Pietro Fusella ci racconta la singolare storia del Chiaja Hotel de Charme a Napoli  immerso in un’aria di antica nobiltà e di “donnine allegre” del secolo scorso.

di Alessandra Fiorilli

 

 

Napoli è così: sospesa, come lei sa fare, tra “sacro” e profano” e questa fusione tra due facce della stessa medaglia, è visibile ovunque poggi lo sguardo. E così, in uno dei tanti vicoli, puoi trovare la statua della Madonnina, oggetto di devozione “sacra”, gelosamente custodita in un’edicola ornata di fiori,  e poi, qualche metro più in là, decine e decine di persone con i numeri da giocare, per la devozione “profana” che il popolo di Napoli ha per il lotto. E poi c’è il “sacro” rito del pranzo domenicale, con il famoso “rrau’ ch’adda ppippià”, e il “profano” strett-food che coinvolge tutti: bambini, adolescenti, giovani, anziani…perché mangiare in strada il famoso “cuopp” di terra o di mare, la pizza a portafoglio, la sfogliatella, non è placare lo stomaco, ma fare un regalo all’ anima.

E poi, ancora, c’è il “sacro” delle vie dello shopping  elegante e della movida, e il “profano” dei “vasci” nei Quartieri Spagnoli…

In questa perfetta mistura s’inserisce anche la storia singolare del “Chiaja Hotel de Charme”, situato nell’omonima via di Napoli. E così, in un “sacro” palazzo nobiliare del 1700, il palazzo Giroux, l’intero primo piano ha visto fondersi un appartamento appartenuto al Marchese  Lecaldano  Sasso la Terza con il “profano” di una ex casa di tolleranza chiusa con la legge Merlin. Ma entriamo insieme in questo stabile: ad accoglierci c’è un maestoso portone che, di sera, viene chiuso e il cui accesso è consentito da una porticina ricavata all’interno  del portone stesso. Nel cortile d’ingresso c’è ancora il portinaio nella sua stanzetta e,  dopo essere saliti sulla scala in stile vanvitelliano, si accede nell’ albergo, nato nel 2001 proprio da una commistione, appunto, di “sacro” e di “profano”.

Pietro Fusella, Direttore del Chiaja Hotel de Charme, e il suo avo nel dipinto che si trova nella Sala d’ingresso della struttura (foto per gentile concessione di Pietro Fusella)
Il ritratto del Marchese Lecaldano Sasso La Terza  nell’ingresso dell’appartamento nobiliare (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Gli ospiti di quest’albergo possono, così, trovarsi immersi in due atmosfere completamente diverse tra loro ma che i proprietari hanno saputo fondere. Alcune camere si trovano, infatti, nell’antica Casa Lecaldano Sasso la Terza, che fu abitata tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 proprio dal Marchese Nicola, altre, invece, sono ubicate nello storico “Casino di Salita S. Anna di Palazzo”, chiuso nel 1958 dalla legge Merlin. Come è avvenuta questa fusione tra il “sacro” e “profano”, ce lo svela direttamente Pietro Fusella, pronipote del Marchese Lecaldano, nonché Direttore del Chiaja Hotel de Charme. “Era l’anno 2001 e Napoli non viveva un momento felice e non si presentava come oggi, con la grande area pedonale di via Chiaia  e  via Toledo. C’era, inoltre, una crisi degli alloggi e la proprietà immobiliare  della nostra famiglia si stava degradando, così venne l’idea di procedere ad una ristrutturazione e di adibire l’appartamento al primo piano di palazzo Giroux ad uso ufficio, ma io proposi di farne un albergo, in un momento dove le strutture recettive di Napoli si trovavano solo sul lungomare Caracciolo e nei pressi della stazione ferroviaria. La ristrutturazione non riguardò solo l’appartamento, ma anche quei mobili e quelle suppellettili che sono attualmente ospitate nell’ingresso con il camino e nelle varie stanze. In tutto furono ricavate 14 camere: il nostro albergo era una vera bomboniera: piccolo e molto curato negli ambienti e con l’atmosfera di una casa nobiliare di fine 1800. Le cose andarono talmente bene che, dopo appena un anno di attività, decidemmo di ingrandire la struttura, acquistando un appartamento adiacente al nostro, che ci avrebbe consentito di occupare l’intero primo piano di Palazzo Giroux.  Solo quando entrammo ci accorgemmo che si trattava, in realtà, di una casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, il cui ingresso non era su via Chaia, ma sulla traversa accanto, strategicamente posta nel vicolo Sant’Anna di Palazzo. Così come avevamo fatto per l’appartamento del nostro avo, procedemmo alla ristrutturazione, puntando su tappezzerie dai colori carichi, mantenendo intatta la bellissima vetrata liberty, lasciando altresì, in bella vista, il tariffario dell’epoca”.

Un particolare dell’antico camino (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)
…e dell’ingresso(per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

 

La vetrata in stile liberty nell’ala della  casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, poi incorporata negli anni 2000 dall’albergo (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Chiedo a Pietro Fusella in che modo fu accolta questa fusione: “Con grande e vivo interesse, nonché con curiosità. Alcune  signore  emiliane, ad esempio,  ci chiedono, espressamente, al momento della prenotazione della stanza, che la stessa sia ubicata nell’ex casa di tolleranza. Moltissimi sono incuriositi dai vecchi oggetti originali esposti nel corridoio. Resistenza fiera solo da una coppia di giovani francesi che,  trovatisi di fronte a questa novità, si rifiutarono categoricamente di soggiornare in una di quelle stanze e chiesero, quindi, di essere trasferiti nella parte della casa del Marchese Lecaldano”.  Oltre a questa inusuale commistione, un’altra particolarità del Chiaja Hotel de Charme è che ogni stanza ha un nome proprio: nell’appartamento del Marchese ci sono, tra le altre,  la stanza “e don Nicola”, la stanza “e Zi Checchina”,  mentre nel vecchio casino, si trova quella intitolata a Anastasia ‘a Friulana, Mimì do’ Vesuvio, Dorina da Sorrento.  Questa struttura alberghiera al centro di Napoli è strettamente legata anche alla vita culturale della città, come ci dice il Direttore Pietro Fusella: “Un giorno di tanti ani fa, in una Napoli che ancora sonnecchiava, incontrai un amico, al quale chiesi: “Che vogliamo fare?”.  E così nacque l’idea di organizzare, nel mio albergo,  qualche incontro di poesia. Da allora non è mai venuto meno l’interesse per questa che è diventata una manifestazione patrocinata dal Comune di Napoli. Quest’anno abbiamo festeggiato i 10 anni di “Poetè”, questo il nome dell’evento, e da novembre ad aprile abbiamo un fitto calendario di eventi, tanto che alcune sere sono previste le presentazioni di due libri”.

