Basilica di Superga: Torino, Italia

di Alessandra Fiorilli

“E’ il 1706 quando la città di Torino è sotto l’ assedio delle truppe francesi e spagnole: la sproporzione è tanta e per i torinesi c’era poco da sperare. Su una delle colline più alte della zona da secoli si sale per la devozione alla Madonna delle Grazie, le tracce arrivano fin circa il 1400, ma nel 1624 viene posta una delicata ma importante statua lignea, come ci racconta Daniele Ballarin, monaco responsabile della Basilica di Superga e membro del SERMIG (Servizio Missionario Giovani).

La facciata della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E cosi, il Duca Vittorio Amedeo II ed il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, dopo essere saliti sulla collina per studiare le mosse degli avversari, fanno un voto alla Madonna: se le truppe piemontesi avessero vinto contro gli invasori stranieri, avrebbero fatto costruire sulla collina una grande chiesa in suo onore.

In pochi giorni l’assedio alla città finì con la vittoria dei piemontesi e, per mantenere fede al voto, venne incaricato l’architetto messinese Filippo Juvarra per la costruzione della Basilica sull’area  occupata da una precedente piccola  cappella.

I lavori iniziano nel 1717 e nel 1731 Torino è pronta a dare il benvenuto all’imponente Basilica di Superga che da allora  svetta sulla collina, in tutta la sua semplice maestosità:  “La Basilica di Superga non è solo il simbolo di Torino e del Piemonte, ma è parte integrante della storia d’Italia, non dimentichiamo che nelle Tombe Reali, ospitate nei sotterranei, riposa Carlo Alberto di Savoia, colui che concesse,  nel marzo del 1848, lo Statuto Albertino, divenuto dal 1861 la prima Carta Costituzionale del Regno d’Italia”, dichiara Daniele Ballarin.

Vista laterale della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E proprio la famiglia dei Savoia: “E‘ sempre stata legatissima alla Basilica, tanto da esser il luogo sacro dove assistevano alle celebrazioni religiose e dove, in alcune stanze, si riposavano prima di tornare a Palazzo Reale; inoltre nei Sotterranei della Basilica, oltre a Carlo Alberto, sono sepolti anche 6 Re e 10 Regine del Regno di Sardegna”.

La Basilica: “Non è solo l’espressione di un concetto architettonico, ma anche e soprattutto paesaggistico, come era nelle intenzioni dell’architetto Juvarra che ne curò la realizzazione: infatti la collina è posizionata al centro della pianura ed è visibile da ogni parte del territorio e persino quando, dalla Francia, si entra in Italia: questo forse per ricordare ai cugini d’oltralpe la vittoria del 1706 sulle truppe al comando di Luigi XIV. Ma la cosa più importante è che, alzando gli occhi in alto verso la collina, si possa vedere un luogo dedicato alla Madonna che, con il suo sguardo materno, possa consolarci tutti”.

Particolare dell’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ed è anche la strategica posizione sulla collina, ed il panorama che si può godere da lassù, a rendere la Basilica di Superga un luogo di ritrovo per molti torinesi: “Anche per questo motivo abbiamo deciso, quattro anni fa, quando abbiamo iniziato il nostro servizio in Basilica, di aprire le porte della chiesa tutti i giorni e in estate, da San Giovanni a fine settembre, anche di sera, per accogliere tutti coloro che arrivano sin quassù in bicicletta, in moto, con la macchina e persino a piedi”.

Particolare della cupola vista dall’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Di questo capolavoro juvarriano si può visitare, oltre che l’interno, anche la cupola dalla quale si ha un meraviglioso colpo d’occhio sulle montagne che circondano Torino quando il cielo è terso.

A testa in sù per ammirare, dall’interno, la cupola della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Alla cupola: “Si accede attraverso una bellissima scala a chiocciola di 131 scalini per arrivare a 30 metri d’altezza dal suolo sui complessivi 75 metri della Basilica”.

Ma il nome di Superga è anche legato a quello del Grande Torino, la squadra che vinse cinque scudetti consecutivi e che si schiantò, nel 1949, di ritorno da Lisbona, con l’aereo proprio sulla collina, nell’area retrostante la chiesa: Ogni 4 maggio alle 17.03, ora dello schianto, viene celebrata, nella Basilica, una messa alla quale partecipano oltre all’attuale squadra del Torino e ai parenti delle vittime, anche moltissime persone.”

La foto del Grande Torino nell’area retrostante la Basilica di Superga, nel luogo dell’incidente aereo del 4 maggio 1949 (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il Grande Torino non era solo la squadra della città sabauda, ma: “Dell’ Italia intera: basti pensare che su 11 atleti della Nazionale, 10 erano del Torino… quindi il lutto fu di tutti.”

