In
questo periodo così delicato per tutti noi, in questi giorni in cui viviamo
sospesi in un limbo e nei quali ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a
qualche buona notizia, a causa di questa epidemia che sta destabilizzando il
mondo, ho riflettuto sul fatto che la maggior parte delle persone non si rende
conto di quello che ha fino a quando sta per perderlo.
Sto parlando della libertà.
(Foto di Lorenza Fiorilli)
Solo
fino a qualche settimana fa sembrava normale, se non perfino banale, alzarci
dal letto la mattina, andare a bere un caffè al bar insieme ad un collega o ad
un amico, accompagnare i propri figli a scuola e poi recarsi al lavoro. E nel
pomeriggio chi andava in palestra, chi alla partita di calcetto, chi a prendere
un aperitivo e chi, semplicemente, a trovare un amico a casa.
A volte consideravamo una noiosa routine andare a fare la spesa, portare il cane a fare una passeggiata, accompagnare i figli al corso a scuola o in piscina.
Appena potevamo, prenotavamo un biglietto aereo o ferroviario, una camera in albergo e dei ticket on line per un museo. Nei weekend chi andava a vedere l’ultimo film di quel famoso regista, chi la mostra del suo pittore preferito, chi una commedia a teatro, chi allo stadio a tifare la sua squadra del cuore.
Ora
questa noiosa, stupida, banale libertà ci è stata in parte tolta, ad alcuni in
modo più pesante, ad altri in modo più lieve.
Sono convinta che ogni dolore, avversità, ogni limitazione, delusione, serva a qualcosa.
E’
vero che da ogni cosa che accade nella vita bisogna saper prendere il meglio,
bisogna volgerlo a nostro favore.
E
da questa situazione cosa impareremo?
Impareremo
ad amare e apprezzare la nostra libertà; impareremo a non dare più nulla per scontato,
neanche una semplice passeggiata, neanche un abbraccio, neanche la cosa che
sembra la più semplice e banale; impareremo a provare gratitudine per tutto ciò
che abbiamo. Si, gratitudine, sentimento che in pochi sperimentano al giorno
d’oggi.
Saremo
grati per ogni singolo gesto, per ogni noiosa, stupida e banale azione che
potremo svolgere in piena libertà.
I
colleghi ci sembreranno più simpatici, i professori meno severi, i treni più
comodi, il verde degli alberi più verde, il caffè del bar più cremoso.
Tra carri allegorici e cortei in maschera, tra stelle filanti e coriandoli, ecco arrivare anche loro: le frappe e le castagnole, i dolci tipici di questa festa antica, che affonda le sue radici nell’antica Roma dove, in onore di Saturno, si organizzavano feste goliardiche chiamate, appunto, Saturnalia.
Un vassoio di fragranti frappe fatte in casa (foto per gentile concessione di Rosa Umili)
Era
questo, un periodo nel quale l’ordine delle cose poteva essere sovvertito per
tornare, poi, rinnovati e rigenerati, ad un assetto nel quale la morigeratezza
dei costumi ed il rispetto delle regole avrebbero
rappresentato, nuovamente, il cardine
fondamentale dell’intera società.
Durante i Saturnalia, non poteva certo mancare la celebrazione anche della gola: ecco nascere, i Frictilia, ovvero dei dolci fritti nello strutto che venivano distribuiti alle persone le quali, durante questo periodo delle storia romana, si riversavano, numerose, nelle strade.
Le frappe fritte e cosparse di zucchero a velo e un goccio di cioccolato (foto per gentile concessione di Dora Paternò)
E sempre un grande gastronomo e cuoco, nonché scrittore romano, Marco Gavio Apicio, parla nel suo libro “De re coquinaria”, di frittelle a base di uova e farina tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e cosparse di miele.
Una frappa a forma di mascherina di Carnevale (foto per gentile concessione di Dora Paternò))
Con l’avvento del Cristianesimo la festa del carnevale rappresenta l’ultimo avamposto della celebrazione dei peccati di gola e della goliardia, non a caso il Martedì Grasso, che conclude il Carnevale, precede di un giorno il Mercoledì Delle Ceneri, con il quale ha inizio la Quaresima, che conduce alla celebrazione della Santa Pasqua.
Proprio il nome Carnevale sembri derivi dal latino “Carne levare”, ovvero togliere la carne, perché, secondo l’ortodossia cristiana, nei quaranta giorni che vanno dal martedì grasso alla Pasqua di Resurrezione, non andrebbe consumata la carne.
Inalterate sono rimaste, invece, sin dall’epoca romana, le tradizioni legate alla preparazione e al consumo dei dolci: le classiche frappe, dirette discendenti delle Frictilia, sono ancora il simbolo di questa festa, anche se la ricetta più simile a quella dell’odierna frappa, è quella che Domenico Romoli scrive, nel 1560, in un suo libro, dove parla di questo impasto a base di farina, uova, zucchero, stesa, tagliata a strisce, fritta nello strutto e cosparsa di miele.
Regione che vai, nome che trovi di queste gustose strisce di pasta dai bordi arricciati e spolverate di abbondante zucchero a velo: chiacchiere, cenci, frappole, crostoni, bugie.
Una leggenda vuole che proprio il nome di chiacchiere, con cui sono conosciute in molte regioni d’Italia, sia legato alla richiesta della regina di Casa Savoia al suo cuoco Raffaele Esposito, di deliziare le conversazioni, o chiacchiere, appunto, nelle stanze di Palazzo Reale con dei dolci fragranti, semplici ma saporiti.
