Tipica della città di Caserta e della sua provincia, la Pigna di Tarallo è l’altro dolce simbolo, accanto alla Pastiera, della festività pasquale in terra campana.
Il ” cuore” semplice ma gustoso della Pigna di tarallo (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Può
essere considerata la sorella dell’altro immancabile protagonista della tavola
di Pasqua, il tortano o casatiello: non
a caso, la Pigna è anche
conosciuta con il nome di “casatiello
dolce”.
Grande manualità ed esperienza, quella che viene richiesta per la preparazione della Pigna, il cui impasto dovrà essere senza grumi e soffice.
Una Pigna di tarallo nella fase di lievitazione (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
E’
un dolce che racchiude in sé una profonda
simbologia, come quella che si cela dietro la durata richiesta per la lievitazione: 72 ore, proprio il tempo che va dalla morte di Gesù alla sua Resurrezione.
Al suo interno nessuna farcitura, e questa sua peculiarità, sino alla prima metà
del secolo scorso, significava avere la colazione garantita per i più piccoli
almeno per una paio di settimane: con il passar dei giorni, il dolce, infatti, induriva e questo lo rendeva ideale per inzupparne una fetta nel latte.
Quello
che invece, migliorava, era l’aroma sprigionato: un misto di vanillina e di
limone in grado di regalare al palato un trionfo di sapori.
Qualche
curiosità sul nome: sembra che derivi da “pignata”, un recipiente di coccio usato per la cottura dei
fagioli, e la cui forma era proprio ricalcata da questo dolce pasquale.
Il secondo appellativo, “tarallo”, è legato, invece, alla consistenza, alquanto simile a quella dei rustici pugliesi, che assume dopo qualche giorno dalla preparazione.
Una Pigna di Tarallo ricoperta di glassa bianca, ovetti e conigli di cioccolata (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
Solitamente è ricoperto da una glassa bianca, ma c’è chi lo preferisce senza glassatura per godere della vista delle “fresature”, ovvero aperture che ricordano le crepe sui fianchi di un vulcano e che non sono delle imperfezioni, quanto piuttosto un effetto della crescita della Pigna stessa.
UNa Pigna senza glassatura e, con ben visibili, le “fresature” (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
E
con la storia di questo dolce tipico pasquale, la rivista EmozionAmici augura a tutti i suoi lettori una Serena Pasqua,
nonostante il difficile periodo che stiamo vivendo.
Ce
la faremo, distanti fisicamente ma
vicinissimi nel cuore.
E’ il simbolo della Festa e della famiglia che prende posto intorno alla tavola imbandita.
E’
gioia, voglia di stare insieme, è felice condivisione di momenti.
E’ la regina della gastronomia italiana: è la lasagna.
Sua Maestà la Lasagna (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
La sua origine sembra affondare le radici in epoca romana, quando si preparava il “laganon”, una sottile sfoglia con farina di grano e cotta direttamente sul fuoco: non a caso l’altro termine, “lasanum”, dal quale potrebbe derivare il nome attuale, indicava proprio il treppiede che si portava sul fuoco per cuocere i cibi.
Apicio parla di una “lagana” descrivendola come un insieme di sfoglie sottili di pasta che venivano, poi farcite con carne. Il piatto degli antichi romani differiva, però, dal nostro, in quanto non si presentava come quello che siamo soliti portare in tavola: somigliava, infatti, più ad un pasticcio di pasta farcita.
Il
Medioevo è l’epoca d’oro della lasagna, non a caso viene menzionata in molte
opere di scrittori: da Jacopone da Todi
a Cecco Angiolieri.
L’epoca successiva, quella rinascimentale, vede nel nord Italia, in particolare nell’Emilia Romagna, l’aggiunta delle uova all’impasto e l’accurata preparazione della lasagna la ritroviamo in una ricetta del XIV secolo, dove si parla di : “Strati di pasta e formaggi alternati”.
