Adolescenti, alimentazione e stile di vita corretto: ne parliamo con il Dottor Rolando Alessio Bolognino, Biologo Nutrizionista, Docente Universitario, autore di libri e volto noto della TV.

di Alessandra Fiorilli

L’adolescenza, questa fase di transizione che rappresenta l’anello di congiunzione tra l’infanzia e l’età adulta, è  un momento nel quale si deve prestare attenzione anche all’alimentazione.

Come nutrirsi durante l’adolescenza e quali accorgimenti usare per trovarsi, negli anni a seguire, in salute e in forma? Ne parliamo con il  Dottor Rolando Alessio Bolognino, Biologo Nutrizionista, Professore al Master in Scienze della Nutrizione e Dietetica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Professore al Master in Medicina Oncologica Integrata presso l’Università degli Studi di Roma “Guglielmo Marconi”, Istruttore di protocolli Mindfulness per la riduzione dello stress. Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, nelle trasmissioni “Uno Mattina”, “La Prova del cuoco”, “Buongiorno Benessere” su RAI 1, su “Tutta Salute” su RAI 3, Rete 4, LA7,  Sky.

“L’adolescenza è una fase delicata, rappresenta infatti, uno sviluppo che comporta cambiamenti fisici, psicologici e sociali. Quindi, anche l’alimentazione andrà incontro ad un mutamento sia in termini quantitativi che qualitativi. La colazione, il primo pasto della giornata, dovrà essere necessariamente tale da poter dare energia immediata: quindi, bene le fette biscottate con marmellata, latte e cereali. Gli spuntini, ottimi quelli a base di frutta, oppure con uno yogurt e delle mandorle, ad esempio, diventeranno necessari perché l’adolescente non dovrebbe stare più di 3/ 4 ore senza mangiare. In considerazione delle ore trascorse sui libri, dobbiamo altresì sottolineare come il cervello consuma calorie: in modo particolare ha bisogno, per il suo funzionamento, di zuccheri, ecco perché non vanno banditi dalla dieta. La scelta ovviamente cadrà sui carboidrati meno raffinati. Via libera anche a vitamine e verdure, queste ultime da consumare a pranzo e a cena, e non dimentichiamo come durante l’adolescenza, si ha un accrescimento muscolare e l’allungamento osseo, pertanto la dieta richiederà anche l’introduzione, rispettivamente, di proteine, di frutta secca e prodotti latto-caseari. Mentre il ferro, altro elemento importante nella dieta, lo troviamo nei legumi, alimenti, questi ultimi, poco amati dagli adolescenti, anche se poi molto dipende dai gusti e dalle abitudini”.

Abitudini le quali, poi, si riflettono anche sullo stile alimentare futuro, non è un caso che: “Il gusto dell’adulto di domani si formi nell’adolescenza”, come sottolinea il Dottor Bolognino, il quale punta anche l’attenzione su come sia fondamentale il ruolo della famiglia nello stile alimentare dei più giovani: “Già uno studio di 20 anni fa, ha evidenziato come, nell’86% dei casi, da genitori obesi si abbia la possibilità che anche i figli siano o diventino obesi”.

Statistiche alla mano, si sta registrando, a livello mondiale, un aumento di giovanissimi in sovrappeso, tanto da poter parlare di una vera e propria: “Pandemia. I ragazzi lasciati talvolta soli, con le famiglie smembrate per il lavoro e che delegano ad altri, rappresentano, per le industrie alimentari, un interessante oggetto di studio commerciale per le vendite.  Negli ultimi anni, si parla, infatti, di Neuromarketing, azione svolta dalle aziende per individuare quale combinazione di odori colori e sapori sia in grado di stimolare le aree del piacere cerebrali creando dipendenza nei consumatori. Questi cibi, sono, per i più giovani, come il canto delle sirene per Ulisse e i suoi compagni”.

Sono soprattutto le adolescenti, ad avere, nei confronti del cibo, un rapporto ambiguo, come dichiara il Dottor Bolognino:” La dieta non è sinonimo di poche calorie e di soffrire la fame, ma di un giusto apporto dei nutrienti. E non bisogna demonizzare i carboidrati, che forniscono 4 calorie per grammo, proprio come le proteine. Certamente è più facile mangiare un petto di pollo alla piastra con un filo d’olio a crudo piuttosto che un piatto di pasta lessa! Il problema, semmai, sono i condimenti, spesso responsabili dell’aumento delle calorie totali. E sono sempre le ragazze che pur di non rinunciare al “junk food”, saltano il pasto successivo”.