Ancora oggi, a distanza di anni, il luogo dello schianto è meta di un pellegrinaggio laico silenzioso e rispettoso di una tragedia che colpì l’Italia e non solo quella calcistica, come testimoniano le foto, i gagliardetti e le sciarpe di coloro che vogliono omaggiare il luogo dove si spezzarono le vite dei giocatori del Grande Torino, dei dirigenti della squadra, dell’equipaggio e di tre giornalisti italiani che avevano seguito la trasferta dei Granata.   

                             Alessandra Fiorilli

La genialità di Filippo Juvarra nella progettazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi: ce ne parla la Dottoressa Marta Fusi

Filippo Juvarra, architetto eccelso ed uno dei maggiori esponenti del Barocco italiano: “Fu anche un uomo di teatro, essendo uno scenografo, quindi, quando gli venne richiesto dalla Casa Reale dei Savoia di costruire una palazzina di caccia, egli la ideò come un teatro. La casata sabauda, infatti, desiderava avere un luogo di “loisir”, di piacere, di svago e di relax lontano dalla città e fu così che Juvarra individuò l’attuale area sulla mappa e la immaginò proprio come oggi la vediamo” dichiara la Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano che gestisce anche la Palazzina di Caccia di Stupinigi, situata a 10 chilometri dal Palazzo Reale di Torino.

La Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

E quello che la genialità del Juvarra aveva già immaginato, ancora prima dell’inizio dei lavori di costruzione, oggi continua ad incantare, perché, quando da lontano si scorge quella: “Palazzina bassa, bianca e con tantissime finestre ,ci si ricongiunge idealmente con quello che il grande architetto aveva già costruito nella sua mente.

Una veduta d’insieme della Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Juvarra pensò al percorso che i Re di Casa Savoia avrebbero fatto partendo da Palazzo Reale: usciti dalla città, sarebbero passati attraverso i boschi (Verde) poi la zona delle cascine( rosse) e all’improvviso davanti ai loro occhi si sarebbe aperto lo spettacolo della Palazzina di Caccia di Stupinigi, come un fondale di teatro che, con il suo cortile d’onore e le braccia laterali, li avrebbe accolti. L’ edificio avrebbe, così, offerto  una visuale completamente nuova ed una rappresentazione  della natura, sia con l’interno che con l’esterno” come ci svela la Dottoressa Marta Fusi.


Anticamera dell’appartamento dei Duchi di Chiablese (ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La particolarità di questo complesso, la cui costruzione iniziò nel 1729 su progetto, appunto, di Filippo Juvarra, risiede nella sua capacità di poter esser guardato ed ammirato da diversi punti di vista: “ Stupinigi è sia una Residenza Reale, sia sede , dal 1929,  del “Museo dell’arredamento e dell’ammobiliamento” che comprende mobili pregiatissimi provenienti anche dalle residenze di Colorno, Parma e Modena”,

Alcuni interni ( Ph Dario Fusaro , per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi è stata molto amata dai Reali di Casa Savoia : “La Regina Margherita vi soggiornò a lungo, specie dopo essere rimasta vedova e qui vi rimase per lunghi periodi fino al 1919” , ma ha accolto anche personaggi della storia: “Nel 1805 Napoleone Bonaparte trascorse in questa Palazzina 10 giorni prima di essere incoronato Imperatore”.  

Camera da letto della Regina Margherita ( Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi abbaglia, con il candore della sua facciata, con i suoi 31000 metri quadrati di estensione e questo fascino rapisce:” 130000 visitatori l’anno, il 40% dei quali  è rappresentato da stranieri provenienti in particolare modo da Francia, Spagna, Germania, U.S.A e paesi asiatici”

La particolarità del gran numero di finestre progettate dal Juvarra (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Davanti a tanta maestosità perfettamente conservata, è inevitabile chiedersi quanta manutenzione richiedano questi siti:  “Per l’edificio è prevista un’opera conservativa preventiva, difatti settimanalmente dal Centro di Conservazione Restauro di Venaria arrivano due restauratrici per monitorare costantemente gli arredi del percorso museale, così da intervenire in tempo su eventuali criticità. Per quanto attiene invece ai giardini, dopo aver ripristinato parte degli stessi e averli messi in sicurezza, prossimamente saranno riaperti al pubblico

La scenografica Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ci si incanta ammirando le stanze dell’Appartamento di Levante, di quello del Re e della Regina, mentre: “L’Appartamento di Ponente sarà presto fruibile ai visitatori”, anche se  il percorso inizia dalla   Scuderia Juvarriana, dove sono esposti i ritratti della Casa Sabauda e dove campeggia la statua originale del cervo in bronzo, rame e foglie d’oro.

La Palazzina dall’alto: si può notare la struttura architettonica realizzata dal Juvarra (Ph david_fossa, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ma quello che toglie il fiato è il:Salone Centrale…le confesso che, anche dopo tanti anni, io, ogni volta che lo attraverso, mi emoziono…” come dichiara la Dottoressa Marta Fusi.