L’aggiunta del pomodoro, però, avverrà solo intorno al 1660, quando la famosa “salsa napoletana” regalerà alla lasagna quel tocco in più.
E’ della prima metà del XVII secolo una ricetta contenuta in un libro pubblicato proprio a Napoli, dove si legge di : “Lasagne stufate, condite con mozzarella e cacio e poi messe in forno”.
Il “cuore” della lasagna (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Tradizione
vuole che uno dei più ghiotti in assoluto
della lasagna fosse proprio un re di
Napoli, Francesco II di Borbone, al
quale venne dato persino il nomignolo di “re
lasagna”, per indicare quanto fosse forte la sua predilezione per questo
piatto.
Ippolito Cavalcanti, noto cuoco napoletano, nel suo ricettario del 1837, descriverà minuziosamente questo piatto a base di: “Strati di pasta intervallati da un sugo di carne, piccole polpette, fette di mozzarella o provola, formaggio grattugiato”: la lasagna che tutti conosciamo ed apprezziamo è già nata.
Sarà un evento storico importante, quello dell’Unità d’Italia, a far accendere l’interesse di molti, attorno a questo piatto che diventerà, per gli italiani, il simbolo della festa per eccellenza.
Eppure, quando nel 1891 è pubblicato il volume “La scienza in cucina” del notissimo Pellegrino Artusi, lo stesso gastronomo, non menziona, nella sua opera, la lasagna.
Le variazioni che vengono apportate alla ricetta base fanno trasparire l’importanza che alcuni ingredienti rivestono nella tradizione gastronomica delle regioni italiane: in Liguria, ad esempio, il ragù viene sostituito con il pesto, in Veneto si ha l’aggiunta del Radicchio rosso IGP, mentre nelle regioni adagiate sugli Appennini si preferisce infarcire la lasagna con i funghi porcini e il tartufo, mentre in Sicilia non mancheranno, nel ripieno, le melanzane.
Dal Nord al Sud della nostra penisola, dal mare alla montagna, le variazioni alla ricetta originaria nulla tolgono al significato che la lasagna riveste nella tradizione, e non solo gastronomica, italiana.
L’Italia è una nazione che può vantare un grande numero di prodotti DOC,DOP, IGP: tra questi ultimi, anche il Radicchio Rosso di Treviso, la cui zona di produzione è esplicitamente dichiarata nel Disciplinare dell’ Indicazione Geografica Protetta e comprende 24 comuni tra le province di Treviso, Padova e Venezia.
Il Radicchio Rosso Tardivo di Treviso (Foto di Alessandra Fiorilli)
IGP è il marchio che identifica il territorio il quale, grazie a specifiche caratteristiche, è in grado di dare, a un prodotto qualità che lo differenziano da altri della stessa specie.
I terreni dei 24 comuni compresi nelle tre province venete suindicate, sono fertili e ricchi delle acque purissime di falda che provengono direttamente dalle Dolomiti. Scorrendo sotto la ghiaia, risalgono in superficie, originando corsi d’acqua quali il Sile, il fiume che si può ammirare passeggiando per la città di Treviso.
E proprio da questa città, la storia vuole che tutto abbia inizio: si narra, infatti, che il vivaista Francesco Van Den Borre, giunto dal Belgio nel 1870 per realizzare un giardino nel trevigiano, abbia fatto arrivare, in terra veneta, la tecnica di imbiancamento che veniva usata per le cicorie belghe, nonostante la coltivazione del radicchio fosse già avviata nella zona di Treviso, già nel XVI secolo.
Le tipiche coste bianche ed allungate del radicchio (Foto di Alessandra Fiorilli)
La sua famiglia d’origine è quella della comune cicoria, ma a rendere questo prodotto così unico ed apprezzato, è la particolare lavorazione cui viene sottoposto.
Il
Radicchio rosso si divide in due categorie: il Precoce e il Tardivo, quest’ultimo
è molto più pregiato e richiede un
trattamento complesso.
