo. Poi sei stato visionato, scrutato, e hanno deciso così di glassarti e sei andato a finire chiuso in una scatola, insieme ad altri marron glacé che parlavano lingue diverse dalla tua. E così la tua vita è finita su un anonimo scaffale di un grande supermercato in attesa, o meglio, nella speranza che qualcuno ti acquistasse!!”.

Io, nel sentire queste parole, rimproverai la piccola castagna per la sua crudezza dei modi ma lei, senza nemmeno farmi finire di parlare, mi disse che a iniziare era stato il marron glacé, fiero della sua mole e borioso per il suo aspetto invitante.

“Mi sono solo difesa dagli ingiusti attacchi di questo sconosciuto, nulla di più!”, disse la castagna, mentre il marron glacé si rimise al suo posto nella scatola.

Era molto triste per le parole della castagna ma era vero, tutto vero, lui era stato separato dai suoi parenti e non li aveva rivisti più.

Anche la castagna era diventata all’improvviso triste nel vedere quanto male avevano fatto le sue parole, allora gli si avvicinò e si mise a parlare con lui.

“Ascolta ma ti ricordi da dove vieni?” chiese al marron glacé il quale rispose

“E come potrei dimenticarlo! Vengo dalla Toscana, da un paesino adagiato sui colli”.

Allorché la castagna esultò e abbracciandolo disse:

“Ma allora sei tu il mio cugino marron glacé di cui si parlava spesso in famiglia! Eravamo tutti orgogliosi di te che eri stato scelto per la tua bellezza e grandezza!”.

“Cugini?!” esclamò il marron glacé stupito “Ma allora non sono solo! Vieni qua cara cuginetta e fatti abbracciare, fammi sentire il calore del tuo affetto!”.

E da qual giorno furono inseparabili.

I racconti di Mila e Pila- 26 Dicembre: la castagna e il maron glacè- 3° Parte

“Signora Mila, ora a vedere queste belle caldarroste mi è venuto in mente quello che mi è successo qualche mese fa, quando, un borioso marron glacé si è messo a battibeccare con una piccola ma deliziosa castagna. Vuole che le racconti questa storia?” chiedo alla nonna, nella speranza che lei mi dica sì.

“Ma certamente, signora Pila, sono proprio curiosa di ascoltare questa storia!” mi risponde la mia compagna di storie fantastiche.

“Era un pomeriggio molto freddo, nonostante non fosse ancora arrivato l’inverno. Per scaldarmi un po’, decisi di acquistare un bel cartoccio di caldarroste da quegli uomini che si mettono lungo le strade a venderle. Il venditore mi disse che non erano molto grandi ma che avevano una polpa candida e deliziosa.

 Aveva perfettamente ragione, erano buonissima!

 Finii di mangiare avidamente il cartoccio di castagne, anche perché dovevo entrare nel supermercato per fare spesa ma nel cartoccio ne rimasero un paio.

Sugli scaffali del reparto dei dolciumi, faceva bella mostra di sé un’elegantissima scatola di finissimi marron glacé, di cui ne ero stata sempre ghiotta. Non seppi proprio resistere e la acquistai. Tornata a casa, cacciai la scatola dalle buste e la sistemai sul tavolo, dove misi anche il cartoccio nel quale erano rimaste le due castagne.

Ero di là in camera per cambiarmi d’abito, quando ecco che sentii provenire, proprio dalla cucina, due vocine che sembravano rincorrersi l’una all’altra.

Andai di là e vidi che una caldarrosta stava battibeccando con un grande marron glacé che nel frattempo avevo liberato dalla preziosa scatola, perché avevo deciso di mangiarlo dopo aver sistemato la spesa.

“Non credere che la tua bellezza possa permetterti di trattarmi in questo modo, eh! Sono piccola ma saporita e soprattutto, sono stata molto amata nella mia vita!” disse stizzosa la caldarrosta al marron glacé, che nel frattempo si stava reggendo la pancia dalle risate.

“Amata, ma da chi, dimmi un po’? Tu, così piccola e insignificante!”, rispose il marron glacé con aria di sfida.

I racconti di Mila e Pila- 26 Dicembre: la castagna e il marron glacè- 2° Parte

Ma ora, silenzio: il vecchio orologio a cucù ci ha detto che sono arrivate le cinque, ecco che la nonna scompare e quando torna in cucina, ha con sé quell’inconfondibile retina rossa nella quale è solita conservare le castagne che gli alberi dietro il casolare regalano ogni anno.

Non sono molto grandi, ma hanno un sapore inconfondibile, non ne ho mai mangiate di così buone.

