…e il marmo diventò reale: il Museo Cappella Sansevero. Intervista alla Direttrice, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

di Alessandra Fiorilli

E’ solo marmo… diventerà un capolavoro della scultura mondiale di tutti i tempi: il Cristo velato.

E’ solo un giovane scalpellatore… diventerà il padre di un’opera che sarà ammirata da tutti, e che continua ad attirare, nella Cappella Sansevero, a Napoli, migliaia e migliaia di persone l’anno: Giuseppe Sanmartino.

E’ solo un museo…diventerà il cuore pulsante di un’arte marmorea quasi impossibile da raggiungere e da superare: Museo Cappella di Sansevero.

L’Italia è un raro scrigno di ineguagliabili bellezze artistiche ma il Cristo velato… il Cristo velato è così perfetto, vivo, palpitante nella sua mobilità mortale, nel dolore di un uomo crocefisso e incoronato da una corona di spine, da spingere a chiedersi come sia stato possibile che mano umana abbia potuto creare un capolavoro ammirato da sempre e da tutti, tanto che, come si racconta, persino il Canova, in occasione di un suo soggiorno a Napoli, si fosse dichiarato pronto a dare dieci anni di vita pur di essere lui lo scultore di questo capolavoro.

Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

E proprio attorno al velo del Cristo, alla straordinaria aderenza alla realtà, si creò persino una leggenda. Il velo fu ritenuto il frutto di un processo alchemico di marmorizzazione dello stesso principe di Sansevero, il committente dell’opera: invece è solo figlio del genio creativo di Sanmartino.

Il Cristo velato è posto al centro della Cappella Sansevero, situata nel cuore storico di Napoli e culla del barocco ed anche la storia della Cappella è legata ad una leggenda. Si narra, infatti, che un uomo innocente, mentre veniva ingiustamente condotto in carcere, assistette all’apparizione della Madonna promettendo di dedicarle un’iscrizione se fosse stata riconosciuta la sua innocenza…e così fu.

Qualche anno dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco Sangro, molto malato, chiese alla stessa Madonna la guarigione e da questo voto nacque una piccola cappella chiamata Santa Maria della Pietà ma fu suo figlio, Alessandro di Sangro, ad ordinare che venisse trasformata in un tempio votivo dove avrebbero potuto riposare per l’eternità i membri della sua famiglia.

Intorno al 1740, Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, decise di sistemare questo tempio votivo e, per abbellirlo, chiamò i più rinomati pittori e scultori dell’epoca.

La Cappella Sansevero costituisce, nel suo insieme e nella relazione tra le sue componenti architettoniche e le sue opere, il testamento intellettuale del suo geniale committente, Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero, ideatore dell’intero progetto iconografico”dichiara la Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

La Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci © Archivio Museo Cappella Sansevero

Nascono, così, opere grandiose, tra le quali la “Pudicizia”, e anche qui a colpire è il velo sul corpo della donna; il “Disinganno”, dove è scolpito un uomo che si libera dal peccato rappresentato dalla rete, anche questa caratterizzata di un realismo da lasciare senza fiato, e non è un caso che nel 2024 siano stati 650.000 i visitatori del Museo, con una diversa percentuale tra italiani e stranieri : “La percentuale varia molto durante il corso dell’anno, con periodi che sono particolarmente frequentati dagli italiani, spesso in concomitanza di festività e ponti, e periodi in cui la maggioranza dei visitatori è invece straniera, soprattutto di provenienza europea, ma non mancano turisti americani e dell’Estremo Oriente. In generale, nel corso dell’anno, la proporzione si assesta su un 75% di visitatori italiani e 25% di stranieri”, dichiara la Direttrice Masucci la quale ci tiene ad evidenziare come: “Il numero totale di visitatori, che, come abbiamo già detto, nel 2024 è stato di circa 650.000, è di fatto poco significativo in quest’ottica, mentre è più rilevante osservare che i biglietti disponibili sono sold out quasi ogni giorno dell’anno, spesso anche con un mese di anticipo: in questo modo, siamo riusciti ad appiattire la curva annuale della domanda e la stagionalità connaturata al settore turistico.

Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Il Museo Cappella Sansevero, proprio per preservare e tutelare il patrimonio ivi custodito: Ha adottato un sistema di ingressi limitati, distribuiti su fasce orarie di accesso, con obbligo di prenotazione anticipata. In senso più ampio, la nuova politica di accessi è orientata a promuovere un turismo sostenibile, che inviti il visitatore a godere realmente delle opere d’arte, ma che protegga anche la quiete dell’area cittadina nella quale il museo si trova.

Il fascino della Cappella Sansevero è indiscutibile, tuttavia: “La sua forza non risiede soltanto nella meravigliosa perfezione del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, ma proprio nel messaggio affidato a tutti gli elementi decorativi dello scrigno barocco. È proprio per questo che da qualche anno ormai il nostro claim recita “Molto alto da svelare”, un invito ad andare oltre e a scoprire i profondi significati di tutte le sculture della Cappella.