Anche i cambiamenti sociali si riflettono sulle abitudini degli adolescenti a tavola, difatti, proprio negli ultimi decenni, tali mutamenti hanno avuto ripercussioni anche sul regime alimentare dei più giovani. “Nelle maggior parte delle case degli italiani, abbonda il “ready to eat”, il cibo pronto e veloce da mangiare. I cambiamenti sociali, con i genitori fuori all’ora di pranzo, si ripercuotono anche sul frigorifero e sulla credenza, all’interno dei quali si trovano, sempre più spesso e facilmente, dei cibi che producono forti piaceri palatali da gustare in 2 minuti di micronde, ricchi di conservanti ed esaltatori del sapore. Anche l’uso delle verdure crude in busta è aumentato. Come dico sempre ai pazienti, l’ideale è consumarla fresca, ma se la scelta è tra la verdura in busta che solitamente viene trattata con irradiazione per evitare la crescita di muffe, e un piatto pronto, sicuramente meglio la prima opzione, anche se non dobbiamo dimenticare come la verdura in busta sia più povera, rispetto alla fresca, di nutrienti. E tornando all’importanza del consumo dei legumi, se proprio non si ha la possibilità di consumarli freschi, sempre meglio optare per quelli in vetro piuttosto che quelli in latta”.

Determinante, dunque, educare sin da piccoli, alla buona alimentazione e alle scelte più giuste in campo alimentare: “Organizzo spesso nelle scuole medie e superiori degli incontri sul tema “cibo“, in cui intervengono sia gli studenti che le loro rispettive famiglie. È importante notare come i genitori, i quali, inizialmente partecipano con poco slancio, quasi “obbligati”, siano i primi a fare domande e a partecipare, poi, attivamente all’incontro, ringraziandomi per le informazioni date. La chiave di tutto è sempre la conoscenza”.

Le abitudini del “gruppo amici” influenzano anche quelle personali, sempre più spesso si va fuori a mangiare il tanto demonizzato “junk food”, il cibo spazzatura, ma non si disdegna, ormai, neanche il famoso aperitivo che i giovanissimi consumano sempre più spesso. Abitudini che da sociali diventano ovviamente, alimentari, con tutte le conseguenze del caso: ”Se non si riesce a dire “no” alla proposta di un pranzo o di una cena a base di “junk food” è importante non consumarlo più di una volta alla settimana. Cerchiamo di limitare i danni dov’è possibile: meglio, ad esempio, ordinare dell’insalata e del pollo ai ferri piuttosto che pollo fritto con patatine imbevute da salse di ogni genere. Anche il consumo dell’aperitivo rischia di trasformarsi da momento di ritrovo sempre più in voga tra i giovanissimi, in una vera e propria bomba calorica: si ha la sensazione di non aver mangiato nulla, invece si sono incamerate dalle 300 alle 1000 calorie, alle quali vanno ad aggiungersi quelle del soft drink, che spesso a 16 anni si consuma nella variante “alcolica leggera”. Nella seconda adolescenza, invece, il problema diventa più serio, perché l’aperitivo inizia ad essere alcolico. Ricordo che le calorie dell’alcool non danno energia, ma si convertono direttamente in grasso. Purtroppo l’abuso d’alcool sta diventando un problema serio perché, studi scientifici dimostrano come sia in grado di creare danni al cervello degli adolescenti, provocando alterazione nella formazione dei neuroassoni cerebrali”.

Uscire la sera con gli amici significa, specie d’estate, anche mangiare un gelato assieme: “Sicuramente è da preferire quello artigianale, meglio ancora se alla frutta. Quelli confezionati sono, infatti, più poveri di nutrienti e spesso più grassi. La panna, quando si può, è meglio evitarla”.

Di fondamentale importanza, per gli adolescenti, è anche l’attività fisica regolare o il praticare uno sport anche a livello agonistico: “Lo sport e la corretta alimentazione sono due anelli essenziali per lo sviluppo armonico psico-fisico dell’adolescente. In particolare, l’agonista ha spesso già una “forma mentis” verso la giusta alimentazione ed è più rigoroso, anche se non si deve mai eccedere in un controllo spasmodico delle calorie. È sufficiente anche una qualsiasi attività aerobica, ma se pensiamo che a fronte di circa 100 ore in cui si è svegli, solo 2-3 sono dedicate all’attività fisica, questo ci fa comprendere come i ragazzi non si muovano a sufficienza. E tutto questo influisce anche sullo stile alimentare che devono seguire: se ad esempio, trent’anni fa, la classica merenda era fatta  con pane olio e pomodoro, perché poi si andava in bicicletta o si giocava al parco con gli amici, oggi, schiavi di una vita sedentaria, tra libri cellulari tv e console, questo è meno possibile. Quindi,se ci si muove meno, l’apporto calorico giornaliero andrà comunque ridotto, altrimenti il peso continuerà a crescere”.

                            Alessandra Fiorilli

Quanto è importante per i bambini stare all’aria aperta?

di Alessandra Fiorilli

L’arrivo del primo figlio porta con sé una serie di interrogativi di “vita pratica” per rispondere ai quali, talvolta, la neomamma si rivolge a chi ha più esperienza, ma spesso il timore di sbagliare e di non essere adeguatamente all’altezza fanno sorgere molti “nodi” che solo il Medico Specialista preposto potrà sciogliere.

Proprio i quesiti che più comunemente si pongono le neomamme, sono stati posti alla Dottoressa Patrizia Armenise, Pediatra.