Già il nome con il quale è conosciuto, “re dell’inverno”, ci fa comprendere come il suo sviluppo sia legato al freddo: non a caso, lo stesso Disciplinare di Produzione prevede che la raccolta del radicchio debba avvenire dopo due brinate.
Vediamo insieme come nasce il radicchio trevigiano IGP: messi a dimora i semi nei vivai, le piantine vengono, successivamente, collocate nel terreno, tra luglio e metà agosto.
Con l’arrivo della prima brinata, verso il mese di novembre, si ha la raccolta delle piante che vengono, così, ripulite delle foglie più esterne, legate tra loro e immerse in vasche con acqua risorgiva per ottenere l’imbiancamento, periodo, questo, che dura 20-25 giorni, durante il quale le radici del radicchio diventano bianche e assorbono le sostanze nutritive dell’acqua stessa.
Un capolavoro della natura e della maestria dell’uomo (Foto di Alessandra Fiorilli)
In questo lasso di tempo, le piante, grazie al buio e alla temperatura che si aggira intorno ai 10-13° C, germogliano di nuovo.
Dopo
la fase
della “toelettatura”, il radicchio viene lavato ed è pronto ad arrivare in
tutto il mondo.
E
così, sui banchi ortofrutticoli, si
offre, languidamente, con il suo rosso
scuro intenso delle foglie attraversate da striature bianche.
Ricco di antiossidanti, con un basso contenuto calorico, essendo composto per circa il 92% da acqua, il radicchio aiuta a contrastare i radicali liberi e l’invecchiamento, oltre a rappresentare un’ottima fonte di vitamina A, B1, B2.
Il sapore piacevolmente amarognolo e la sua consistenza croccante lo rendono ideale per il consumo sia crudo, in insalata, che cotto alla griglia.
Ottimo
come ingrediente principe del risotto al formaggio Asiago, il radicchio
trevigiano è un prodotto d’eccellenza italiano e il simbolo di un’antica
tradizione capace di regalare un prodotto unico.
I Social, in queste settimane, si stanno riempiendo di foto e video che ritraggono gli italiani alle prese con pane, pizza, pasta, dolci.
I nostri connazionali ci stanno regalando, così, l’immagine di un’Italia che sembrava scomparsa da tempo, e, in un istante, siamo tornati tutti bambini, quando le nonne o le bisnonne impastavano, con grande maestria e passione, acqua e farina per portare in tavola la pasta fresca fatta in casa.
Ciascun prodotto appartenente alla tradizione italiana ha una storia da raccontare: oggi, in questo articolo, parliamo delle orecchiette pugliesi e delle “pettole” casertane.
Orecchiette fatte in casa (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Tipiche della Puglia ma diffuse anche in Basilicata, varie sono le ipotesi sulla loro comparsa: c’è chi le ritrova persino in un testo del grande poeta latino Varrone, vissuto tra il 116 e il 117 a. C., il quale, in un suo testo, parlava di una pasta, le “lixulae”, di forma tondeggiante con un incavo nella parte centrale e che ricordano proprio le odierne orecchiette.
Un’altra ipotesi sembra essere legata, invece, al Medioevo, quando, tracce di una pasta prodotta con il grano duro delle Tavoliere, si hanno nella città di Bari e nel suo entroterra. Sembra, però, che fosse una tradizione importata dalla Provenza, località, questa, dalla quale la pasta a forma di orecchiette, partì alla volta della Puglia, insieme agli Angioini, i quali intorno al XIII secolo, ebbero il controllo di gran parte del suddetto territorio.
…quanta storia dietro la loro origine…(Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
La forma data a tale tipo di pasta in terra
francese, aveva una sua motivazione molto profonda, legata alle carestie che si
dovevano, spesso, fronteggiare in epoca medievale: l’incavo che si faceva al centro del piccolo disco di pasta spessa,
serviva, infatti, a rendere più facile
l’essiccazione e, di conseguenza, anche la conservazione.