Con il tempo si sono aggiunte anche delle varianti alla ricetta originaria: c’è chi aggiunge all’impasto, ad esempio, il marsala, il Vin Santo o quello bianco.
Più recente, invece, l’origine dell’altro dolce tipico del carnevale: le castagnole, così chiamate perché, per la loro forma e dimensione, ricordano, appunto, quella della castagna.
Le deliziose castagnole (foto per gentile concessione di Rita Umili)
I primi cenni scritti di quest’altra delizia, li troviamo nell’Archivio di Stato di Viterbo: siamo nel 1700, ma c’è chi fa risalire la comparsa delle castagnole, impasto a base di uova, zucchero, farina, burro, un secolo prima, alla corte degli Angiò e dei Farnese.
Anche le castagnole, nel corso del tempo, hanno visto aggiungere al loro impasto originario, il rum, il cioccolato, l’alchermes, così come le frappe hanno conosciuto anche un altro metodo di cottura, quella al forno.
Cambiano
il tempo e le abitudini ma loro, le frappe e le castagnole, rimangono sempre le
indiscusse protagoniste del Carnevale.
Di
ipercolesterolemia si parla quando
il colesterolo, grasso fondamentale
per l’uomo, prodotto principalmente dal corpo ed introdotto per un 20/30% con l’alimentazione,
supera i 200 mg/dl.
Se l’ipercolesterolemia si associa al diabete e all’ipertensione, può causare, più facilmente, la formazione di placche aterosclerotiche e c’è una probabilità maggiore che si registrino eventi cardiovascolari come l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e l’ischemia degli arti inferiori.
Ne parliamo con uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, direttore del Dipartimento Cardio-vascolare e Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.
Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione di Paolo Calabrò)
All’interno del quadro generale dell’ipercolesterolemia, esiste quella di tipo familiare, che si ha, più spesso: “A causa dell’alterazione genetica del recettore LDL”, ossia il recettore del colesterolo cosiddetto “cattivo”. Chi ha queste mutazioni e, quindi, alti livelli di colesterolo sin dalla nascita, va incontro ad una rapida formazione di placche aterosclerotiche. Attraverso dei prelievi ematici in alcuni Centri specializzati, come il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, è possibile eseguire dei test genetici che possono confermare o meno la diagnosi di ipercolesterolemia familiare. Eseguiti gli esami ematologici di routine, come colesterolo totale, HDL, LDL, emocromo, glicemia, funzionalità epatica, tiroidea e renale, il paziente sarà seguito nel percorso di follow-up e, scelta la terapia migliore, tornerà presso il centro, per monitorare il tutto. Uno screening familiare consente, quindi, di poter intervenire in maniera tempestiva all’interno di un quadro dove, purtroppo, l’assunzione di integratori alimentari, quali il riso rosso fermentato, hanno un ruolo marginale. In questi casi, il ricorso alle statine, che agiscono soprattutto sull’inibizione della produzione del colesteroloendogeno da parte del fegato, è necessario. Demonizzate da più parti, hanno subito un attacco indiscriminato. Non possiamo dire che non abbiano effetti collaterali, ma il più delle volte sono proprio necessarie, inoltre, quelle messe a punto più recentemente, risultano maggiormente tollerate.”
Talvolta
alla statina, che va ad agire sul processo di sintesi, si associa anche all’ezetimibe, che ha la funzione di
limitare l’assorbimento dello stesso colesterolo. “Ultimamente ci sono anche farmaci
di ultima generazione, come gli inibitori di PCSK9 che sono mostrati sicuri ed estremamente efficaci nel ridurre il
colesterolo LDL”.
Il
paziente che è affetto da ipercolesterolemia familiare, però, non deve
schermarsi dietro questa alterazione genetica e pensare che nulla possa fare,
oltre ad assumere i farmaci: “Anche per
questi soggetti è importante seguire uno stile
di vita adeguato, ovvero un’alimentazione varia ma corretta, e praticare
un’attività fisica regolare, che aiuta, specie nei pazienti in sovrappeso,
a diminuire il gito vita, ad abbassare la pressione arteriosa e a e far
rientrare a valori accettabili anche la glicemia, che può trovarsi in
concomitanza ad alti valori di colesterolo.”
Per quanto attiene all’alimentazione, il Professor Calabrò sottolinea come: “Per alcuni cibi non è il caso di parlare di abolizione totale, come per i formaggi, quanto di riduzione e moderazione nell’assunzione. Il junk-food, invece, è da eliminare, ma questo vale per tutti e non solo per chi è affetto da ipercolesterolemia familiare”.
Accanto ai soggetti che sono affetti da tale patologia, c’è un’altra tipologia di pazienti, ovvero coloro i quali si trovano a dover fronteggiare elevati tassi di colesterolo e trigliceridi nel sangue a causa di un’alimentazione e di uno stile di vita scorretto:” Siamo di fronte da un quadro clinico misto, che in gergo medico chiamiamo dislipidemia, caratterizzato da colesterolo, trigliceridi, basso colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo buono; quadro, anche questo, che conduce allo sviluppo di placche aterosclerotiche. C’è comunque da fare un distinguo necessario: in presenza del solo colesterolo è più facile agire prima che si formino le placche, le quali, senza un trattamento specifico, per loro naturale storia, tendono ad aumentare. Nonostante tutto, chi dovesse riscontrare la presenza di placche aterosclerotiche, ad esempio attraverso un ecocolordoppler dei tronchi sovraortici, non deve sentirsi “bollato”. La placca, grazie alla somministrazione di farmaci, può persino diminuire”.