Domanda) Dopo quanti giorni dalla nascita il neonato può uscire da casa?

Risposta) In realtà il bambino la prima uscita la fa gia quando lo si porta proprio a casa dall’ospedale in cui è nato, pertanto se è in grado di lasciare la struttura sanitaria,  potrà tranquillamente affrontare una passeggiata quotidiana nel parco, andare a trovare i nonni o dal pediatria per effettuare la visita.

D) Quanto  influisce il periodo dell’anno in cui si nasce?

R) Sicuramente sono più fortunati i bambini che nascono nel periodo primaverile o estivo rispetto ai piccoli nati nel periodo invernale, durante il quale i virus e batteri sono “in agguato” , pronti ad attaccare.

D) Quali sono gli indumenti da prediligere nei mesi più freddi?

R) D’inverno i bambini dovrebbero essere ben coperti, ma senza esagerare. E’ consigliato sempre vestirli “a cipolla”, ovvero a strati, in modo da sovrapporre indumenti più pesanti che possono essere agevolmente tolti, se ci si dovesse trovare in luoghi riscaldati. Una buona abitudine in inverno è quella di far indossare le magliette lana fuori e cotone sulla pelle. E ovviamente, quando il freddo invernale è pungente, d’obbligo il cappellino.

D)  Se si vive al mare, si può fare una passeggiata in spiaggia anche nelle belle giornate d’inverno?

R) Il mare è sicuramente un ambiente sano rispetto alla città trafficata ed inquinata, soprattutto d’inverno, stagione nella quale i bambini sono più esposti ai danni provocati dall’inquinamento ambientale.

D) Ci sono delle regole da seguire per una sana passeggiata?

R) Più che di regole da dare alle mamme , è il caso di parlare di consigli, quali: scegliere percorsi lontani dal traffico delle auto e non affollati, cercare di evitare di passeggiare in un luogo dove si incontrano molti semafori e dove, quindi, l’inquinamento da gas di scarico è più elevato e più diretto, purtroppo, verso il passeggino.

D)Anche il caldo richiede una protezione particolare? E quali sono le regole da seguire?

R) Particolare attenzione richiede la scelta degli indumenti che dovrebbero essere possibilmente di colore chiaro per respingere luce e calore e leggeri, in fibre naturali,  come cotone e lino.  Da evitare, invece,  le fibre sintetiche che non sono indicate in quanto non assorbono il sudore e favoriscono, pertanto,  le irritazioni cutanee.  I cappellini si usano se è davvero necessario: per esempio al mare, per proteggerlo  dal sole

D) Quali sono gli effetti positivi dello stare all’aria aperta per i bambini?

R) All’aria aperta i bambini rafforzano le proprie difese immunitarie perché virus e batteri non riescono a replicarsi. Anche i neonati, adeguatamente protetti, possono essere portati fuori nelle ore più calde d’inverno e nelle più fresche d’estate. I bambini dovrebbero giocare all’aperto in ogni situazione, non si sono controindicazioni, neppure quando fa caldo in estate e freddo in inverno, bastano alcuni accorgimenti: evitare di uscire in orari in cui la temperatura è troppo elevata d’estate ( 11-16) o,  se fa molto freddo, usare qualche accortezza in più negli indumenti da scegliere.

                                            Alessandra Fiorilli

Come in un romanzo: una romantica giornata a Sirmione

di Alessandra Fiorilli

Insieme, mano nella mano, si incamminarono verso il pontile dove era attraccato il vaporetto che, da Desenzano sul Garda, li avrebbe condotti a Sirmione.

Appena saliti sull’imbarcazione, lei chiuse gli occhi: voleva sentire il fragore delle acque del lago infrangersi sulla carena del vaporetto e avvertire su di sé quelle gocce che le arrivarono sul viso, tra i capelli.

Aprì gli occhi in tempo per ammirare il Castello Scaligero di Sirmione: allungò il braccio e le sembrò di accarezzare quelle guglie.

Il traghetto rallentò la sua corsa e una voce maschile disse: “Sirmione”.

In tanti scesero dal vaporetto e si divisero, come acqua del fiume quando giunge al mare.

Sirmione…Sirmione: quattro consonanti e quattro vocali che avevano un sinonimo : quello di paradiso

Insieme, mano nella mano, si inoltrarono per le viuzze zeppe di turisti con le maniche corte, i sandali, e cercarono un bar dove poter mangiare un toast.

Si inoltrarono nel cuore di quel centro lacustre e, all’improvviso, seguendo la curva della strada, s’accorsero che erano giunti al cospetto di quel Castello Scaligero che avevano già visto dal lago, arrivando da Desenzano con il vaporetto.

Eccolo…era lì, immerso nelle acque di quel lago di Garda che sembrava un mare,  a difesa di quel piccolo centro lacustre.

Lei sapeva tutto di questo antico maniero: sapeva che era stato costruito dagli Scaligeri, tra il XIII e il XIV secolo.

Tre torri  e poi il maschio, che svettava dai suoi 47 metri e poi la darsena per la flotta.

