Ipertensione: quanto è importante lo stile di vita. Ce ne parla il Professor Paolo Calabrò, tra i massimi esperti della cardiologia internazionale

Termini medici quali “pressione arteriosa” e “ipertensione” sono tra i più usati anche nel linguaggio quotidiano e se molti dichiarano di avere in casa uno strumento per la misurazione domiciliare, alcuni preferiscono recarsi in Farmacia e altri ancora si sentono tranquilli solo quando il Medico di famiglia, con lo sfigmomanometro, misura la pressione, ovvero :” La tensione, prodotta dal battito cardiaco, sulle  arterie”, come ci dice uno dei massimi esperti nel panorama della cardiologia internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione del Professor Paolo Calabrò)

Tenere la pressione sotto costante controllo è sempre una buona regola perché l’ipertensione, silente e subdola, può creare molti danni alla salute: “Esponendo il soggetto che ne soffre ad un rischio maggiore di andare incontro ad un ictus o infarto”.

Due sono i valori che vengono riportati nella misurazione:” La Minima, o diastolica che si ha nel momento in cui il cuore si rilassa, la Massima, o sistolica, che in realtà coincide con il momento della contrazione cardiaca del ciclo cardiaco, ovvero quando il cuore trasmette la sua massima forza sulle arterie”.

Non tutti sanno che, oltre al metodo più frequente e tradizionale della misurazione, “Non invasivo”, c’è ne è anche un altro:” Al quale si ricorre quando il paziente è ricoverato nei reparti di terapia intensiva o in degenza post-operatoria, dove è richiesta una misurazione continua e costante della pressione continua. Tale metodo richiede l’inserimento di cateteri direttamente nei vasi sanguigni”.

Nel caso della misurazione domiciliare, la regola da seguire è quella degli antichi latini “In medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo, ndr), perché, se è vero che la pressione arteriosa è da sottoporre a controlli regolari, è pur vero che la sua misurazione più volte al giorno può creare, a volte, inutili timori, come dichiara il Professor Paolo Calabrò:  “Il controllo domiciliare che molti fanno della propria pressione è una buona pratica da seguire, se si pensa che c’è una percentuale dei pazienti che fa registrare la cosiddetta “ipertensione da camice bianco”: trattasi soprattutto di soggetti ansiosi i quali, di fronte al medico tendono ad entrare in uno stato di agitazione tale da registrare dei valori pressori più elevati”.

E’ buona regola, però, anche nel caso della misurazione domiciliare:” Non fermarsi mai alla prima misurazione che spesso registra valori più alti

Non cadere, però, neanche nell’ossessione di controllare la pressione più volte al giorno: “Molto spesso ai miei pazienti consiglio di misurarla tre volte la settimana in orari diversi: il lunedì al mattino, il mercoledì all’ora di pranzo e il venerdì di sera”.

Da seguire, in caso di misurazione domiciliare, alcune semplici e basilari regole per non incorrere in una risultato falsato da possibili interferenze esterne:” Ovviamente anche il luogo dove si realizza la misurazione ha una sua importanza: l’ambiente deve essere, pertanto, confortevole e rilassante. Bisogna inoltre stare seduti e attendere alcuni minuti prima di procedere alla misurazione. Il braccio dovrà essere libero, non compresso da maglioni o camicie, che potrebbero inficiare una corretta misurazione”.

Una singola misurazione “fuori dalla norma”, non deve, però, mettere in allarme: “Non basta un singolo valore per parlare di ipertensione o di ipotensione.  I valori ottimali per la pressione, secondo quanto stabilito dalla Società Europea di Cardiologia, sono per la Massima, minori o uguali a 120 e per la Minima, uguali o minori a 80, e comunque sono da considerare normali fino a valori di 130/85. Quindi, tecnicamente, chi registra 130/85 non deve temere di avere la pressione alta. Inoltre, un dato fondamentale da tenere sempre in considerazione è che il singolo valore non è da considerarsi in assoluto, ma deve essere rapportato, di volta in volta, al singolo paziente. Ad esempio, per un anziano valori compresi tra 130/135 di Massima sono da considerarsi non patologici, in quanto, con il passare dell’età le arterie sono più rigide, andando incontro ad un naturale irrigidimento che rende il passaggio del sangue più difficoltoso, con un aumento conseguente della pressione. Gli stessi valori sopra menzionati, invece, se si dovessero riscontrare in un ragazzo di 15 anni richiederebbero un’attenzione particolare”.