Il Salone Centrale , di forma ellittica, in tutta la sua magnificenza (Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La Palazzina di Caccia di Stupinigi regala la sua bellezza anche nelle sere d’estate quando vengono organizzati: “Concerti di lirica, Candlelight , ovvero i concerti a lume di candela , l’osservazione delle stelle…momenti esperienziali…”

Il Salone Centrale dall’alto (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Chi vuole sentirsi parte della storia, anche solo per un giorno, può prenotare spazi all’interno della Palazzina, ovvero: ” Le Citroniere, la Sala del Cervo, il Cortile d’Onore dove è possibile organizzare cene di gala, congressi, fiere, matrimoni, compleanni, eventi aziendali, servizi fotografici. Tutte queste informazioni sono reperibili sul sito della Palazzina”, come ci informa la Dottoressa Marta Fusi.

Dal 1997 la Palazzina di Caccia di Stupinigi è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed inserito nel circuito delle Residenze Reali Sabaude, quindi, rivestire l’incarico di Direttore significa: “Occuparsi della conservazione e promozione dell’arte barocca e preservare questa bellezza affinché i nostri figli, i figli dei figli e coloro che verranno dopo, potranno ugualmente godere di tale maestosità”, conclude la Dottoressa la Marta Fusi.

                         Alessandra Fiorilli

La Reggia di Venaria di Torino: dove la luce è protagonista, anche nelle Sere d’Estate, con “Into The Light”

di Alessandra Fiorilli

La luce: chi ha avuto il privilegio di visitare la Reggia di Venaria, una delle Residenze Sabaude di Torino, avrà potuto constatare come sia proprio  lei la protagonista di questo imponente edificio che si estende per 80000 metri quadri circondati da 60 ettari di giardino.

La Venaria Reale durante Sere d’Estate ((“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

È una luce che non abbaglia, ma avvolge, coccola, abbraccia, commuove.

Sì…commuove e quando davanti a te si apre lo scenario della Galleria Grande,  riesci a percepire la forza dell’arte che continua nei secoli, che unisce passato e futuro e dona al presente il gusto inconfondibile ed indimenticabile di una bellezza che incanta.

La spettacolare Galleria Grande ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ foto Andrea Guermani)

Nata per volere del Duca Carlo Emanuele II di Savoia e della Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, l’incarico di disegnare la nuova residenza sabauda a 10 chilometri da Torino,  fu inizialmente dato all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte.

Il progetto prevedeva non solo la realizzazione della residenza principale, ma anche di un parco con giardini all’italiana arricchiti  da scalinate, sculture, fontane, per dare movimento e sontuosità alla reggia stessa.

Vittorio Amedeo II , pur condividendo l’idea iniziale del Duca Carlo Emanuele II, pensò per la futura reggia un’immagine ancora più imponente e fu così che , dal 1699, il progetto venne assegnato a Michelangelo Garove.

Ma quando lo stesso Vittorio Amedeo salì sul trono del Regno di Sardegna, scelse, per ampliare il progetto iniziale, Filippo Juvarra che mise la sua genialità e la sua inconfondibile firma sulla Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, la Citroneria e la Scuderia,  che ancora oggi rapiscono i visitatori con la lora maestosa bellezza.  

Una suggestiva immagine de La Venaria Reale durante Sere d’Estate (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Quando, però, Napoleone Bonaparte scese in Italia, decise di trasformare la reggia in una caserma e, in conseguenza di ciò, i bellissimi giardini, mossi da un gioco di scalinate a sbalzo e fontane, furono spianati per le necessità militari dei francesi che li usarono come  piazza d’armi per le loro esercitazioni.

Dopo le Guerre d’ Indipendenza e le due Guerre Mondiali, della Reggia rimase solo il nome: perse,  infatti, tutto la sua regalità fino al 1999, anno della rinascita, quando fu  avviato il processo di restauro sia degli edifici che dei giardini nell’ambito del Progetto la Venaria Reale, il quale permise  il recupero anche del Borgo antico e del Parco della Mandriana.

Tale grandiosa e profonda ristrutturazione, oltre a riconsegnare  all’Italia il 12 ottobre 2007,  la Reggia di Venaria Reale in tutta la sua bellezza,  ha rappresentato la più grande opera di conservazione di un bene culturale mai realizzata in Europa.

Il percorso inizia dal piano seminterrato dove si possono ammirare i locali preposti alle attività di servizio della vita di corte.

 Il visitatore qui entra in diretto contatto, grazie alle installazioni, con  le vicende della dinastia sabauda dall’anno Mille fino alla prima metà dell’Ottocento.

Gli appartamenti del Duca e della Duchessa, del Re e della Regina, insieme alla spettacolare Galleria Grande  e alla Cappella Sant’Uberto, accolgono il visitatore al piano superiore.

La Camera di udienza della Regina ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ph Dario Fusaro)

Realizzata dal Juvarra per collegare l’appartamento  del Re  a quello dell’erede al trono, la Galleria Grande, con i suoi 80 metri di lunghezza, 15 di altezza e 12 di larghezza, è inondata dalla luce proveniente  dalle 44 finestrature poste ad entrambi  i lati e da 22 “occhi”, ovvero le aperture ovali .

