Alessandra Fiorilli è il Direttore Responsabile, Proprietario ed Editore della rivista online "EmozionAmici" pubblicata anche sull'omonima pagina Facebook. Laureata in Scienze Politiche, Giornalista iscritta all'Albo dell'Ordine Nazionale, è anche Scrittrice (12 le opere pubblicate tra romanzi, raccolte di racconti e reportage), ed Autrice Teatrale iscritta alla S.I.A.E. (ha scritto e rappresentato 14 sue opere). Dal 2008 al 2017 ha rivestito la carica di Direttore Responsabile del periodico "BCC Nettuno Informa". Dal 2008 è titolare, insieme alla sorella, Psicologa, del Centro di Tutoring Scolastico e Professionale "Atena". Nello stesso anno fonda anche anche l'Associazione Culturale "Araba Fenice", rivestendone la carica di Presidente. Nel settembre 2018 ha superato l'esame del Corso in Teatroterapia organizzato dall'Artedo Srl, ente accreditato dal MIUR ed e specializzato nel campo delle Artiterapie. Nel Gennaio 2019 ha superato brillantemente il Corso di Formazione Tutor DSA organizzato dall'Istituto Galton, Ente accreditato dal MIUR e che opera nel campo dell'editoria, della formazione e della ricerca scientifica su tematiche inerenti la psicologia e le neuroscienze. Nel Febbraio 2019 ha superato il Corso di Formazione ADHD- Valutazione-Diagnosi-Trattamento organizzato dall'Istituto Galton. Sempre nel febbraio 2019 ha superato due Corsi di Formazione "Didattica Metacognitiva e strategie di studio" e "Le Intelligenze Multiple" presso il Centro Studi Erickson
Era questo che volevi insegnarci, coronavirus, o per chiamarti con il tuo nome proprio, Covid-19?
Volevi farci scoprire l’inutilità delle nostre superflue lamentele sugli obblighi, sempre gli stessi, della nostra vita quotidiana?
Volevi dirci che quello che appariva ai nostri occhi come la “solita routine”, era in realtà, VITA, da vivere e da condividere?
Volevi farci riflettere su come anche le azioni più banali, che compivamo quasi inavvertitamente, come sederci in macchina, andare a fare la spesa, vederci con gli amici per un caffè al bar o invitarli a casa per una cena, erano dei momenti preziosi, che avremmo rimpianto, un giorno non troppo lontano?
Volevi insegnarci il valore e la bellezza di un ABBRACCIO, di un BACIO sulla guancia, di una stretta di mano?
Volevi farci comprendere che non esiste nella vita la cosa scontata, ovvia, quasi banale, perché tutto ciò che riempie i nostri giorni, le nostre ore, ogni singolo attimo, è VITA da vivere e da assaporare?
Volevi forse vederci piangere per questa coltre di paura che sembra avvolgerci?
(Foto di Lorenza Fiorilli)
Volevi forse farci disperare al pensiero di quei momenti, preziosi, ma che non avevano giudicati tali, nell’istante stesso in cui li stavamo vivendo?
Volevi assistere alle nostre lacrime mentre sfogliamo gli album delle foto che ci ritraggono liberi?
Volevi ingabbiare le nostre CERTEZZE e frantumarle e renderle schegge impazzite?
Volevi farci fermare e mettere in pausa le nostre vite?
Ebbene, sì, lo hai fatto, hai fatto tutto questo, ci sei riuscito…e noi?
A noi altro non resta che imparare di nuovo a CAMMINARE: faremo come i bambini… prima avremo paura, saremo incerti, cadremo e piangeremo e in aiuto, come le braccia amorevoli di una mamma, verranno, in fila ordinata, tutte quelle cose che avevamo date per scontate, banali, ripetitive, quasi inutili se non persino, in alcuni casi, noiose.
E allora noi ci RIALZEREMO, con gli occhi ancora umidi di lacrime, ma ci rialzeremo e continueremo, anche se ancora con un’andatura incerta e poi piangeremo di nuovo, ma stavolta per la gioia: perché sopra di noi scorgeremo uno spiraglio di luce che ci abbaglierà…
Da oggi, la rivista EmozionAmici inaugura una nuova rubrica, “Emozioni in Foto”, in cui troverete gli scatti di Lorenza Fiorilli, Psicologa con l’hobby della fotografia, che i lettori conoscono già per sua la rubrica di Psicologia.