Si sente parlare sempre più spesso anche di Sindrome Metabolica:“Anche questa è causata spesso da uno stile di vita scorretto ed è caratterizzata da un aumento della circonferenza della vita, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete e dislipidemie”
Un
cambio di alimentazione unito a un’attività
fisica regolare, possono essere d’aiuto per combattere tale sindrome: “Sono sufficienti 30, 40 minuti di camminata a passo sostenuto ogni giorno per 4-5 volte
la settimana. La camminata veloce, inoltre, è in grado di far aumentare il colesterolo
buono. Bene anche l’assunzione, moderata, di vino rosso che contiene
polifenoli”.
Sul finire del 1600 faccio la mia comparsa sulle tavole toscane: custodisco, nel mio impasto, di farina, zucchero e chiara di uovo, come scrive di me la prestigiosa Accademia della Crusca.
Qualche anno dopo aggiungono anche le mandorle, ma bisognerà attendere il 1800 affinché io possa assumere le fattezze che oggi tutti conoscono ed apprezzano.
Ho
l’onore di essere portato persino a Parigi, in occasione dell’Esposizione
Universale del 1867.
Nasco da un impasto a forma di filoncino a base di farina, zucchero, uova, burro, miele e mandorle che viene poi tagliato a fette, e non è un caso che il mio nome cantuccino, derivi proprio “cantellus” che, in latino, significa pezzo o fetta di pane.
I deliziosi cantuccini IGP (foto di Alessandra Fiorilli)
Ho molti fratelli sparsi in tutta Italia: nel Lazio ed in Umbria si chiamano tozzetti, in Basilicata stozze e in Sicilia tagliancozzi. Siamo tutti buoni ma, mentre alcuni di loro sono preparati anche con nocciole o gocce di cioccolata, io seguo l’antica ricetta perché mi fregio del marchio IGP, Indicazione Geografica Protetta.
Il mio compagno di avventure è il Vin Santo, ottenuto da uva trebbiano o malvasia e lasciata appassire dopo la raccolta.
L’aggettivo “Santo” sembra derivi dal fatto che un frate francescano, mentre la peste si era impossessata di Siena, nel XIV secolo, avesse curato dei malati proprio con il vino usato durate la celebrazione eucaristica.
Altri raccontano che qualcuno, giunto a Firenze dalla Grecia, assaggiando il vino, avesse detto che tanto somigliava al loro “Xatos”, il passito greco e da qui, per assonanza, il nome italiano di “Santo”.
Qualunque sia la sua origine, il Vin Santo è il mio compagno preferito perché mi ammorbidisce, rendendomi irresistibile e non c’è mai nessun turista che vada via dalla Toscana senza avermi gustato e io, ogni volta, mi lascio andare languidamente…
“E’ in corso uno screening gratuito organizzato dalla Regione Lazio rivolto alle donne di età compresa tra i 30 e i 64 anni, finalizzato alla ricerca del Papilloma Virus (HPV).
Questo test sta sostituendo il pap-test in quanto molto più efficace e sensibile, per la diagnosi precoce delle lesioni del collo dell’utero provocate dall’HPV, le quali possono evolvere in tumori della cervice uterina”.
Inizia così l’intervista con la Dottoressa Francesca Sagnella, Specialista in Ginecologia e Ostetricia, Dottore di Ricerca in Fisiopatologia della Riproduzione Umana, la quale, in merito a questa novità nel campo dello screening per l’individuazione del tumore al collo dell’utero, così si esprime :” Molte pazienti mi hanno chiesto delucidazioni riguardo all’invito, ricevuto dalle ASL di appartenenza, a sottoporsi al programma di prevenzione del tumore del collo dell’utero. Questa intervista è un’ottima occasione per fare chiarezza sull’argomento. L’HPV è considerato ilprincipale responsabile dei tumori della cervice uterina; ne sono stati individuati circa 200 ceppi,ma soltanto alcuni di loro sono a rischio oncogeno (ceppi ad alto rischio).
Il test HPV HR offerto dalla Regione Lazio individua i ceppi ad alto rischio (HR), e pertanto le donne maggiormente predisposte a sviluppare lesioni precancerose indotte dal virus. In caso di esito negativo, il test verrà ripetuto dopo 5 anni.Nel caso in cui il test rilevi la presenza dell’HPV, verrà analizzato anche il vetrino del PAP test, prelevato contestualmente”.
La Dottoressa Francesca Sagnella, Ginecologa
E le donne che contraggono l’HPV cosa debbono fare? “Non esistono ancora medicine per curare l’HPV. Quel che possiamo fare è trattare le eventuali lesioni provocate dal virus. L’esame da fare, in caso di positività del test, è la colposcopia, ovvero un ingrandimento del collo dell’utero; se poi la situazione richiede un approfondimento, si esegue una biopsia e, in caso di necessità, si asporta la porzione del collo dell’utero sede della lesione (conizzazione) “.