Un’altra visuale dalla Galleria Grande ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” / Andrea Guermani)

Ed è la luce, che entra dalla alte vetrate,  la protagonista anche dell’altro capolavoro juvarriano: la Cappella di Sant’ Uberto, con un impianto a croce greca smussata.

La Cappella Sant’Uberto (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Il percorso della visita alla Reggia  termina con la Regia Scuderia, dove sono  esposti il Bucintoro e le carrozze regali.

Il Bucintoro, anch’esso sottoposto ad un accurato restauro e unico esemplare originale rimasto al mondo armato per intero con albero remi e vele,  fu fatto realizzare da Vittorio Amedeo a Venezia tra il 1729 e il 1731 e proprio dalla città lagunare, risalendo il Po, arrivò a Torino.

Il Bucintoro (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Caratterizzato da gruppi scultorei intagliati e dorati , diventò la “reggia galleggiante” dei Savoia, fino al 1873, quando  il primo Re d’Italia decise che era giunto il momento di trasformare il Bucintoro in un pezzo da museo, donandolo, così,  al Museo Civico.

Particolare del Bucintoro ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_dario_fusaro)

Tra le carrozze esposte nella Scuderia,  spiccano la Berlina dorata e quella argentata appartenute all’ultima coppia reale del Regno d’Italia.

Quando ci si avvia lungo l’uscita delle Scuderie Reali, non si può fare a meno di voltarsi  verso il Bucintoro, per ammirarlo una volta ed un’altra ancora perché…perché emana anch’esso luce, una luce che arriva da lontano e che non vuole farti andare più via.

Ma poi , con la commozione che fa tremare gli occhi, ti allontani  da lì per avviarti verso i giardini,  divisi tra un Parco basso ed un Parco alto e che fanno  parte delle rete dei Grandi Giardini Italiani.

Scorcio dei Giardini ( Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” )

Sempre all’esterno della Reggia, nella Corte d’Onore, i 100 getti d’acqua della Fontana del Cervo, ad orari precisi,  danzano al ritmo di musica.

La Fontana del Cervo con lo spettacolare giochi d’acqua ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” buda cristian radu foto)

E la luce, quella stessa luce che Juvarra vide prima ancora di realizzare i suoi capolavori nella reggia della Venaria Reale,  e che colpisce ancora oggi il cuore dei visitatori, è oggi esaltata dalla programmazione “Into the light” che, iniziata il 21 giugno, allieterà le sere d’estate fino al 30 agosto prossimo, con  concerti, aperitivi a lume di candela, le stesse  che illumineranno anche i giardini della Reggia, le cui sale saranno aperte al pubblico  oltre il consueto orario.

Un’altra veduta notturna di La Venaria Reale (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”

Proprio durante questi mesi estivi sarà  possibile visitare anche la mostra di Anthony McCall, le installazioni di Davide Ferrario e di Marinella Senatore, che ha realizzato  la sua grande installazione ispirandosi  alle tradizionali luminarie del Sud Italia, oltre alle scenografiche luminarie presenti nel Potager Royal e nel Giardino a Fiori.

Particolare del Parco Alto ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_mastromonaco fabrizio)

E così quella luce, protagonista indiscussa della Galleria Grande e della Cappella di Sant’Uberto, lo sarà anche,  di queste calde sere estive, ed accoglierà coloro i quali vorranno  accettare l’invito firmato:  Reggia di Venaria Reale.

                                         Alessandra Fiorilli

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino raccontato dal suo Direttore, Dottor Carlo Umberto Chatrian.

di Alessandra Fiorilli

“L’emozione che lei ha provato nel visitare il Museo Nazionale del Cinema lo deve alla fondatrice dello stesso, Maria Adriana Prolo, una studiosa che, negli anni ’30 del secolo scorso, cominciò a collezionare oggetti attinenti al cinema. E proprio in una sua agendina, con data dell’8 giugno 1941, scrisse: “Ho pensato ad un Museo”. E questo suo sogno, seguito da uno “studio matto e disperatissimo”, per citare il grande poeta Giacomo Leopardi, l’ha condotta verso la ricerca di oggetti, alcuni dei quali anche molto antichi, che appartengono alle radici del cinema, quali le ombre cinesi e le lanterne magiche”.

Il Dottor Carlo Umberto Chatrian, Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Inizia con queste parole l’intervista al Dottor Carlo Umberto Chatrian, Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, al quale ho confidato di aver visitato tale Museo tutte le volte che mi sono recata nella città sabauda, sottolineando come ogni volta l’emozione mi abbia felicemente travolta durante l’intero percorso espositivo.