Sul lato orientale, sulla ghiaia e tra i turisti, i cigni passeggiavano e si facevano avvicinare, fotografare, come le papere che affollavano quel lembo di spiaggia ghiaiosa.

Risalirono verso il paese e panorama un cartello “BACIATEVI, PER FAVORE“, allora si baciarono, si baciarono come mai altre volte.

E si persero, occhi negli occhi, mano nella mano, per le vie di un paese che esaltava i sensi.

Non sarebbero voluti andar via, ma il traghetto li attendeva per tornare a Desenzano, dalla cui stazione sarebbero ripartiti con il treno.

Sarebbero rimasti altre ore, altri giorni alla loro vacanza…eppure…eppure quando si girarono, dalla prua del  vaporetto e accarezzarono con lo sguardo Sirmione, ormai in lontananza, sarebbero rimasti davvero sempre lì, non con il corpo ma con il cuore.

                                              Alessandra Fiorilli

Le noci: tra miti, leggende e quel Miracolo narrato ne “I Promessi Sposi”

di Alessandra Fiorilli

Furono i Persiani a portarle in Europa dall’Asia Minore e da allora sono state circondate da storie e leggende dai profondi significati simbolici.

Per i Greci le noci erano considerate doni degni di un re, mentre gli antichi Romani adoravano mangiarle, certi che l’albero dal quale nascevano fosse sacro a Giove, e a conferma della predilezione che i romani avevano per questi frutti, durante gli scavi di Ercolano, sono stati ritrovati fossili di noci carbonizzate dall’eruzione del Vesuvio.

Secoli dopo, durante il Medioevo l’albero del noce fu considerato come quello preferito dalle streghe sotto al quale, secondo alcune leggende, amavano riunirsi per preparare i loro miscugli.

I Britanni, sulla base di  testimonianze risalenti alla dominazione romana in quell’area, la notte del solstizio d’estate erano soliti bere un liquore scuro di noce, molto apprezzato, tempo dopo, anche dai francesi, dai quali sembra che gli italiani abbiano imparato l’arte di preparare il nocino, usando  i malli  delle noci ancora verdi ed alcool.

Coltivate in tutto il mondo, la produzione maggiore la vanta il Cile e la California, ma l’Italia non sta certo a guadare, vantando due tipi molto ricercati: la Sorrentina e le noci Lara.

La costiera a nord di Sorrento non è l’unica zona della Campania dove si trovano i noceti, se ne hanno  anche nell’agro di Nola, nell’area flegrea, nei comuni vesuviani e nella terra casertana.

L’altra eccellenza italiana è la noce Lara, con il suo guscio a globo e prodotta in Veneto.

Le noci, che l’immaginario collettivo vede come le protagoniste delle festività natalizie, portate in tavola in ceste, insieme all’altra frutta secca come mandorle e nocciole, in realtà rappresentano un alimento completo, con un elevato contenuto di Omega 3 e Omega 6, di Vitamina E, del gruppo B e ricche di minerali.

Inoltre, secondo la teoria delle segnature di Paracelso, farebbero bene al cervello e alle memoria perché il loro gheriglio somiglia molto alla struttura della corteccia celebrale.

Ottime per chi fa sport, in cucina accompagnano primi come il riso con il gorgonzola, arricchiscono l’ impasto del pane e la loro granella viene talvolta usata anche  per impanare carni o pesci.

E poi… come dimenticare che al di là di tutte che leggende antiche e moderne, le noci sono state celebrate persino dal grande Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”, il cui capitolo terzo,  si conclude proprio con il “Miracolo delle noci”.

Fra’ Galdino, infatti, dopo aver bussato alla porta di Agnese, riceve le noci in dono per il suo convento, e prima di andar via racconta una storia.

 Un giorno, il proprietario di un  noce decise di abbattere questo suo albero, certo che non avrebbe prodotto frutti, ma Padre Macario del vicino convento dei  Cappuccini gli disse che quello  stesso noce, in primavera, avrebbe invece dato abbondanti frutti. L’uomo si convinse e non solo seguì il consiglio del frate, quanto gli promise che, in caso di un buon raccolto, la metà delle noci sarebbe andata in elemosina al convento. Ma il giovane e scapestrato figlio del proprietario non mantenne la parola data: e quando un giorno andò al granaio per ammirare l’abbondante raccolto, si accorse che di questo non era rimasto altro che i fiori secchi della pianta.

                                Alessandra Fiorilli

Courmayeur…e il cuore trema dall’emozione

di Alessandra Fiorilli

Courmayeur, noto centro turistico a circa 30 chilometri da Aosta, vanta tre primati: è l’ultimo comune in territorio italiano, il più ad occidente della Valle d’Aosta e l’unico che confina con due nazioni, la Francia e la Svizzera.

Ad unirla con i cugini d’oltralpe è il traforo del Monte Bianco, lungo quasi 12 chilometri, superato il quale, ci si trova nella cittadina di Chamonix.