Se volete seguirla anche su Instagram, potete trovarla sull’account fiolor79.
Oggi, uno scatto che riesce a riassumere la situazione attuale: una margherita, sbocciata nel giardino di casa, in questa primavera sospesa, intrappolata, dall’estro della nostra fotografa, da uno scheletro di foglia.
(Tutte le foto pubblicate sono coperte da copyright)
In questa Pasqua di abbracci vuoti di affetti e pieni di distanze, di campanelli di casa muti, di notizie che ci incalzano con la loro drammaticità, ecco, proprio ora abbiamo bisogno di aggrapparci, con tutte le nostre forze, all’immagine di giorni felici, nella speranza, da far diventare certezza, che tutto torni com’era prima dell’emergenza sanitaria.
In questa Pasqua così lenta, quasi “sospesa”, senza i piatti del servizio buono da sistemare sulla tavola, senza l’immancabile tovaglia bianca che ha un profondo valore simbolico, ancora più forte è la nostalgia…e stamane, allora, non le ho opposto resistenza e mi sono lasciata trascinare da essa.
Il Casatiello con tanto di uova (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Eccomi: ho nove anni, scendo giù dai nonni e li trovo entrambi in cucina, sorridenti e amorevoli.
Li abbraccio forte, forte, forte e sembra così impossibile che possa arrivare un giorno in cui ci sia proibito farlo.
Nell’aria, i sapori della festa e, sul piatto grande di porcellana bianca, il casatiello della nonna è già lì, che ci attende, ci attende per abbracciarci con i suoi sapori che rimarranno impressi nel cuore.
Il Casatiello (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Il nonno sta già tirando fuori dalla vetrinetta del soggiorno il servizio dei giorni di festa, tra poco arriveranno tutti gli altri e saremo quello che si dice, “una bella tavolata” e sembra davvero incredibile che un giorno ci sia impedito di riunirci con parenti ed amici.
Il Casatiello è lì, sembra mi chiami…la tentazione è forte, ma so che dovrà far bella figura di sé intatto, quando sarà portato a tavola.
Lo guardo con insistenza: quel colore dorato, quell’odore inebriante, e quel cuore morbido, saporito, umido che mi aspetta.
Sono la prima nipote, i nonni non riescono a dirmi di no e me ne tagliano una fetta…chiudo gli occhi e quasi mi commuovo.
Questa torta rustica, che la nonna prepara ogni Pasqua,è il simbolo di questa festa, delle tradizioni che i nonni hanno portato dalla loro terra casertana, di un rito ormai irrinunciabile per la nostra famiglia.
“Quando sarai grande ti dirò come prepararlo”, mi svela dolcemente la nonna.
Lei, che non ha la ricetta scritta, ma sa tutto a memoria, come sua madre, sua nonna, vuole insegnarmi un’arte a me sconosciuta.
Il Casatiello ornato da un ramoscello d’ulivo (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
So già che non sarò mai brava come la nonna ad impastare tutti gli ingredienti e poi…poi come farei a mangiarne una fetta senza di lei, senza i nonni?
Oggi quel Casatiello mi manca ancora di più, perché a colmare il vuoto di presenze così care, non ci saranno gli abbracci e i baci degli amici, la lunga tavola apparecchiata con cura, il servizio buono dei piatti, l’allegria di un giorno di festa che si preannuncia con il sole e con le temperature di una primavera inoltrata.
Ma a darmi forza torna sempre il ricordo del nonno, il quale, quando mi vedeva un po’ abbattuta mi diceva con il suo perfetto latino: “Sursum Corda”, ovvero, “In alto i cuori”.
E oggi, carissimi lettori di EmozionAmici, permettetemi di dirlo io a tutti voi, a tutti noi, a tutti gli Italiani divisi, separati, lontani, ma sorretti da quella forza che ci ha ci sempre contraddistinto: “Sursum Corda”, dunque, e tanti affettuosi auguri di Buona Pasqua, carissimi lettori di EmozionAmici
Tipica della città di Caserta e della sua provincia, la Pigna di Tarallo è l’altro dolce simbolo, accanto alla Pastiera, della festività pasquale in terra campana.