Le donne che contraggono il virus dell’HPV hanno timore che ciò possa avere ripercussioni sulla fertilità: “Nella maggior parte dei casi non ci sono conseguenze sulla fertilità e l’infezione da HPVnon costituisce una controindicazione al parto vaginale, salvo particolari eccezioni. Tuttavia, inalcuni casi, è possibile che aumenti il rischio di alcune problematiche ostetriche come, ad esempio,il parto pretermine. Questa complicanza è più probabile qualora la paziente abbia subito una conizzazione molto estesa.”
Si
tratta di un esame invasivo? ”Assolutamente no: la modalità di esecuzione del prelievo di celluleper l’HPV test è semplice
e sovrapponibile a quella che si utilizza per il Pap-test.
L’analisi di laboratorio è invece molto più complessa, trattandosi di un test genetico che va a ricercare il DNA del virus. Per questo motivo ha un costo più elevato”.
Non a tutte le donne è consigliato sostituire il pap-test con l’HPV test: “Nelle più giovani si preferisce effettuare il pap-test, in quanto si stima che circa l’80% delle donne, di età compresa tra i 20 e i 35 anni, contragga il virus dell’HPV almeno una volta nella vita, con conseguente risoluzione spontanea dell’infezione. Si stima che il virus venga eliminato spontaneamente nel 50% dei casi entro un anno e nell’80% dei casi entro due anni”.
La principale via di trasmissione: “E’ quella sessuale, anche in assenza di rapporti completi, inquanto può avvenire anche attraverso il contatto tra mani e mucose o tra le mucose stesse. Anche il profilattico è meno efficace nel proteggere dall’HPV, rispetto ad altre infezioni , proprio perché copre solo una parte delle zone potenzialmente “abitate” dal virus”.
In caso di esito positivo dell’HPV test: “Il Partner deve essere informato, ovviamente, ma c’è da dire anche che tale virus non sempre si manifesta e spesso l’uomo può essere un portatore sano,avendo
potuto contrarlo molto tempo prima, magari da un’altra donna”.
Cosa si può fare, quindi, per prevenire questa infezione? : ”L’unico metodo per prevenire l’infezioneè la vaccinazione. Dal 2008 è partita la campagna di vaccinazione gratuita, per le ragazze nel 12° anno di vita; dal 2017 la stessa vaccinazione è rivolta anche ai maschi”.
Che tipo di protezione offre il vaccino HPV?: “Esistono diversi vaccini che si distinguono per il numero di ceppi contro i quali è attivo. Il vaccino che viene utilizzato attualmente (Gardasil 9) èrivolto contro 9 ceppi, tra i quali i 7 più pericolosi (responsabili del 90% circa dei tumori della cervice) e due ceppi a basso rischio, responsabili dei condilomi genitali”.
Molte mamme temono che il vaccino
possa essere pericoloso. Come possiamo rassicurarle?
“Il vaccinoè sicuro in quanto si va ad inoculare soltanto l’”involucro vuoto” del virus, non il suo DNA. Pertanto NON può infettare. In tal modo induce il sistema immunitario a produrre anticorpi specifici”
Le possibili reazioni al vaccino: “ Sono quelle comuni, come una lieve alterazione della temperatura,dolori muscolari, fastidio nel sito dell’inoculazione; tutti effetti che, però, scompaiono in poco tempo”.
E’ possibile vaccinarsi anche oltre i 12 anni: “L’efficacia del vaccino è massima in chi non ha mai contratto il virus; la maggior parte degli studi che la documentano, ha preso in considerazione donne tra i 16 e i 25 anni, ma studi recenti ne evidenziano una certa utilità anche tra i 26 e i 45anni; in questa fascia è
più probabile che la donna abbia già contratto alcuni ceppi, ma lavaccinazione potrebbe
coprirne altri”.
Ogni fascia d’età presenta aspetti peculiari, da un punto di vista ormonale, che richiedono una dieta specifica.
Dieta…quante
volte abbiamo letto e sentito questa parola e quante volte è stata associata a
un regime alimentare sinonimo di privazione e talvolta persino di “fame”: tale
termine, invece, è da leggere nel suo aspetto etimologico per comprenderlo
completamente.
“Dieta” deriva dal greco “daita” e significa regime di vita che ha come suo pilastro un’alimentazione sana ed equilibrata avente come obiettivo il benessere a la salute, non dimenticando del tutto i piaceri della buona tavola.
Come già accennato all’inizio, un regime sano ed equilibrato è indicato ad ogni età, ma ci sono delle fasce o delle condizioni che ne richiedono uno ancora più specifico: è il caso dei bambini, degli adolescenti, delle donne in gravidanza, in allattamento o in menopausa, degli anziani ma anche di coloro che sono in sovrappeso o obesi o di chi è affetto da particolari patologie.
Anche
gli sportivi o chi segue un regime alimentare vegetariano o vegano ha necessità
di seguire un’alimentazione specifica.
Dei vari aspetti di una dieta, con un’ attenzione rivolta a quella per la Terza Età, ne parliamo con il Dottor Rolando Alessio Bolognino, Biologo Nutrizionista, Professore al Master in Scienze della Nutrizione e Dietetica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Professore al Master in Medicina Oncologica Integrata presso l’Università degli Studi di Roma “Guglielmo Marconi”, Istruttore di protocolli Mindfulness per la riduzione dello stress. Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, nelle trasmissioni “Uno Mattina”, “La Prova del cuoco”, “Buongiorno Benessere” su RAI 1, su “Tutta Salute” su RAI 3, Rete 4, LA7, Sky.