Il legame che ha con il comune “gemello” in terra francese, nasce nel XVIII secolo, quando gli esploratori furono richiamati dal grande fascino di scalare la vetta più alta d’Europa, il Monte Bianco,  ai piedi del quale giace, sul versante francese Chamonix, e su quello italiano, Courmayeur.

Scorcio della vallata dalla Piazza (Foto di Lorenza Fiorilli)

I due comuni alpini diventano, in pochissimi anni, i centri più noti ed apprezzati dall’alpinismo mondiale.

La sede del Municipio (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il clima alpino, con le sue estati fresche e gli inverni nevosi, rendono Courmayeur un centro turistico ambito da molti, anche se nel comune valdostano l’affluenza dei primi villeggianti si registrò nel secolo XVII perché richiamati dalle fonti di acqua solforosa.

Particolare di una casa in pietra (Foto di Lorenza Fiorilli)

La vicinanza con la prima Capitale d’Italia, Torino, che dista da Courmayeur poco più di 140 chilometri, la rese una delle mete preferite di Casa Savoia per i loro soggiorni alpini  e, con l’avvento di un turismo non più solo d’elite, il comune valdostano è diventato,  a partire dal XX secolo, una delle più apprezzate stazioni sciistiche alpine.

…e di una in legno (Foto di Lorenza Fiorilli)

La volontà di far conoscere le bellezze mozzafiato delle nostre montagne e di promuovere l’attività alpinistica, ha spinto, nel 1850, alcuni cultori della montagna a costituire la Società Guide Alpine, che oggi si trova sulla Strada del Villair, di fronte la Chiesa principale, la Parrocchia di San Pantaleone, il quale è il patrono della cittadina.

Il Museo delle Guide Alpine “Duca degli Abruzzi” (Foto di Lorenza Fiorilli)

Proprio nel caratteristico edificio della Società Guide Alpine, oggi è ospitato il Museo “Duca degli Abruzzi”, dove sono esposte foto ed oggetti di chi l’alta montagna l’ha vissuta, amata, assaporata, conquistata, metro per metro.

Scorcio di una strada nel centro di Courmayeur (Foto di Lorenza Fiorilli)

Courmayeur si sveglia ogni mattino e va a dormire ogni sera con, negli occhi, le Alpi che la circondano come un abbraccio e lo strettissimo rapporto con l’alta montagna lo rivela il nome stesso di Courmayeur che sembrerebbe derivare, secondo l’Abbé Henry, nel volume “Histoire Populaire de la  Vallee  d’Aoste”, dal latino “culmen majus”, ovvero “grande cima”, per via della notevolissima vicinanza al Monte Bianco.

Scorcio del Monte Bianco (Foto di Lorenza Fiorilli)

Proprio dalla Piazza Abbé Henry si gode di un panorama spettacolare sulla vallata e sui monti circostanti.

Panorama dalla Piazza Abbé Henry (Foto di Lorenza Fiorilli)

Tra gli appuntamenti che celebrano lo stretto rapporto tra Courmayeur  con le Alpi, spicca il “Tor des Geants” il “giro dei giganti”,  una competizione che si snoda per 34 comuni valdostani, con partenza ed arrivo proprio a Courmayeur.

 Il tour, giudicato come uno tra i più duri al mondo, si snoda per 330 chilometri attraverso bellezze uniche come il Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Courmayeur è un gioiello alpino da assaporare in ogni suo suggestivo angolo, con i balconi in legno pieni di fiori, le case in pietra, i loro tetti ricoperti  da lastre di losa, ottenute da rocce che, per loro stessa natura, sono facilmente divisibili in lastre, appunto.

Courmayeur è le sue strade, dove il tempo sembra voler dire ai turisti: “Fermati, respira l’aria pura e dissetati con l’acqua freddissima e indugia su quanta bellezza ti circonda”.                                                    

                                              Alessandra Fiorilli

Pan Canasta: quel panettone salato goloso, stuzzicante, invitante

di Alessandra Fiorilli

Coinvolti a tal punto dal gioco delle carte da non voler rimandare nemmeno la partita al dopo pranzo, qualcuno pensò tra sé e sé: “Dovranno pure mangiare qualcosa”.

Ma questi  “ligi giocatori” non volevano proprio lasciare il proprio posto attorno al tavolo da gioco per sedersi attorno a quello di una cucina o di una sala da pranzo… sarebbe stato, quindi,  necessario portare loro qualcosa di stuzzicante, goloso da mangiare e al tempo stesso facile da prendere e da gustare senza sporcarsi: e così nacque, come vuole la storia, il Pan Canasta.

Un Pan Canasta riccamente farcito (Foto per gentile concessione di Rita Umili)

Negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso era considerato il re degli antipasti: servito insieme agli immancabili voulevant ripieni e all’insalata russa, non poteva certo mancare come preludio ad una cena “all’ impiedi”, come era di moda sul finire del XX secolo, magari accompagnato da un bicchiere di spumante.

