I racconti di Mila e Pila- 28 Dicembre: il ruscello canterino- 3° Parte

Ma stamattina no, non sono a Chicago, ma sto dalla nonna e il mio palato non chiede altro di poter gustare quella fetta che la nonna ha messo nel piattino di porcellana decorato a mano.

Che sapore!

E che gioia poter fare colazione in compagnia della nonna, che mi guarda estasiata in silenzio.

“Mai nessuno ha mai apprezzato le mie torte come te, Ludovica. E mi manca tanto preparartele”, dice la nonna mentre un velo di tristezza le offusca lo sguardo.

Capisco che è venuto il momento da cancellare la nostalgia dei giorni passati e che non torneranno più, allora senza perdere nemmeno un istante, mi trasformo nella signora Pila.

“Signora Mila, sono proprio impaziente nel raccontarle ciò che mi è successo un po’ di tempo fa”.

“Signora Pila, la prego, inizi” risponde la nonna a tono.

“Allora, un pomeriggio, decisi di fare una bella camminata per il bosco. Era autunno, e in questa stagione dell’anno il bosco è bellissimo. Molti pensano che possa essere triste vedere le foglie degli alberi cadere, o i rami spogli, invece a me piace questo periodo dell’anno perché la natura si spoglia di ciò che è stato e si prepara per la nuova primavera. E poi i colori delle foglie che sono incantevoli: passano dal rosso carico all’arancione tenue, dal marroncino al giallo.

 Adoro camminare e sentire il crepitio che le foglie secche producono sotto le mie scarpe. E poi mi piace giocare con i raggi del sole che s’insinuano nel bosco attraverso gli alberi che lentamente si stanno spogliando.

La storia della Trattoria “Sora Lella” raccontata da uno dei nipoti della grande Elena (Lella) Fabrizi.

di Alessandra Fiorilli

In tantissimi hanno conosciuto ed apprezzato la sua innata simpatia, il suo senso dell’umorismo grazie ai film di Carlo Verdone, che l’ha voluta al suo fianco dopo averla “scoperta”: “In un programma radiofonico trasmesso, negli anni ’80, da una radio romana, Radio Lazio, che aveva la sede nel cuore storico della Capitale”, come ci racconta Mauro Trabalza, uno dei  nipoti dell’indimenticabile “Sora Lella”, all’anagrafe Elena Fabrizi, nonché sorella dell’indimenticato Aldo Fabrizi.

La mitica “Sora Lella” (Elena Fabrizi) ritratta nella sua trattoria. Alle spalle, le locandine dei film interpretati dal fratello Aldo Fabrizi (foto per gentile concessione di Mauro Trabalza)

E proprio Mauro, insieme ai fratelli Renato e Simone e alla sorella Elena, che porta lo stesso nome della nonna, ci svela come la mitica Sora Lella si sia avvicinata al mondo della cucina.

“ Il 26 giugno del 1938 apre una sua trattoria nel quartiere San Lorenzo, si trasferisce poi a Tor Pignattara, successivamente  si ferma per dedicarsi alla famiglia, ma nel 1959, quando viene a conoscenza che stanno vendendo un ristorante sull’Isola Tiberina, nel cuore di Roma, non esita neanche un istante e lo acquista: era nata la trattoria Sora Lella”.

Gli anni ’60 vedono protagonista Aldo Trabalza, figlio di Lella, nonché  padre di Mauro, Renato, Simone ed Elena: “Papà è stato l’anima della trattoria– svela Mauro- e ha inventato anche un piatto che non manca mai e che  è quello più rappresentativo: “Tonnarelli (all’uovo) alla cuccagna”, per la cui preparazione , a base di vari tagli di maiale, sono usati 18 ingredienti”.

Aldo Trabalza, figlio della Sora Lella (foto per  gentile concessione di Aldo Trabalza )

E, sempre dal padre, Mauro e i suoi fratelli hanno imparato tanto, non solo in cucina, ma nella vita :” Ci ha insegnato il valore dell’umiltà e l’importanza di non sentirsi mai arrivati”.

Aldo in cucina(foto per gentile concessione di Aldo Trabalza)

Anche la morte del padre ha insegnato loro qualcosa, come ci svela Mauro:” Abbiamo capito il valore profondo della famiglia, della vita privata, che tanto abbiamo sacrificato in gioventù. Da qualche anno infatti, la domenica siamo chiusi: è il giorno che andiamo tutti insieme per vedere la Magica (Roma, n.d,r,) o per seguirla in trasferta”.