Il Dottor Rolando Alessio Bolognino (Foto per gentile concessione del Dottor Rolando Alessio Bolognino)
L’anziano,
fino alla metà del secolo scorso, era il nonno che, terminata la sua attività
lavorativa, era a casa, quasi del tutto privo di interessi e che si
accontentava di non aver malattie per dire di star bene.
Ma
il benessere, oggi, è fatto di tante sfaccettature e non è più, fortunatamente,
solo assenza di patologie, ma è un discorso che spazia dall’alimentazione
all’attività fisica.
Per questo parliamo con il Dottor Bolognino dello stile di vita da tenere nella Terza Età.
“Molti
anziani hanno la tendenza a
dimagrire, per disturbi legati alla masticazione o al gusto, ad esempio, o ad ingrassare, spesso per sedentarietà e assenza di
attività fisica. E’ per questo che bisogna
valutare attentamente, anche per l’anziano, i bisogni reali dell’individuo e le
necessità. Come discorso molto generale sull’alimentazione, possiamo dire
che eliminare cibi dalla dieta, a meno che non ci sia una patologia che lo richieda,
non è mai un bene”.
L’anziano che vuole vivere bene la sua età: “Deve fare pasti piccoli e frequenti: mangiare per prevenire la fame, questa è la parola d’ordine. Così come è importante bere molto prima ancora che arrivi la sete, perché a quel punto c’è persino il rischio di disidratazione”.
Con
il passare degli anni, ciascuno di noi, inevitabilmente, va incontro ad una perdita
di massa muscolare “Perdiamo ogni anno tra lo 0,1 o lo 0,4 % del muscolo, e questo fenomeno
prende il nome di sarcopenia. E’ inevitabile, ma possiamo tutelarci mangiando
bene e cercando di modificare lo stile di vita”.
A tal proposito, il Dottor Bolognino fa un distinguo tra: “Vita attiva, quindi muoversi a piedi, salire le scale, passeggiare in bicicletta” e “Attività sportiva, caratterizzata da un inizio e da una fine dell’allenamento e da un’intensità di lavoro programmata”.
Per
la Terza Età, specie le donne, molto indicate sono : “Yoga, pilates, posturale, attività
dolci che favoriscono comunque l’allungamento e la tonicità muscolare”.
Il sesso femminile deve fronteggiare, infatti, con il passare degli anni anche l’osteoporosi:“Lo stadio precedente all’osteoporosi è quello dell’osteopania, ovvero la perdita di calcio da parte delle ossa. Per rallentarne il processo, anche in questo caso, a fare la differenza è il movimento, ovvero portare il carico sull’osso stimola quest’ultimo a trattenere il calcio e rimanere elastico. Quando il calcio, invece, non viene trattenuto dalla matrice ossea questa cristallizza divenendo fragile”.
Tornado
alla dieta per la Terza Età, “Il primo alimento magico è l’acqua
oligominerale con residuo fisso (la quantità di minerali disciolti) tra i 100 e i
200 mg/l “
Attenzione
al latte, spesso non sufficiente per contrastare l’osteoporosi: “In realtà ho più successo quando tolgo il
latte dalla dieta che quando lo inserisco. Al
suo posto è da preferire lo yogurt,
più digeribile e che ci permette di assumere calcio durante gli spuntini,
quindi a metà mattina o a metà pomeriggio.”
Bene
anche i: “Formaggi magri, con una percentuale di grassi tra il 10 e il 12%, quale
la ricotta di mucca o un buon formaggio stagionato come il parmigiano,
ottimi come scelta per un secondo”.
Il cibo
non è solo una necessaria fonte di sostentamento, ma ha un potere ancora poco conosciuto:“Occupandomi di nutrizione oncologica, ho potuto constatare come
modificando la propria alimentazione, andando a preferire alcuni alimenti specifici
durante la chemioterapia escludendone alcuni, consenta al paziente di ridurre
drasticamente gli effetti negativi quali la nausea e il vomito”.
L’alimentazione è anche da considerarsi, quindi come: “Cura e prevenzione”, tanto che “Alcuni tipi di tumore, come quello del colon e del seno hanno un rapporto fino al 70% con il cibo”.
E per quanto attiene all’uso di integratori, il Dottor Bolognino così si esprime: “E’ da considerare solo se necessario. Assistiamo oggi a un fenomeno particolare: siamo una società alla ricerca del “senza”: glutine, lattosio, zucchero, grassi. Paghiamo di più per avere meno! E poi andiamo continuamente alla ricerca di integratori! L’eventuale uso di integratori è da valutare caso per caso”.
La dieta equilibrata: “Con alimenti di stagione” è il toccasana per qualsiasi fascia di età e agli anziani:“E’ consigliato assumere proteine in piccole quantità e facilmente digeribili. Quindi bene carne magra e sottile, pesce azzurro, uova purché siano di classe 0/1 (quindi allevate a terra), legumi. Ogni giorno poi consiglierei di inserire una centrifuga/estratto di verdura quali finocchio, carota, rapa, crescione, broccolo, spinacio, zenzero e un frutto, per rendere il sapore più gradevole”.
Al
termine dell’intervista ringrazio il Dottor Bolognino non solo per i suoi
preziosi consigli, ma soprattutto per la chiara incisività del suo messaggio,
forte di una competenza in campo della nutrizione, ma soprattutto di una
grande passione per il proprio lavoro.
E
grazie perché il Dottor Bolognino ci ha fatto comprendere come siano poche, ma fondamentali
le regole da seguire per stare in salute.