Un’altra corrente di pensiero,
invece, vuole che le orecchiette abbiano avuto i loro natali nel territorio di Sannicandro di Bari, tra
il XII e il XIII secolo, periodo,
questo, della dominazione normanno-sveva
nell’attuale Puglia.
I Normanni, infatti, proteggevano la comunità ebraica che risiedeva in
terra pugliese e gli ebrei erano soliti preparare
dei dolci, con un incavo al centro, note come le “Orecchie di Haman”, da cui scaturì la classica forma del formato
di pasta delle orecchiette, appunto.
Una data è certa: quella del 1500, quando, negli archivi della chiesa di San Nicola di Bari, in un atto notarile di cessione di un panificio dal padre alla propria figlia, fosse indicata, alla voce “dote matrimoniale” anche la famosa ricetta delle “reccjetedde”, nome, questo, con il quale le orecchiette sono ancora oggi chiamate a Taranto e provincia
A
Bari, invece, sono
note con il nomignolo affettuoso di “L
strascnat”, termine, questo che indica la modalità con la quale la pasta
viene lavorata, strusciandola, appunto, sulla spianatoia.
Con la superficie esterna ruvida e spessa, e il cuore più liscio, le orecchiette si sposano alla perfezione con le famose cime di rapa, ma non disdegnano neanche cavolfiori, broccoli o altri tipi di verdura mentre, in altre zone della Puglia, come il Salento, si usa condirle con un sugo corposo e cosparse di ricotta di pecora.
Altra tipica pasta fatta in casa sono le pettole casertane, le cui origini sono legate alle tradizioni contadine dell’agro aversano. Si narra, infatti, che un piatto di pettole e fagioli non mancasse mai sulle tavole dei contadini i quali, dopo una lunghissima e faticosa giornata trascorsa sui campi, potevano trovare sollievo in questo piatto tipico che vedeva il connubio perfetto tra le pettole, pasta fresca a base di farina e acqua e i fagioli, la cosiddetta “carne dei poveri”.
Le pettole appena preparate (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Noto come “Pettl’e fasul”, ancora oggi è un tipico piatto della zona di Caserta, riscoperto in particolar modo, in questo periodo di reclusione forzata, quando il tempo a disposizione permette di rispolverare piatti dei nostri avi, la cui preparazione poco si addice alla fretta nella quale eravamo soliti vivere prima dello “stop” impostoci dall’emergenza sanitaria in corso.
Pettole e fagioli pronti per andare in tavola (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
In attesa che tutto torni alla normalità, intanto, le mamme impastano acqua e farina, proprio come facevano le massaie di una volta, mentre i ragazzi di oggi possono, così, assaporare dei piatti di pasta fresca che custodiscono in sé una storia antica, fatta di consolidate usanze e di preziose tradizioni.
Privi
di libertà e pieni di tempo…un tempo che, talvolta, ci sembra infinito,
rallentato da una non-azione a cui ci ha costretto l’epidemia.
Da settimane, ormai, non diciamo più : “Ti chiamo io dopo, ora non ho tempo”, “Semmai ci vediamo un’altra volta, adesso devo correre”, Appena mi sarà possibile, verrò a trovarti, tempo permettendo”.
(Foto di Lorenza Fiorilli)
Ecco,
ora il tempo abbonda in queste nostre vite trasformate, piene di interrogativi
e di paure: paura del contagio, paura
dell’altro, paura di ammalarci, paura di diventare uno dei numeri che,
quotidianamente, affollano l’ormai consueto e triste bollettino della
Protezione Civile.
In
questa dimensione mai sperimentata prima d’ora, in bilico tra l’assenza di
libertà e l’assoluta necessità di questa “prigionia” forzata che è l’unico
mezzo per lottare, tutti insieme, contro il virus, lui, il TEMPO sembra essere
lì, in un angolo a guardarci, sembra che ci voglia dire: “Voi fermi e io che
trascorro libero, secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora.