Poi, il lento declino. ma negli ultimi decenni, grazie agli ormai numerosi programmi televisivi di cucina che l’hanno rilanciato, sta vivendo un nuovo “momento di gloria”.

Per alcuni è il “panettone gastronomico” che si differenzia dal suo fratello dolce e protagonista della tavola di Natale, per il fatto di essere un prodotto lievitato sì, ma salato, pronto ad accogliere al suo interno salumi, formaggi, sottolio, carote tagliate alla julienne, insalata, ma anche uova sode, salsa tonnata, maionese, ma la fantasia e il gusto può fare il resto: c’è chi non disdegna farcirlo con il pregiato tartufo o in versione vegetariana, puntando su verdure, sottaceti, olive e salse.

Tagliato trasversalmente per essere poi imbottito a piacimento, appunto, di solito sulla sua cupola svettano spesso bandierine di carta multicolori, come quelle che si è soliti vedere nei bicchieri estivi di bibite ghiacciate.

La soddisfazione maggiore la si ha quando viene preparato in casa, con farina di manitoba e 00, latte, uova, lievito di birra, sale.

Il classico formato è quello simile al panettone, ma non mancano anche i mini Pan Canasta, ideali specie per le feste tra  bambini.

Un delizioso mini Pan Canasta (Foto per gentile concessione di Rita Umili)

E così questo prodotto rustico, noto anche come Pan brioche, per la sua morbidezza, ha lasciato i fumosi tavoli da gioco per lanciarsi e reinventarsi con gusto, strizzando sempre l’occhio ad una golosità semplice, veloce e di fronte alla quale difficilmente si può declinare l’invito.

                              Alessandra Fiorilli

Uno straordinario giorno normale…

Quanti di noi, a fine giornata, prima che le nostre vite fossero sconvolte da questa tragedia, esclamavano: “Oggi è stato come ieri! Non è successo niente di particolare! Le solite cose!”.

Ecco, credo che in futuro sarà una frase che non ripeteremo tanto spesso, perché ognuno di noi ormai ha capito l’importanza di ogni singolo giorno, di ogni singolo minuto che trascorriamo in serenità e libertà.

A questo proposito, lascio parlare al mio posto, una metafora, che viene usata dagli psicologi per formare gruppi di lavoro.

 La lessi per la prima volta sedici anni fa, su un libro sul quale stavo preparando il mio ultimo esame universitario.  Spero che vi faccia riflettere ed emozionare.

Buona lettura.

                                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il paese dei giorni

C’era una volta il paese dei giorni. Lì abitano tutti i giorni che sono già accaduti e quelli che verranno. In questo paese abita una famiglia nobile, che ha dato i natali a tanti giorni importanti della storia dell’uomo: il giorno della scoperta del fuoco, quello della ruota, dell’America, quello della rivoluzione francese, quello della carta dei diritti dell’uomo, un altro ancora della liberazione.

Ora questa famiglia sta aspettando un nuovo giorno e c’è molta trepidazione. Tutti sperano che questo nuovo giorno diventi famoso come gli altri parenti: ma questo lo potranno sapere con certezza solo dopo alcuni anni.

Così il nuovo nato arriva sulla terra e comincia il suo giro esplorativo. E come ogni neonato è curioso, pronto a scoprire tutte le cose belle, nuove, creative che ci sono in questo giorno, unico nella storia del mondo, che non c’è mai stato prima e non ci sarà mai più. E’ affascinato da tutto ciò che vede, dalle semplici cose quotidiane che accadono in ogni famiglia. Al nuovo giorno tutto sembra meraviglioso, straordinario e non vede l’ora di poter raccontare ai suoi genitori, e a tutta la sua numerosa famiglia riunita, tutte le cose che ha visto. Arriva la notte fonda e lui sa che il suo giorno è finito e che un altro giorno sta per nascere.

Allora discretamente si allontana e torna nel paese dei giorni.

Appena arrivato a casa i genitori e i familiari riuniti gli chiedono di raccontare cosa ha fatto o visto accadere. E lui racconta di colazioni consumate in famiglia, di genitori che sia amano, di giardini con nonni e nipotini, di mamme che generano figli, di feste di compleanno, di matrimoni tra giovani amanti.

E si accorge che i genitori pongono domande strane a cui non sa bene come rispondere. Gli chiedono se si è sposato qualche re, se è stato assegnato un qualche premio nobel, se qualche sportivo ha raggiunto un nuovo record, se qualche scienziato ha scoperto qualcosa di sconvolgente e lui che ha girato per tutta la terra sa che non è successo niente di tutto questo.

Allora i fratelli e i cugini cominciano a chiedergli se è successo almeno qualche disastro ferroviario o aereo, qualche catastrofe naturale, qualche nubifragio o terremoto. Ma il nuovo giorno continua a dire no, niente di tutto questo. Tutto quello che ha fatto o visto accadere l’ha già raccontato. I genitori e tutta la famiglia sono molto delusi da questo nuovo rampollo, e temono che non verrà ricordato dalla storia dell’uomo.