Napoli è così: piena di storie da raccontare…

 

Alessandra Fiorilli

 

 

La Menopausa: fattori genetici, fattori ambientali, sintomi menopausali e terapia ormonale sostitutiva. Ne parliamo con la Ginecologa Francesca Sagnella.

di Alessandra Fiorilli

 

Una tappa fisiologica di ogni donna, un passaggio dalla vita fertile a quella nonfertile, un momento che, superata la quarantina, sembra attenderci dietro l’angolo, con tutto il suo carico, non solo di cambiamenti del corpo e dell’umore, ma anche di profonda valenza psicologica. “Per menopausa -dichiara la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana- s’intende la fine del ciclo mestruale e dell’attività ormonale ovarica. L’età media in cui le donne italiane entrano in questa fase è intorno ai 50 anni, infatti la menopausa fisiologica copre un arco che va dai 45 ai 55 anni. Quando una donna entra in questa fase prima dei 40 anni, parliamo di menopausa precoce; se accade tra i 40 e i 45 anni parliamo di menopausa prematura”.

La Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia ed Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana.

 

Pertanto, in considerazione dell’aumento progressivo dell’età media alla quale arriva il primo figlio, sarebbe opportuno per le donne conoscere, anche se in maniera approssimativa, l’età in cui potrebbe terminare il periodo di fertilità:“L’instaurarsi della menopausa è legato a fattori genetici: ogni donna dovrebbe chiedere alla mamma e alla nonna l’età alla quale sono entrate in menopausa, essendoci una forte familiarità. L’entrata in menopausa può inoltre essere influenzata da fattori ambientali, terapie chirurgiche (interventi sulle ovaie), farmacologiche (chemioterapie) o fisiche (radioterapia), ma anche dallo stile di vita e dalle cattive abitudini. Sappiamo infatti che le donne fumatrici possono entrare in menopausa due anni prima delle non fumatrici”.

Si può anche avere un’indicazione massima sulla propria riserva ovarica e quindi, indirettamente, sull’età in cui arriverà la menopausa, sottoponendosi a dei semplici esami clinici: “ Per conoscere la propria riserva ovarica, esistono dei parametri ormonali quali il dosaggio dell’FSH, da fare al terzo giorno del ciclo e l’ormone antimullierano, da associare alla conta dei follicoli antrali che si esegue mediante un’ecografia transvaginale la quale consente di contare i piccoli follicoli ancora presenti nelle ovaie”.  Ogni giovane donna potrebbe, quindi, con degli esami non invasivi, individuare il periodo della vita nel quale è possibile pensare ad una gravidanza, salvo ovviamente altre problematiche non inerenti alla riserva ovarica: “Purtroppo in questo campo c’è poca informazione -dichiara la Dottoressa Sagnella- dovremmo consigliare alle giovani donne di informarsi circa la propria predisposizione genetica alla menopausa precoce, anche perché è importante sapere che la qualità e il numero degli ovociti cominciano a ridursi sensibilmente già 10 anni prima della menopausa; chi andrà in menopausa a 40-45 anni, pertanto, sarà già molto meno fertile a 30-35 anni, rispetto a donne coetanee che andranno in menopausa a 50 anni”.

La menopausa generalmente non arriva senza segnali, i più rilevanti sono: “Irregolarità del ciclo, che può essere più ravvicinato ed abbondante, comparsa di tachicardia, aumento di peso (tra i 4 e i 5 chili), perdita dei capelli, secchezza della pelle e delle mucose, disturbi del sonno e dolori articolari, che interessano 1 donna su 4”.

Tra le conseguenze di cui si parla molto e che è un vero spauracchio, c’èl’osteoporosi, ossia la perdita di massa ossea causata dal crollo degli ormoni (estrogeni). Di fronte a questo quadro, abbiamo delle armi vincenti: “Svolgere regolarmente attività fisica , seguire una corretta alimentazione e integrarla con calcio e vitamina D, non fumare e, quando possibile, instaurare una terapia ormonale sostitutiva. Ovviamente, in casi di osteoporosi severa, sono disponibili molti farmaci che possono ridurre molto il rischio di fratture ossee. E’ importante sapere, infatti, che il 40% delle donne dopo la menopausa subisce una frattura.

Tra i sintomi ben noti della menopausa ricordiamo anche la secchezza vaginale e il calo del desiderio e le “famose” vampate: “In molti dei sintomi menopausali è coinvolto l’ipotalamo, una regione del cervello molto sensibile ai livelli di estrogeni che, tra le varie funzioni, regola la fame, il caldo-freddo e l’umore. Non a caso molte donne, in questa fase della vita, possono soffrire di alterazioni del tono dell’umore, fino alla depressione”.