La Mole Antonelliana, sede del Museo Nazionale del Cinema (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

“Maria Adriana Prolo era nata a Romagnano Sesia, nelle valli che circondano Novara, ma lavorava a Torino, che già nel 1910 era un centro di produzione cinematografica all’avanguardia.

Il Kinetoscopio realizzato, negli ultimi anni del 1800, da Thomas Edison ed esposto nelle sale del Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

E così, questa giovane e volitiva donna, laureatasi in Materie Letterarie presso la Facoltà di Magistero, nelle ore libere dal lavoro, si reca al Balon, il mercatino dove si mette alla ricerca di oggetti della Settima Arte, perché lei, affettuosamente chiamata “la signorina del cinematografo”, quel Museo pensato nel 1941, lo vuole trasformare in una realtà concreta.

Uno tra i tantissimi antichi oggetti esposti al Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Maria Adriana Prolo non è sola in questo suo sogno da realizzare, infatti: “Inizia importanti collaborazioni con personaggi di spicco dell’epoca, come Giovanni Patrone, regista di “Cabiria”, un film girato a Torino e dintorni”.

Le scatole ottiche esposte al Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Tutti quegli oggetti di cui si era messa alla ricerca hanno però, bisogno di una sede così: “Nella prima metà degli anni ’50 del secolo scorso, il comune di Torino pensa alla Mole Antonelliana, realizzata nel 1863 dall’architetto Alessandro Antonelli e terminata nel 1889. Questo imponente edificio, nonostante la particolarità del suo assetto architettonico, in realtà non aveva ancora svolto una sua funzione: pensata inizialmente come sede di una sinagoga, era rimasta senza una precisa identità”.

Un modellino della scala della Mole (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Il matrimonio tra il sogno di Maria Adriana Prolo e la Mole Antonelliana viene celebrato il 20 luglio 2000, quando il Museo Nazionale del Cinema trova la sua sede definitiva proprio in questa  struttura, simbolo di Torino; quest’anno, dunque, l’unione tra il sogno della Prolo e la creatività di Antonelli festeggia le nozze d’argento.

Non poteva esserci luogo più adatto per ospitare il Museo Nazionale del Cinema, il cui visitatore è accolto, al piano terra di quest’iconica struttura, dai primi rudimentali oggetti del cinema, poi, piano dopo piano, salendo, ci si avvicina ai tempi più recenti, in un caleidoscopio di sorprese ed emozioni, per giungere fino ai nostri giorni, dove si viene catapultati nelle tappe che conducono alla realizzazione di un film.

L’iconica macchina da presa (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Ma la meraviglia capace di togliere il fiato si chiama Aula del Tempio, il cuore centrale dell’intero Museo, dove undici “Chapelles” come sono chiamate ufficialmente dal Museo, raccontano i grandi temi della storia della Settima Arte tra scenografie, immagini, oggetti, fotografie e manifesti originali e sempre nel cuore della Mostra ci si può avvicinare anche alla realtà virtuale.

La Galleria dei Manifesti regala un tuffo nel passato, di quando si andava al cinema e si sceglieva il film anche dalla locandina più accattivante: “Il Museo conta più di mezzo milione di manifesti e sono alcuni sono esposti– dichiara il Direttore Chatrian, il  quale ci svela come:  “Siamo riusciti, di recente, ad entrare in possesso di un pezzo importante: il manifesto del film “La corazzata Potemkin”, che molti conoscono per quella scena iconica del film di Fantozzi,  ma che rimane un capolavoro della storia del cinema.

La Galleria dei Manifesti (Foto per gentile concessione del Musei Naziunale del Cinema di Torino)

A catturare l’attenzione e a farci diventare tutti un po’ bambini, perché non si può non stare con il naso all’insù quando la si vede, è la spettacolare rampa elicoidale, che ospita mostre temporanee:  “Attualmente c’è quella di James Cameron, un grande innovatore.  Ecco, possiamo dire che nonostante le tante difficoltà incontrate nel dare corpo alle sue visioni, il regista di Titanic e Avatar è riuscito comunque a realizzare quello in cui credeva: la tecnologia in 3d applicata al cinema”. 

La rampa elicoidale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Particolare della rampa elicoidale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Proprio proseguendo a piedi tutta la rampa elicoidale, si può giungere all’intercapedine dalla quale si accede alla terrazza panoramica, con una vista sulla città di Torino da un’altezza di 85 metri, ma per i meno temerari, fortunatamente, c’è l’ascensore panoramico che passa proprio all’interno del Museo.

L’ascensore panoramico che passa all’interno dell’Aula del Tempio per arrivare fino alla terrazza panoramica (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Solo visitando il Museo Nazionale del Cinema si può comprendere appieno l’unicità delle sale, delle esposizioni e la magia che t’avvolge, ti coccola per tutto la visita; d’altronde sono i numeri a confermare che è uno tra i musei italiani maggiormente apprezzati: Lo scorso anno abbiamo avuto 800000 visitatori e il 40% di loro erano stranieri”.