Perché la vita, se non afflitta da patologie, è bella, ricca, piena, a qualsiasi età.
Accompagna
ogni singolo nostro respiro, si emoziona con noi, asseconda paura e timori, ma
anche gioie e felicità.
E’
l’emblema stesso dell’essere in vita e, nel corso dei secoli, è stato osannato
da poeti, letterati, musicisti.
Rappresenta
l’amore, impariamo a disegnarlo sin da piccoli e, da quando sono comparse le
emoticon, il suo simbolo è tra i più usati.
Stiamo
parlando del cuore, di quest’organo che percepiamo, che sentiamo, e la cui
variazione di ritmo e velocità, se non dovuta a fattori esterni oggettivamente
rilevabili, ci mette in allarme.
Il campo delle aritmie e delle tachicardie è vasto e, per far chiarezza, ho intervistato uno dei maggiori esperti della cardiologia italiana: il Dottor Massimo Grimaldi, il quale, nel 2017 ha ricevuto il premio come miglior cardiologo d’Italia ai Top Doctord Awards, con la seguente motivazione: “Premio all’eccellenza come specialista di prim’ordine conferito dalla comunità medica italiana attraverso le segnalazioni ricevute durante il 2017.”
Il Dottor Massimo Grimaldi, Cardiologo (foto per gentile concessione del Dottor Massimo Grimaldi)
La
branca che studia la formazione e la conduzione degli impulsi elettrici del cuore è quella
dell’Elettrofisiologia Cardiaca. L’ Aritmologia si
occupa dei disturbi del ritmo cardiaco e proprio dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Artimologia il Dottor
Grimaldi è il Responsabile, presso l’Ospedale F. Mulli di Acquaviva delle
Fonti, Bari, e sempre di questa branca
è stato docente presso la Scuola di Specializzazione in Cardiologia presso l’Università
di Foggia.
Dopo
il conseguimento della Laurea con lode
in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bari, si specializza in Cardiologia presso lo stesso ateneo, per
conseguire poi il Dottorato di Ricerca
in Fisiopatologia e Clinica dell’Apparato Cardiovascolare e Respiratorio presso
l’Università di Pisa.
Esperienze
maturate all’estero, numerose pubblicazioni a carattere scientifico, circa 6000 ablazioni transcatetere, completano
il brillante e ricco curriculum del Dottor Grimaldi, il quale, in merito alle aritmie, così si esprime:
“Il
cuore è un muscolo e ha bisogno di un impulso elettrico per attivare la contrazione. Normalmente il cuore si contrae per 60-80
battiti al minuto (b/m), nel momento in cui si registra una perdita
di ritmicità o un incremento (oltre i 100 b/m) o una diminuzione (al di sotto di 60 b/m) di
tali battiti, parliamo di aritmia,
che può essere fisiologica o patologica”.
Quante
volte, a causa di un’emozione o di uno
sforzo, avvertiamo che il nostro cuore sta battendo più velocemente; anche
la febbre o la digestione accelerano la frequenza cardiaca. Ecco :”Tutte queste situazioni generano tachicardie che si definiscono fisiologiche in quanto sono provocate
da una normale reazione del nostro organismo. Nulla di cui preoccuparsi se
il cuore arriva a registrare, limitatamente a quel contesto, anche i 180
battiti al minuto”.
Importante
è anche la modalità in cui il cuore
accelera i suoi battiti, se avviene “Gradualmente e torna alla sua velocità normale in modo
progressivo, non c’è nulla di cui allarmarsi, solitamente si tratta di
tachciardie fisiologiche. Di contro quando l’accelerazione è improvvisa, brusca
quasi sempre si tratta di tachicardie patologiche.”
L’aritmia assume fattezze che possono
destare preoccupazione, richiedendo, così,
il ricorso a uno specialista,:”L’aritmia
che deve destare allarme è quella che insorge in maniera immotivata, ovvero non a causa di un’emozione o di uno
sforzo. L’aumento, inoltre, dovrà essere
brusco e il cambio di ritmo repentino. Pertanto, quando i battiti superano,
velocemente e senza motivo, i 150-160 b/m, è il caso di approfondire, perché molto
probabilmente ci troviamo di fronte ad un’aritmia patologica”.
Le tachicardie dunque possono essere sia fisiologiche che patologiche, ma quelle patologiche sono sempre pericolose? “Possiamo dividere le tachicardie in due gruppi: quelle sopraventricolari che generalmente sono soltanto fastidiose e che provengono dagli atri, e quelle ventricolari, che invece nascono nei ventricoli, e che possono anche essere a rischio di vita. Quando le tachicardie causano una sincope, ovvero una perdita transitoria di coscienza, possono essere particolarmente pericolose ed è opportuno chiamare immediatamente il 118”. Tra le tachicardie sopraventricolari, ricordiamo la fibrillazione atriale, che è caratterizzata da un battito particolarmente irregolare. Questa aritmia non è immediatamente pericolosa per la vita, ma aumenta notevolmente il rischio di ischemie cerebrali se non opportunamente trattata.
La tachicardia:” Si può rilevare anche con un semplice elettrocardiogramma, che è un
esame fondamentale. Nei casi in cui gli episodi sono sporadici la diagnosi può
essere posta con un elettrocardiogramma di lunga durata chiamato ECG- secondo Holter. La durata del monitoraggio
solitamente è di 24 ore ma può arrivare ad oltre 3 anni: in quest’ultimo
caso, l’apparecchio è sottocutaneo e viene iniettato quasi come un micro-chip”.