Il ” cuore” semplice ma gustoso della Pigna di tarallo (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Può
essere considerata la sorella dell’altro immancabile protagonista della tavola
di Pasqua, il tortano o casatiello: non
a caso, la Pigna è anche
conosciuta con il nome di “casatiello
dolce”.
Grande manualità ed esperienza, quella che viene richiesta per la preparazione della Pigna, il cui impasto dovrà essere senza grumi e soffice.
Una Pigna di tarallo nella fase di lievitazione (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
E’
un dolce che racchiude in sé una profonda
simbologia, come quella che si cela dietro la durata richiesta per la lievitazione: 72 ore, proprio il tempo che va dalla morte di Gesù alla sua Resurrezione.
Al suo interno nessuna farcitura, e questa sua peculiarità, sino alla prima metà
del secolo scorso, significava avere la colazione garantita per i più piccoli
almeno per una paio di settimane: con il passar dei giorni, il dolce, infatti, induriva e questo lo rendeva ideale per inzupparne una fetta nel latte.
Quello
che invece, migliorava, era l’aroma sprigionato: un misto di vanillina e di
limone in grado di regalare al palato un trionfo di sapori.
Qualche
curiosità sul nome: sembra che derivi da “pignata”, un recipiente di coccio usato per la cottura dei
fagioli, e la cui forma era proprio ricalcata da questo dolce pasquale.
Il secondo appellativo, “tarallo”, è legato, invece, alla consistenza, alquanto simile a quella dei rustici pugliesi, che assume dopo qualche giorno dalla preparazione.
Una Pigna di Tarallo ricoperta di glassa bianca, ovetti e conigli di cioccolata (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
Solitamente è ricoperto da una glassa bianca, ma c’è chi lo preferisce senza glassatura per godere della vista delle “fresature”, ovvero aperture che ricordano le crepe sui fianchi di un vulcano e che non sono delle imperfezioni, quanto piuttosto un effetto della crescita della Pigna stessa.
UNa Pigna senza glassatura e, con ben visibili, le “fresature” (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
E
con la storia di questo dolce tipico pasquale, la rivista EmozionAmici augura a tutti i suoi lettori una Serena Pasqua,
nonostante il difficile periodo che stiamo vivendo.
Ce
la faremo, distanti fisicamente ma
vicinissimi nel cuore.
E’ il simbolo della Festa e della famiglia che prende posto intorno alla tavola imbandita.
E’
gioia, voglia di stare insieme, è felice condivisione di momenti.
E’ la regina della gastronomia italiana: è la lasagna.
Sua Maestà la Lasagna (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
La sua origine sembra affondare le radici in epoca romana, quando si preparava il “laganon”, una sottile sfoglia con farina di grano e cotta direttamente sul fuoco: non a caso l’altro termine, “lasanum”, dal quale potrebbe derivare il nome attuale, indicava proprio il treppiede che si portava sul fuoco per cuocere i cibi.
Apicio parla di una “lagana” descrivendola come un insieme di sfoglie sottili di pasta che venivano, poi farcite con carne. Il piatto degli antichi romani differiva, però, dal nostro, in quanto non si presentava come quello che siamo soliti portare in tavola: somigliava, infatti, più ad un pasticcio di pasta farcita.
Il
Medioevo è l’epoca d’oro della lasagna, non a caso viene menzionata in molte
opere di scrittori: da Jacopone da Todi
a Cecco Angiolieri.
L’epoca successiva, quella rinascimentale, vede nel nord Italia, in particolare nell’Emilia Romagna, l’aggiunta delle uova all’impasto e l’accurata preparazione della lasagna la ritroviamo in una ricetta del XIV secolo, dove si parla di : “Strati di pasta e formaggi alternati”.
L’aggiunta del pomodoro, però, avverrà solo intorno al 1660, quando la famosa “salsa napoletana” regalerà alla lasagna quel tocco in più.
E’ della prima metà del XVII secolo una ricetta contenuta in un libro pubblicato proprio a Napoli, dove si legge di : “Lasagne stufate, condite con mozzarella e cacio e poi messe in forno”.
Il “cuore” della lasagna (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Tradizione
vuole che uno dei più ghiotti in assoluto
della lasagna fosse proprio un re di
Napoli, Francesco II di Borbone, al
quale venne dato persino il nomignolo di “re
lasagna”, per indicare quanto fosse forte la sua predilezione per questo
piatto.