L’età media delle donne è aumentata quindi, anche una volta andate in menopausa, gli anni davanti sono ancora molti, “La medicina ha pensato bene di migliorare la qualità della vita attraverso terapie molto personalizzate. C’è da considerare, infatti, che la menopausa non è solo la fine del periodo fertile, ma anche di una diminuzione drastica degli estrogeni che proteggono dalle malattie cardiovascolari. Non è un caso che in menopausa il colesterolo, i trigliceridi e la glicemia tendono ad aumentare. E qui la terapia ormonale offre un grande aiuto, proprio quella che da anni è stata demonizzata, specie a seguito di studi scientifici condotti negli Stati Uniti d’America, su donne sottoposte a terapia ormonale sostitutiva ma non ben selezionate. Questi studi avevano infatti coinvolto donne obese, in menopausa da 10 anni, e comunque non donne sane. I risultati a cui sono pervenuti sono stati, quindi, fuorvianti. E’ di fondamentale importanza, infatti, la selezione delle pazienti candidate alla terapia ormonale: un attento esame clinico, con la precisa valutazione dei sintomi, dei fattori di rischio che possono emergere dalla storia della paziente e dagli esami di laboratorio, consentono allo specialista di valutare il rapporto rischio/beneficio”.  Chiedo alla Dottoressa Sagnella se tutte le donne possono sottoporsi a tale terapia :” E’ da escludere, ad esempio, in donne che hanno avuto un tumore all’ovaio, al seno, o che sono state colpite da ictus, tromboflebiti o soffrono di malattie autoimmuni come il lupus. Donne sintomatiche che non presentano fattori di rischio possono, invece, trarre enorme beneficio dalla terapia ormonale, purché  iniziata entro i 5 anni dall’entrata in menopausa. Purtroppo, a causa di una propaganda negativa ed allarmistica, sono ancora pochissime le donne in Italia che godono dei benefici di questo trattamento farmacologico (circa il 4%, contro il 51% in altri Paesi europei). Concludendo, possiamo dire che oggi non è più necessario sopportare i disturbi menopausali. Con l’aiuto del medico è infatti quasi sempre possibile trovare la giusta strategia per alleviare i sintomi e vivere meglio una nuova fase della vita.”

Alessandra Fiorilli

Il coinvolgente Maestro Giorgio Rivari ci parla della sua disciplina: la Human Dance Tecnique  

di Alessandra Fiorilli

Uno di quegli incontri casuali in una splendida giornata autunnale dal sapore estivo…e mentre mi sto incamminando verso i vicoli del delizioso borgo, una musica mi  rapisce e mi spinge sin nella piazza dove è allestito un piccolo palco. E su questo palco, una figura al tempo stessa eterea ma forte, sta facendo la sua performance. Lui è energia pura, passione per la danza, lui ti coinvolge, ti rapisce, ti ipnotizza. Indossa una baschetto bianco alla francese, che, come svelerà lo stesso Maestro nel corso dell’intervista:” Ho riconosciuto, un giorno, come una parte di me, qualcosa che mi apparteneva da sempre”. 

Il Maestro Giorgio Rivari, con il suo inseparabile baschetto alla francese (Foto per gentile concessione di Giorgio Rivari)

 

Lui è il Maestro Giorgio Rivari, al quale, terminata la performance dimostrativa, mi sono avvicinata per conoscerlo, perché il mio fiuto da giornalista mi suggeriva che lui aveva qualcosa di bello da raccontare.

E di ciò ho avuto conferma durante l’intervista che gentilmente mi ha concesso.

Muggia, un piccolo centro a 12 chilometri da Trieste: è qui che nasce Giorgio Rivari nel 1960.

“All’età di 6-7 anni,  papà mi iscrive ad una squadra di calcio, ma io ero  gracile: la parola  “malaticcio” rende bene l’idea. I medici parlavano di una TBC ossea…avevo spesso le gambe ingessate, entravo ed uscivo dagli ospedali, dove non mi opponevo mai alle cure dolorose che mi attendevano perché più forte di tutte era la speranza, o meglio la certezza, che un giorno sarei riuscito a vincere io la battaglia contro questa patologia che avrebbe compromesso una crescita normale”.

Nel frattempo il piccolo Giorgio si avvicina alla danza, all’insaputa del padre che scoprì questa sua passione il giorno in cui lo seguì e lo vide entrare in una Scuola di Muggia. Dopo un primo tentennamento, i genitori lasciano Giorgio libero di scegliere e lui sceglie la danza, uno, due, mille volte. “Ho frequentato tutti i corsi possibili e facevo molti spettacoli nella mia zona  e in quelle limitrofe. Nel frattempo, mi avvicino anche alla Kick Boxing disciplina della quale sono sesto dan e alle Arti Marziali, delle quali sono terzo dan”.

Il Maestro Giorgio Rivari (Foto di Valentina Sasso)

L’agonismo in queste due discipline gli permette l’incontro che gli aprirà scenari nuovi e inaspettati: “Ho l’opportunità di volare a Portland, nell’Oregon, dove faccio la conoscenza con il Nia, Azione Integrativa Neuromuscolare, ovvero una danza che combina il movimento del corpo, basandosi su 52 movimenti principali e che ha, come fine, quello del piacere di muovere il corpo”.

Il Maestro Rivari e l’espressività del suo corpo in uno scatto di Valentina Sasso

Dopo il ritorno in Italia: “Dove ho portato questa disciplina in molti Centri insegnandola, oltre alla danza contemporanea, in Scuole di Trieste , Gorizia, Udine e Slovenia, sento un giorno di poter e di voler dare qualcosa di più, di essere pronto a creare un metodo tutto mio per trasmettere qualcosa di più intimo: ed è , così, nata l’HDT, la Human Dance Technique, una danza di sviluppo personale e di tecniche corporee che vede ogni parte del corpo dotata di una propria coscienza ed anima. Se ci pensiamo bene, il nostro corpo è abituato a sentire musica, sin dal battito cardiaco,  e a muoversi sin da quando siamo nell’utero materno, quindi la danza non è una condizione, quanto piuttosto proprio una necessità umana”.

La passione per la danza espressa dal Maestro in uno scatto di Valentina Sasso

Gli chiedo di descrivere come è articolata una sua lezione di HDT:  “La mia masterclass dura un’ora e mezza, un po’ di più della classiche lezioni, perché durante i primi trenta minuti ci concentriamo in silenzio sul prendere contatto con il corpo. Iniziamo dalle estremità e cominciamo con dei movimenti che poi, naturalmente, diventano sempre più ampi. La parte centrale della lezione, quindi, è un insieme di movimenti coreografici attraverso i quali il corpo riesce a star bene con se stesso. E questo è il fine della HDT: ci muoviamo per stare bene, per sciogliere le tensioni, per diminuire lo stress che talvolta ci paralizza, ma non siamo competitivi tra noi quando siamo a lezione. La danza diventa un supporto psicologico attraverso gli sblocchi emotivi Ciascuno dà tutto sé stesso, ma senza fare paragoni con gli altri”.