Un’altra tradizione della nostra famiglia è di cuocere le castagne nel camino per mangiarle calde, mentre si gioca a carte, il pomeriggio del 26 dicembre.

Quest’anno niente carte ma tante castagne!

Sino a quando sono vissuta qui, con la nonna, era una festa raccoglierle e privarle del riccio, alcuni dei quali li conservavo per portarli a scuola.

Nell’istante stesso in cui la nonna mette le castagne sul fuoco, una grande malinconia mi assale e penso ai nostri autunni, all’autunno in collina, che si fa annunciare dalle foglie rosse dell’albero del cachi trascinate dal vento e dal castagneto che regala, felice, i suoi frutti.

E penso all’incomparabile bellezza della natura che lì a Chicago non c’è.

Allora allungo il braccio destro sul tavolo e vi poggio sopra la testa mentre osservo la nonna.

“Credo che mi mancherà sempre questo casolare. Non riuscirò ad accettare il fatto di essere dovuta andar via da qua, nonna” le dico mentre lei fa finta di non sentire.

“Nonna, perché non mi dici niente?” insisto io.

“Che cosa vuoi che ti risponda, Ludovica? Che è terribilmente triste stare lontana da te, che quando entro nella tua stanza sento un nodo in gola, che quando è l’orario del tuo ritorno da scuola, non posso fare a meno di mettermi davanti alla finestra e di aspettare qualcuno che non verrà più?”, risponde la nonna, con la voce rotta dal pianto.

Certo che sono proprio una bella guastafeste, sino a qualche minuto prima era così felice e adesso l’ho rattristata con le mie domande.

Ma per nostra fortuna, in aiuto arriva la signora Pila, nella quale mi trasformo.

I racconti di Mila e Pila- 26 Dicembre: la castagna e il marron glacè- 1° Puntata

Ieri, dopo pranzo, com’è consuetudine nella nostra famiglia, quando la tavola viene spogliata della bellissima tovaglia di lino ricamata a mano, e quando le pentole sono messe a scolare, abbiamo scartato i regali.

La nonna mi ha regalato un set per la scrittura: un diario, una penna stilografica, della carta da lettere, delle buste colorate, degli stampini.

Un modo, questo, per farmi capire che a lei piacerebbe ricevere qualche lettera in più, ed anche un modo per spronarmi a mettere nero su bianco le emozioni che provo, e sono tante.

Io, invece, il regalo che le ho dato, l’ho comprato e Chicago e non nascondo di avere avuto delle difficoltà nel far capire alla commessa quale potesse essere la giusta taglia della nonna: in America non c’è la 42, la 44, la 46 e così via, ma un altro sistema di misurazione.

Allora sono stata lì, per non so quanto tempo, davanti alla commessa per farle capire com’era fatta mia nonna.

Al termine di un’infruttuosa conversazione, mi sono affidata al caso.

Il regalo che ieri la nonna ha scartato davanti al camino l’ha fatta rimanere senza parole: una tutona di flanella rosa e fucsia con sopra, in rilievo, i personaggi dei più famosi cartoni animati.

Non so se riuscirà a metterla mai, so bene che lei preferisce le camice da notte ma nei negozi in cui sono entrata, non ce n’era neanche l’ombra.

Il pomeriggio del 25 è trascorso così, con attimi di silenzio accompagnati solo dal crepitio della legna nel camino

Ma ora, silenzio: il vecchio orologio a cucù ci ha detto che sono arrivate le cinque

I racconti di Mila e Pila: 25 Dicembre: il paiolo di rame e la pentola a pressione- 3° Parte

“Ma sapete che ore sono è? Le tre del mattino e voi due che fate, eh, vi mettete a litigare?” dissi io un po’ alterata.

“Ma vede non è colpa mia, io stavo buono buono nel camino, dove mi ripone sempre dopo avermi utilizzato in cucina quando questa pentola a pressione nuova di zecca mi ha detto che avevo i giorni contati e che non avrei più avuto un futuro qui in questa casa, tanto ormai c’era lei!”, mi rispose il paiolo.

“Sai che non potrei mai fare a meno di te, caro paiolo ma è pur vero che alla mia età, è più comodo che il minestrone lo prepari questa nuova pentola a pressione che un fischio mi avverte che il pranzo è pronto. Non voglio far torto a nessuno, però dovete fare pace perché trascorrerete molto tempo assieme qui in cucina!” risposi io con un tono dolce e rassicurante.

“Allora non mi butterai via, grazie, grazie” disse il paiolo di rame mentre mi bagnò la mano di lacrime.