Ippolito Cavalcanti, noto cuoco napoletano, nel suo ricettario del 1837, descriverà minuziosamente questo piatto a base di: “Strati di pasta intervallati da un sugo di carne, piccole polpette, fette di mozzarella o provola, formaggio grattugiato”: la lasagna che tutti conosciamo ed apprezziamo è già nata.
Sarà un evento storico importante, quello dell’Unità d’Italia, a far accendere l’interesse di molti, attorno a questo piatto che diventerà, per gli italiani, il simbolo della festa per eccellenza.
Eppure, quando nel 1891 è pubblicato il volume “La scienza in cucina” del notissimo Pellegrino Artusi, lo stesso gastronomo, non menziona, nella sua opera, la lasagna.
Le variazioni che vengono apportate alla ricetta base fanno trasparire l’importanza che alcuni ingredienti rivestono nella tradizione gastronomica delle regioni italiane: in Liguria, ad esempio, il ragù viene sostituito con il pesto, in Veneto si ha l’aggiunta del Radicchio rosso IGP, mentre nelle regioni adagiate sugli Appennini si preferisce infarcire la lasagna con i funghi porcini e il tartufo, mentre in Sicilia non mancheranno, nel ripieno, le melanzane.
Dal Nord al Sud della nostra penisola, dal mare alla montagna, le variazioni alla ricetta originaria nulla tolgono al significato che la lasagna riveste nella tradizione, e non solo gastronomica, italiana.
è su di voi che ogni giorno il mio pensiero indugia con un velo di profonda nostalgia. I miei primi passi non sono stati mossi sui vostri prati, perché, come ben sapete, sono nata in una cittadina sulla costa e credevo, nella mia ingenuità di piccola bimba, che tutte le città avessero il proprio mare, quasi fosse un diritto “non scritto” della geografia.
Poi, grazie alla cartina
geografica, scoprii la variegata
bellezza naturalistica della nostra Italia
e, più tardi, a scuola, la maestra parlò di voi come della corona posta sulla testa della nostra
meravigliosa nazione.
Piansi insieme ad Heidi, quando, la piccola protagonista del cartone animato fu portata a Francoforte, e da qui non riusciva a scorgere, nemmeno in lontananza, le sue amate montagne. La sua struggente nostalgia, oggi, in questi giorni di reclusione forzata, è anche la mia…e quando indugio sulle foto che mi ritraggono vicino a voi, mie carissime Alpi, io a stento riesco a trattenere le lacrime, perché queste foto sembrano essere immagini di una vita così lontana…
Il Monte Bianco (Foto di Lorenza Fiorilli)
E così, per sentirmi più vicino a voi, vi immagino, giganti buoni solitari, senza turisti, senza il via vai delle cabinovie, e, ad occhi chiusi, percepisco il silenzio irreale che domina da voi, in questi giorni.
Lo spettacolo delle Alpe di Siusi (Foto di Lorenza Fiorilli)
Allora m’immagino lì, al vostro cospetto, apro le braccia e urlo a squarciagola: “ANDRA’ TUTTO BENE, ANDRA’ TUTTO BENE” e l’eco rimanda questo messaggio di speranza che attraversa, da nord a sud, la nostra Italia.
Il Massiccio del Latemar che si specchia nel Lago di Carezza (Foto di Lorenza Fiorilli)
Questo parole, però, a differenza dei primi giorni dell’epidemia, custodiscono in sé anche le lacrime per le decine di migliaia di nostri connazionali che non ce l’ hanno fatta, per quelle bare trasportate da mezzi militari, per quei necrologi che riempiono decine e decine di pagine dei quotidiani, per le famiglie spezzate, per gli abbracci che mancano ogni giorno di più, per le difficoltà economiche di padri di famiglia disperati.
E spero che questo virtuale “ ANDRA’
TUTTO BENE”, che la mia immaginazione
grida davanti a voi, giunga più facilmente al cielo e squarci il velo di tristezza
che invece, voi, mie amatissime Alpi,
sapevate cancellare con la vostra maestosità, con i vostri prati
sterminati, con le vostre vette innevate e incontaminate, con i vostri
ghiacciai perenni.