Quanto tempo vi ho dato, nei mesi e
negli anni passati… e quanto ne avete sprecato, buttato via, in sterili litigi,
in vane lamentele, in fumosi chiacchiericci. E ora che ne avreste in
abbondanza, e che vorreste riempirlo di abbracci, incontri, baci, strette di
mano….ecco, ora siete lì, immobili, in attesa. E io, allora, mi prendo il mio
tempo, il tempo che voi avete riempito con le vostre sciocchezze insulse, con
le promesse che sapevano di falsità. Il tempo che non avete assaporato, quel
tempo che non vi sarà più reso. Ricordatevelo, uomini, quando ne diventerete di
nuovo padroni”.
Una
ciambella fritta…calda, morbida, cosparsa di zucchero.
E così, in questo periodo in cui l’emergenza sanitaria ha azzerato la nostra quotidianità, quanto ci manca una ciambella fritta mangiata in strada per celebrare un incontro casuale tra amici, un esame universitario andato bene, una serata dal cielo terso.
E quante volte quella stessa ciambella fritta mangiata in strada ci ha consolato, ha asciugato quella lacrima, ci ha addolcito l’animo stanco.
Nell’impossibilità di gustarla seduti ad una bar, in pasticceria, è sempre possibile prepararla in casa, anche perché la ciambella fritta è più di un semplice dolce: è un’amica, una confidente, una parentesi tra gli impegni quotidiani, una coccola.
Delle golose Graffe napoletane (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Le sue origini, nonostante sia tra i dolci più apprezzati e consumati in Italia, sono, invece, austriache: si narra che sia giunta nella nostra penisola insieme agli Asburgo, i quali dominarono il Regno di Napoli che divenne parte integrante dei loro domini con il Trattato di Utrecht del 1713.
Fu
così che gli austriaci portarono con sé dei bombolotti fritti e cosparsi di zucchero: i Krapfen.
Sull’origine del nome ci sono due ipotesi:
la prima, è quella legata a una certa pasticcera
austriaca, Cecilia Krapf, la quale, alla prese con la preparazione di un
impasto, lo fa, accidentalmente, cadere
in una padella di olio pronta ad accogliere altri alimenti da cuocere. Si rende,
però, conto di aver creato un dolce gustoso e saporito che prenderà da lei il
nome con il quale sarà noto in tutto il mondo.
La seconda ipotesi
vuole che la parola Krapfen abbia origine
dal termine austriaco “Krafo”, ovvero uncino, perché un’altra tradizione vuole
che l’originaria forma ricordasse proprio quella di un uncino, appunto.
Con molta probabilità e per una chiara assonanza, da “Krafo” deriverebbe il nome con il quale le ciambelle fritte sono conosciute in Campania: graffe, che, a differenza delle classiche ciambelle consumate nel resto d’Italia, vengono preparate con le patate, oltre ai classici ingredienti quali la farina, le uova, il burro, il latte, la scorza di limone.
…e le sue “sorelle: le classiche ciambelle fritte (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Qualsiasi
sia il suo nome o la sua origine, quanto è bello gustare una ciambella calda ad
occhi chiusi con quello zucchero che rimane sulle labbra e ai lati della bocca?
Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1994 e Monumento Nazionale dal 2014, la Basilica Palladiana a Vicenza, oltre ad essere il simbolo della città veneta, rappresenta il genio artistico di Andrea Palladio, architetto rinascimentale, il quale ebbe proprio nel Veneto il centro nevralgico della propria attività.
La Basilica Palladiana e, sullo sfondo, la Torre dei Bissari (Foto di Lorenza Fiorilli)
La Basilica, che domina la centralissima Piazza dei Signori sulla quale si affaccia, è in realtà frutto di una serie di progetti volti a modificare il preesistente Palazzo della Ragione, realizzato tra il 1449 e il 1460, che, così come il suo omonimo padovano, aveva la copertura a carena di nave rovesciata e ricoperta di lastre di rame.