La famiglia Trabalza al completo, da sinistra verso destra: Simone, Elena, Mauro, Renato, Seduti, mamma Renata e papà Aldo (foto per gentile concessione di Mauro Trabalza)

Dal lunedì al sabato, invece, i clienti  della trattoria , possono degustare la cucina tradizionale romana, incluso il piatto inventato dalla Sora Lella in persona: ”Gli gnocchi all’amatriciana che, insieme ai rigatoni con la pajata, non mancano mai nel menù”.

60 anni di presenza nel panorama gastronomico della Capitale, i fratelli Trabalza hanno saputo coniugare tradizione : “Tanta” e innovazione “Specie nell’attenzione che mettiamo nella ricerca di prodotti stagionali, a km 0 e di presidi slow food e abbiamo anche provveduto ad alleggerire le dosi che era solito preparare nostro padre”.

Moltissimi i personaggi famosi che sono stati o continuano ad essere clienti abituali della trattoria “Da Elizabeth Taylor e Richard Burton che avevano casa qui vicino, a Anthony Hopkins, ghiotto della nostra pasta e fagioli, da Carlo Verdone al grande disegnatore Ugo Pratt, il quale chiedeva sempre un piatto di melanzane e peperoni tagliati a tocchetti. E poi ancora Giuliano Gemma, Ettore Scola, Mario Monicelli, Antonello Venditti, Jean Paul Belmondo, Paola di Liegi”.

Chiedo a Mauro se, sino a quando è stata in vita Lella Fabrizi, in molti andavano a mangiare in trattoria anche per vedere la nonna :” Sì…entravano, vedevano se c’era e, in caso di risposta negativa, chiedevano quando avrebbero potuto trovarla in trattoria per passare di nuovo e fermarsi a mangiare. Gli ultimi anni, quando era stanca ed affranta per la morte della figlia, diceva ai clienti della trattoria che chiedevano una foto con lei, “Nun so la Sora Lella, so la gemella”. Nonna è morta nel 1993, ma ci ha lasciato tanto ed è per noi grande orgoglio e gioia essere i suoi eredi e i nipoti di Aldo Fabrizi, al quale nonna portava a casa il suo piatto preferito: abbacchio alla scottadito e il vino di Frascati”.

…i piatti sono pronti per arrivare in tavola…(foto per gentile concessione di Aldo Trabalza)

Prima di terminare l’intervista con Mauro gli chiedo se la nonna fosse proprio come l’abbiamo conosciuta nei film di Carlo Verdone: “Sì, era proprio così, e anche la famosa scena della gambe in “Bianco Rosso e Verdone”, nel quale Carlo è alle prese con la ricerca di una sistemazione migliore per la gambe doloranti della Sora Lella che interpretava la nonna nel film, è presa dalla realtà: alcune volte, infatti, quando gli innamorati si dilungavano a tavola ben oltre la mezzanotte, lei garbatamente si avvicinava e diceva loro “Scusate sa…ma a me me fanno male le gambe..me vorrei allungà a letto, dovrei chiude…”. Tra la tradizione di nonna anche i dolci come la famosa crostata ricotta e visciole o solo visciole, , il salame di cioccolato e la zuppa inglese. E, quando è estate, a nostri clienti offriamo il tortino di ricotta e cioccolato preparato da mio fratello Renato, Executive chef della cucina, nonché uno dei migliori gelatai di Roma”.

Parlare con Mauro è stato come rivedere la Sora Lella, la sua allegria, la sua verace romanità che ha incantato tanti italiani, ma anche la Roma della “dolce vita” immortalata in tanti film.

Ringrazio Mauro per questo tuffo nei ricordi e per averci raccontato la storia di questa sua famiglia che ha ereditato dalla Sora Lella la passione per la tradizionale cucina romana e per una città che sembra proteggere, con il Cupolone, i suoi abitanti.

Alessandra Fiorilli

 

 

I racconti di Mila e Pila- 28 Dicembre: il ruscello canterino- 2° Parte

Con il freddo che fa, la torta non impiegherà poi tanto tempo a raffreddarsi, ma, intanto, ogni due minuti chiedo alla nonna se posso mangiarla.