L’Italia è una nazione che può vantare un grande numero di prodotti DOC,DOP, IGP: tra questi ultimi, anche il Radicchio Rosso di Treviso, la cui zona di produzione è esplicitamente dichiarata nel Disciplinare dell’ Indicazione Geografica Protetta e comprende 24 comuni tra le province di Treviso, Padova e Venezia.
Il Radicchio Rosso Tardivo di Treviso (Foto di Alessandra Fiorilli)
IGP è il marchio che identifica il territorio il quale, grazie a specifiche caratteristiche, è in grado di dare, a un prodotto qualità che lo differenziano da altri della stessa specie.
I terreni dei 24 comuni compresi nelle tre province venete suindicate, sono fertili e ricchi delle acque purissime di falda che provengono direttamente dalle Dolomiti. Scorrendo sotto la ghiaia, risalgono in superficie, originando corsi d’acqua quali il Sile, il fiume che si può ammirare passeggiando per la città di Treviso.
E proprio da questa città, la storia vuole che tutto abbia inizio: si narra, infatti, che il vivaista Francesco Van Den Borre, giunto dal Belgio nel 1870 per realizzare un giardino nel trevigiano, abbia fatto arrivare, in terra veneta, la tecnica di imbiancamento che veniva usata per le cicorie belghe, nonostante la coltivazione del radicchio fosse già avviata nella zona di Treviso, già nel XVI secolo.
Le tipiche coste bianche ed allungate del radicchio (Foto di Alessandra Fiorilli)
La sua famiglia d’origine è quella della comune cicoria, ma a rendere questo prodotto così unico ed apprezzato, è la particolare lavorazione cui viene sottoposto.
Il
Radicchio rosso si divide in due categorie: il Precoce e il Tardivo, quest’ultimo
è molto più pregiato e richiede un
trattamento complesso.
Già il nome con il quale è conosciuto, “re dell’inverno”, ci fa comprendere come il suo sviluppo sia legato al freddo: non a caso, lo stesso Disciplinare di Produzione prevede che la raccolta del radicchio debba avvenire dopo due brinate.
Vediamo insieme come nasce il radicchio trevigiano IGP: messi a dimora i semi nei vivai, le piantine vengono, successivamente, collocate nel terreno, tra luglio e metà agosto.
Con l’arrivo della prima brinata, verso il mese di novembre, si ha la raccolta delle piante che vengono, così, ripulite delle foglie più esterne, legate tra loro e immerse in vasche con acqua risorgiva per ottenere l’imbiancamento, periodo, questo, che dura 20-25 giorni, durante il quale le radici del radicchio diventano bianche e assorbono le sostanze nutritive dell’acqua stessa.
Un capolavoro della natura e della maestria dell’uomo (Foto di Alessandra Fiorilli)
In questo lasso di tempo, le piante, grazie al buio e alla temperatura che si aggira intorno ai 10-13° C, germogliano di nuovo.
Dopo
la fase
della “toelettatura”, il radicchio viene lavato ed è pronto ad arrivare in
tutto il mondo.
E
così, sui banchi ortofrutticoli, si
offre, languidamente, con il suo rosso
scuro intenso delle foglie attraversate da striature bianche.
Ricco di antiossidanti, con un basso contenuto calorico, essendo composto per circa il 92% da acqua, il radicchio aiuta a contrastare i radicali liberi e l’invecchiamento, oltre a rappresentare un’ottima fonte di vitamina A, B1, B2.
Il sapore piacevolmente amarognolo e la sua consistenza croccante lo rendono ideale per il consumo sia crudo, in insalata, che cotto alla griglia.
Ottimo
come ingrediente principe del risotto al formaggio Asiago, il radicchio
trevigiano è un prodotto d’eccellenza italiano e il simbolo di un’antica
tradizione capace di regalare un prodotto unico.
I Social, in queste settimane, si stanno riempiendo di foto e video che ritraggono gli italiani alle prese con pane, pizza, pasta, dolci.
I nostri connazionali ci stanno regalando, così, l’immagine di un’Italia che sembrava scomparsa da tempo, e, in un istante, siamo tornati tutti bambini, quando le nonne o le bisnonne impastavano, con grande maestria e passione, acqua e farina per portare in tavola la pasta fresca fatta in casa.