La copertura a carena (Foto di Lorenza Fiorilli)
L’edificio, prima dell’intervento di Andrea Palladio, ospitava, al primo piano, le Magistrature pubbliche di Vicenza e, al piano terra, le botteghe.
L’affaccio su Piazza dei Signori (Foto di Lorenza Fiorilli)
La facciata, caratterizzata da rombi in marmo rosso e gialletto di Verona, era ispirata volutamente al Palazzo Ducale di Venezia.
Particolare dei marmi (Foto di Lorenza Fiorilli)
In seguito ad un crollo, le autorità cittadine vicentine passano al vaglio le proposte che giungano dai più eccelsi nomi dell’architettura veneta, ma, nel 1546, il Consiglio decide di affidare i lavori ad Andrea Palladio, giovane architetto di appena 38 anni, il quale propone di riprogettare il preesistente Palazzo della Ragione aggiungendovi delle logge in marmo bianco e serliane.
Particolare della loggia a serliana al piano superiore della Basilica (Foto di Lorenza Fiorilli)
Gli
interventi sull’iniziale struttura sono quelli che ancora oggi possiamo
ammirare: una struttura al tempo stesso imponente ma agile, dinamica,
caratterizzata dalle serie delle cosiddette serliane che si ripetono, ovvero
una struttura composta da un arco affiancato da due aperture laterali
rettangolari architravate.
In seguito al restauro che si è avuto tra il 2007 e il 2012, è visitabile anche la terrazza superiore, dalla quale si può ammirare la vista sulla città e sui monti che la circondano. Il perimetro della balaustra è ornato di statue realizzate, agli inizi del 1600, da Albanese, Grazoli e Rubini, fedeli ai disegni del Palladio.
Le statue sul terrazzo (Foto di Lorenza Fiorilli)
La Basilica Palladiana, nonostante il nome evochi per i cristiani una funzione religiosa, è stata così chiamata dallo stesso Andrea Palladio per rendere omaggio alle tradizioni dell’antica Roma, dove, nell’edificio chiamato appunto basilica, si discuteva di politica e di affari.
In lontananza, il Santuario di Monte Berico (Foto di Lorenza Fiorilli)
Intatta, invece, è rimasta la Torre detta dei Bissari, risalente al XII secolo e che è ben visibile dalla terrazza della Basilica
La Torre dei Bissari (Foto di Lorenza Fiorilli)
Il Salone del Consiglio dei Quattrocento, al piano superiore, si sviluppa su un’altezza di 24 metri e vanta una superficie di circa 1500 metri quadri , spazio, questo, utilizzato per allestimento di mostre.
Visitare la Basilica Palladiana significa diventare testimoni del genio artistico di Andrea Palladio, uno tra i grandi nomi dell’arte italiana, ammirata ed invidiata in tutto il mondo.
La prima ricetta scritta della Zeppola di San Giuseppe la troviamo nell’opera “La cucina teorico pratica” redatta da Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, nato ad Afragola, paese in provincia di Napoli, dove poi è morto.
Parente del famoso poeta Guido e di nobili natali, la sua opera più nota, da lui rivista ed aggiornata più volte , è un omaggio alla cucina napoletana e, non a caso, tra le ricette spiccano quella della parmigiana di melanzane, della pizza fritta, dei vermicelli con le vongole, della minestra maritata.
Un invitante vassoio di Zeppole di San Giuseppe realizzate in casa (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
Tra
i dolci, invece, sono menzionate la famose Zeppole di San Giuseppe, che, nel trattato di IppolitoCavalcanti, le troviamo preparate con farina, acqua, liquore d’anice, marsala o
vino bianco, sale, zucchero e fritte nell’olio.