“Se sei così impaziente, tra qualche istante te ne taglierò una bella fetta così potrai farci colazione”, mi dice la nonna.

Ah, la colazione!

Quanto mi manca quel momento iniziale della giornata che fa da cornice a un nuovo giorno che è impaziente di iniziare, proprio come lo sono io nel voler mangiare la torta di mele della nonna.

Quando vivevo con lei in questo casolare di collina, la facevamo sempre assieme, anzi, lei per non scontentarmi faceva colazione due volte.

La prima, quando si alzava e beveva il suo caffè appena macinato, la seconda con me, davanti ad una bella tazza di latte caldo accompagnato da una fetta di ciambellone o di crostata.

A Chicago è molto raro che io possa fare colazione con i miei genitori, loro escono sempre prima di me e a me tocca stare in cucina con la donna che la mamma ha assunto nel ruolo della “tuttofare”: si occupa delle pulizie di casa, della spesa, di prepararmi la colazione.

Questa signora ha i capelli corti rossi, il volto pieno, un po’ di pancetta e le gambe troppo magre per la sua stazza.

Mi osserva sempre quando faccio colazione con il latte e i cereali che odio.

Una volta le ho detto che avrei tanto voluto mangiare, di primo mattino, una bella fetta di torta e lei, proprio il giorno successivo alla mia richiesta, si è presentata con un involucro trasparente dal quale ha tirato fuori una specie di ciambella gigante con sopra dello zucchero sciolto e dei pezzettini di una cioccolata insipida.

Ho apprezzato il suo tentativo di soddisfare la mia richiesta ma poi…poi ho deciso di mangiare i cereali…tanto nessuno mi avrebbe più potuto regalare le torte della nonna.

Che poi, a pensarci bene, non erano tanto la torta di mele o la crostata di albicocche a mancarmi, quanto la nonna e l’amore che metteva tra gli ingredienti che impastava con tanta maestria.

I racconti di Mila e Pila- 28 Dicembre: il ruscello canterino- 1° Parte

Mi sveglio con l’inconfondibile profumo della torta di mele che la nonna sta preparando per me, lo sa bene che ne sono ghiotta e sa altrettanto bene che la “apple pie” che vendono in America non la apprezzo come la sua, vero capolavoro di sapienza, di tecnica, d’amore.

Sì, perché ogni ingrediente usato dalla nonna si sposa perfettamente con gli altri e le mele, una volta portata la fetta di torta alla bocca, sono capaci di scatenare una melodia di sapori unici.

Prima di scendere giù in cucina, accendo il cellulare e l’inconfondibile suono che ho scelto per i messaggi, mi avverte che qualcuno mi ha pensato.

E’ la mamma che mi ha scritto:

“Buongiorno Lù, ieri siamo stati sulle rive del Lago Michigan e abbiamo ascoltato, il papà ed io, il suono delle lame dei pattini e abbiamo pensato a te, alla prima volta che hai pattinato sull’acqua ghiacciata. Ti vogliamo bene”.

Lù, mia madre mi chiama così ma a me non piace molto quest’abbreviazione ma io non gliel’ho mai detto, so che lei ci tiene tanto a sapere che sono la sua Lù.

Mi tolgo da dosso il pigiama di flanella, indosso la tuta grigia, quella con il cappuccio, e mi precipito giù dalla nonna.

La torta di mele è sul tavolo, il suo calore sta producendo quel soffio trasparente che mi fa capire che è ancora troppo calda perché io possa assaporarla in tutta la sua bontà.

Dopo aver scoccato un sonoro bacio sulla guancia della nonna, mi siedo e osservo quel capolavoro che sa di zucchero, di cannella, di scorza di limone grattugiata, che sa di amore.

I racconti di Mila e Pila- 27 dicembre: l’albero malato-5° Parte

Ma prima che cacciasse i suoi arnesi, mi chiese se volevo fare un piccolo sgabello con l’unico pezzo di tronco rimasto intatto.

Non ci pensai due volte e gli dissi di sì.

Quando il lavoro fu terminato e il signor Franco andò via con il suo triciclo pieno dei rami secchi del susino, andai nel frutteto, dove il susino non c’era ormai più.

Ma vidi che vicino al magazzino, c’era un bellissimo sgabello di legno che portai subito dentro casa.

Lo misi vicino al camino e ogni volta che mi prende la nostalgia del mio susino, lo guardo e mi sembra che la sia esistenza non sia passata inutilmente.

