Gli effetti della diagnosi di Alzheimer sui familiari del malato: ne parliamo con il Professor Giovanni Battista Frisoni, uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

di Alessandra Fiorilli

L’insorgenza di una malattia non riguarda solo il malato, ma anche tutti coloro che lo amano e che si trovano, di fronte ad una diagnosi in grado di stravolgere le proprie esistenze, a dover fronteggiare qualcosa di inaspettato e di tragico. Questo è ancor più drammaticamente vero per l’Alzheimer, la malattia neurodegenerativa della quale il Professor Frisoni, Direttore del Centro della Memoria all’Ospedale Universitario di Ginevra, è uno dei maggiori esperti in campo internazionale.

Il Professor Giovanni Battista Frisoni (per gentile concessione del Professor Frisoni)

“Il malato d’ Alzheimer ci mostra le nostre stesse paure, le nostre fragilitĂ . Questa patologia presenta non solo una propria specificitĂ  rispetto alle malattie d’organo, ma anche a quelle psichiatriche, in quanto richiede una rielaborazione del registro relazionale. Faccio un esempio pratico: in ciascuna famiglia ciascuno ha dei ruoli che sono tali anche dopo 20,30,40 anni. Durante questo lasso di tempo si sono instaurati una comunicazione verbale e non verbale e un gioco di ruoli costituenti  una struttura relazionale che la malattia, invece, costringe a dover revisionare per permettere che la relazione continui.  Difficilissimo adattarsi per il coniuge convivente: dopo decenni di vita comune e di adattamento su un certo registro di relazione (che sia dominante, accudente, controllante, o altro) il coniuge non malato deve revisionare il tutto… e non è detto che ne abbia la voglia, la forza o la capacità”.

Dopo questa illuminante prefazione, l’eminente Professor Frisoni, (già da me intervistato per EmozionAmici sulla malattia d’Alzheimer), ci parla, in dettaglio, di uno degli aspetti più dolorosi, e talvolta, sottovalutati: gli effetti emotivi dell’Alzheimer sui familiari del malato.

“Davanti alla diagnosi della malattia, la reazione non è univoca, ma spazia tra due estremi opposti: da una  consapevolezza che porta a dire: “Lo sapevo già”, ad un’amara sorpresa che si concretizza in un: “Ma cosa dice, Dottore, non è possibile!”.  In mezzo a questi due opposti, ci sono le sfumature e il determinante fondamentale della reazione è il livello di conoscenza della malattia, ovvero  le persone che la conoscono e la temono, sono anche le piĂą attente, hanno  un alto livello di consapevolezza di  sĂ© che li porta a  notare subito disturbi di memoria. Questo li conduce  a sottoporsi a controlli per vedere se hanno davvero l’Alzheimer, la cui diagnosi  non è sempre facile: il piĂą delle volte, infatti, non si riesce a capire, nemmeno con una risonanza magnetica, se tali disturbi di memoria, o del linguaggio, o della parola che manca, o del non ricordare nomi, siano ascrivibili o meno all’Alzheimer. Ecco perchĂ© è spesso necessario ricorrere ai biomarcatori, quali la puntura lombare e la PET molecolare (tomografia a emissione di positroni, detta anche scintigrafia cerebrale)”.

 (Per chi fosse interessato ad approfondire tali aspetti, il link della precedente intervista è il seguente:  https://www.emozionamici.it/2019/07/31/alzheimer-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-in-campo-internazionale-il-professor-giovanni-battista-frisoni/)

E quando, invece, arriva la diagnosi di Alzheimer: “Nella testa dei familiari c’è una storia che si proietta nel futuro: in molti non solo si chiedono cosa succederĂ  al malato, ma giĂ  lo vedono nella fase terminale della malattia, quando sarĂ  ormai allettato e bisognoso anche di essere imboccato. Qui in Svizzera dove lavoro, la diagnosi viene comunicata non solo ai familiari, ma anche al paziente e la prima cosa che cerchiamo di capire è la loro rappresentazione della malattia, ovvero la storia che il termine « Alzheimer Â» evoca in loro”.

La reazione dei familiari di fronte a tale diagnosi che, ancora piĂą delle altre, fa paura, è estremamente variabile, come afferma il Professor Frisoni: “Alcune famiglie si disperano sin dall’inizio, per loro la diagnosi fa crollare il mondo addosso, e questo succede soprattutto quando il malato ha elevate performance intellettuali, per il quale perdere la memoria significa non riconoscersi piĂą per quello era. E, se da un lato tali persone hanno piĂą risorse per gestire cognitivamente la malattia, è pur vero che queste stesse persone hanno di se stessi una rappresentazione maggiormente cognitiva. Ognuno di noi è la propria storia, noi raccontiamo noi stessi all’interno di un percorso di vita che è  verbale, ma  in gran parte emotivo e talvolta, come per i lavoratori manuali e gli atleti, anche motoria. Ma è ovvio che la prospettiva, anche se non a breve termine, di perdere la memoria, è devastante per chiunque, anche per chi, per tutta la vita, ha fatto lavori manuali”.

Si sente parlare spesso della “solitudine sociale” che colpisce i familiari di un malato d’Alzheimer: “Nei primi anni di malattia, da un punto di vista delle maniere sociali, il paziente è spesso impeccabile: chi è stato un gentiluomo continua ad esserlo, così come la donna molto cortese, affabile, delicata, continuerĂ  a comportarsi in questo modo con amici e parenti non stretti. Questo perchĂ© nelle interazioni sociali superficiali, ovvero quelle che non richiedono un grande livello di approfondimento intellettuale, il malato d’Alzheimer si comporterĂ  con queste persone in maniera perfettamente adeguata a cortese, anche se non ricorda di chi si tratta e anche se poi appena voltato l’angolo avrĂ  persino dimenticato l’incontro. Pertanto i familiari dei malati  si trovano a vivere in una distonia perchĂ©, nonostante il proprio congiunto ricordi poco o nulla, gli altri avranno l’impressione che al contrario sia in buona salute e spesso rimproverano il familiare: “Ma di cosa ti lamenti? Sta benone!  L’ho trovato persino ringiovanito”, questo ovviamente, lo ribadisco, accade solo nelle fasi iniziali dell’insorgere della malattia”.