Visuale da un’angolazione della terrazza panoramica a 85 metri di altezza (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Concludo l’intervista chiedendo al gentilissimo Dottor Chatrian, autore anche di numerose pubblicazioni e membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Academy Awards of Motion Pictures, cosa significhi per lui rivestire il ruolo di Direttore del Museo Nazionale del Cinema:” E’ un onore ed una responsabilità. Un onore, perché è un’istituzione unica al mondo e lo dico con cognizione di causa, avendo girato  il globo per motivi legati al mio lavoro ed organizzato festival, laboratori, sempre grazie al linguaggio universale del cinema. Ma è anche una responsabilità, perché bisogna saper predisporre contenuti per le centinaia di migliaia di visitatori che ogni anno vengono a farci visita e per i 100000 studenti che solo lo scorso anno hanno partecipato alle attività didattiche con laboratori e visite”.

Chi vuol sentirsi parte, almeno per un giorno, dell’immaginario e immaginifico mondo della Settima Arte, non deve fare altro che entrare nella Mole Antonelliana, così da farsi prendere per mano da un Museo che stupisce, e la cui emozione di averlo visitato, non ti lascia quando ne varchi l’uscita., ma ti accompagnerà per sempre.

                                                                   Alessandra Fiorilli

Palazzo Madama a Torino e la Mostra “Visitate L’Italia” : ne parliamo con il Direttore, Professor Villa.

di Alessandra Fiorilli

Intervistare il Professor Giovanni Carlo Federico Villa, Direttore dal 2021 di Palazzo Madama a Torino, equivale ad intraprendere un viaggio nella storia, il cui percorso è magnificamente rappresentato dalla gentilezza, dalla soavità, dalla passione per la cultura che il Professor Villa esprime, in ogni sua parola,  alla massima espressione.

Il Professor Giovanni Carlo Federico Villa, Direttore du Palazzo Madama a Torino (Foto per gentile concessione del Professor Villa)

Il suo ricco curriculum, che lo vede anche Docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università degli Studi di Bergamo e di Museologia e Museografia alla Scuola di Specializzazione in Beni Storico- Artistici dell’Università degli Studi di Udine, comprende anche oltre trecento pubblicazioni scientifiche ed importanti monografie, alcune delle quali tradotte in armeno, cinese, croato, fiammingo, francese, giapponese, inglese e russo.

Il Professor Villa mi parla, nel corso di quest’ intervista che viaggia sulle ali della storia, di Palazzo Madama e della mostra “Visitate l’Italia” che ha registrato, da febbraio 2025, un lusinghiero risultato: 50000 visitatori, con una media di 400 al giorno.

“Varcando la soglia di Palazzo Madama si avverte immediata l’unicità di questo edificio e dei suoi 2000 anni di storia. Un traguardo stupefacente e arricchito da un dato di fatto rilevante: ogni elemento è rimasto funzionale”, dichiara il Direttore del Palazzo che si affaccia sulla bellissima Piazza Castello.

Palazzo Madama: la facciata su Piazza Castello (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Chi ha avuto il privilegio di visitare Palazzo Madama che: Sorge dove i Romani avevano posto il Fuoco Sacro di fondazione della città”, ricorderà il bellissimo Scalone a doppia rampa realizzato da Filippo Juvarra: ebbene, anche quest’opera nasconde una curiosità storica, in quanto: “E’ appoggiato alla Porta Romana decumana, una delle maggiore dell’Impero”.

Lo scalione di Juvarra (Foto per gentile concessione della Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Proseguendo poi, al secondo piano, si fa un balzo nella storia in quanto, per giungervi: “Si passa per la torre medievale”.

E proprio durante il Medioevo l’edificio viene trasformato in una fortezza, per diventare poi il Castello dei Principi d’Acaja.

Palazzo Madama, veduta aerea (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Sono le vicende successive alla Restaurazione che vedranno Palazzo Madama protagonista non solo della storia del Regno di Sardegna: “Nel 1848 Carlo Alberto lo scelse come sede del Senatoma anche del futuro Regno d’Italia: “La cui Camera Alta del neonato Parlamento  fu ospitato in quella che era la Sala da Ballo e proprio qui c’è  ancora una lapide con lettere d’oro a ricordare il ruolo di Torino come prima Capitale. Possiamo dire che a Palazzo Madama si è fatta l’Italia”, dichiara il Professor Villa.

La Sala del Senato di Palazzzo Madama (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Ma il bellissimo edificio che si affaccia su Piazza Castello ha rivestito un ruolo importante anche per la storia europea in quanto, come ci dice il Professor Villa: “Proprio in queste Sale, il 18 ottobre 1961, è stata firmata la Carta Sociale Europea, il trattato dei Consiglio d’Europa che sancisce diritti e libertà”.