Ora al posto di quel vecchio albero, ho fatto piantare un alberello di limoni, sapevo che non sarei riuscita ad amare un altro albero di susino con la stessa intensità con la quale avevo amato lui.

Nei giorni di primavera, quando gli altri alberi mettono i fiori e d’estate, quando vado fuori al frutteto per raccogliere le pesche, le albicocche, le prugne, nell’istante stesso in cui ritorno per il viale lastricato verso casa, sento una voce melodiosa che canticchia un allegro ritornello: è l’albero di susino che esprime tutta la sua gioia nell’essere rimasto da me, anche se sotto forma di sgabello.

I racconti di Mila e Pila- 27 dicembre: l’albero malato-4° Parte

“Lasciami andare e se vuoi ricordarmi, pianta al mio posto un alberello, in modo che la vita possa continuare”.

Era il susino che mi stava parlando.

“Non voglio separarmi da te, tu sei stato il primo albero che ho piantato in questo frutteto, sei stato il simbolo di questo casolare, se te ne vai, andrà via anche una parte di me”, risposi.

“Non dire così. Pensa a tutto quello che di bello abbiamo vissuto e condiviso, quello nessuno lo potrà portare via. Ma adesso sono malato e stare qui, in mezzo agli altri alberi e vederli mettere le gemme, i fiori, i frutti non può farmi altro che male. Soffro nel vedere ciò che non sarò più: un albero forte in grado di regalare tante belle susine”.

Io cominciai a piangere ma lui, attento a non farmi male con i suoi rami scheletriti, mi abbracciò e per consolarmi del prossimo distacco, si mise a raccontarmi di quell’estate quando lui, giovane e forte susino, regalò decine e decine di chili di frutta.

“Non sapevate proprio più che farvene, allora tu decidesti, per non buttarla via, di prepararci la marmellata!”, disse l’albero.

“La marmellata, è vero, quasi me ne ero dimenticata. Non abbiamo più mangiato una confettura così buona. Ha accompagnato tante mattine felici, tanti pomeriggi. Quante fette di pane con il burro si sono sposate con quella dolce marmellata!” risposi, mentre un sorriso stava comparendo sul mio viso.

“Lo vedi, la mia vita non è stata inutile, l’ho trascorsa con voi, con i miei amici alberi. Ringrazio il cielo per avermi fatto vivere in questo frutteto, dove sono stato così bene, Ma ora te ne prego, chiama il signor Franco e dì che faccia il suo dovere”.

Quando il signor Franco arrivò, io andai via, non potevo sopportare l’idea di vedere abbattere il mio susino.

I racconti di Mila e Pila- 27 dicembre: l’albero malato-3° Parte

“Signora Pila, non crederà a quello che le sto per raccontare, è una storia bellissima”, dice la nonna.

“Sono proprio curiosa signora Mila di ascoltare le sue parole”, le rispondo.

E inizia così la sua storia.

“Era un giorno di primavera, e tutti gli alberi del frutteto avevano già messo le gemme, pronte a dischiudersi in fiori.

La natura era in festa, tranne il susino che ancora aveva i rami scheletriti.

Ogni giorno venivo a trovarlo e ogni giorno speravo di vedere le piccole increscenze verdi.

Decisi di chiamare il signor Franco, un vecchio contadino che sapeva tutto di alberi.

Arrivò di buon mattino con il suo triciclo e avvicinandosi al tronco cominciò a esplorarlo con le mani, sino a quando non scoprì un piccolo solco nella corteccia, al quale io non avevo fatto caso in precedenza.

“Signora, questo susino è gravemente malato, non c’è più nulla da fare, è inutile che lei aspetti ogni giorno che faccia uscire le gemme, per lui non ci sarà più nessuna primavera”.

“Possiamo aspettare qualche altro giorno?”gli chiesi.

“Lei è libera di aspettare anche mesi e anni ma non assaggerà più le sue susine”.

Io non ce la feci a farlo abbattere quel giorno stesso, né il giorno successivo, né quello dopo ancora.

Aspettai l’estate ma neanche il calore del sole di agosto riuscì a far guarire il mio susino.

Quando arrivò ottobre fu un sollievo per me, perché il susino si trovava in mezzo agli altri alberi, anch’essi ormai tutti spogli delle foglie, così da non sembrare più non malato.