“Scusatemi tutte e due, che deve andare via sono solo io”, rispose la pentola a pressione completamente avvilita.

“Ho detto quelle parole al vecchio paiolo perché l’ho vista, signora, come l’ha guardato e come l’ha riposto gentilmente nel camino quel giorno in cui sono entrato in questa casa. In quel preciso istante ho capito che non mi avrebbe mai amato come ama lui, allora io, per vendicarmi di ciò, ho detto al paiolo che prima o poi sarebbe andato a finire nella spazzatura!” continuò la pentola a pressione.

“E’ vero, voglio molto bene al paiolo di rame ma noi ci conosciamo da quasi mezzo secolo, tu non puoi immaginare quante volte è stato il nostro fedele compagno di tante cene, dei nostri giorni di festa, sono cose, queste, che nessuna novità potrà mai cancellare. Vedrai che mi affezionerò anche a te, pentola a pressione, se solo diventerai più buona e mi prometterai che non farai più piangere il fedele paiolo di rame. Vedi, lui è stato il compagno della mia gioventù, i momenti più belli in cucina li abbiamo trascorsi anche grazie al suo lavoro. Se tu vorrai, potrai diventare il bastone della mia vecchiaia. Sono anziana e delle volte non ho più tanta pazienza nel preparare le verdure o il minestrone che tanto mi piace. Vivo sola e stare davanti ai fornelli, sapendo di dover cucinare solo per me un po’ mi rattrista. Vuoi diventare mio amica?” le dissi

“Con grande piacere, signora”, rispose la pentola a pressione che si scusò anche con il paiolo di rame, il quale fu contento di aver trovato una nuova amica alla quale raccontare tutte le storie della nostra cucina. La pentola a pressione si ritenne fortunata ad aver trovato l’anziano paiolo, così saggio e così ricco di ricordi e di amore per il suo lavoro.”

I racconti di Mila e Pila- 25 Dicembre: il paiolo di rame e la pentola a pressione- 2° Parte

“Signora Pila, perché non viene qua vicino a me, che ho una storia da raccontare”.

Il tempo dei musi lunghi è finito, l’abbraccio forte e la nonna comincia così il suo racconto fantastico.

“Da qualche mese ho acquistato una pentola a pressione. Veramente non ero molto convinta ma sa,  l’esercente dal quale ero andata, mi aveva detto che era capace di cucinare un minestrone da leccarsi i baffi in pochissimo tempo, ed io, che ne sono golosa di ciò, ho accettato di comprarla. L’ho portata a casa e l’ho messa sul tavolo. Ho mangiato un po’ di pane cotto con i pomodorini e con l’alloro e sono andata a dormire. Quella notte che baccano sentii arrivare dalla cucina, era talmente forte che mi costrinse a scendere al piano di sotto dove con mia grande sorpresa, la pentola a pressione, nuova di zecca, stava battibeccando con il paiolo di rame, quello nel quale cucino ancora la mia prelibata polenta.

“Tanto sei arrivata al capolinea, tu, vecchia pentola di rame, ma non lo vedi come sei combinata? Ormai sei vecchia e la tua padrona ha deciso che finirai dritta dritta nella spazzatura!” disse la pentola a pressione indispettita.

“Non è vero, mi stai dicendo ciò solo per farmi del male, ma non credo neanche a una parola di quello che mi stai dicendo. La signora mi vuole bene, sono tantissimi anni che siamo insieme e non mi abbandonerà di certo per una pentola boriosa che quando finisce il suo lavoro emette un suolo stridulo!” rispose il vecchio paiolo di rame con la voce rotta dal pianto.

I Racconti di Mila e Pila- 25 Dicembre: il paiolo di rame e la pentola a pressione

La nonna, però, mentre mi dice queste parole, non si gira neanche per un istante verso di me, no, non è triste, è solo troppo impegnata a far sì che la polenta che sarà versata nei nostri piatti non abbia nessun grumo e sia liscia e morbida.

Cerco di non farmi vedere da lei mentre sollevo il coperchio della pentola dove a darmi il benvenuto è dell’ottimo sugo di salsiccia, arricchito di tante cipolline delicate che durante la cottura si sono quasi sciolte, diventando una crema.

Apro la credenza e prendo una fetta di pane già tagliata che è rimasta da ieri sera, chiudo l’anta attenta a non farmi sentire dalla nonna e immergo completamente la mollica nel sugo denso.

Porto la fetta di pane alla bocca, quando mi accorgo che la nonna ha lasciato la sua postazione ed è vicina a me, talmente vicina da levarmi dalle mani questa prelibatezza.