Ciascun prodotto appartenente alla tradizione italiana ha una storia da raccontare: oggi, in questo articolo, parliamo delle orecchiette pugliesi e delle “pettole” casertane.
Orecchiette fatte in casa (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Tipiche della Puglia ma diffuse anche in Basilicata, varie sono le ipotesi sulla loro comparsa: c’è chi le ritrova persino in un testo del grande poeta latino Varrone, vissuto tra il 116 e il 117 a. C., il quale, in un suo testo, parlava di una pasta, le “lixulae”, di forma tondeggiante con un incavo nella parte centrale e che ricordano proprio le odierne orecchiette.
Un’altra ipotesi sembra essere legata, invece, al Medioevo, quando, tracce di una pasta prodotta con il grano duro delle Tavoliere, si hanno nella città di Bari e nel suo entroterra. Sembra, però, che fosse una tradizione importata dalla Provenza, località, questa, dalla quale la pasta a forma di orecchiette, partì alla volta della Puglia, insieme agli Angioini, i quali intorno al XIII secolo, ebbero il controllo di gran parte del suddetto territorio.
…quanta storia dietro la loro origine…(Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
La forma data a tale tipo di pasta in terra
francese, aveva una sua motivazione molto profonda, legata alle carestie che si
dovevano, spesso, fronteggiare in epoca medievale: l’incavo che si faceva al centro del piccolo disco di pasta spessa,
serviva, infatti, a rendere più facile
l’essiccazione e, di conseguenza, anche la conservazione.
Un’altra corrente di pensiero,
invece, vuole che le orecchiette abbiano avuto i loro natali nel territorio di Sannicandro di Bari, tra
il XII e il XIII secolo, periodo,
questo, della dominazione normanno-sveva
nell’attuale Puglia.
I Normanni, infatti, proteggevano la comunità ebraica che risiedeva in
terra pugliese e gli ebrei erano soliti preparare
dei dolci, con un incavo al centro, note come le “Orecchie di Haman”, da cui scaturì la classica forma del formato
di pasta delle orecchiette, appunto.
Una data è certa: quella del 1500, quando, negli archivi della chiesa di San Nicola di Bari, in un atto notarile di cessione di un panificio dal padre alla propria figlia, fosse indicata, alla voce “dote matrimoniale” anche la famosa ricetta delle “reccjetedde”, nome, questo, con il quale le orecchiette sono ancora oggi chiamate a Taranto e provincia
A
Bari, invece, sono
note con il nomignolo affettuoso di “L
strascnat”, termine, questo che indica la modalità con la quale la pasta
viene lavorata, strusciandola, appunto, sulla spianatoia.
Con la superficie esterna ruvida e spessa, e il cuore più liscio, le orecchiette si sposano alla perfezione con le famose cime di rapa, ma non disdegnano neanche cavolfiori, broccoli o altri tipi di verdura mentre, in altre zone della Puglia, come il Salento, si usa condirle con un sugo corposo e cosparse di ricotta di pecora.
Altra tipica pasta fatta in casa sono le pettole casertane, le cui origini sono legate alle tradizioni contadine dell’agro aversano. Si narra, infatti, che un piatto di pettole e fagioli non mancasse mai sulle tavole dei contadini i quali, dopo una lunghissima e faticosa giornata trascorsa sui campi, potevano trovare sollievo in questo piatto tipico che vedeva il connubio perfetto tra le pettole, pasta fresca a base di farina e acqua e i fagioli, la cosiddetta “carne dei poveri”.
Le pettole appena preparate (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Noto come “Pettl’e fasul”, ancora oggi è un tipico piatto della zona di Caserta, riscoperto in particolar modo, in questo periodo di reclusione forzata, quando il tempo a disposizione permette di rispolverare piatti dei nostri avi, la cui preparazione poco si addice alla fretta nella quale eravamo soliti vivere prima dello “stop” impostoci dall’emergenza sanitaria in corso.
Pettole e fagioli pronti per andare in tavola (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
In attesa che tutto torni alla normalità, intanto, le mamme impastano acqua e farina, proprio come facevano le massaie di una volta, mentre i ragazzi di oggi possono, così, assaporare dei piatti di pasta fresca che custodiscono in sé una storia antica, fatta di consolidate usanze e di preziose tradizioni.