Cappella Sansevero Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Per venire incontro alle molte richieste: “Durante ponti e festività, il Museo osserva orari di apertura prolungati e straordinari. Inoltre, nel corso dell’anno si svolgono, in orario serale, delle visite speciali tematiche, prenotabili attraverso la nostra piattaforma di prenotazione online. Infine, in occasione di particolari manifestazioni diffuse, come, ad esempio, “La notte dei ricercatori” o le Giornate Europee del Patrimonio, sono previste aperture prolungate oltre il consueto orario”.

Vengono allestite anche mostre temporanee: “Nel corso degli anni sono state organizzate diverse mostre di arte contemporanea, l’ultima si è conclusa lo scorso marzo, quando abbiamo ospitato le opere del noto artista inglese Darren Almond. Riteniamo infatti che sia fondamentale, per un’istituzione come la nostra, continuare a impegnarsi anche nella produzione culturale che, attraverso nuovi strumenti interpretativi e diversi approcci, consenta di riscoprire e reinterpretare le opere settecentesche, che hanno ancora tanto da raccontare e continuano ad essere fonte di ispirazione per gli artisti”.

Molto sentito è il rapporto con il territorio:Il Museo organizza periodicamente particolari eventi come concerti o altri tipi di iniziative culturali, finalizzati alla divulgazione del suo patrimonio. Ma sono anche occasioni per restituire qualcosa alla collettività e rafforzare il nostro legame con il territorio: infatti, organizziamo di frequente iniziative il cui ricavato viene devoluto interamente in beneficenza a sostegno di progetti sociali”.

Concludo l’intervista chiedendo cosa significhi essere la Direttrice del Museo Cappella Sansevero: “È naturalmente un onore e un lavoro bellissimo, tuttavia la vivo anche come una grande responsabilità. Responsabilità innanzitutto verso il nostro staff: il Museo è una realtà privata e il nostro obiettivo come azienda è garantire ai nostri collaboratori un ambiente di lavoro sereno e stimolante. Ma anche una responsabilità culturale, quella di perpetuare il messaggio intellettuale di Raimondo di Sangro e di consentire a quante più persone possibili la fruizione di questo straordinario patrimonio. Non ultima, ovviamente, la responsabilità legata alla tutela delle opere affinché si preservino e possano essere ammirate anche dalle generazioni future”.

 Alessandra Fiorilli

Castel dell’Ovo: tra storia e leggenda, la bellezza di una fortezza che rapisce il cuore

di Alessandra Fiorilli

 

Lungo via Partenope, scendendo dal quartiere San Ferdinando, o dopo aver percorso il lungomare Caracciolo, non si può fare  a meno di notarlo:  lui spicca sulla distesa di acqua salata, in tutta la sua elegante maestosità e già il nome serba in sé elementi di una leggenda antica. “Castel dell’Ovo”, difatti, si chiamerebbe così per quell’uovo che  il poeta Virgilio avrebbe nascosto nei sotterranei dell’edificio e al quale avrebbe consegnato non solo il destino dell’intera fortezza, ma di tutta la città di Napoli.

Il Castel dell’Ovo al tramonto (Foto di Lorenza Fiorilli)

L’isolotto di tufo, il cui nome è  Megaride, e sul quale svetta il castello,  è unito alla terraferma da un delizioso ponte illuminato, al momento del crepuscolo,  da une serie di lampioni che donano alla fortezza quel senso di magica ebbrezza che ti cattura e ti fa provare quasi un senso di smarrimento.

La magia dell’antica fortezza in uno scatto di Lorenza Fiorilli

Castel dell’Ovo visse poi alterne vicende nel corso dei secoli: complesso conventuale dei monaci benedettini, sede della corte di Ruggiero il Normanno, avamposto militare all’epoca dei Borbone, che procedettero a fortificarlo ulteriormente.

Il tramonto dalla terrazza di Castel dell’Ovo (Foto di Lorenza Fiorilli)

Attualmente Castel Dell’Ovo è visitabile e, dopo aver superato la scalinata d’ingresso, si sale fino alla terrazza dell’ultimo piano che ospita ancora, intatti, i cannoni, terrazza dalla quale il panorama è mozzafiato, specie al tramonto, quando il cielo si trasforma in una tavolozza di colori che vanno dal giallo intenso all’arancione, a quel rosso che incanta i sensi.

Un volo di uccelli salutano il sole che sta lasciando Napoli (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando si scende di nuovo  e si supera il ponte, non si può andar via senza vistare il delizioso Borgo dei Marinari proprio ai piedi della fortezza che vorrai rivedere ogni volta che tornerai a Napoli.