“Nonna, no, non è giusto…sai quanto mi piace mangiare pane e sugo prima di mettermi a tavola”, piagnucolo queste parole mentre la nonna fa adagiare la fetta di pane su un piatto.

“Questa la mangerai dopo, sai che non voglio che non tu perda l’appetito. Sono ore che sto in cucina e desidero che il mio pranzo venga assaporato in tutte le sue sfumature!”.

“Ma io lo apprezzo ugualmente il tuo pranzo, nonna….” , cerco di convincerla a farmi ridare indietro quella prelibatezza, ma sembra essere irremovibile.

“Allora vuol dire che non mangerò neanche la polenta…”, dico mentre serro le braccia al petto.

“Allora vuol dire che pranzerò da sola questo Natale!”, risponde a tono la nonna.

Mi metto seduta davanti al camino e mi sento derubata di qualcosa che mi apparteneva: quella fetta di pane giace su quel piatto e s’è anche raffreddata, che peccato!

La nonna mi si avvicina nel tentativo di fare pace ma io, come una sciocca bambina, la allontano da me.

Vedo, con la coda dell’occhio, che sta nuovamente girando la polenta nel paiolo mentre con l’altra mano, sta facendo cadere a pioggia nell’acqua bollente, la farina gialla.

E’ dispiaciuta per il mio atteggiamento e nonostante la colpa di ciò sia stata mia, lei per farmi capire che è venuto il momento di fare pace, si trasforma nella signora Mila.

I Racconti di Mila e Pila-25 Dicembre: il paiolo di rame e la pentola a pressione- 1° Parte

 

E’ Natale!

Che gioia provo ancora nel cuore nel vedere il nostro albero stracarico di addobbi, la neve sul viale, la legna nel camino crepitare, la nonna intenta a preparare la sua insuperabile polenta.

Sì, avete letto bene: P-O-L-E-N-T-A.

Nella nostra casa il 25 dicembre, accompagnata da un sugo denso di carne dove abilmente mischiate alle cipolline si trovano le salsicce che la nonna si fa preparare dal signor Giovanni in persona, a far il suo ingresso trionfale sulla tavola imbandita, arriva la polenta.

Giovanni, il migliore amico del nonno, è il macellaio che sembra essere uscito da un libro di lettura.

Con la pancia prominente, un po’ pelato, non molto alto e sempre pronto a tessere le lodi dei tagli di carne che, come dice lui, sono i migliori della zona.

La polenta che arriva da sempre sulla nostra tavola, ogni 25 dicembre, non è di quelle pronte, istantanee, come si legge sulla confezione, la nostra polenta ha bisogno di tempo, di pazienza, di amore. E la nonna di amore gliene dà tanto.

Eccola lì, intenta a girare la polenta, stando bene attenta a versarne un po’ per volta nel paiolo di rame.

“Nonna, è il primo Natale che apparecchiamo solo per due persone. Io, però, non mi sento triste, perché sono accanto a te. Però, che bello era quando apparecchiavamo per tante persone. Ricordi, oltre alla mamma, al papà, al nonno venivano sempre da noi anche gli zii Luciana e Biagio, con i loro figli ed i nipoti? E delle volte sedevano con noi anche zia Mariella e zio Franco perché, dicevano, non potevano perdersi quella prelibatezza di polenta che solo tu nonna riesci a preparare con così tanta maestria”.

“Ringraziamo il Signore per quello che ci ha dato in tutti questi anni, non è da tutti avere dei bei ricordi e poi ringraziamolo ancora per il grande amore che ci unisce e che non morirà mai, perché i sentimenti, quelli veri, quelli profondi, rimangono per l’eternità”.

Inno a Venezia: in una singolare lettera a lei indirizzata, un ringraziamento speciale per le emozioni che regala.

di Alessandra Fiorilli

Cara Venezia,

città osannata e amata, celebrata da grandi scrittori e immortalata da eccelsi pittori.

Sai…mi sembra di conoscerti da sempre, sarà per quelle foto in bianco e nero dei miei nonni in Piazza San Marco con i piccioni, che ho consumato a forza di vedere.

Perché anni fa ogni viaggio di nozze che si rispettasse non poteva non contemplarti.

E tu sembravi aspettare queste coppie di giovani sposi, estasiati dalla tua bellezza che cominciavano a pregustare già dall’uscita della stazione ferroviaria di Santa Lucia.

Il giro in gondola era più costoso del traghetto, ma per la luna di miele si poteva fare questo ed altro.