Ma quando arrivò di nuovo primavera, il dolore si rinnovò.

Mi misi a sedere sotto i suoi rami spogli, quando sentii una voce.

Alzheimer: ne parliamo con uno dei maggiori esperti in campo internazionale ,  il Professor Giovanni Battista Frisoni.

di Alessandra Fiorilli

 

E’ stata definita la “malattia del lungo addio” e il suo nome, quando viene sentito per la prima volta dai familiari di un malato, disorienta, impaurisce, crea disperazione. Sembra, in un solo istante, che quei pezzi di vita che si dissolveranno, piano piano nel tempo nel cervello del paziente, travolgano, invece, da subito, i congiunti della persona alla quale è stato diagnosticato l’Alzheimer.

Di questa malattia neurodegenerativa ne parliamo con uno dei massimi esperti internazionali, il Professor Giovanni Battista Frisoni, il quale, nonostante i suoi numerosi impegni, mi ha dedicato del tempo per realizzare l’intervista che andrete a leggere.

Il Professor Giovanni Battista Frisoni (per gentile concessione del Professor Frisoni)

Giovanni Battista Frisoni incarna alla perfezione la determinazione, la volontà, l’impegno, la passione per il proprio lavoro. Avvicinatosi, dopo la maturità scientifica, alla medicina, dopo averne  conseguito la laurea con 110 e lode all’Università di Brescia, si specializza in Neurologia e, proprio da specializzando, si avvicina alla malattia dell’Alzheimer: “Stavo cercando un campo su cui studiare, non volevo fare il medico solo praticante ma dedicarmi alla ricerca scientifica, e così è stato.  Non mi sono mai pentito di questa scelta,  perché è un campo pieno di sfide e a me le sfide anche se mi intimoriscono, mi piacciono e mi attirano”, svela il Professor Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra e già direttore scientifico dell’IRCCS Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia.

Proprio durante gli anni della specializzazione in Neurologia: ” A Brescia, stava per avere inizio una grande avventura: l’apertura del  primo reparto per i malati di Alzheimer presso l’ospedale Fatebenefratelli. Era il 1991 e il Professor Marco Trabucchi mi propone di essere uno dei quattro medici dello staff. Ero il più giovane e accettai con grande entusiasmo. E qui ho cominciato a studiare la neuroimmagine, ovvero una dettagliata rappresentazione del cervello ottenuta con tecniche di risonanza magnetica,  che, oggi, sono molto più accurate e sofisticate rispetto al passato e ci permettono  di avere delle valutazioni quantitative del danno. Fummo finanziati per 6 anni dalla Regione Lombardia, poi, dopo 10 anni divenimmo Istituto di Cura a carattere scientifico”.

Purtroppo, come evidenzia il Professor Frisoni: “Intorno alla malattia dell’ Alzheimer   c’è una condivisione di un sentimento sociale che porta,  talvolta,  a sottovalutare anche i primi sintomi, perché molti pensano che disturbi della memoria siano sempre normali con il passare degli anni. Purtroppo le famiglie si  rendono conto  della gravità della malattia solo quando sono direttamente colpite,  specie nella fase avanzata, quando  hanno  problemi di gestione del proprio congiunto”.

La malattia di Alzheimer prende il nome dal medico che per primo, nel 1906, studiò il cervello di un suo paziente: “Dalle immagini del cervello al microscopio, vide dei grumi strani che chiamò placche senili e aggregati neurofibrillari. Fu questa la base di partenza per la studio e la ricerca che ha condotto la medicina a scoprire come le placche senili scoperte dal dottor Alzheimer siano composte di una proteina detta amiloide e che riusciamo a visualizzare con la PET(tomografia ad emissioni di positroni) e gli aggregati neurofibrillari, invece sono formati da proteina Tau”.  

Come per tutte le altre patologie, anche per l’Alzheimer esistono dei sintomi:  “Le dimenticanze accadono a molti, ma quello che dobbiamo chiarire è che ci sono delle amnesie non preoccupanti, le cosiddette anomie, legate a dimenticanze di nomi e luoghi e che sono sempre più frequenti con il passare degli anni, a partire già dai 50-60 anni, e quelle preoccupanti, le cosiddette amnesie episodiche, ovvero legate alla dimenticanza di interi episodi di vita, quali una vacanza, un film, dei quali ci si scorda di tutto ciò che ha circondato l’evento. In quest’ultimo caso siamo di fronte ad un vero e proprio “buco nero” della memoria passata”.