Ma loro, i familiari, quando la porta di casa si chiude, sono soli con le dimenticanze continue del paziente e con le sue incessanti richieste, disperati e incapaci di poter gestire tutto, ecco perchĂ© è importante la Psicoeducazione, come ci spiega il Professor Frisoni: “In questi casi la parola chiave è rassicurazione. C’è ancora lo stereotipo del malato d’Alzheimer come aggressivo, ma in 99 casi su 100, l’aggressivitĂ  che molti familiari temono, non è legata alla malattia, quanto piuttosto all’incapacitĂ  di relazionarsi in modo adeguato. Il malato che dimentica è angosciato: è un’angoscia senza nome, senza volto. La persona che giĂ  non riesce a capire cosa gli stia succedendo, e che ha il proprio coniuge il quale, anzichĂ© aiutarlo, gli dice in continuazione e di fronte alle dimenticanze: “Te l’ho detto mille volte…non ci stai proprio piĂą con la testa…”, ebbene, questo atteggiamento porta il malato ad  aggredire l’altro verbalmente, se non in alcuni casi, anche fisicamente. Ecco, la Psicoeducazione consiste proprio nello spiegare ai familiari cosa sta succedendo per far capire loro che il malato non dimentica perchĂ© “è dispettoso â€ś o “me la vuol fare pagare”, , ma perchĂ© per lui gli avvenimenti della vita vengono cancellati nel giro di pochi minuti come orme sul bagnasciuga. Bisogna far comprendere ai familiari che il proprio congiunto è angosciato e ha bisogno di esser rassicurato, che ha bisogno di sentirsi dire:” Ci sono io, ci siano noi. Non ti preoccupare, ti aiutiamo. Gestiamo tutto questo insieme”:  ecco, queste parole hanno un effetto tranquillizzante in grado di eliminare l’aggressivitĂ  alla base. Spesso, davanti a reazioni aggressive del malato, vengono prescritti gli psicofarmaci ai quali i pazienti sono molto sensibili, ma così facendo, non solo l’aggressivitĂ  non va via, ma la situazione fisica peggiora, con una deambulazione che diventa spesso piĂą lenta, piĂą insicura, piĂą instabile, esponendo il malato a cadute. Ricordiamo sempre che spesso non è il malato da curare ma il familiare da resettare. Ovviamente, in alcuni casi non vi è alternativa agli psicofarmaci e un bravo specialista saprĂ  quando e come usarli”.

Chi si trova a dover gestire un malato d’Alzheimer, ha, a sua volta, bisogno di aiuto:” Un aiuto a livello sia fisico che psichico, infatti i familiari hanno necessità di parlare con un medico o uno psicologo, ma più spesso si rivolgono al medico perché sperano di avere da lui anche una rassicurazione da un punto di vista clinico. Spesso, però, il Servizio Sanitario Nazionale non è organizzato per offrire un tale tipo di aiuto che si va, dunque, a ricercare nelle strutture private, con notevole dispendio di denaro.

Talvolta è sufficiente dare il cambio ad un familiare in modo da offrigli la possibilità di ritagliarsi un’oretta per andare a fare la spesa, dal parrucchiere o per fare una passeggiata. Coloro i quali sono lontani dal malato, in mancanza di aiuti dalle Istituzioni, sono costretti a ricorrere all’ istituzionalizzazione del proprio congiunto, anche quando la malattia è ancora in una fase iniziale e potrebbe essere gestita con un minimo di supervisione.”

All’interno di questo quadro, ci sono anche gli altri, che spesso giudicano, additano e che, con una loro inopportuna interferenza, possono provocare ulteriore sofferenze in coloro che si prendono cura di un malato d’Alzheimer: “Una stigmatizzazione del malato che porta molti familiari a smettere di frequentare amici e lo stesso paziente non va piĂą al circolo a giocare a carte o semplicemente al bar perchĂ© capisce che chi lo circonda lo esclude. Gli amici non sono abituati a svolgere il ruolo di rassicuratori sociali, a dire: “A noi fa piacere anche solo la tua presenza” ma si tratterebbe ancora una volta di cambiare un registro relazionale spesso radicato in anni di frequentazione. Dovremmo imparare a costruire una nuova cultura di inclusione, ma questa è una  lunga operazione nemmeno iniziata e, anche  laddove dovesse iniziare oggi stesso,  richiederebbe generazioni affinchĂ© venisse portata a compimento”.

Ringrazio il Professor Giovanni Battista  Frisoni, simbolo di una Medicina vicina al paziente, ai propri bisogni, alle famiglie, nonchĂ©  grande esempio di  una rara empatia e professionalitĂ .

                                             Alessandra Fiorilli

L’importanza di seguire le stagioni nel consumo di verdura e frutta: ce ne parla il Professor Alessio Rolando Bolognino, Biologo Nutrizionista, Docente Universitario e volto noto della tv.

di Alessandra Fiorilli

“La natura è intelligente: ci dĂ  quello che ci serve e quando ci serve. In inverno, infatti, poichĂ©  il corpo ha maggiormente bisogno di calorie, arrivano, ad esempio, cachi e castagne, mentre, in estate, i tipici frutti quali pesche, melone e cocomero, che sono  molto ricchi di acqua. La natura aiuta, con i suoi prodotti legati alle stagioni, anche il nostro sistema immunitario, durante i mesi freddi, e il sistema linfatico in quelli piĂą caldi. Mangiare cibi fuori stagione, quali le zucchine a novembre le fragole a dicembre, vuol dire portare in tavola  prodotti poveri in Sali Minerali e Vitamine”.

Questo è l’autorevole parere, sull’importanza di cibarsi di verdura e frutta di stagione, del Prof. Rolando Alessio Bolognino,  Biologo Nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva,  Professore a c. del  Master in “Scienze della Nutrizione e Dietetica Clinica” presso l’UniversitĂ  degli Studi di Roma Unitelma La Sapienza , del Master  in “Terapie Integrate nelle Patologie Oncologiche Femminili” presso l’UniversitĂ  Cattolica del Sacro Cuore di Roma, del Master di II livello in “Medicina integrata e food management per la prevenzione e cura dei tumori” presso l’UniversitĂ  degli Studi di Catania, Istruttore di  Protocolli Mindfulness,  Autore di libri ed esperto scientifico sulle reti nazionali, sia RAI che Mediaset.