La zeppola che oggi conosciamo è arricchita, al suo interno, di crema pasticcera, la cui aggiunta successiva deriva, con molta probabilità, dalla dominazione francese sul territorio napoletano.
…così come, queste decorate con l’amarena (Foto per gentile concessione di Rita Umili)
Mentre,
invece, l’amarena sciroppata , si
badi bene, e non la ciliegia, che viene posta alla sommità della zeppola come decorazione, serve a regalare quel tocco di asprigno
necessario a “spegnere” l’eccessiva dolcezza dell’impasto unito alla crema.
Così come per gli altri cibi fritti e che venivano solitamente mangiati in strada, anche le zeppole erano preparate sul momento, fritte da venditori che avevano, sino alla metà del secolo scorso, i loro banchetti davanti la propria abitazione.
Zeppola di San Giuseppe cotta al forno e con una ricca crema pasticcera al limone (Foto per gentile concessione di Maria Umili)
L’origine della zeppola legata ai festeggiamenti della Festa del Papà (anche se da anni ormai, compare dietro i banconi delle pasticcerie già durante il periodo di Carnevale, accanto alle tradizionali frappe e castagnole) sembra essere religiosa: alcuni, infatti, narrano che San Giuseppe, dopo la fuga dall’Egitto insieme a Maria e a Gesù, si diede alla vendita di frittelle per mantenere la propria famiglia.
Zeppole fatte in casa e decorate con crema pasticcera (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Nell’antica Roma, invece, l’usanza di consumare frittelle fritte era legata alle feste delle Liberalia, che si tenevano proprio intorno alla prima metà di marzo, periodo nel quale si festeggiavano Bacco e Sileno, con fiumi di vino e, appunto, cibo dolce fritto.
Se la classica Zeppola di San Giuseppe ha origini napoletane, in altre parti d’Italia si è soliti preparare altri dolci che, in comune con quello campano, hanno i classici ingredienti per l’impasto e la crema come ripieno, ma non sono decorati con l’amarena, , come il Bignè di San Giuseppe, tipico di Roma.
In Toscana e in Umbria, molto diffusa è la frittella di riso, mentre in Emilia Romagna, è la raviola, simile al bignè romano di San Giuseppe.
Tanti auguri a tutti Papà dalla rivista EmozionAmici.
Sono giorni difficili per la nostra nazione, con un bollettino giornaliero di contagiati, ricoverati e morti che ci fa sentire in guerra, con i nostri sanitari in lotta contro il tempo e con i posti in terapia intensiva al limite del collasso. Chi ha la fortuna solo di rimanere a casa, sta sperimentando, forse per la prima volta, una limitazione di quelle libertà che sembravano scontate e una cancellazione pressoché totale di quella vita che poteva sembrare, talvolta, banale.
E’
indubbio che lo stare in casa per impedire il diffondersi della catena di
contagio, diventa sopportabile al pensiero di coloro che si trovano ricoverati
nelle terapie intensive, dove non possono incontrare i propri cari e dove la
paura della morte si accompagna allo strazio di non poterli vedere neanche
un’ultima volta.
Ciò
che sta accadendo ha contorni apocalittici e se solo qualcuno, un po’ di tempo
fa, ci avesse predetto un tale scenario, saremmo andati via con una smorfia di
disgusto, tanto era impossibile credere che, nell’arco di qualche settimana, ci
avrebbero chiesto un’autocertificazione per andare a fare la spesa e ci saremmo
trovati separati dai nostri familiari solo perché non vivono nella nostra
stessa casa.
Il momento che manca di più, specie per coloro che hanno la fortuna di vivere in un paese o in una città sul mare, è quello del tramonto. Non a caso, su Facebook e su Instagram, le foto che più spesso vengono pubblicate e condivise sono quelle che immortalano i minuti dopo che il sole è scomparso all’orizzonte, “gettandosi in mare”.