E pensare che sei nata quasi per caso, perché, nonostante i primi insediamenti  risalgano al periodo pre-romano, il grande sviluppo lo conoscesti nel V secolo, quando le popolazioni della terraferma, per paura delle invasioni barbariche degli Unni, pensarono bene di lasciare le loro case e di stabilirsi in laguna, dove tu le accogliesti con amore.

I palazzi di Venezia (Foto di Lorenza Fiorilli)

La storia ti ha fatto conoscere periodi di grande splendore, come l’epoca della Repubblica Marinara, ma anche la delusione del Trattato di  Campoformio, con il quale la Francia ti cedette all’Austria.

Scorcio di un altro palazzo veneziano (Foto di Lorenza Fiorilli)

Snodo principale e nevralgico per il commercio con l’Est, dopo la scoperta dell’America la tua importanza cominciò a declinare, ma eri sempre tu, splendida ed unica al mondo.

E non c’è turista straniero che non ti abbini, nel suo tour italiano, a Roma e Firenze, tre città-simbolo della nostra penisola.

…ci si avvicina a Piazza San Marco (Foto di Lorenza Fiorilli)

Hai ammaliato e continuerai ad ammaliare milioni di persone, che si perdono nella maestosità di Piazza San Marco dove svetta la Basilica, con all’interno gli splendidi mosaici che ripercorrono la tua storia, il Palazzo Ducale  con la facciata in marmi d’Istria, e il campanile che un tempo serviva come faro per i naviganti.

Il Palazzo Ducale con la sua facciata in marmo d’Istria (Foto di Lorenza Fiorilli)
Il Campanile e il Palazzo Ducale visto dalla laguna (Foto di Lorenza Fiorilli)
Arrivederci Venezia… (Foto di Lorenza Fiorilli)

E tu faro lo sei ancora, per la straordinaria bellezza e l’atmosfera magica, quasi surreale.

E un po’, quando ti veniamo e trovare, ci sentiamo come il grande scrittore Wolfgang Goethe il quale, nel suo libro “Viaggio in Italia”, scrisse a proposito di te: ” E Venezia, grazie a Dio, non è più per me una parola vana, un nome vuoto, il quale mi ha tormentato le tante volte col suo suono fatale”.

Sei sempre più lontana da noi ma vicinissima, per sempre, al cuore  (Foto di Lorenza Fiorilli)

Grazie Venezia, grazie per le emozioni che sai regalare al mondo intero.

Alessandra Fiorilli

I Racconti di Mila e Pila- 24 Dicembre: la carta da lettere con le rughe- 3° Parte

“Signora Pila, non posso proprio non raccontarle quello che mi è successo qualche mese fa, quando stava mettendo in ordine il cassetto dello scrittoio che ho in camera”.

Capisco così che è venuto il momento di narrare un’altra delle nostre storie fantastiche.

“Bene, signora Pila. Un pomeriggio dello scorso autunno, mentre fuori diluviava, decisi che era venuto il momento di mettere ordine in quel cassetto dove metto tutto alla rinfusa, bollette con le garanzie degli elettrodomestici, lettere con ricette di cucina quand’ecco che all’improvviso, sentii una vocina che sembrava chiamarmi dal fondo del cassetto.

“Ohi, ohi, povera me, ero un fiore, e adesso guardatemi, sommersa da cose inutili. Ma son cose da farsi queste, eh? Si rispetta così una vecchia lettera d’amore?”.

Allorché io, incuriosita da queste parole pronunciate con un fil di voce, mi misi a rovistare nel cassetto.

“Piano, piano, deve fare piano. Che cosa sta gettando tutto all’aria, eh? Sto qui, signora, non mi vede, sono tra l’ultima bolletta dell’energia elettrica e la garanzia di quell’odioso computer che, non so come mai, lei abbia voluto acquistare, nonostante la sua età avanzata!”.

“Ma chi sta parlando?” chiesi io, mentre avevo lasciato stare per un istante di rovistare tra tutte quelle carte.

“Sono io, sono la lettera d’amore che suo padre scrisse a sua madre poco prima che si sposassero e che lei non ha mai voluto buttare. Sto chiusa da anni e anni in questa carta da lettera con la ceralacca. Ma come fa a non vedermi?”

Ma certo, la vecchia lettera d’amore! Ma come avevo fatto a dimenticarmene! Era lì, la vedevo chiaramente!

“Posso sapere perché tutte queste lamentele oggi pomeriggio?” le chiesi mentre cercavo di tirarla fuori da quel cassetto pieno di carte.