Il Professor Rolando Alessio Bolognino (foto per gentile concessione del Dottor Rolando Alessio Bolognino)

Stravolgere, dunque, i cicli della natura significa nutrirsi di  prodotti che, in quel particolare periodo dell’anno, non forniscono il giusto valore al nostro corpo e alla nostra salute. Cosa c’è di meglio, in inverno, che consumare le tipiche verdure quali il cavolo nero, il cavolfiore, la verza, il carciofo, l’indivia, la zucca?

“Le brassiccaceae o crucifere,  di cui fanno parte la famiglia del cavolo, del broccolo e la verza, pur essendo costituite principalmente da carboidrati sono, come tutte le verdure, povere in calorie. Troviamo, in queste verdure, abbondanza di Vitamina A, essenziale per la vista, di Vitamina  K, importante per la coagulazione del sangue, e di Vitamina C, che favorisce l’assorbimento  del ferro.  Inoltre, le stesse crucifere ostacolano l’angiogenesi, cioè la capacitĂ  propria del tumore di creare il proprio letto vascolare con cui si nutre e cresce”.

Le verdure sono erroneamente associate, talvolta, ad un’immagine “triste”: il loro essere servite lesse. “Invece ci sono tantissimi modi di prepararle: buonissime al vapore, al forno, stufate con acqua, un goccio di vino e spezie. Anzi, sulla cottura lessa c’è da dire che non è sempre la migliore, specie se si tende a bollirle per un tempo prolungato ed in abbondante acqua: così facendo, infatti, tutti i nutrienti vengono lasciati proprio nell’acqua”.

Anche e soprattutto nell’alimentazione di tutti i giorni, il Dottor Bolognino ci tiene a sottolineare come il primo approccio avvenga proprio con la vista: “Mangiamo con gli occhi e con l’olfatto”.

Vediamo, quindi, come portare a tavola le verdure rendendole sfiziose, saporite e accattivanti per il palato.

“L’indivia, fonte di fibra solubile che rappresenta un valido aiuto per contrastate stipsi e costipazione, consiglio di provarla  grigliata e cosparsa di yogurt e salsa di soia, per un salutare e alternativo aperitivo. Il carciofo, in grado di ridurre l’assorbimento del colesterolo e con un’ azione diuretica, è gustosissimo trifolato, ovvero tagliato e cotto in padella con brodo vegetale bollente, oppure gratinato,  cosparso di pan grattato e pecorino, o ancora, ad omelette. La verza è ottima sotto forma di involtini, saltata o cotta all’aceto. Il cavolfiore è perfetto gratinato o in padella con pepe, vino bianco e acciughe. Mente il cavolo nero, con una quota di Vitamina C pari a 5 volte quella presente negli spinaci, si sposa nella famosa zuppa toscana, con fagioli cannellini e pane tostato, oppure si presenta sfizioso in chips al forno, o in padella sfumato con acqua, vino bianco e peperoncino. Ottima anche la zucca, ricca di Vitamina C, sotto forma di vellutata o al forno”.

Cucinare le verdure in modo sfizioso, senza doverle portare a tavola necessariamente lesse, le rende gustose anche ai bambini: “Offrirgliele  pastellate o fritte è un modo per preparare il gusto a sapori nuovi”.  

Ricette, quelle proposte dal Dottor Bolognino, capaci di rendere le verdure invitanti anche  per chi segue un regime alimentare ipocalorico per perdere peso:” Il giorno del pasto libero, invece di portare in tavola pizza, supplì e bevande gassate, benissimo una fetta di frittata ai carciofi”.

La regina della tavola invernale è la zuppa: “Cosa c’è di meglio e di più buono che mangiarne una calda quando fuori è freddo? Inoltre in inverno si tende a bere meno, quindi il consumo di zuppe e brodo vegetale ci aiuta anche ad idratarsi, senza tralasciare un altro aspetto che influisce sulla linea: le verdure danno un senso di sazietà a fronte di poche calorie”.

Ovviamente anche il consumo di determinate verdure va concordato con il medico, in presenza di alcuni patologie: “Ad esempio, le verdure lesse sono ideali per chi soffre di diverticolite, perchĂ© la bollitura rende la fibra piĂą facilmente masticabile ed aggredibile dagli enzimi digestivi.  Oppure, chi assume anticoagulanti, deve prestare attenzione al consumo di verdure ricche di Vitamine K che possono interferire con la terapia. Il consumo di verdure come la verza, ricchissima di fibre, in caso di colon irritabile, può determinare la comparsa di fenomeni diarroici e/ o dolori addominali. Per quanto riguarda il  cavolfiore, ad esempio, è bene limitarne il consumo in caso di ipotiroidismo, in quanto rallenta maggiormente il funzionamento di quest’organo e la concentrazione di purine lo rende sconsigliato anche nei casi di calcoli renali e gotta. C’è una regola fondamentale da seguire nell’alimentazione: non è vero che tutto fa bene a tutti”.

                                                             Alessandra Fiorilli

I segreti della voce umana

A casa, sul luogo di lavoro, al supermercato, per strada, di giorno, di sera, con il sole, con la pioggia. La usiamo continuamente, in ogni luogo e in ogni circostanza, in modo così automatico che non ci rendiamo conto della sua importanza. Di cosa sto parlando? Della nostra voce.

E’ una caratteristica peculiare di ognuno di noi: chi ce l’ha acuta, bassa, flebile, suadente, grave, roca. E’ lo strumento di comunicazione e di espressione per eccellenza, attraverso la quale diamo forma alle nostre idee, pensieri, emozioni e stati d’animo.

La moduliamo a seconda delle circostanze: abbassiamo il tono se stiamo confidando un nostro segreto ad un amico, lo alziamo se siamo arrabbiati con qualcuno, diventa piĂą dolce se stiamo giocando con un bambino.

Il modo in cui usiamo la nostra voce è uno delle tre forme della comunicazione. Quest’ultima, infatti, viene suddivisa in comunicazione verbale che comprende quello che diciamo, cioè le parole che usiamo in un discorso; la comunicazione non verbale, ossia i movimenti del corpo, i gesti, le espressioni del viso; la comunicazione paraverbale, costituita proprio dal modo in cui usiamo la voce.