 

Alessandra Fiorilli

 

Pietro Fusella ci racconta la singolare storia del Chiaja Hotel de Charme a Napoli  immerso in un’aria di antica nobiltà e di “donnine allegre” del secolo scorso.

di Alessandra Fiorilli

 

 

Napoli è così: sospesa, come lei sa fare, tra “sacro” e profano” e questa fusione tra due facce della stessa medaglia, è visibile ovunque poggi lo sguardo. E così, in uno dei tanti vicoli, puoi trovare la statua della Madonnina, oggetto di devozione “sacra”, gelosamente custodita in un’edicola ornata di fiori,  e poi, qualche metro più in là, decine e decine di persone con i numeri da giocare, per la devozione “profana” che il popolo di Napoli ha per il lotto. E poi c’è il “sacro” rito del pranzo domenicale, con il famoso “rrau’ ch’adda ppippià”, e il “profano” strett-food che coinvolge tutti: bambini, adolescenti, giovani, anziani…perché mangiare in strada il famoso “cuopp” di terra o di mare, la pizza a portafoglio, la sfogliatella, non è placare lo stomaco, ma fare un regalo all’ anima.

E poi, ancora, c’è il “sacro” delle vie dello shopping  elegante e della movida, e il “profano” dei “vasci” nei Quartieri Spagnoli…

In questa perfetta mistura s’inserisce anche la storia singolare del “Chiaja Hotel de Charme”, situato nell’omonima via di Napoli. E così, in un “sacro” palazzo nobiliare del 1700, il palazzo Giroux, l’intero primo piano ha visto fondersi un appartamento appartenuto al Marchese  Lecaldano  Sasso la Terza con il “profano” di una ex casa di tolleranza chiusa con la legge Merlin. Ma entriamo insieme in questo stabile: ad accoglierci c’è un maestoso portone che, di sera, viene chiuso e il cui accesso è consentito da una porticina ricavata all’interno  del portone stesso. Nel cortile d’ingresso c’è ancora il portinaio nella sua stanzetta e,  dopo essere saliti sulla scala in stile vanvitelliano, si accede nell’ albergo, nato nel 2001 proprio da una commistione, appunto, di “sacro” e di “profano”.

Pietro Fusella, Direttore del Chiaja Hotel de Charme, e il suo avo nel dipinto che si trova nella Sala d’ingresso della struttura (foto per gentile concessione di Pietro Fusella)
Il ritratto del Marchese Lecaldano Sasso La Terza  nell’ingresso dell’appartamento nobiliare (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Gli ospiti di quest’albergo possono, così, trovarsi immersi in due atmosfere completamente diverse tra loro ma che i proprietari hanno saputo fondere. Alcune camere si trovano, infatti, nell’antica Casa Lecaldano Sasso la Terza, che fu abitata tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 proprio dal Marchese Nicola, altre, invece, sono ubicate nello storico “Casino di Salita S. Anna di Palazzo”, chiuso nel 1958 dalla legge Merlin. Come è avvenuta questa fusione tra il “sacro” e “profano”, ce lo svela direttamente Pietro Fusella, pronipote del Marchese Lecaldano, nonché Direttore del Chiaja Hotel de Charme. Era l’anno 2001 e Napoli non viveva un momento felice e non si presentava come oggi, con la grande area pedonale di via Chiaia  e  via Toledo. C’era, inoltre, una crisi degli alloggi e la proprietà immobiliare  della nostra famiglia si stava degradando, così venne l’idea di procedere ad una ristrutturazione e di adibire l’appartamento al primo piano di palazzo Giroux ad uso ufficio, ma io proposi di farne un albergo, in un momento dove le strutture recettive di Napoli si trovavano solo sul lungomare Caracciolo e nei pressi della stazione ferroviaria. La ristrutturazione non riguardò solo l’appartamento, ma anche quei mobili e quelle suppellettili che sono attualmente ospitate nell’ingresso con il camino e nelle varie stanze. In tutto furono ricavate 14 camere: il nostro albergo era una vera bomboniera: piccolo e molto curato negli ambienti e con l’atmosfera di una casa nobiliare di fine 1800. Le cose andarono talmente bene che, dopo appena un anno di attività, decidemmo di ingrandire la struttura, acquistando un appartamento adiacente al nostro, che ci avrebbe consentito di occupare l’intero primo piano di Palazzo Giroux.  Solo quando entrammo ci accorgemmo che si trattava, in realtà, di una casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, il cui ingresso non era su via Chaia, ma sulla traversa accanto, strategicamente posta nel vicolo Sant’Anna di Palazzo. Così come avevamo fatto per l’appartamento del nostro avo, procedemmo alla ristrutturazione, puntando su tappezzerie dai colori carichi, mantenendo intatta la bellissima vetrata liberty, lasciando altresì, in bella vista, il tariffario dell’epoca.