 

Il Maestro Rivari è molto di più di ciò che racconta, tant’è che le parole non sono sufficienti o in grado di esprimere pienamente davvero la grande carica umana e professionale di Giorgio che incanta, sempre. “Ho gioia nel muovermi, sì…e credo fermamente in quello che disse un giorno il grande ballerino russo Nurejev: balla con me cinque minuti e ti racconterò la tua vita. E davvero  noi siamo il nostro corpo strettamente legato al cuore, all’anima. E la HDT riesce a coinvolgere corpo, mente, spirito”.

 

Il Maestro Rivari da otto anni svolge anche la propria attività all’interno del progetto promosso dall’azienda sanitaria  HPH per prevenire il burn out e che, successivamente, è stato aperto anche al pubblico. Nell’ambito di questo progetto Giorgio è coadiuvato anche da psicologi, insegnanti di educazione fisica e artisti.

Spinto sempre dal  grande desiderio di conoscere e di perfezionarsi nel suo campo, è partito alla volta della  Spagna, dove ha imparato il Ballet Fit, un nuovo metodo di ballo legato alla danza classica e, proprio di questa disciplina, è certificatore unico in Italia.

Quindi Giorgio Rivari, ce l’ha fatta: “Quando da bambino entravo e uscivo negli ospedali, non ho mia avuto esitazioni. I miei genitori erano preoccupati ma io sapevo che ce l’avrei fatta grazie alla danza, della quale io mi percepisco come un veicolo e quando sono a lezione mi dico che meno ci sono io più c’è lei”.

Ma è impossibile non accorgersi del Maestro Rivari quando insegna, quando si muove, fluido e flessibile, coinvolgente e appassionato, con il suo inseparabile baschetto alla francese.

 

Alessandra Fiorilli

A spasso per Vipiteno…

di Alessandra Fiorilli

 

Annoverato tra i più bei borghi d’italia, Vipiteno-Sterzing, in provincia di Bolzano e nel fantastico e magico Sudtirol, ha un fascino che ti cattura appena cominci ad incamminarti verso il Corso principale, tutto inghirlandato di palazzi dipinti con colori pastello e di finestre tipiche della zona.

I tipici palazzi color pastello che danno il benvenuto ai turisti (Foto di Lorenza Fiorilli)
Uno scorcio dell’architettura tipica del Sudtirol  (Foto di Lorenza Fiorilli)
Particolare della facciata di un palazzo (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando sei lì, con lo sguardo che non sa dove posarsi,  e che volge ora verso i monti, ora verso gli abbaini, sembra di essere in uno di quei paesi descritti nelle favole per bambini.

Particolare delle finestre (Foto di Lorenza Fiorilli)
…come in un modo fiabesco…(Foto di Lorenza Fiorilli)

Lungo il Corso, dove si aprono i caratteristici portici,  svetta il simbolo del paese: la Torre dei Dodici, che divide la città vecchia dalla città nuova.

I tipici portici (Foto di Lorenza Fiorilli)
La Torre dei Dodici, simbolo di Vipiteno (Foto di Lorenza Fiorilli)

La catena delle Dolomiti che abbraccia Vipiteno, regala ai turisti un’aria cristallina, pura.

Scorcio dei monti che circondano Vipiteno (Foto di Lorenza Fiorilli)
Scorcio (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando sei lì non puoi fare a meno di pensare a quanto possa essere affascinante d’inverno, specie durante il periodo natalizio, quando vengono allestiti i tradizionali Mercatini di Natale nel Sudtirol, che si trovano anche a Bolzano, Merano, Bressanone, Brunico. E ti immagini anche la neve quando poi percorri la strada nel senso contrario, e prometti a te stessa che il saluto tributato a Vipiteno, è solo un “Arrivederci”

Alessandra Fiorilli

 

Tutte le tecniche per contrastare l’infertilità: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella

di Alessandra Fiorilli

 

 

Nella precedente intervista, la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana, ci ha parlato dell’infertilità e di quanto possa essere devastante, per una coppia, una tale diagnosi. Fortunatamente, la medicina può molto in questa campo. Oggi vediamo, infatti, quali sono i metodi per consentire ad una coppia la realizzazione del sogno di diventare genitori.

La Dottoressa Francesca Sagnella

“ Lo studio approfondito della coppia e la comprensione delle possibili cause di infertilità rappresentano la fase più delicata. Il successo del trattamento, infatti, dipende moltissimo dalla personalizzazione delle cure ” dichiara la Dottoressa Sagnella, la quale continua: “Ad esempio, qualora il problema fosse di tipo ormonale con ripercussioni sulla presenza e/o sulla qualità dell’ovulazione, il primo approccio sarebbe quello farmacologico : ovvero si prescrivono farmaci (in compresse o iniezioni sottocutanee) per indurre l’ovulazione. Qualora l’aiuto farmacologico dovesse rivelarsi infruttuoso , oppure in caso di problematiche maschili lievi, o in caso di infertilità inspiegata (ovvero senza cause tangibili), il passo successivo sarebbe quello della inseminazione intrauterina. Questa tecnica consiste nell’introdurre nella cavità uterina, nel giorno di massima fertilità della donna, il seme del partner opportunamente trattato in laboratorio, al fine di selezionare, dal campione raccolto, gli spermatozoi dotati di maggiore motilità. La tecnica avviene in ambulatorio utilizzando un sottile catetere che viene introdotto nella cavità uterina. Non è invasiva e, una volta preparato il seme, richiede pochi minuti per l’esecuzione.  Il tasso di successo di questa tecnica si aggira intorno al 18-20% di gravidanza per singolo tentativo”.