Un momento del tramonto sul mare (Foto di Lorenza Fiorilli)
E lì,ogni sera, il cielo si tinge di arancione carico e di rosso, e l’animo si apre, accogliendo in sé la forza e l’incomparabile bellezza della natura.
Pura magia (Foto di Lorenza Fiorilli)
Ecco, oggi, questo editoriale, è dedicato al tramonto che ci manca guardare in silenzio.
L’incanto del cielo al tramonto (Foto di Lorenza Fiorilli)
In questa foto si vedono degli uccelli in volo, da sempre simbolo massimo della libertà, di questa libertà che oggi tanto ci manca.
Il volo degli uccelli, simbolo massimo di libertà (Foto di Lorenza Fiorilli)
Potranno
arrivare altri tramonti e altri voli da guardare ma per tornare alla nostra vita
dobbiamo restare a casa e credere ciascuno nel sacrificio dell’altro.
E’
il 1855 quando l’arciduca Massimiliano d’Asburgo sceglie il promontorio di Grignano, a circa 6 chilometri da Trieste, come luogo per far sorgere una residenza dove la distesa d’acqua
salata sarà la principale protagonista del castello il quale verrà chiamato,
non a caso, “Miramar”, che in spagnolo significa, appunto, “guarda il mare”.
E il mare ti accompagna sin dal momento in cui ci si incammina per raggiugere l’ingresso del Castello stesso.
…e, dietro l’angolo, il Castello attende i suoi visitatori (Foto di Lorenza Fiorilli)
Quando
il cielo è terso, lo spettacolo che offre la distesa d’acqua salata e la natura
circostante, ti avvolge in un girotondo di emozioni fortissime, intense, che
non ti lasceranno per tutta la durata della visita, terminata la quale il
ricordo di quelle sale, del parco, della scalinata che collega i due piani,
degli oggetti appartenuti a Massimiliano
e a Carlotta, sua moglie, ti faranno compagnia, per sempre.
Oltre al mare, l’altra protagonista della residenza, è il verde che si estende per 22 ettari e che costituisce il Parco del Castello, voluto fortemente dall’arciduca austriaco.
…ecco…lui…l’incantevole Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)
La natura che, infatti, Massimiliano trova, al momento dell’acquisto dei vari lotti, è una natura scarna ma, grazie alla consulenza di un grande botanico, l’intera areasi arricchirà di alberi e piante da tutto il mondo che conviveranno insieme, in armonia.
Il progetto del parco sarà affidato, come quello dell’intero Castello, all’architetto austriaco Carl Junker.
L’ingresso del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)
Il piano terra ospita le camere
dove Massimiliano risiedette con la
moglie Carlotta, mentre il primo
livello è il piano di rappresentanza, dove venivano accolti gli ospiti.
Chi ha la fortuna di visitare il Castello, ne può ammirare gli arredi originari, mentre la distesa del mare che si perde a vista d’occhio è una presenza, al tempo stesso, discreta e travolgente, in tutte le stanze.
Particolare del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)
Tra le varie sale in cui si articola il percorso della visita, spicca quella che ricorda l’arredamento tipico di una nave: fu, infatti, proprio Massimiliano d’Asburgo a volere che una stanza fosse lo specchio fedele dell’arredamento della fregata sulla quale era imbarcato, mentre assolveva il servizio per la Marina d’Austria.
Il Castello e, in primo piano, l’accesso al porticciolo (Foto di Lorenza Fiorilli)
Ai piedi del Castello, un piccolissimo porticciolo dotato di un pontile di circa 7 metri, al quale si accede da una scalinata.
La banchina del porticciolo ai piedi del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)
E dopo aver indugiato sul profilo di “Miramare” che si staglia all’orizzonte in tutta la sua magnificenza, ti accorgi che non riesci proprio a lasciarti alle spalle cotanta bellezza, e, così, ti giri più volte, e sembra quasi di vederli Massimiliano e Carlotta i quali, come narra la storia, proprio in questo castello, vissero i momenti più felici della loro vita.