Eppure il bambino sa in cuor suo che invece è stato un giorno straordinario, unico. Lui sa di avere tanti ricordi teneri, fatti di semplicità e affetto che nessuno potrà portargli via.

Finalmente, dopo un po’ di tempo, arriva la tanto attesa lettera, quella che informa sull’importanza riconosciuta dagli esperti a quel giorno. Sulla lettera vi è la prova scritta e la famiglia potrà verificare se questo figlio è degno del casato o se ne sarà il disonore.

Sono tutti riuniti e con molta trepidazione aprono lentamente la busta per leggere velocemente che il giorno del loro ultimo nato è stato eletto “giorno della pace universale”.

Il fatto che in quel giorno non fosse successo niente di particolare, nessun grande avvenimento, e soprattutto nessuna disgrazia, lo aveva reso davvero straordinario.

(Brano tratto da “I porcospini di Schopenhauer”, di Consuelo Casula. Edizioni Franco Angeli).

Ode agli gnocchi

di Alessandra Fiorilli

Ci sono dei piatti che non sono soltanto delle pietanze da gustare, ma custodiscono immagini care, capaci, talvolta, di riportarci indietro in tempo.

Chi non ha mai assistito, da bambini, alla preparazione degli gnocchi, con la nonna dal grembiule ombrato di farina? E quante volte abbiamo guardato, incantati, il sapiente movimento delle mani che impastavano con passione semplici ingredienti?

E poi, avremmo sicuramente chiesto alla nonna di aiutarla: eccoci, dunque, forchetta alla mano, ad imprimere su quei piccoli cilindri di pasta, la forma della forchetta, in modo che quelle “rughe” avrebbero assorbito, voluttuosamente, il sugo con il quale sarebbero stati conditi.

Tanta è la poesia che si cela dietro gli gnocchi, da essere considerati non un semplice formato di pasta, ma una famiglia a sé, come confermato dal grandissimo gastronomo e scrittore Pellegrino Artusi, nella sua opera summa “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”.

Preparati con le patate, con il semolino, come quelli detti alla romana, o con una semplicissima pasta choux, o pasta bignè, a base di sola farina ed acqua, sanno dominare la scena, anche se il loro condimento è semplice, come richiede la tradizione.

Degli gnocchi si ha notizia già dalla seconda metà del Cinquecento, ma due secoli più tardi arriveranno ad essere annoverati tra i piatti preferiti dai nobili, che sceglieranno di condirli con sughi ricchi e corposi.

A Roma questo piatto è legato un preciso giorno della settimana, quello del giovedì e questa tradizione affonda le sue radici nella cristianità, che vuole il venerdì “di magro” e quindi, un bel piatto di corposi gnocchi mangiati il giorno precedente, rende il povero pranzo del venerdì più sopportabile.

Nella Capitale non è raro trovare tipiche trattorie che ancora seguono questo rituale legato ad una tradizione particolarmente sentita nel secolo scorso.

Regione che vai, giorno dedicato agli gnocchi che trovi: in Campania si servono di domenica, conditi con un semplice sugo al basilico  e mozzarella e, se gratinati al forno, prendono il nome di gnocchi alla sorrentina per il particolare connubio di sapori tipici della costa mediterranea come l’odoroso basilico.

Nell’Italia del nord si preferisce condirli con il burro e la salvia, come era soliti mangiarli durante il Rinascimento,  e portarli in tavola il  venerdì.

Gli gnocchi non disdegnano, come loro compagni, neanche lo speck, le noci, i formaggi.

E quella corposità che avverti appena li porti alla bocca, sono tra le cose più buone che la cucina italiana è in grado di regalarci.

                                   Alessandra Fiorilli

…e uno spiraglio di luce ci abbaglierà…

di Alessandra Fiorilli

Era questo che volevi insegnarci, coronavirus, o per chiamarti con il tuo nome proprio, Covid-19?

Volevi farci scoprire l’inutilità delle nostre superflue lamentele sugli obblighi, sempre gli stessi, della nostra vita quotidiana?

Volevi dirci che quello che appariva ai nostri occhi come la “solita routine”, era in realtà, VITA, da vivere e da condividere?

Volevi farci riflettere su come anche le azioni più banali, che compivamo quasi inavvertitamente, come sederci in macchina, andare a fare la spesa, vederci con gli amici per un caffè al bar o invitarli a casa per una cena, erano dei momenti preziosi, che avremmo rimpianto, un giorno non troppo lontano?

Volevi insegnarci il valore e la bellezza di un ABBRACCIO, di un BACIO sulla guancia, di una stretta di mano?

Volevi farci comprendere che non esiste nella vita la cosa scontata, ovvia, quasi banale, perché tutto ciò che riempie i nostri giorni, le nostre ore, ogni singolo attimo, è VITA da vivere e da assaporare?

Volevi forse vederci piangere per questa coltre di paura che sembra avvolgerci?

(Foto di Lorenza Fiorilli)

Volevi forse farci disperare al pensiero di quei momenti, preziosi, ma che non avevano giudicati tali, nell’istante stesso in cui li stavamo vivendo?