Quest’ultimo aspetto incide fino al 40% sull’efficacia di un discorso, a differenza della comunicazione verbale che influisce solo per il 10%.

Essenziale, quindi, non è tanto quello che diciamo ma come lo diciamo. E’ importante modulare, a seconda delle varie circostanze, i diversi aspetti che caratterizzano la voce umana: il ritmo, che scandisce l’alternarsi del discorso e delle pause; l’intensità, ovvero il volume della voce; il tono che fa assumere ad una stessa parola significati diversi.

E’ proprio quest’ultimo aspetto che, spesso, crea incomprensioni e discussioni tra due persone. Quante volte, infatti, diciamo al nostro interlocutore: “Non mi è piaciuto il tono con il quale mi hai detto quella cosa!”

Infatti, a seconda del tono usato, la stessa frase o anche una semplice parola può assumere significati diversi, e quindi, può produrre effetti diversi su chi ascolta.

Pensiamo alla parola “basta”: detto con tono gentile ad un nostro amico, indica che non vogliamo  che aggiunga altro zucchero nel nostro caffè, mentre pronunciato con tono aggressivo indica che siamo esasperati da una situazione.

Oppure all’espressione “Che genio!”: può indicare sincera ammirazione verso una persona; detta con tono sarcastico indica un’offesa; con tono ironico rappresenta una battuta scherzosa ad un nostro amico.

Pensate che un semplice termine, formato solo da una consonante e da una vocale, “ma”, può avere cinque significati diversi a seconda del tono usato.

La voce, quindi, è un aspetto essenziale nella comunicazione di tutti i giorni, ed è anche quella caratteristica unica che rende speciale ogni persona e che ci fa anche emozionare. Quante volte, infatti, telefoniamo ad un nostro parente, fidanzato/a, amico/a, dicendogli, semplicemente: “Volevo solo sentire la tua voce!”. Oppure, pensando ad una persona che non è più con noi, ci commuoviamo pensando che non potremmo più sentirla all’altro capo del telefono?

Inoltre, la voce rimane nella nostra memoria uditiva per molto tempo ed è la prima caratteristica che ci fa subito distinguere una persona da un’altra; pensiamo, ad esempio, ai nostri attori preferiti, che riconosciamo subito dalle voci dei doppiatori.

La nostra voce, in conclusione, è una parte importante della nostra quotidianitĂ  e delle nostre relazioni sociali. Pertanto, la prossima volta che dobbiamo comunicare qualcosa ad un’altra persona, riflettiamo sull’importanza di come la usiamo e su come il nostro interlocutore possa interpretare le nostre parole: forse quando una amico si offende per una nostra frase, non è tanto per ciò che abbiamo detto, ma per il modo in cui lo abbiamo fatto.

                                  Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il Castello di Fenis: un viaggio nel Medioevo attraverso mura merlate e feritoie, Sale di Rappresentanza e cortili affrescati.

di Alessandra Fiorilli

E’ il simbolo della Valle d’Aosta, abbiamo imparato ad ammirarne la maestosa bellezza sin dai tempi delle elementari quando, nel sussidiario, alla sezione “Geografia” del libro, compariva sulla pagina dedicata alla regione più piccola d’Italia.

Il Castello di Fenis visto dal sentiero d’entrata (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ve lo presento attraverso una speciale “carta d’identità”: la sua costruzione inizia nel XIII secolo, ma le torri e le mura merlate vengono aggiunte solo un centinaio di anni dopo. Un segno particolare lo rende così diverso da tutti gli altri castelli che si possono visitare nella Valle d’Aosta: non è stato costruito su una sommitĂ  di un colle, quindi non era destinato a  svolgere le tipiche e caratteristiche funzioni difensive, quanto piuttosto ad essere eletto come residenza signorile della famiglia di Challant, nobili valdostani.

Le torri (Foto di Lorenza Fiorilli)

Nel 1716 viene venduto e da allora il decadimento si impossessa di lui, salvo poi, negli ultimi anni del XIX  secolo, tornare agli antichi splendori.

A testimonianza del suo fulgido passato di residenza nobiliare, vi sono le splendide decorazioni pittoriche che rappresentavano la potenza e il prestigio della famiglia ivi residente.

Particolare delle mura merlate (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il Castello di Fenis, la cui pianta è pentagonale, accoglie ogni anno circa 80000 visitatori , i quali, prima di accedere al maniero, passano attraverso una torre quadrata con tanto  di una speciale “saracinesca” che aveva il compito di impedire, in caso di attacco esterno,  l’accesso all’androne.

Gioco di luci ed ombre sulle mura merlate (Foto di Lorenza Fiorilli)

La visita si snoda attraverso una serie di Sale che testimoniano la vita condotta, centinaia e centinaia di anni fa, in un tipico maniero: al pianterreno troviamo la Sala d’Armi, e una serie di stanze destinate ai soldati e ai servitori di palazzo, tra queste,  il refettorio e la cucina, dotata di un immenso camino perfettamente conservato.

Un suggestivo passaggio (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il primo piano è quello definito nobile, in quanto di esclusiva spettanza della famiglia: qui troviamo la stanza da letto padronale, la sala da pranzo e quella di Giustizia.

Altro particolare (Foto di Lorenza Fiorilli)

Nel cortile interno, dove si conclude la visita, fa bella mostra di sĂ© l’affresco raffigurante San Giorgio che uccide il drago, affresco, questo, che è stato riprodotto su una faccia della  moneta da 10 euro che nel 2013 la Zecca  gli dedica  per la serie “Italia delle arti”.

Una scala che conduceva alle mura (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ma 33 anni prima, le Poste Italiane celebrarono la bellezza del Castello di Fenis con l’emissione di un francobollo da 150 lire.

E prima di entrare e di iniziare la visita, non perdetevi lo spettacolo del prato che abbraccia l’antico e maestoso maniero, nĂ©  l’incanto delle montagne circostanti che donano al Castello di Fenis quel tocco di magia e di mistero che vi accompagnerĂ  non solo dopo il termine della visita, ma anche dopo  il ritorno dal viaggio in terra valdostana.