Un particolare dell’antico camino (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)
…e dell’ingresso(per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

 

La vetrata in stile liberty nell’ala della  casa di tolleranza chiusa dalla legge Merlin del 1958, poi incorporata negli anni 2000 dall’albergo (per gentile concessione di Pietro Fusella, archivio Gallery dell’Hotel)

Chiedo a Pietro Fusella in che modo fu accolta questa fusione: “Con grande e vivo interesse, nonché con curiosità. Alcune  signore  emiliane, ad esempio,  ci chiedono, espressamente, al momento della prenotazione della stanza, che la stessa sia ubicata nell’ex casa di tolleranza. Moltissimi sono incuriositi dai vecchi oggetti originali esposti nel corridoio. Resistenza fiera solo da una coppia di giovani francesi che,  trovatisi di fronte a questa novità, si rifiutarono categoricamente di soggiornare in una di quelle stanze e chiesero, quindi, di essere trasferiti nella parte della casa del Marchese Lecaldano”.  Oltre a questa inusuale commistione, un’altra particolarità del Chiaja Hotel de Charme è che ogni stanza ha un nome proprio: nell’appartamento del Marchese ci sono, tra le altre,  la stanza “e don Nicola”, la stanza “e Zi Checchina”,  mentre nel vecchio casino, si trova quella intitolata a Anastasia ‘a Friulana, Mimì do’ Vesuvio, Dorina da Sorrento.  Questa struttura alberghiera al centro di Napoli è strettamente legata anche alla vita culturale della città, come ci dice il Direttore Pietro Fusella: “Un giorno di tanti ani fa, in una Napoli che ancora sonnecchiava, incontrai un amico, al quale chiesi: “Che vogliamo fare?”.  E così nacque l’idea di organizzare, nel mio albergo,  qualche incontro di poesia. Da allora non è mai venuto meno l’interesse per questa che è diventata una manifestazione patrocinata dal Comune di Napoli. Quest’anno abbiamo festeggiato i 10 anni di “Poetè”, questo il nome dell’evento, e da novembre ad aprile abbiamo un fitto calendario di eventi, tanto che alcune sere sono previste le presentazioni di due libri”.

Napoli è così: piena di storie da raccontare…

 

Alessandra Fiorilli

 

 

Napoli e il suo tramonto…

di Alessandra Fiorilli

Il tramonto a mare…un momento in cui la nostalgia del sole che sta andando via si fonde perfettamente con la speranza del nuovo che sta per arrivare.

Il cielo arrossisce perché pensa alle ore trascorse con il sole e noi ci emozioniamo con lui.

Queste foto sono state scattate sul lungomare Caracciolo a Napoli, in un sabato pomeriggio brulicante di gente.

Il lento scomparire del sole dietro la collina di Posillipo, nello scatto di Lorenza Fiorilli

Il lungomare del capoluogo campano è un abbraccio nel quale cittadini e turisti si abbandonano volentieri: Posillipo, Mergellina,  il Vomero che tutto domina dall’alto, e Castel dell’Ovo, la fortezza collegata da un ponticello alla terraferma.

E quando il cielo ha cominciato a dare spettacolo di sé la gente non può  fare a meno di fermarsi a guardare…

“Sono 40 anni che abito a Napoli e il sabato, quando il tempo lo permette, non me ne perdo mai uno …non so perché ma in quell’istante percepisco tutta la forza della natura e il rispetto che dovremmo portarle”, dichiara Luisa, mentre il nipotino che ha in braccio indica stupefatto, con le manine, questo arrossire del cielo.

“Il tramonto mi ammanta il cuore di nostalgia– dice invece Maurizio, che sta trascorrendo il fine settimana a Napoli con la moglie- davanti a questo spettacolo, mi viene sempre in mente mio padre, con il quale amavo vedere i tramonti dal lungomare della mia città natale ”.

Il cielo sopra Napoli che arrossisce, in uno scatto di Lorenza Fiorilli

Poi ci sono loro, gli adolescenti innamorati che si immortalano, con un selfie, in questa cornice incantevole, postando la foto sui Social.

E mentre siamo tutti lì, a guardare la perfetta fusione del mare, del cielo, della terra, penso agli emigranti che hanno lasciato la loro Napoli per andare oltreoceano e così mi sovvengono le parole della canzone “Lacreme napulitane”:  “E nce ne costa lacreme st’America a nuje, napulitane! Pe nuje ca ce chiagnimmo ‘o cielo è Napule, comm’è amaro ‘stu ppane!”

E mentre il mio pensiero vola alle città americane dove i nostri connazionali non potevano più assistere allo spettacolo del tramonto…noi, invece, abbiamo la fortuna di stare li, per  salutare il sole e donarlo ai nostri simili che vivono nell’altro emisfero.

Alessandra Fiorilli