Volevi assistere alle nostre lacrime mentre sfogliamo gli album delle foto che ci ritraggono liberi?

Volevi ingabbiare le nostre CERTEZZE e frantumarle e renderle schegge impazzite?

Volevi farci fermare e mettere in pausa le nostre vite?

Ebbene, sì, lo hai fatto, hai fatto tutto questo, ci sei riuscito…e noi?

A noi altro non resta che imparare di nuovo a CAMMINARE: faremo come i bambini… prima avremo paura, saremo incerti, cadremo e piangeremo e in aiuto, come le braccia amorevoli di una mamma, verranno, in fila ordinata, tutte quelle cose che avevamo date per scontate, banali, ripetitive, quasi inutili se non persino, in alcuni casi, noiose.

E allora noi ci RIALZEREMO, con gli occhi ancora umidi di lacrime, ma ci rialzeremo e continueremo, anche se ancora con un’andatura incerta e poi piangeremo di nuovo, ma stavolta per la gioia: perché sopra di noi scorgeremo uno spiraglio di luce che ci abbaglierà…

                                                                                       Alessandra Fiorilli

In questa Pasqua “sospesa” arrivano in aiuto i ricordi…

di Alessandra Fiorilli

In questa Pasqua di abbracci vuoti di affetti e pieni di  distanze, di campanelli di casa muti, di notizie che ci incalzano con la loro drammaticità, ecco, proprio ora abbiamo bisogno di aggrapparci, con tutte le nostre forze, all’immagine di giorni felici, nella speranza, da far  diventare certezza, che tutto torni com’era prima dell’emergenza sanitaria.

In questa Pasqua così lenta, quasi “sospesa”, senza i piatti del servizio buono da sistemare sulla tavola, senza l’immancabile tovaglia bianca che ha un profondo valore simbolico, ancora più forte è la nostalgia…e stamane, allora, non le ho opposto resistenza e mi sono lasciata trascinare da essa.

Il Casatiello con tanto di uova (Foto per gentile concessione di Rosa Umili)

Eccomi: ho nove anni, scendo giù dai nonni e li trovo entrambi in cucina, sorridenti e amorevoli.

Li abbraccio forte, forte, forte e sembra così impossibile che possa arrivare un giorno in cui ci sia proibito farlo.

Nell’aria, i sapori della festa e, sul piatto grande di porcellana bianca, il casatiello della nonna è già lì, che ci attende, ci attende per abbracciarci con i suoi sapori che rimarranno impressi nel cuore.

Il Casatiello (Foto per gentile concessione di Maria Umili)

Il nonno sta già tirando fuori dalla vetrinetta del soggiorno il servizio dei giorni di festa, tra poco arriveranno tutti gli altri e saremo quello che si dice, “una bella tavolata” e sembra davvero incredibile che un giorno ci sia impedito di riunirci con parenti ed amici.

Il Casatiello è  lì, sembra mi chiami…la tentazione è forte, ma so che dovrà far bella figura di sé intatto, quando sarà portato a tavola.

Lo guardo con insistenza: quel colore dorato, quell’odore inebriante, e quel cuore morbido, saporito, umido che mi aspetta.

Sono la prima nipote, i nonni non riescono a dirmi di no e me ne tagliano una fetta…chiudo gli occhi e quasi mi commuovo.

Questa torta rustica, che la nonna prepara ogni Pasqua,è il simbolo di questa festa, delle tradizioni che i nonni hanno portato dalla loro terra casertana, di un rito ormai irrinunciabile per la nostra famiglia.

“Quando sarai grande ti dirò come prepararlo”, mi svela dolcemente la nonna.

Lei, che non ha la ricetta scritta, ma sa tutto a memoria, come sua madre, sua nonna, vuole insegnarmi un’arte a me sconosciuta.

Il Casatiello ornato da un ramoscello d’ulivo (Foto per gentile concessione di Rita Umili)

So già che non sarò mai brava come la nonna ad impastare tutti gli ingredienti e poi…poi come farei a mangiarne una fetta senza di lei, senza i nonni?

Oggi quel Casatiello mi manca ancora di più, perché a colmare il vuoto di presenze così care, non ci saranno gli abbracci e i baci degli amici, la lunga tavola apparecchiata con cura, il servizio buono dei piatti, l’allegria di un giorno di festa che si preannuncia con il sole e con le temperature di una primavera inoltrata.

Ma a darmi forza torna sempre il ricordo del nonno, il quale, quando mi vedeva un po’ abbattuta mi diceva con il suo perfetto latino: “Sursum Corda”, ovvero, “In alto i cuori”.

E oggi, carissimi lettori di EmozionAmici, permettetemi di dirlo io a tutti voi, a tutti noi, a tutti gli Italiani divisi, separati, lontani, ma sorretti  da quella forza che ci ha ci sempre contraddistinto: “Sursum Corda”, dunque, e tanti affettuosi auguri di Buona Pasqua, carissimi lettori di EmozionAmici

                                                Alessandra Fiorilli