Altro
evento spesso viene riferito dai pazienti è quello del: “Colpo in gola,che in realtà è un sintomo causato da un’extrasistole, ovvero una contrazione
anticipata del cuore. Queste, nonostante
il paziente le avverta come fastidiose, nella maggior parte dei casi sono benigne, tuttavia se il soggetto è affetto da
altre patologie cardiache o se avverte dolori al petto, sincopi o presincopi è
meglio che consulti un medico”.
Ringrazio
il Dottor Grimaldi per la sua grande capacità di aver illustrato, in maniera
semplice e accurata le manifestazioni più frequenti legate alle aritmie
cardiache.
Sono
state le protagoniste delle festività natalizie da poco trascorse.
Si
dice che portino fortuna e denaro, ecco perché le si mangiano appena scoccata
la mezzanotte che saluta il nuovo anno.
Ma loro, dalla forma tondeggiante e dal colore che va dal verde al marroncino passando per una screziatura arancio, sono presenti sulla tavola degli uomini sin dai tempi antichissimi, quando venivano coltivate nell’area dell’Asia minore.
Protagoniste
anche in un racconto biblico nel libro
della Genesi della Sacra Bibbia, sono state per secoli chiamate “la carne dei poveri” perché ricche di proteine e ferro.
Stiamo parlando delle lenticchie, le cui più famose sono quelle di Castelluccio di Norcia, che hanno ottenuto, nel 1997, il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta).
Coltivate in quest’area a 1500 metri sul livello del mare già nel 3000 a.C., la pratica della coltivazione segue, da tempo immemore, sempre lo stesso rituale: il terreno nel quale verranno messe a dimore viene arato in primavera, la semina avviene tra marzo e maggio e proprio da maggio fino alla prima metà luglio, si ha il momento della loro fioritura, uno spettacolo davanti al quale centinaia di migliaia di turisti rimangono affascinati.
Le lenticchie di Castelluccio di Norcia (foto di Alessandra Fiorilli)
La
sua forma schiacciata e tondeggiante, fanno della lenticchia di Castelluccio un
vero capolavoro artistico che diventa poi, anche culinario, grazie alla sua
buccia fine che, però, non si sfalda dopo i venti minuti di cottura richiesti.
E’ la natura nella quale nasce e cresce a renderla così unica: la sua dimora è un altopiano che sorge su un fondo di un lago risalente all’epoca preistorica e che si è prosciugato. L’inverno rigido, l’innevamento e le gelate che ne conseguono, rendono il terreno particolarmente favorevole alla coltivazione, preservando altresì la lenticchia dall’attacco dei parassiti e questo consente anche di non usare sostanze chimiche e di continuare una coltivazione biologica.
La forma e il colore delle lenticchie IGP (foto di Alessandra Fiorilli)
Come
piatto unico, in zuppe o accompagnata dalla pasta, come compagna di formaggi
saporiti, la lenticchia di Castelluccio di Norcia è un capolavoro tutto da
gustare.
Una
terra come quella siciliana, che ha vissuto un esodo massiccio tra gli anni ’60
e ’70 del secolo scorso, non attende altro
che i suoi figli sbarchino dagli aerei o
dal traghetto che attraversa quel lembo di mare che la separa dalla Calabria.
E
cosa è Natale se non un ritorno a casa, tra le braccia dei propri familiari,
tra gli odori di una terra mai dimenticata?
E cosa è Natale se non preparare, in onore di chi ritorna in occasione del Natale, la tradizionale Scaccia cotta ancora nel focolare domestico?
Una tipica Scaccia ragusana
Semplice ma gustosa, la Scaccia è una sorta di pizza-pane preparata con farina di semola di grano duro, lievito di birra e sale, ingredienti che, impastati insieme e fatti crescere, vengono poi lavorati nuovamente aggiungendo dell’olio extra vergine di oliva. L’impasto così ottenuto viene poi divisi in tanti panetti che vengono spianati. Poi si comincia a preparare il ripieno: la ricetta vuole che ci sia, al suo interno, la ricotta, le cipolline, l’uomo sbattuto e il formaggio. Il composto viene poi messo nella sfoglia di pasta e arrotolato sui bordi. Dopo aver passato sulla superficie un po’ d’olio, la Scaccia è pronta per essere infornata per circa mezz’ora in quel forno in pietra ancora ospitato in molti casolari di campagna.
…di nuovo la tipica Scaccia…
La storia vuole che la Scaccia arrivò, per la prima volta sulla tavole natalizia, nel 1763, quando il Principe Moncada, la volle per celebrare la Santa Festività: da allora è sinonimo di Natale, di famiglia, di ritorni.
Tra i dolci tipici siciliani del periodo natalizio, invece, spicca il famoso torrone di mandorle, noto anche con il nome di cubaita, di origine saracena, tanto che il termine arabo qubbait significa proprio mandorlato.
Il tradizionale torrone alla mandorla (foto per gentile concessione di Dora Paternò)
La ricetta più diffusa e tipica,
infatti, vuole che siano utilizzate per la preparazione solo le mandorle unite
a zucchero
e miele, anche se ci sono varianti
nell’uso della frutta secca: c’è chi preferisce preparare il torrone con i
tipici e famosi pistacchi dell’area etnea in provincia di Catania o con il
sesamo.