Una tecnica più complessa è quella della fecondazione in vitro (FIVET/ICSI), tecnica che ci viene illustrata dalla Dottoressa Sagnella: “Si ricorre a queste tecniche in diversi casi: ad esempio, quando le tube della donna risultino chiuse, perché è proprio nelle tube che avviene il concepimento; quando il fattore maschile risulti particolarmente alterato, oppure in caso di fallimento delle tecniche più semplici. La prima fase di un trattamento di fecondazione assistita prevede una terapia ormonale che ha lo scopo di indurre una ovulazione multipla nella donna (ossia di stimolare le ovaie a produrre più follicoli contemporaneamente). Gli attuali protocolli farmacologici sono molto più sostenibili di una volta: durano circa 10 giorni e sono generalmente ben tollerati dalle donne. Durante questa terapia è fondamentale eseguire diverse ecografie e prelievi del sangue, al fine di fornire al medico le informazioni necessarie a modulare le dosi dei farmaci. Quando si raggiungono dimensioni follicolari adeguate, si procede al prelievo degli ovuli e alla fecondazione in vitro (ossia in ogni ovulo che si vuole fecondare viene introdotto, al microscopio elettronico, uno spermatozoo). Se questa fase va a buon fine, l’ovulo fecondato si dividerà e formerà l’embrione, che verrà poi trasferito nell’utero della donna attraverso un sottile catetere”.

Chiedo alla Dottoressa Sagnella quali siano le tecniche attraverso le quali si prelevano gli ovuli:

“Gli ovuli vengono aspirati dalle ovaie sotto guida ecografica, mediante un ago che viene montato sulla sonda ecografica transvaginale. Si tratta di una tecnica che può essere praticata sia in anestesia locale che generale. Io, personalmente, eseguo molti interventi in anestesia locale. In questa fase il rilassamento è molto importante, per cui cerchiamo di mettere a proprio agio la paziente anche facendole ascoltare della musica. La fecondazione in vitro può raggiungere tassi più elevati di successo, intorno al 35-40% per singolo tentativo.

Un’altra tecnica, sempre più diffusa, è la fecondazione eterologa : “Si usano gameti femminili o maschili prelevati da donatori sani e fertili. Tale tipo di fecondazione è indicata in caso di azoospermia (assenza di spermatozoi nel testicolo), oppure in assenza di riserva ovarica (quando le ovaie hanno esaurito il loro patrimonio ovocitario). Questa condizione è sempre più frequente, per ragioni sociali (età avanzata della donna), farmacologiche (ad es. alcuni chemioterapici) oppure genetiche e ambientali (menopausa precoce). La fecondazione eterologa può raggiungere tassi molto elevati di successo, intorno al 60-65%. Tutte le tecniche, più o meno complesse, andrebbero eseguite sempre tenendo conto della fragilità emotiva di ogni donna in un contesto così delicato. Si tratta infatti di percorsi molto più difficili sul piano emotivo e psicologico di quanto non lo sia l’impatto con i farmaci e con le procedure stesse. Per questa ragione – conclude la Dottoressa Francesca Sagnella– potrebbe essere consigliabile un sostegno psicologico da parte di operatori esperti del settore che, nel centro presso il quale opero, sono sempre a disposizione dei nostri pazienti”.

Alessandra Fiorilli

Bolzano- Bozen: il fascino della città altoatesina

di Alessandra Fiorilli

 

Piazza Walther e, a destra, il Duomo (Foto di Lorenza Fiorilli)

 

 

Bolzano: pregusti una realtà diversa dalle altre già al momento della prenotazione del biglietto ferroviario, quando, tra le varie stazioni, quella di Bolzano balza fuori dalla lista anche con il suo nome in lingua tedesca “Bozen”. Hai imparato sin dalle scuole elementari che il Trentino Alto Adige è una regione a Statuto Speciale dove vige il bilinguismo (italiano e tedesco) e ti accorgi di quanto sia bella questa multicultura in terra italica, appena solo scendi dalla stazione e ti incammini, a piedi, sino a Piazza Walther, cuore e salotto della città altoatesina.

La piazza al crepuscolo (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ti giri più volte su te stessa per ammirare la particolarità dei palazzi con quegli abbaini che fanno capolino dai tetti e noti come l’architettura abbia l’inconfondibile gusto austriaco che ritrovi anche  quando volgi lo sguardo  verso il Duomo in stile gotico , che con il suo tetto smaltato verde-oro, somiglia molto a quello di Vienna.

Scorcio delle Dolomiti dai palazzi più alti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E saranno le campane della chiesa a darti il buongiorno… ed è un suono al tempo stesso dolce e potente: dolce come quel monte verdissimo che guarda verso la statua del poeta Walther von der Vogelweide,  e potente come il profilo delle Dolomiti che si scorge dai piani più alti dei palazzi che si affacciano sulla piazza, bellissima di giorno e di e incantevole, indimenticabile di sera.

Alessandra Fiorilli

Ravello, Villa Cimbrone: laddove ci si fonde con l’infinito…

di Alessandra Fiorilli

Uno scorcio del panorama dalla Terrazza dell’Infinito di Villa Cimbrone (Foto di Lorenza Fiorilli)

 

Ravello: quella che sembra essere una semplice indicazione stradale, lungo il percorso mozzafiato che regala la costiera amalfitana, diventa, una volta arrivati in cima, il luogo dove il respiro sembra spezzarsi dall’emozione, dove il cuore comincia a battere più forte e dove i sensi sono esalati da cotanta bellezza.

Giunti nel centro di Ravello, si arriva a Villa Cimbrone attraverso una serie di viuzze in salita: lo spettacolo che attende i visitatori vale la pena di tutto il percorso da fare a piedi.

L’entrata di Villa Cimbrone (Foto di Lorenza Fiorilli)

Arrivati in cima, si entra accolti dai resti dell’antica villa, mentre la natura ti abbraccia con tutto quanto di bello possa regalare: l’incanto del monte che si protende sin verso il mare.