Un solo episodio non è necessariamente imputabile all’Alzheimer, perché, come ci conferma il Professor Frisoni: “Può succedere a tutti di dimenticare episodi singoli, quello che deve far riflettere è la frequenza con la quale tali dimenticanze si presentano. Se ci si accorge che sono frequenti e che si stanno verificando  da 6 mesi o più,  allora è il momento di chiedere un consulto”.

Il primo passo da seguire è quello di andare dal proprio medico di famiglia:” Il quale, nel caso in cui si accorge che potrebbero esserci dei sintomi legati all’Alzheimer , invierà il paziente da uno specialista, che in Italia è il geriatra o il neurologo,( in Inghilterra e in Germania è più spesso lo psichiatra).  Lo specialista raccoglie con il paziente e i suoi familiari l’anamnesi, la storia passo passo dei disturbi. Vengono poi effettuati degli esami neuropsicologici composti da semplici test ma rilevatori dello stato del salute del cervello, che possono mettere in luce le difficoltà di memoria. In circa 45-90  minuti al massimo, tutto compreso, ci si rende conto della situazione e lo specialista, di fronte ai risultati così ottenuti, può o rassicurare il paziente, perché il cervello si sa, invecchia anche esso e quindi è fisiologico avere con il passare dei anni elle dimenticanze, oppure continua per avere una diagnosi di certezza prescrivendo altre indagini, una combinazione di 2-3 tra le seguenti: PET, risonanza magnetica, puntura lombare, SPECT. Tali indagini permettono una diagnosi precoce con un elevato livello di certezza”.

Accertata la malattia si inizia il trattamento farmacologico “Disponiamo di soli 4 farmaci, di cui tre sono della stessa famiglia, quindi ne abbiano, in pratica,  solo due. L’effetto di tali farmaci, inoltre, è quello di migliorare o stabilizzare i disturbi per al massimo 6-18 mesi. Purtroppo per l’Alzheimer non abbiano farmaci in grado di bloccarne la progressione, ma al massimo di rallentarne il decorso per un po’ di tempo. Faccio un esempio molto semplice: è come se curassimo una polmonite con un bronchiolitico e un’aspirina… passerebbero la tosse e la febbre ma la polmonite continuerebbe il suo decorso, fino alla morte, se non si intervenisse con gli antibiotici. Ecco, purtroppo “l’antibiotico” per l’Alzheimer non l’abbiamo ancora”

E qui si apre il discorso sui finanziamenti alla ricerca  sull’Alzheimer: “Purtroppo i finanziamenti  sono, attualmente, 10-12 volte minori rispetto a quelli per il campo dell’oncologia, nonostante due fattori che dovrebbero far riflettere le istituzioni: i costi sociali di questa malattia sono doppi rispetto  a quelli sostenuti per il  cancro, e il numero dei pazienti colpiti è di gran lunga superiore a quello dei pazienti che ogni anno decedono  di patologie tumorali maligne”.  

Anche per l’Alzheimer è possibile parlare di prevenzione, intesa questa come stile di vita: “Il controllo del peso, dell’ipertensione e della malattie croniche come le dislipidemie possono sicuramente aiutare, così come una adeguata attività fisica.”.

Purtroppo, invece, di fronte all’ereditarietà, la prevenzione ha un ruolo più limitato: “ Avere avuto in famiglia un caso di Alzheimer, soprattutto se fra i 60 e 70 anni,   incide molto sul possibile insorgere della patologia. In tal caso il rischio è spesso legato  all’apoliproteina E. Il paziente può dunque entrare in un progetto di ricerca, come quelli in corso  sia a Brescia che a Ginevra. Sottolineo come qui siamo nel campo della prevenzione e che quando si parla di diagnosi precoce vuol dire che siamo già nella fase dove si hanno deficit oggettivi”.