L’incanto della natura attorno al Castello di Fenis (Foto di Lorenza Fiorilli)

                                                     Alessandra Fiorilli

Quella cuccia vuota…

La sua cuccia vuota, la ciotola senza più croccantini, il suo gioco preferito non più in giro per le stanze, il silenzio della casa senza più il suo abbaiare o miagolio, quel dolce rumore delle sue zampe quando ci veniva incontro…

Quella sensazione di vuoto, di tristezza, di malinconia, di rabbia, di abbandono che si prova quando ci lascia per sempre un animale che abbiamo amato, anzi, che amiamo, perché la morte di un qualunque essere vivente, umano o non, non spezza il legame d’amore.

Purtroppo molte persone non riescono a comprendere quanto dolore sia causato dalla perdita di un animale domestico e continuano a proferir parola: “Ma era solo un animale!”, “Ne prenderai un altro!”, “Ora stai esagerando!”, senza sapere quanto fastidio possano arrecare con quelle frasi.

La morte di una animale con cui abbiamo percorso un pezzo della nostra vita, piĂą o meno lungo, è, invece, un vero e proprio lutto e come tale va rispettato e va affrontato. Ovviamente, ogni persona reagisce in modo diverso, e queste differenze dipendono anche dal periodo che stiamo attraversando  in quel momento e dalla fase di vita in cui sperimentiamo quella perdita: un bambino, un adulto o  una persona anziana per la quale il suo “amico peloso”  era l’unica compagnia, avranno modi diversi di affrontare  la mancanza di un cane,  di un gatto o di qualunque altro animale.

Molto delicato e controverso è anche un altro aspetto: quello dell’eutanasia, ma le emozioni contrastanti di questo aspetto possono comprenderle fino in fondo solo chi ha affrontato questa esperienza. Da un lato si vuole continuare a tenerlo con sè, e da un altro il veterinario di fiducia che ti fa notare quanto tu sia egoista, perché la vita per il nostro animale è diventata, ormai, troppo dolorosa. Quando, dopo notti insonne e lacrime versate, si arriva alla seconda decisione, si è assaliti da rimorsi e sensi di colpa, come conferma anche uno studio di ricercatori statunitensi che ha affermato che il cinquanta per cento dei proprietari che hanno fatto sopprimere il proprio animale si senta in colpa e rimugini sul passato e sulle cose che avrebbe potuto fare prima.

Perdere un animale è come perdere un pezzo della nostra vita, ma bisogna accettare e superare il lutto, ognuno con i propri tempi.

Come non esiste un amore di serie A e di serie B, così non esiste un dolore di serie A e di serie B.

Può essere difficile comprendere a pieno tale dolore per chi non ho lo ha vissuto, ma che, almeno, venga rispettato.

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il pettegolezzo: “innocuo passatempo” o “freccia velenosa” ?

“Chi ha fatto cosa? Ma davvero dici?”.   â€śHai visto quella lì? Dicono che…”.  â€śSembra che abbia fatto..”

Queste e altre frasi si ritrovano nel pettegolezzo, una forma di comunicazione non necessaria e che non porta a nessun obiettivo in particolare.

Anche se può sembrare un argomento “frivolo” o di poco conto, in realtà il pettegolezzo è studiato da diversi psicologi che si occupano di comunicazione e molti ricercatori hanno messo in atto diversi esperimenti per comprenderne meglio le dinamiche.

Se prendiamo un comune vocabolario, sotto il termine “pettegolezzo” troviamo scritto: “Chiacchera inopportuna, indiscreta o malevola”.

Esso comporta diverse informazioni trasmesse di bocca in bocca, che passando da un soggetto ad un altro vanno incontro alla riduzione o aggiunta di particolari, ad omissioni, a deformazione, e questo porta alla conseguenza che la “notizia” di partenza si modifichi. Si parla, in questo caso di accentuazione, ovvero il fenomeno per il quale alcuni particolari scompaiono mentre altri diventano salienti e proprio intorno a questi ultimi si crea la diceria.

Diversi studi hanno sottolineato una caratteristica comune nel pettegolezzo: quella dell’asimmetria sociale, ovvero sono soprattutto le azioni e i comportamenti dei personaggi pubblici o delle persone che occupano una posizione sociale superiore ad essere oggetto di dicerie.

Inoltre, sempre secondo alcuni ricercatori, il pettegolezzo è un indicatore dell’invidia sociale: chi mette in atto i pettegolezzi, di solito, non è nella condizione di fare ciò che la persona oggetto della diceria fa o è in grado di fare.

Un’altra caratteristica del pettegolezzo è quello di essere considerato, da chi lo ascolta, un’informazione molto credibile: anche se non ha nessun fondamento razionale ed oggettivo, esso viene trattato come fosse un’informazione scientifica e documentata.  Questo perchĂ©, la maggior parte delle volte, le dicerie vengono messe in giro da persone con legami interpersonali forti, come un parente, un vicino di casa, un compagno di scuola, la cui credibilitĂ  non viene, pertanto, messa in discussione da chi ascolta. Ma, nonostante questa peculiaritĂ  del pettegolezzo, esso diventa, quasi in modo paradossale, impersonale, cioè, la responsabilitĂ  diventa impersonale, e questo fenomeno è ben esemplificato dalle premesse dei discorsi, quali: “Si dice che..”, “Sembra che..”,  “Hanno visto..”.

A volte, il pettegolezzo può trasformarsi in maldicenza, che ha lo scopo di denigrare, calunniare ed infangare il buon nome di che ne è vittima. Essa rappresenta una vera e propria forma indiretta di violenza e di aggressione indiretta; uno studio condotto da un gruppo di psicologi britannici ha messo, infatti, in evidenza come le aggressioni dirette (ovvero quelle fisiche) e quelle indirette (verbali) svolgano funzioni simili.

Non si ferisce solo con una spinta o con uno schiaffo, ma anche con le parole e con chiacchere che molti considerano innocue o un “semplice” passatempo.

                                        Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

Il secondo cervello? Nella pancia!

Alla maggior parte delle persone sarà capitato, dopo una discussione, una delusione, una preoccupazione, di manifestare sintomi quali crampi allo stomaco, nausea, bruciori, gonfiore o di non riuscire a mangiare sperimentando la sensazione di “stomaco chiuso”.

Il nostro intestino è uno dei primi bersagli degli effetti psicosomatici correlati allo stress; siamo in presenza, quindi, di somatizzazione, ovvero il fenomeno per il quale sperimentiamo sintomi fisici che però non hanno nessuna causa organica.