Varcata la soglia dell’entrata, a sinistra un chiostro in stile arabo-siculo normanno, conduce verso la maestosa cripta con massicci archi portanti dal gusto cistercense: qui già lo sguardo è rapito ora dal monte, ora dal mare, in un connubio di maestosa pace.

Particolare del chiostro (Foto di Lorenza Fiorilli)
Altro scorcio del chiostro (Foto di Lorenza Fiorilli)
Lo spettacolo della natura da un’arcata del chiostro (Foto di Lorenza Fiorilli)
Uno scorcio dal Viale dell’ Immenso (Foto di Lorenza Fiorilli)

Usciti dal chiostro, il turista s’incammina lungo il Viale dell’Immenso che conduce alla Terrazza dell’Infinito: capisci che non c’è nome più adatto di questo, solo quando ti affacci, e lo sguardo spazia su una distesa di mare blu la cui vista ti travolge, ti stordisce.

La Terrazza dell’Infinito…(Foto di Lorenza Fiorilli)
Uno scorcio del panorama dalla Terrazza dell’Infinito (Foto di Lorenza Fiorilli)
L’infinito è davvero qui…(foto di Lorenza Fiorilli)

 

Non riesci proprio ad andar via, e quando devi salutare questo spettacolo naturale dal sapore paradisiaco, ti volti indietro più volte e sai che quella Terrazza dell’Infinito ti ha stretto a sé in un abbraccio che sentirai sulla pelle ogni volta che penserai a Ravello, a Villa Cimbrone al suo belvedere.

 

Alessandra Fiorilli

 

 

L’incanto delle Alpe di Siusi…

di Alessandra Fiorilli

L’emozione si siede già accanto a te nell’istante stesso in cui prendi posto nella cabinovia che da Siusi ti conduce, in circa 20 minuti, sull’Altopiano.

A valle sei già a quota 1000 e sai che arriverai fino a quasi 1900 metri, eppure non riesci nemmeno ad immaginare cosa ti aspetta in cima, dove si estende l’altopiano più grande d’Europa: 56 chilometri quadrati.

Nella cabinovia… (foto di Lorenza Fiorilli)
Il tratto che percorreremo…(foto di Lorenza Fiorilli)

 

E mentre t’incanti nel guardare il panorama che inizia lentamente ad abbracciarti,  vedi gli altri che passano dal lato opposto al tuo e li saluti, quasi come li conoscessi da tempo, da sempre, perché il condividere emozioni così forti ti fa sentire parte di un tutto.

Si diventa “amici” nel percorso e si saluta chi è dal  lato opposto al nostro…(foto di Lorenza Fiorilli)

Arrivare alle Alpe di Siusi è giungere in una dimensione che sta tra l’onirico e il surreale, perché sembra di essere protagonisti di un sogno e parte di un paesaggio che credevi esistesse solo nella favole.

La terrazza panoramica che ti dà il benvenuto, appena scesi dalla cabinovia (foto di Lorenza Fiorilli)

Appena scesi dalla cabinovia che quasi ti aspetti che da un momento all’altro sbuchi fuori il coniglio di Alice( la bambina del Paese delle Meraviglie)  e ti chieda di seguirlo…e tu gli dici di sì, lo segui quel coniglio immaginario, tanta è la magia che avvolge tutto il paesaggio circostante.

Lo spettacolo delle Dolomiti (foto di Lorenza Fiorilli)

E mentre ti incammini sui sentieri, non puoi fare a meno di pensare ad Heidi, la famosa protagonista dell’omonimo cartone animato…lei viveva con il nonno sulle Alpi svizzere e qui siamo in provincia di Bolzano, nella cornice dolomitica, ma le montagne si somigliano e quando ti entrano dentro non conoscono confini.

Allora comprendi così facilmente il motivo per cui la piccola Heidi piangeva a Francoforte, lontana dal nonno, dalle sue montagne, dai prati che si perdono a vista d’occhio, proprio come avviene alle Alpe di Suisi. Cartelli in legno  ti indicano i vari sentieri nei quali ti puoi addentrare, mentre baite sono sparse qua a là per poter rifocillarti.

L’aria è cristallina, non si sente altro che l’odore dell’erba e non  c’è altro suono che il fruscio del vento.

Prendiamo il sole su una sdraio, ma non riusciamo a tenere gli occhi chiusi  davanti a tanta bellezza del panorama dolomitico.

Il cielo che sembra spennellato da un pittore…(foto di Lorenza Fiorilli)

E quando vai via, non vorresti farlo e quel coniglio che credevi di aver incontrato, appena scesi dalla cabinovia,  sembra ti voglia trattenere… saliamo, alla fine, sulla cabinovia e ci voltiamo indietro fino a quando dietro di noi quell’alpeggio sconfinato scompare dalla vista,  pur se resterà per sempre impresso negli occhi, nell’anima, nel cuore…

Si sta per scendere a Siusi…(foto di Lorenza Fiorilli)

Alessandra Fiorilli

Difendiamo il cibo vero per difendere la salute. Prevenzione primaria e diagnosi precoce, terapie personalizzate contro il cancro alla mammella: ne parliamo con il Dottor Raffaele Leuzzi

di Alessandra Fiorilli

 

C’è confusione tra prevenzione primaria e diagnosi precoce, è per questo che oggi proveremo a fare chiarezza parlandone con il Dottor Raffaele Leuzzi, Specialista in Oncologia Chirurgica e Senologia Diagnostica, il quale, in una precedente intervista, ci ha già chiarito la stretta correlazione tra alimentazione e progressione del cancro.

Il Dottor Raffaele Leuzzi

“Tra gli strumenti della prevenzione c’è prima di tutto il cibo e lo stile di vita, che dovrebbero essere visti con tutta la loro valenza preventiva. La prevenzione può, infatti, ridurre l’incidenza del cancro, mentre la diagnosi precoce  limita i danni del tumore riducendo la mortalità. E qui la differenza è grande, come si può ben capire”.