Privi
di libertà e pieni di tempo…un tempo che, talvolta, ci sembra infinito,
rallentato da una non-azione a cui ci ha costretto l’epidemia.
Da settimane, ormai, non diciamo più : “Ti chiamo io dopo, ora non ho tempo”, “Semmai ci vediamo un’altra volta, adesso devo correre”, Appena mi sarà possibile, verrò a trovarti, tempo permettendo”.
(Foto di Lorenza Fiorilli)
Ecco,
ora il tempo abbonda in queste nostre vite trasformate, piene di interrogativi
e di paure: paura del contagio, paura
dell’altro, paura di ammalarci, paura di diventare uno dei numeri che,
quotidianamente, affollano l’ormai consueto e triste bollettino della
Protezione Civile.
In
questa dimensione mai sperimentata prima d’ora, in bilico tra l’assenza di
libertà e l’assoluta necessità di questa “prigionia” forzata che è l’unico
mezzo per lottare, tutti insieme, contro il virus, lui, il TEMPO sembra essere
lì, in un angolo a guardarci, sembra che ci voglia dire: “Voi fermi e io che
trascorro libero, secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora.
Quanto tempo vi ho dato, nei mesi e
negli anni passati… e quanto ne avete sprecato, buttato via, in sterili litigi,
in vane lamentele, in fumosi chiacchiericci. E ora che ne avreste in
abbondanza, e che vorreste riempirlo di abbracci, incontri, baci, strette di
mano….ecco, ora siete lì, immobili, in attesa. E io, allora, mi prendo il mio
tempo, il tempo che voi avete riempito con le vostre sciocchezze insulse, con
le promesse che sapevano di falsità. Il tempo che non avete assaporato, quel
tempo che non vi sarà più reso. Ricordatevelo, uomini, quando ne diventerete di
nuovo padroni”.
Una
ciambella fritta…calda, morbida, cosparsa di zucchero.
E così, in questo periodo in cui l’emergenza sanitaria ha azzerato la nostra quotidianità, quanto ci manca una ciambella fritta mangiata in strada per celebrare un incontro casuale tra amici, un esame universitario andato bene, una serata dal cielo terso.
E quante volte quella stessa ciambella fritta mangiata in strada ci ha consolato, ha asciugato quella lacrima, ci ha addolcito l’animo stanco.
Nell’impossibilità di gustarla seduti ad una bar, in pasticceria, è sempre possibile prepararla in casa, anche perché la ciambella fritta è più di un semplice dolce: è un’amica, una confidente, una parentesi tra gli impegni quotidiani, una coccola.
Delle golose Graffe napoletane (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Le sue origini, nonostante sia tra i dolci più apprezzati e consumati in Italia, sono, invece, austriache: si narra che sia giunta nella nostra penisola insieme agli Asburgo, i quali dominarono il Regno di Napoli che divenne parte integrante dei loro domini con il Trattato di Utrecht del 1713.
Fu
così che gli austriaci portarono con sé dei bombolotti fritti e cosparsi di zucchero: i Krapfen.
Sull’origine del nome ci sono due ipotesi:
la prima, è quella legata a una certa pasticcera
austriaca, Cecilia Krapf, la quale, alla prese con la preparazione di un
impasto, lo fa, accidentalmente, cadere
in una padella di olio pronta ad accogliere altri alimenti da cuocere. Si rende,
però, conto di aver creato un dolce gustoso e saporito che prenderà da lei il
nome con il quale sarà noto in tutto il mondo.
La seconda ipotesi
vuole che la parola Krapfen abbia origine
dal termine austriaco “Krafo”, ovvero uncino, perché un’altra tradizione vuole
che l’originaria forma ricordasse proprio quella di un uncino, appunto.
Con molta probabilità e per una chiara assonanza, da “Krafo” deriverebbe il nome con il quale le ciambelle fritte sono conosciute in Campania: graffe, che, a differenza delle classiche ciambelle consumate nel resto d’Italia, vengono preparate con le patate, oltre ai classici ingredienti quali la farina, le uova, il burro, il latte, la scorza di limone.
…e le sue “sorelle: le classiche ciambelle fritte (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Qualsiasi
sia il suo nome o la sua origine, quanto è bello gustare una ciambella calda ad
occhi chiusi con quello zucchero che rimane sulle labbra e ai lati della bocca?