Tipici della zona di Ragusa, anche le praline di cioccolato con la pasta di mandorle mista a cacao. Tradizione vuole che le prime a preparare questi deliziosi dolcetti siano state le suore del Monastero di San Carlo di Erice, e sempre in un Convento, quello di Martorana, a Palermo, nacque la pasta di mandorla, usata per la preparazione di rinomati dolci.
Le praline con pasta di mandorla e cacao (foto per gentile concessione di Dora Paternò))
E anche se la Scaccia, il torrone alla mandorla, i pasticcini, possono essere preparati anche durante tutto l’anno, la magia dell’atmosfera natalizia regala loro un gusto unico e particolare, capace di arrivare sin dentro l’animo.
…e i famosi pasticcini alla pasta di mandorle (foto per gentile concessione di Dora Paternò)
La tradizione è quell’anello che unisce due sponde egualmente importanti nella vita dell’uomo: il passato e il futuro. E così, ciò che è appartenuto agli avi diventa di nuovo nostro, nel presente, ed è pronto a tuffarsi nel futuro, laddove le nuove generazioni raccoglieranno il testimone fatto di sapori, emozioni, momenti di convivialità che si vivono, si assaporano, si ricordano.
La pizza di scarola in preparazione (foto per gentile concessione di Maria Umili)
E cos’è il Natale se non la massima espressione di condivisione e di tradizioni che strizzano l’occhiolino e che ci chiamano, ci ammaliano, ci rapiscono?
La pizza di scarola appena sfornata (foto per gentile concessione di Maria Umili)
L’articolo di oggi apre una serie di storie legate alle tradizioni natalizie italiane: iniziamo con quella napoletana, fatta di un pranzo del 24 “di magro”, dove la pizza di scarola è la protagonista, pronta, poi, a passare il testimone ai dolci il cui nome fa subito Natale: struffoli, roccocò e mostaccioli.
…e gustata dai commensali (foto per gentile concessione di Rita Umili)
Ma iniziamo dalla prelibata pizza di scarola che affonda le sue radici in centinaia e centinaia di anni fa, quando le donne di Napoli, per il pranzo della Vigilia, impastavano gli ingredienti della classica pizza con friarielli (che verranno poi abbandonati) e scarola, le due verdure più diffuse sulle tavole dei napoletani. Il cenone che sarebbe arrivato in tavolo la sera richiedeva stomaci sgombri da ogni prelibatezza e così all’ora di pranzo, le famiglie erano solite mangiare la pizza di scarola arricchita da uvetta passa, pinoli, olive, capperi, e anni dopo, anche con acciughe sotto sale debitamente diliscate.
E così il classico piatto povero per eccellenza, ovvero la verdura condita accompagnata dal pane, si era trasformata in una pizza alta, soffice, umida e morbida che solo chi l’ha gustata almeno una volta ne conosce l’inconfondibile sapore.
Ma
Natale è anche e soprattutto dolci…dolci che non sono solo da gustare ma da
ammirare, quasi fossero opere d’arte le quali nascono, ancora oggi, non solo in
tutte le pasticcerie, ma anche e soprattutto nelle case dove le mamme non hanno
mai relegato in un angolo le tradizioni
della propria famiglia, ma la continuano a portare avanti, con gioia e
pienezza d’animo.
Proprio
come le sorelle Maria, Rita e Rosa le
quali, in prossimità delle feste natalizie, inondano le proprie case di odori e
sapori che non sanno solo di zucchero, miele, cioccolato ma di tradizioni, di
desiderio di voler continuare a fare ciò che la madre e le nonne erano solite
fare per loro.
Immancabile
ad arrivare sulle loro tavole, la pizza di scarola :” Che dava la possibilità alle donne, di impiegare tutto la giornata
del 24 nella preparazione del cenone”, come dichiara Maria.
Ma
l’aria si riempie di buonissimi odori molti giorni prima di Natale, con quei
dolci che:” Vengono preparati con largo
anticipo in quanto, essendo secchi e senza creme al loro interno, si conservano
senza problemi”.
E quando si parla di dolci natalizi, immancabile sulle tavole, il re: gli struffoli : “Palline di pasta con farina uova, zucchero che vengono fritte e poi, una volta raffreddate, colate di miele e decorate con confettini colorati”.
Struffoli appena fritti ( foto per gentile concessione di Rosa Umili)
La tradizione vuole che il nome struffoli derivi dal greco, ma non si esclude un legame anche con la lingua e la tradizione spagnola che ha tra i suoi dolci la pinonate, che molto ricorda i nostri struffoli.
Un trionfo di struffoli (foto per gentile concessione di Rita Umili)
Francese sembra invece essere l’origine del nome roccocò, altro famosissimo dolce natalizio campano: “Un impasto di farina, zucchero, mandorle o nocciole e pisto, ovvero un mix di spezie”.
I roccocò appena sfornati (foto per gentile concessione di Maria Umili)
Delizia per il palato e “uno tira l’altro” i mostaccioli, rombi di pasta morbida con la variante al rum e cosparsi di glassa al cioccolato.
Una tavola di mostaccioli appena colati con il cioccolato (foto per gentile concessione di Rosa Umili)
E
così, quando arriva Natale, con lui giungono da un remoto passato anche quegli
antichi gesti, sapori, odori, sapori che ci prendono ancora per mano,
accompagnandoci verso il futuro.