Lo strumento della diagnosi precoce per eccellenza è la mammografia digitale diretta o la 3D e anche qui occorre fare chiarezza sulla fascia d’età nella quale deve essere effettuata: “Lo screening mammografico andrebbe effettuato dai 40 anni in su e non c’è un massimo d’età, quindi quando si leggono di fasce d’età diverse da quelle ora citate, è perché il Servizio Sanitario Nazionale offre uno screening che è un LEA, ovvero un livello essenziale di assistenza, dettato dall’interesse sociale e si basa sul rapporto costi/benefici. Il SSN effettua screening su una popolazione femminile apparentemente sana e asintomatica  per ridurne la mortalità nella fascia di età 50-69 anni. Ma le donne devono sapere che la diagnosi precoce è un bisogno che comincia prima strettamente personale e quindi volontario. Lo screening non prevede nulla a 40-49 anni e dopo i 69 anni, solo di recente alcune regioni praticano lo screening da 45 a 74 anni.  Non c’è un tetto massimo per il rischio di cancro al seno, se consideriamo poi che  l’età maggiormente a rischio è dopo i 40 anni, con picchi sui 55, mentre la mortalità più alta la si registra dopo i 64 anni, vediamo quindi come ci sono fasce di popolazione ad alto rischio non coperte dallo screening.”

Fattori di rischio per l’insorgenza di un tumore alla mammella sono essenzialmente tre, ma sono fattori di rischio immodificabili:  l’età, dopo i 40 anni, la familiarità e la struttura mammaria, struttura che si è profondamente modificata negli anni, come dichiara il Dottor Leuzzi: ” L’aspetto  radiografico della mammella deriva dalle caratteristiche delle sue componenti: tessuto adiposo ( radiotrasparente),  tessuto ghiandolare e stroma ( radio-opachi, densi ). Attualmente i seni densi si aggirano intorno al 50%  e questo tipo ha una prevalenza della struttura ghiandolare, quindi è più a rischio e maschera il cancro ostacolando la diagnosi precoce. I seni, invece, delle nostre nonne erano adiposi e grandi, mentre  oggi i seni sono medio/ piccoli perché l’adipe è diminuito ed è aumentata la componente ghiandolare. Per questo  la diagnostica strumentale sta cercando di andare incontro a questi cambiamenti del seno, prevedendo sempre l’ecografia dopo la mammografia e in casi selezionati alle mammografie con mezzo di contrasto iodato che consente di visualizzare la neoangiogenesi, la vascolarizzazione del tumore. “

La modifica della struttura del seno, prima adiposo e grande, ora più piccolo e denso, è da collegarsi ad alcuni aspetti, quali il tipo di dieta:  “Il seno grande è più facile da analizzare perché risulta essere radiotrasparente, a differenza di quello piccolo che è radioopaco. Le nostre nonne, che seguivano la classica dieta  mediterranea con legumi, frutta, verdura, olio Evo, pesce azzurro, vino rosso con moderazione, pochissima carne e cereali non raffinati,  praticavano, senza saperlo,  una dieta  che le salvaguardava dal tumore. La dieta mediterranea, oggi ridotta a brand commerciale, dovrebbe essere il modello alimentare del futuro e non è un caso che nel 2010 è stata proclamata patrimonio immateriale  dell’Unesco, capace altresì, di contrastare le cosiddette malattie del benessere quali, oltre ai tumori, anche  diabete, obesità e patologie cardiovascolari. La dieta non è privazione ma è regola e questa  regola ci dice che dobbiamo prediligere frutta e verdura con filiera corta, a km zero, come si suol dire. La dieta mediterranea è biodiversità, è tutela del paesaggio, è cibo locale, del territorio in cui si svolge l’intero ciclo di filiera. Dovrebbe instaurarsi un’alleanza tra consumatori e piccoli produttori per assicurare che sulle nostre tavole arrivino prodotti  coltivati negli stessi luoghi dove poi vengono consumati. Via libera, dunque, alla dieta mediterranea con cereali non raffinati (che contengono sali minerali, vitamine e fibre)  olio E.V.O (extra vergine d’oliva), verdure, legumi, frutta secca, vino rosso con moderazione e pesce azzurro da consumare due volte la settimana. Concessa anche la carne, con un massimo di una volta la settimana ma che non provenga da allevamenti intensivi, da evitare gli zuccheri e grassi saturi, calorie vuote” dichiara il Dottor Leuzzi, il quale pone l’accento sulla differenza tra :”Cibo vero, quello naturale, stagionale, fresco, locale da agricoltura sana e da cucinare, con uso esclusivo di olio extravergine di oliva come grasso di condimento e cottura; cibo non vero, quello imballato, pronto, ultra-processato, che è insostenibile per l’ambiente e per la salute”.

Per quanto attiene al fattore familiarità, i tumori eredo famigliari sono tra il 5 e il 10% del totale dei tumori al seno, cosa fare, dunque? “ La donna, che in seguito a test genetici che mostrano modificazioni scopre l’alto rischio può prendere due decisioni: vivere con questa spada di Damocle, conducendo una vita da malata, anche se ancora non lo è, o decidere di sottoporsi a mastectomia e ovariectomia, ovvero la rimozione delle ovaie, perché i due rischi sono strettamente correlati. Due trattamenti, questi, ancora più devastanti della possibilità, in futuro, di ammalarsi di tumore alla mammella”. 

Quali sono altri campi di applicazione dei test di espressione genica? “La chemioterapia adiuvante, quella precauzionale dopo l’intervento non è necessaria per una grande proporzione di donne con carcinoma mammario allo stadio iniziale.

I risultati provengono da uno studio, che ha coinvolto più di 10.000 pazienti e testato il test di espressione genica che esamina l’attività per  21 geni.

L’applicazione di questo test nella pratica clinica risparmierà la chemioterapia nel 70% delle pazienti, con carcinoma mammario ormonosensibile, linfonodi ascellari negativi e profilo genetico HER2 negativo. ll test  si chiama Oncotype Dx , ed esamina l’attività di 21 geni in grado di dire qual è la terapia migliore e a chi  potrebbe essere risparmiata la chemioterapia e trarre giovamento dalla sola ormonoterapia.  I risultati sono stati presentati durante la sessione plenaria dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago.