Diverse ricerche scientifiche hanno dimostrato che eventi stressanti provocano disturbi e, in alcuni casi, anche lesioni al sistema digerente. Si parla, in questi casi, di patologie funzionali, ovvero senza una causa organica nota, e tra queste troviamo la sindrome del colon irritabile.

Perché avviene tutto ciò? Perché quando proviamo emozioni negative abbiamo ripercussioni specialmente sul nostro apparato digerente?

In quest’ultimo si trova un gruppo di cellule nervose, dette, nel loro complesso, cervello addominale; tali cellule comunicano con il nostro sistema nervoso: c’è, quindi, uno “scambio di informazioni” tra i nostri “due cervelli”.

Il cosiddetto cervello addominale è in grado di funzionare in modo autonomo, come se fosse, appunto, un secondo cervello, e controlla le contrazioni intestinali e il flusso sanguigno nella parete intestinale.

Le aree cerebrali coinvolte nella reazione allo stress provocano delle secrezioni di ormoni e neurotrasmettitori che intervengono sull’intestino, e quest’ultimo invia al cervello messaggi che provocano, a loro volta, un nuovo rilascio delle stesse sostanze, in una specie di circolo ininterrotto. In situazioni di stress vengono, perciò, prodotte da diverse aree cerebrali alcune molecole, presenti anche nell’apparato digerente, che, una volta rilasciate, provocano alterazioni del funzionamento intestinale.

Diversi sono gli effetti di un evento stressante sull’apparato digerente: dolori durante la digestione, accelerazione dell’attività del colon, alterazione della flora intestinale, fino alle infiammazioni croniche.

Ovviamente, ognuno reagisce in modo diverso agli eventi negativi o traumatici e anche in caso di disturbi legati all’apparato digerente, diversa sarà la loro entità. I disturbi intestinali, così come altri disturbi psicosomatici, dipendono dalla capacità di adattamento psicologico del singolo individuo: in caso di adattamento positivo, l’organismo ritrova un nuovo stato di equilibrio, mentre in presenza di un adattamento negativo, l’organismo si esaurisce e lo stress provoca, di conseguenza, disturbi fisici.

Alcune volte non possiamo impedire agli gli eventi negativi di accadere, in quanto non dipendono da noi, ma possiamo comunque imparare a gestirli e ad affrontarli. In particolare, coloro che somatizzano soprattutto a livello dell’apparato digerente possono mettere in atto alcuni comportamenti, alcune piccole accortezze per fare in modo di non peggiorare i loro disturbi; ad esempio consumare i pasti in un clima rilassato, sedersi a tavola con persone con le quali fa piacere stare insieme ed evitare discussioni nelle ore che precedono e seguono i pasti.

La prossima volta, pensiamoci bene prima di accettare un invito a pranzo da una persona con cui non ci sentiamo a nostro agio!

Dottoressa Lorenza Fiorilli, Psicologa

La storia del “Al Bicerin”, il caffè più antico di Torino, dove anche Cavour amava sorseggiare la storica bevanda che dal 2001 è nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Piemonte.

di Alessandra Fiorilli

Una storia, quella del  “ Caffè piĂą antico della città”, come ci dice Alberto Landi, curatore de “Al Bicerin” ,  che affonda le sue radici in un tempo lontano.

Nato nel 1763,  lo storico locale è ospitato dal 1856 al piano terra dell’elegante palazzo antistante il Santuario della Consolata, a Torino, cittĂ  nella quale Al Bicerin:  â€śRappresenta, da secoli,  una sicurezza”, come dichiara Alberto Landi, il quale sottolinea un altro aspetto importante: “Nella scelta delle materie prime ci facciamo guidare dal senso profondo e dalla fedeltĂ  alle nostre tradizioni e alle antiche ricette che si riflettono nella qualitĂ  dei  nostri prodotti”.

Oggi come ieri, infatti,  i torinesi, ma anche i turisti  italiani e stranieri, sono accolti  in un ambiente caldo e confortevole, ricco arredi in legno, di specchi, di lampade e di scaffalature progettate appositamente per ospitare i numerosi vasi di confetti.

La bevanda con la quale torinesi e turisti amano coccolarsi è il bicerin  a base di caffè, cioccolato, crema  di latte e servita rigorosamente nei bicerin, piccoli bicchieri di vetro, dai quali, appunto,  prende il nome.

Tra i personaggi che abitualmente hanno frequentato “Al Bicerin”,  un nome che ha fatto la Storia d’Italia:  Camillo Benso Conte di Cavour, il quale sorseggiava la bevanda mentre attendeva la famiglia in visita al prospiciente Santuario della Consolata.

“Al Bicerin” vanta anche un altro primato: è stato il primo locale a conduzione femminile  e l’unico dove le donne potevano entrare a gustare vermouth e rosolio.

Altri frequentatori  dello storico caffè torinese, sono stati:  Alexandre Dumas padre,  nel periodo del suo soggiorno nella cittĂ  della Mole,  Friedrich   Nietzsche , il compositore Giacomo Puccini, gli scrittori Guido Gozzano, Italo Calvino, Umberto Eco, e i torinesi  Erminio  Macario, l’ Avvocato Gianni Agnelli, il re Umberto II con la consorte Maria Josè.

Non solo politica  e letteratura,  “Al Bicerin”   Ă¨ stato amato anche dal cinema, non a caso  è stato il set di molto film, tra questi “La meglio gioventù”  di Marco Tullio Giordana, e “Ciao ragazzi” di Liliana Cavani.

A rendere  così unica la bevanda del bicerin  Ă¨ la cioccolata che cuoce lentamente per ore in particolari pentole di rame, secondo un’antica tradizione, non a caso  nel 2001 la Regione Piemonte ha inserito proprio il bicerin nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari  Tradizionali della Regione.

I frequentatori  del locale possono gustare, oltre al bicerin, anche l’omonima torta glassata, a base di caffè e  cioccolata,  nonchĂ©   il Liquore  Regale , la torta di nocciole, il toast al cioccolato e i biscotti al burro.