Spesso, di fronte ad una diagnosi di Alzheimer, che fa perdere progressivamente: “Le proprie coordinate, la proposta biografia, la famiglia è devastata, ha una reazione di disperazione perché vede immediatamente  ciò che sarà, invece, la fase terminale della malattia: allettamento del paziente, incontinenza urinaria e fecale, necessità di nutrirsi con il sondino naso-gastrico ed altro.   Il mio compito, presso il Centro di Ginevra, è anche e soprattutto quello di incontrare le famiglie dei malati, di parlare con loro di spiegare come questa sia una malattia molto lunga, anche in  termini di 10-15 anni e che l’iniziale diagnosi nulla toglie alla qualità dignitosa di una vita. Molte famiglie riescono così a instaurare un dialogo costruttivo con il proprio familiare, mostrando  una grande disponibilità d’animo che li porta a comprendere come non tutto in questa malattia è dolore e sofferenza”.

Non posso concludere la mia intervista  senza aver ringraziato il Processor Frisoni, eccelso esempio di una medicina che unisce Ricerca e vicinanza al paziente e alle proprie famiglie.

Alessandra Fiorilli

 

 

I racconti di Mila e Pila- 27 dicembre: l’albero malato-2° Parte

Vedo la nonna arrivare, si fa strada tra la coltre di neve.

“Dovremmo provvedere a spalarne un po’, ha nevicato molto nei giorni scorsi!” dice  mentre cerca con una pala di levare la neve  lungo il piccolo viale lastricato che dal frutteto conduce al casolare.

“Ci penso io, nonna, non ti preoccupare!”, le rispondo.

“Tu? Ma sei troppo piccola, è un lavoro pesante, non voglio che ti affatichi” dice la nonna mentre si sta chiedendo cosa stia facendo da sola, in mezzo a quegli alberi dai rami piegati dalla neve.

Poi capisce, capisce che sto pensando al nonno perché ho deciso di indossare i suoi vecchi stivali di gomma che si trovano ancora nel magazzino degli attrezzi.

E’ un gesto, questo, che ho sempre fatto, dal momento in cui il nonno se n’è andato.

E ogni volta che lo compio è un modo per chiedere che qualcuno venga in mio aiuto, per dirmi che il nonno c’è ancora, nonostante la sua assenza su questa terra.

La nonna ripone la pala che aveva preso per sgombrare il vialetto dalla neve e, stringendosi, nel suo scialle di lana, si dirige verso me.

Cammina a fatica nella neve troppo alta, poi tira fuori dal magazzino due sedie pieghevoli in legno, le stesse sulla quali ci mettevano seduti il nonno ed io d’estate, quando chiedevamo alle fronde e alle foglie degli alberi di darci refrigerio.

Sono anni che non le usiamo più, infatti, la nonna fa un po’di fatica nell’aprirle.

M’invita a mettermi vicino a lei e carezzandomi i capelli, capisce che sono triste e allora ecco che in mio aiuto arriva la signora Mila nella quale lei si trasforma.

I racconti di Mila e Pila- 27 dicembre: l’albero malato- 1° Parte

Nonostante oggi sia il 27 dicembre, è una giornata tiepida, il sole esprime tutta la sua felicità ma è ancora troppo debole per sciogliere la neve che piega i rami degli alberi.

Esco dal casolare e mi metto a camminare lungo il viale che conduce, a destra verso il castagneto e a sinistra verso il frutteto che è ancora muto, senza fiori, senza frutti, senza gli uccellini che allegramente, in primavera e in estate, trillano da un albero a un altro.

Ripenso al nonno, è ancora troppo viva l’emozione che provo nell’immaginare quest’uomo, dalle spalle forti e dalla grandi mani, così tenacemente attaccato alla sua terra.

Quante cose sono cambiate e quante non potranno più tornare, ma i ricordi servono a questo, non a rattristarci per una persona che non rivedremo più, quanto piuttosto a darci la forza necessaria per continuare, per credere che quella felicità non è stata persa per sempre, ma può ritornare.

Ricordo ancora quando, in primavera, uscivo fuori al frutteto con il nonno e rimanevo sempre affascinata dal miracolo della natura che si risvegliava ogni anno, senza che nessuno le dicesse di farlo.

E quando sui rami vedevo i fiori, chiedevo sempre dove andassero a finire, una volta che poi comparivano su quegli stessi rami, i frutti.

“In natura nulla va perso e tutto si trasforma in qualcos’altro. La gemma diventa fiore e il fiore frutto”.

Ecco, anche noi siamo parte di questo grande mondo, quindi, di fronte all’assenza del nonno, penso che si sia solo trasformato, che è ancora vicino a noi, che non abbia mai lasciato questo casolare.