Per concludere, la scelta di uno stile di vita più sano consentirebbe di prevenire più malattie di quanto non potrà fare la medicina tecnologica e di prevenire la medicalizzazione massiva delle persone. Il cibo consapevole ha valenza preventiva e terapeutica, in attesa di terapie sempre più personalizzate”.                                    

 

 

 

Alessandra Fiorilli

 

L’ infertilità: ne parliamo con la Dottoressa Francesca Sagnella

di Alessandra Fiorilli

 

Per secoli si sono addensate, attorno al delicato ambito della fertilità e del suo aspetto opposto, l’infertilità, credenze popolari, superstizioni e pregiudizi specie verso la donna, la quale: “Non era riuscita a dare un figlio al marito”.

Fortunatamente, i progressi della medicina hanno interessato anche questo delicatissimo ambito che è legato a doppio filo con quello psicologico: è ben noto quanto una diagnosi di infertilità possa essere pesante da accettare e da gestire all’interno della coppia.

Di infertilità ne parliamo con un’esperta del settore: la Dottoressa Francesca Sagnella, una laurea in Medicina e Chirurgia conseguita presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dove si specializza in Ginecologia e Ostetricia con una tesi sperimentale sulla sindrome dell’ovaio policistico.

Dal 2009 al 2011 presta servizio, come Dirigente Medico di Primo Livello, presso l’Unità Operativa di Ginecologia Disfunzionale e presso la sala parto del Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente del policlinico Gemelli. In quegli anni coltiva il suo crescente interesse per la ricerca scientifica, conseguendo nel 2012 il titolo di “Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana” . Dal 2012 collabora con il Prof Claudio Manna, sia in ambito clinico che scientifico, presso il centro di riproduzione assisitita Biofertility e presso il centro studi Genesis in Roma.

La Dottoressa Francesca Sagnella

Ha partecipato a numerosi corsi e congressi nazionali e internazionali, anche in qualità di docente e relatore, e alla stesura di alcuni capitoli di libri inerenti la diagnosi e la cura dell’infertilità.

“ L’infertilità è l’incapacità di concepire dopo un anno di rapporti sessuali liberi, ovvero senza nessun metodo contraccettivo. Trascorsi i 12 mesi, senza che abbia avuto inizio una gravidanza, si inizia una ricerca di coppia per scoprire le eventuali cause dell’infertilità”.

In un momento storico come l’attuale, dove la prima gravidanza si è spostata in avanti di molto, rispetto a quelle delle mamme di una volta, è necessario valutare anche l’età della donna perché potrebbe essere necessario ricorrere allo specialista anche prima che sia trascorso l’anno di rapporti liberi.

“In effetti, attualmente, l’età media della prima gravidanza si aggira intorno ai 31-32 anni, proprio quando comincia a calare il tasso di fertilità naturale. Una consistente percentuale di donne, tuttavia, per i motivi più disparati, comincia la ricerca della gravidanza intorno ai quaranta; in questi casi attendere un anno prima di intraprendere un percorso diagnostico potrebbe essere rischioso per un motivo molto semplice: la fisiologica e progressiva riduzione della riserva ovarica, ovvero dei follicoli contenenti gli ovociti. I follicoli si formano nell’embrione e non si rigenerano nel corso della vita femminile, a differenza dell’uomo, nel quale il ciclo di spermiogenesi, ovvero il rinnovo dello sperma, avviene ogni 72 giorni. E’ molto importante, quindi, sottoporsi ad una visita accurata senza perdere tempo prezioso” dichiara la Dottoressa Sagnella.

Cosa fare, dunque, se la tanto desiderata gravidanza non arriva? “Si parte con gli accertamenti medici, se per il maschio è lo spermiogramma , che consiste nella consegna di un campione del proprio sperma ad un laboratorio competente , per la donna gli esami fondamentali cui deve sottoporsi sono: l’ecografia transvaginale con la conta dei follicoli antrali, gli esami ormonali, l’esame delle tube” . La percentuale dell’infertilità di coppia è aumentato negli ultimi anni, come conferma la Dottoressa Sagnella : “L’incremento di questa problematica sembra fortemente correlato all’aumento dell’età media della prima gravidanza e agli inquinanti ambientali che in medicina chiamiamo interferenti endocrini perché, appunto, causano effetti sul sistema ormonale. Siamo purtroppo circondati da pseudo-ormoni, quali il bisfenolo A (presente in molte plastiche) che sembra essere una delle possibili cause di insorgenza dell’ endometriosi , una patologia invalidante che costringe a letto, durante il ciclo, le donne che ne sono affette e che rappresenta una vera minaccia per la fertilità”.

Interferenze ormonali sono provocate , oltre che dagli inquinanti ambientali, anche da un altro fattore sconosciuto nel secolo scorso, quale l’obesità : “Che ha un forte impatto sia sulla donna che sull’uomo, perché l’adipe produce ormoni”.

Avviati, dunque, gli esami pertinenti e giunta la diagnosi di infertilità, la coppia è destabilizzata sotto il profilo psicologico, tanto che: “ L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ha classificata come malattia . Un figlio è importante per entrambi, ma nella donna il desiderio di maternità è un qualcosa di istintivo. Spesso nella donna infertile può scatenarsi anche un vero e proprio senso di rabbia” – dichiara la Dottoressa Sagnella, la quale continua- “ La diagnosi di infertilità va ad interferire con il benessere psico-fisico e, proprio per superare questo impatto, la coppia deve essere quanto mai unita. Coppia che spesso cambia le proprie abitudini, si isola, ad esempio scegliendo di non frequentare più gli amici che hanno figli”.

Cambia la visuale attraverso la quale si guarda il mondo perché quel ventre ancora vuoto fa male:

“Le donne notano i pancioni delle altre e nei supermercati evitano di passare per i corridoi con pannolini, pappine. Si apre una ferita profonda nell’animo”, conclude la Dottoressa Sagnella, la quale, ci parlerà, nei prossimi giorni, di cosa possa fare la medicina nel campo dell’infertilità.

Alessandra Fiorilli