                                                     Alessandra Fiorilli

Infarto: come riconoscerlo e quanto è determinante il fattore “tempo”. Ne parliamo con uno dei maggiori esperti internazionali, il Professor Paolo Calabrò

di Alessandra Fiorilli

“Per infarto del miocardio s’intende la morte cellulare causata da un restringimento delle coronarie che portano il sangue al cuore. Tale restringimento è legato a problematiche dell’aterosclerosi, una patologia cronica, che dĂ  manifestazione acuta proprio durante l’evento infartuale. Nell’aterosclerosi il trombo è un aggregato di piastrine che forma una sorta di “tappo“, il quale, appunto, va ad occludere completamente, o in parte, le coronarie”.

A parlare è uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Causa principale dell’insorgere del infarto, sono gli elevati livelli di colesterolo nel sangue: “Oltre il 60% dei pazienti con infarto del miocardio, presentano livelli elevati di colesterolo, ecco perché è quanto mai importante tenerlo sotto controllo” come il Professor Calabrò ha esaurientemente illustrato in una precedente intervista pubblicata sulla rivista online EmozionAmici., il 12 Febbraio scorso e che potete leggere al seguente link : https://www.emozionamici.it/2020/02/12/ipercolesterolemia-familiare-dislipidemie-e-sindrome-metabolica-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-internazionali-il-professor-paolo-calabro/

“La restante parte dei soggetti che annualmente va incontro ad un infarto, non presenta elevati livelli di colesterolo anche se, l’evento legato all’infarto del miocardio, è indicativo che qualcosa, ovviamente, non va”

I sintomi più frequenti dell’infarto sono: “Dolore al torace, dispnea e astenia. Questa è la sintomatologia classica legata all’insorgenza improvvisa dell’infarto, anche se il soggetto diabetico e l’anziano, ad esempio, possono presentare un quadro atipico della manifestazione: si parla, infatti, di infarto silente che si verifica abbastanza di frequente. Ma anche in questo caso, il danno al cuore si riscontra comunque”

Dopo l’insorgenza dell’episodio infartuale: “Il paziente può riportare un danno minimo o un danno esteso al muscolo cardiaco, e nei casi più gravi, ne può conseguire un’insufficienza (o scompenso) cardiaco.”.

Coloro che dopo un infarto riscontrano danni più pesanti, di solito sono pazienti: “Con uno stile di vita errato, che fanno scarsa attività fisica, fumano, abusano di sostanze alcoliche, e non assumono correttamente la terapia che viene prescritta loro ”.

Oltre a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue, dopo i 40 anni d’età, è consigliabile anche sottoporsi annualmente ad un elettrocardiogramma, nell’ambito di una prevenzione che può aiutare particolarmente coloro che presentano un rischio elevato di andare incontro ad un infarto del miocardio: “L’elettrocardiogramma non salva la vita, certo, ma è comunque necessario effettuarlo”.

E dopo un infarto cosa deve fare il paziente? “Da un punto di vista alimentare, potrà assumere tutti gli alimenti, ma in quantità moderata e poi dovrà seguire, nel periodo che segue alla dimissione ospedaliera, una riabilitazione, necessaria sia per i giovani che per i meno giovani. Tali sedute di riabilitazione cardiovascolare possono essere messe a punto già nella stessa struttura, dove è avvenuto il ricovero, come avviene presso il Dipartimento Cardio-Vascolare che ho l’onore di dirigere all’interno dell’AORN Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta”.

Il paziente già colpito da un infarto ha spesso il timore di dover affrontare un secondo episodio: “Questa eventualità dipende dal soggetto, dalla sua aderenza a terapie e controlli che gli verranno prescritti e dalla sua attenzione ai fattori di rischio di cui abbiamo già parlato”.

E’ importante conoscere il proprio fisico e prestare attenzione ai segnali che esso ci manda, perchĂ© una presentazione tardiva al Pronto Soccorso può comportare conseguenze gravissime, come: “Il crepacuore, ovvero la rottura del cuore, che rientra tra le complicanze meccaniche piĂą gravi dell’infarto, ma che oggi, per fortuna, risulta essere relativamente rara“.

Purtroppo di presentazioni tardive al Pronto Soccorso se ne sono registrate moltissime durante il periodo del lockdown, causato dall’emergenza sanitaria COVID-19: “I pazienti si sono tenuti l’”infarto addosso”, come si dice in gergo, e lo stesso infarto ha avuto, dunque, tutto il tempo di danneggiare il cuore. Nelle prime settimane del lockdown non solo i pazienti che avrebbero dovuto eseguire i controlli di ruotine non si sono presentati, ma, cosa ancora più grave, come abbiamo detto, le persone con sintomi legati all’infarto, hanno scelto di rimanere a casa, dove, purtroppo, sono morti di crepacuore per la mancata presentazione al Pronto Soccorso. Attualmente, dunque, nelle strutture ospedaliere si sta registrando un super lavoro, ma anche un aumento dei casi di aritmie dovute al fatto che in moltissimi si sono tenuti lontani dagli ospedali durante l’emergenza sanitaria”.

                                           Alessandra Fiorilli

Napoli, al Gran Caffè Gambrinus, dove anche la Storia ha sorseggiato un caffè

di Alessandra Fiorilli

1860: a Napoli, nella centralissima Via Chiaia, nasce il Gran Caffè Gambrinus, la cui gestione passerà, nel 1890, a Mario Vacca, il quale volle fortemente che le sale del locale, ormai punto di ritrovo per i napoletani, venissero affrescate dall’architetto Antonio Curri, che aveva già decorato con la sua arte, formatasi alla Scuola di Posillipo, la Galleria Umberto I, poco distante dal Gambrinus.

Il nome del locale simbolo di Napoli , deriva da quello  del Principe delle Fiandre Joannus Primus, considerato patrono della birra, bevanda, questa, non tipicamente partenopea, ma che salverĂ  il Caffè Gambrinus negli anni ’70 del secolo scorso, quando il colera infesterĂ  Napoli, come vedremo oltre.

La sua doppia anima, di Caffè Letterario al mattino e al pomeriggio, e di Caffè Chantant alla sera, farĂ  del Gambrinus un punto di riferimento non solo per gli abitanti di Napoli, ma anche per i letterati, come Gabriele D’Annunzio, il quale durante il suo soggiorno nella cittĂ  dominata dal Vesuvio,  dal 1891 al 1893,  proprio nelle sale affrescate del Gambrinus, dove s’ intratteneva, darĂ  alla luce  la poesia “A vucchella, “ successivamente musicata da Francesco Paolo Tosti e appezzata in tutto il mondo grazie alla voce del grande Enrico Caruso. Ai tavoli del Gambrinus amavano sedersi anche Benedetto Croce, Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio, e questi ultimi,  come si narra, ebbero l’idea di fondare il quotidiano “Il Mattino”, proprio davanti ad una tazzina di ottimo caffè.