Particolare del soffitto della Sala del Senato di Palazzo Madama (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Dal 1931 Palazzo Madama è Museo Civico della città di Torino e, proprio nella Sala del Senato, fino al 25 agosto prossimo, è allestita l’interessante mostra “Visitate l’Italia – Promozione e pubblicità turistica 1900-1950” a  cura di Dario Cimorelli e Giovanni Carlo Federico Villa, con l’ allestimento di Emilio Alberti e Mauro Zocchetta.

Un particolare della Mostra “Visitate l’Italia” (Foto Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La Mostra, attraverso 200 manifesti, centinaia di guide e pieghevoli illustrati, offre uno spettacolare viaggio nella storia della promozione turistica italiana, in un lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni della ricostruzione dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

Alcuni pieghevoli esposti (Foto Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Gli artisti, che furono incaricati di realizzare tali manifesti, hanno permesso di far conoscere ed apprezzare le bellezze della nostra penisola, capace di trasformarsi, attraverso questa campagna di promozione turistica, da un “Paese ancora essenzialmente povero ad uno con una forte vocazione turistica”, come dichiara il Professor Villa.

Un altro particolare della Mostra (Foto -Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La nostra penisola, la quale nel XVIII secolo era stata meta del “Grand Tour” che l’aristocrazia europea e grandi poeti come Goethe intrapresero per conoscere le bellezze nostrane traendone ispirazione, era oramai, da troppo tempo, quasi ai margini del turismo, nonostante le sue immesse bellezze artistiche e naturali.

Marcello Nizzoli (1887 – 1969) Agrigento, 1928 Edizioni STAR – Officine Impresa Gen. d’Affissioni e Pubblicità, Milano – ENIT, litografia a colori su carta, 100×70 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 03581 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

E così, quando si decise di avviare la campagna di promozione turistica, non si pensò solo alle città che erano state già meta del Grand Tour, come Roma Pompei e la Sicilia, dove l’aristocratico e l’artista europeo rimaneva affascinato dai monumenti e dalle rovine dell’antichità, ma si pensò di valorizzare l’Italia tutta.

Pio Solero (1881 – 1975) Cortina. La regina delle Dolomiti, 1931 Edizioni S. E. D., Cortina d’Ampezzo – ENIT, litografia a colori su carta, 100×61,5 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle StAgostino Luigi Sacchi (1867 – 1940) (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

In questo nuovo programma di promozione un ruolo determinante lo ebbe lo sviluppo delle ferrovie e degli altri mezzi di trasporto, ma soprattutto l’istituzione dell’ENIT (Ente Nazionale per l’incremento delle Industrie Turistiche), fortemente voluto dal Touring club italiano, preposto, quest’ultimo, alla promozione, alla gestione e al coordinamento dell’attività turistica e alberghiera e dipendente dall’allora Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro.

Mario Borgoni (1869 – Napoli 1936) Amalfi, 1927 circa Napoli, Richter & Company, litografia a colori su carta, 103×65 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 180 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

“E così, i 547.000 manifesti realizzati in quegli anni, preceduti dalle concessioni per le illustrazioni, divennero i grandi seduttori, in grado, con una sola parola, di affascinare e rapire l’attenzione dei turisti che sapevano di poter trovare, nella nostra nazione, le bellezze naturali delle Dolomiti e delle Alpi, ma anche i centri termali, il mare, i laghi e, ovviamente, le città d’arte”, come dichiara il Professor Villa.

Anonimo Verona, 1928 circa Milano, Pizzi & Pizio, cromolitografia su carta, 100×62 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 05059 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La mostra, significativamente intitolata “Visitate l’Italia” offre, dunque, “Una chiave di lettura: la necessità che l’Italia venisse conosciuta e così, proprio grazie a questa operazione di promozione turistica, il nostro Paese riuscì ad affermarsi come una Nazione moderna.”

 Portofino Kulm. Panorama verso Ponente, 1905 circa Milano, S.A.I.G.A. Fratelli Armanino, cromolitografia su carta, 100×70 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 04870 ampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 770 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Soffermarsi sui manifesti, figli di questa grande operazione pubblicitaria che all’epoca del suo lancio ebbe risultati straordinari: “Basti pensare che Grado passò, nell’arco di una quindicina d’anni, da 3000 a 75000 turisti” , significa “Portarsi via delle riflessioni, le stesse che la mostra è capace di suscitare”, conclude il Professor Villa.

Anonimo Lago di Como, 1920 Chiattone Officine d’Arti Grafiche, Milano, carta / litografia a colori, 100×70 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 418 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

E così, in un mondo dove tutto sembra esistere solo se testimoniato dalla foto condivisa in tempo reale, dovremmo cominciare ad ascoltare con il cuore, ad osservare con l’anima, a parlare con le emozioni, cosicché quel paesaggio mozzafiato, così come la visita al museo, alla mostra, al castello, al palazzo storico rimanga impressa per sempre negli occhi, prima ancora che nella galleria delle immagini di un cellulare.