Non solo gli italiani, tra i quali anche musicisti come il compositore Pietro Mascagni, ma anche gli intellettuali stranieri subirono il fascino del Gran Caffè Gambrinus e delle sue sale: da Oscar Wilde al Premio Nobel per la Letteratura Ernest Hemingway, dalla Principessa Sissi al filosofo francese Jean-Paul Sartre.

In tempi piĂą recenti, il caffè Gambrinus è stato il luogo preferito  da Maurizio De Giovanni, dalla cui penna sono nati i romanzi “I bastardi di Pizzofalcone”, poi diventati fiction di successo.

“Ancora oggi il Gran Caffè Gambrinus accoglie ed organizza incontri letterari e presentazioni di libri, a testimonianza di un fermento culturale ancora così vivo”, dichiara Massimiliano Rosati, il quale, insieme agli zii materni Antonio e Arturo Sergio, gestisce il Gambrinus, che nel corso della sua storia centenaria ha conosciuto, almeno sino al lockdown dello scorso mese di marzo, una solo chiusura: “Nel 1938, quando che i gerarchi  ritennero che i locali fossero un punto di incontro per gli  intellettuali contrari al fascismo”.

Ma nel 1946 il caffè riaprì e da allora ha ripreso la sua storia, come se quella parentesi durata 8 anni, non fosse mai esistita per gli animi dei napoletani, per i quali il Gambrinus  rappresenta:  â€śUn motivo di orgoglio. Non è un caso che ogni qualvolta i nostri concittadini hanno un ospite in famiglia, decidono di fargli assaporare la vera anima napoletana, offrendogli il nostro caffè”.

Ma il Gambrinus non è solo sinonimo della bevanda simbolo di Napoli,  ma racchiude in sĂ© le tradizioni piĂą care, come:  â€śIl caffè sospeso  e la piĂą classica pasticceria”.

Anche il turista è attratto dagli storici locali:  â€śIn grado di  scatenare in lui una forte curiosità” , turista  che non va mai via senza aver gustato il caffè, che per Napoli è un sentimento”.

 E poi come non gustare il simbolo della Pasticceria napoletana come la:  â€śSfogliatella, che rappresenta la napoletanitĂ  nel suo essere e che ha avuto una svolta particolarmente felice dopo il 1994, anno in cui Napoli ha ospitato il G7. Non a caso,  da allora,  le nostre sfogliatelle, sia ricce che frolle, spesso insieme alla pastiera, sono spedite ogni giorno in tutto il mondo”.

Dietro lo sfarzo delle sale da thè  e alla ricchezza della pasticceria che fa bella mostra di sĂ©, e al via vai continuo, ininterrotto di persone, c’è il sogno di un bambino, come ci racconta Massimiliano Rosati:  â€śMio nonno Michele,  agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, rilevò la conduzione del locale assieme ai figli Artuto ed Antonio, i miei zii,  e al genero Giuseppe Rosati, mio padre. Ecco… proprio nonno Michele, quando da bambino,   passava per via Chiaia con suo padre, era attirato dalle vetrine appannate del Gambrinus e un giorno, profeticamente, disse al mio bisnonno che di vetrine ne avrebbe aggiunte altre, quando un giorno sarebbe diventato il proprietario  del prestigioso locale: e così è stato. Ma prima di arrivare a realizzare questo sogno, la nostra famiglia ha dovuto affrontare il periodo buio dell’epidemia di colera del 1973, quando, a risollevare le sorti del locale fu la comunitĂ  di eritrei che abitavano a Napoli, e che facevano largo uso di birra da asporto, ovvero bevevano direttamente dalla bottiglia”.

 E quindi quella birra di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo,  “E’ stata  provvidenziale”.

Terminata l’emergenza sanitaria del colera, il Gambrinus ha conosciuto una crescita esponenziale, divenendo il locale preferito dei Presidenti della Repubblica Italiana, i quali, quando erano a Napoli non potevano fare a  meno di gustare un caffè nello storico locale:  “Negli anni ’80 Francesco Cossiga e poi, nel 2001 l’allora Capo di Stato Carlo Azeglio Ciampi che insistette per pagare il caffè. I miei zii all’inizio fecero resistenza, ma poi videro il grande appuntamento con la Storia: quello era il primo euro speso al Gambrinus. “.

Dopo decine e decine di anni di ininterrotta attivitĂ , sempre pronti ad accogliere i propri clienti, anche il Gambrinus ha dovuto chiudere nei mesi del lockdown in seguito all’emergenza sanitaria per il Covid-19: “Ci siamo sentiti come un treno in corsa che si è schiantato contro un muro. La cosa piĂą sconvolgente di quei mesi è stato il silenzio, non solo ovviamente, nei nostri locali,  ma in tutta Napoli, in tutta Italia. E in una cittĂ  come la nostra il silenzio fa ancora piĂą male perchĂ© per le vie, le piazze c’è sempre quel brusio piacevole che ti coccola e  ti fa compagnia”.

Poi la riapertura e quel: “Finalmente!” pronunciato da tutti, eppure, mentre tutto riprendeva vita e le voci tornavano a salire:  â€śNoi abbiamo ripreso a lavorare a testa bassa, così  alacremente e con rinnovato impegno, da far nascere, nei nostri laboratori, un  silenzio assordante:  perchĂ© quello non era il momento di parlare, ma di ricominciare il nostro impegno quotidiano”.

Ringrazio Massimiliano Rosati per la sua disponibilitĂ , la sua affabilitĂ  tutta napoletana e lo ringrazio per quei suoni, odori e sapori che è riuscito a rendere così reali e vicini attraverso le sue parole,  le sue descrizioni di Napoli, della gente, delle personalitĂ , dei turisti, che nel corso degli anni sono entrati al Gambrinus, dove anche la Storia si è seduta al tavolo per sorseggiare un ottimo caffè.

                                                 Alessandra Fiorilli