                              Alessandra Fiorilli

Il Museo Egizio di Torino: l’incomparabile fascino di un’antica Civiltà

di Alessandra Fiorilli

E’ da sempre la civiltà antica che maggiormente affascina, per la sua cultura, le sue scoperte astronomiche, le monumentali opere architettoniche, le sue divinità antropomorfe, il culto dell’aldilà.

La Dea Sekmet (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E chissà quanti, se ne avessero la possibilità, chiederebbero, ad una fantomatica macchina del tempo, di venir catapultati nell’Antico Egitto…di fronte all’irrealizzabilità di una tale aspirazione, c’è, però, una valida alternativa: decidere di andare a Torino e di varcare il civico 6 di Via Accademia delle Scienze.

È da qui che si realizza il sogno di poter entrare in contatto con la terra dei Faraoni, in un percorso che si snoda lungo 4000 anni, attraverso i 40000 reperti custoditi, 3300 dei quali sono esposti lungo il percorso che si articola nelle 15 sale disposte sui 4 piani del palazzo barocco “Collegio dei Nobili”.

La Sala 8, Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E così, entrando nel Museo Egizio di Torino, il secondo più grande al mondo, dopo quello de Il Cairo, sala dopo sala, lungo i due chilometri dello spazio espositivo che si estende per 10000 metri quadri, si avverte forte il privilegio di poter viaggiare attraverso i secoli, anche senza l’ausilio di una fantomatica macchina del tempo.

Horemheb e Amon
Horemheb e Amon (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

L’Antico Egitto è tutto lì: le statue, i papiri, i sarcofagi, gli oggetti di vita quotidiana che rapiscono l’attenzione, affascinano, annullano la dimensione attuale perché, per tutta la durata della visita, ci si sente davvero parte di una delle società antiche maggiormente affascinanti ed apprezzate

La Sala 6 Deir el Medina (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Nel percorso museale si possono ammirare alcuni tra i simboli della cultura e della società egizia: i sarcofagi, che avevano la funzione di custodire il corpo imbalsamato del defunto.

La Sala 8 del Museo, che ospita la Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Una della Sale più spettacolari è sicuramente la Galleria dei Re che ospita grandi sculture di faraoni e divinità, statue, queste, rinvenute nel complesso templare di Karmak e Tebe (l’attuale Luxor) nel 1817-1818.

La Sala 14: la spettacolare Galleria dei Re (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

La luce all’interno della Galleria dei Re è frutto di una scelta accurata: le Sfingi, poste all’entrata, sono illuminate quasi a ricordare la luce del sole della terra egiziana, mentre le statue dei Faraoni sono in penombra, creando, così, un ambiente più solenne e raccolto.

Dal 1824, anno della sua apertura, il Museo Egizio di Torino ha saputo e voluto continuare il suo percorso, non solo in termini di quantità degli oggetti esposti, ma anche nel campo della ricerca, diventando un punto di riferimento importante per la comunità archeologica mondiale.

A testimonianza dell’attiva internazionale che il museo svolge, negli anni Sessanta, fu chiamato alla campagna per il salvataggio dei templi della Nubia, che, dopo la costruzione della diga di Assuan, avrebbe rischiato di essere sommersi dal lago Nasser. Il Museo di Torino rispose a questa chiamata e, in segno di riconoscenza, il governo egizio donò all’Italia il tempio di Ellesija , oggi visitabile nelle Sale del Museo. Il reperto, dopo un’accurata ricostruzione, fu presentato, nel capoluogo piemontese, nel 1970.

La Sala 15: Il tempio di Ellesija (Foto per gentile concessione del Museo Egizio do Torio)

Nel 2015 ha, invece, partecipato alla missione di scavo congiunta italo olandese a Saqquara e, sempre nello stesso anno, e per i quattro successivi, si è provveduto al restauro di oltre 1100 reperti.

Il Museo Egizio finanzia anche progetti di ricerca, ed esso stesso è costantemente impegnato con le istituzioni museali di tutto il mondo. Essendo particolarmente sensibile alla divulgazione scientifica destinata ai più piccoli, ogni anno accoglie più di 100000 ragazzi delle scuole italiane.

Nel 2020, l’anno della pandemia, le porte di via delle Accademie delle Scienze al civico 6, sono rimaste sprangate per 180 giorni, ma proprio durante i mesi di chiusura forzata, il Museo ha voluto mantenere vivo il contatto con i tanti suoi estimatori, attraverso, ad esempio, “Le passeggiate del direttore”, una campagna da remoto, lanciata a marzo 2020 e seguita complessivamente da quasi 2 milioni di utenti.

Conclusasi la parentesi pandemica, il Museo ha saputo superare sé stesso e nel 2024 ha accolto più di un milione di visitatori.

E quando la visita al Museo si conclude, non si sente più il desiderio di disporre di una fantomatica macchina del tempo per andare a visitare gli antichi Egizi… perché loro abitano lì, a Torino, in Via delle Accademie delle Scienze, al civico 6.

                                                       Alessandra Fiorilli