Il valore della pressione, quindi:” Deve essere studiato nell’ambito di un quadro clinico più generale. In pazienti, ad esempio, con diabete mellito i valori devono essere più bassi, perché già il diabete espone il paziente a rischi più elevati”.

L’ipertensione, inoltre:” Si divide in essenziale che è quella che preoccupa di più i medici perché non si riesce ad individuare una chiara causa e secondaria, legata, invece a patologie come l’insufficienza renale, il rene policistico e le malattie endocrine e metaboliche”.

E quindi è sempre consigliato seguire una buona regola:” Il paziente affetto da Ipertensione Arteriosa deve essere consapevole dell’aumento del rischio cardiovascolare, ma non deve per questo sentirsi malato: è sufficiente, infatti, adottare alcuni accorgimenti o piccoli cambiamenti nello stile di vita. Ad esempio, è buona norma combattere l’obesità, ma anche il sovrappeso, evitando uno stile di vita sedentario. A volte un’attività fisica regolare, 2-3 volte alla settimana per circa mezz’ora, sarà sufficiente a riportare i valori nella normalità e tale attività è la prima “pillola” da prescrivere al soggetto iperteso insieme ad una dieta che vedrà la riduzione della quantità di sale  e condimenti, mai, però, abolire un alimento perché la dieta, soprattutto quella Mediterranea, deve essere sempre completa. Bene anche l’aumento del consumo di fibre e verdure perché aiutano ad eliminare le scorie e migliorano il transito intestinale, evitando quella tensione che rischia di essere una concausa dell’ ipertensione stessa. Ottimo anche il consiglio di incrementare l’introito di acqua e l’uso di tisane. Pertanto, possiamo concludere dicendo che prescrivere farmaci è la cosa più semplice ed ovvia, ma non sempre è la strategia più indicata come approccio iniziale al paziente con ipertensione arteriosa”.

Attenzione infine anche allo stress: “Molto diffuso, specie tra i giovani professionisti che lavorano anche 12-14 ore al giorno e che non sempre hanno la possibilità di seguire un’alimentazione sana e completa. In particolare, in questo periodo di pandemia COVID-19, si sta riscontrando un aumento dei casi di ipertensione collegati proprio al particolare momento”.  

Alessandra Fiorilli                                  

Infarto: come riconoscerlo e quanto è determinante il fattore “tempo”. Ne parliamo con uno dei maggiori esperti internazionali, il Professor Paolo Calabrò

“Per infarto del miocardio s’intende la morte cellulare causata da un restringimento delle coronarie che portano il sangue al cuore. Tale restringimento è legato a problematiche dell’aterosclerosi, una patologia cronica, che dà manifestazione acuta proprio durante l’evento infartuale. Nell’aterosclerosi il trombo è un aggregato di piastrine che forma una sorta di “tappo“, il quale, appunto, va ad occludere completamente, o in parte, le coronarie”.

A parlare è uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò, direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria e direttore del Dipartimento Cardio-vascolare dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, Professore Ordinario della Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Causa principale dell’insorgere del infarto, sono gli elevati livelli di colesterolo nel sangue: “Oltre il 60% dei pazienti con infarto del miocardio, presentano livelli elevati di colesterolo, ecco perché è quanto mai importante tenerlo sotto controllo” come il Professor Calabrò ha esaurientemente illustrato in una precedente intervista pubblicata sulla rivista online EmozionAmici., il 12 Febbraio scorso e che potete leggere al seguente link : https://www.emozionamici.it/2020/02/12/ipercolesterolemia-familiare-dislipidemie-e-sindrome-metabolica-ne-parliamo-con-uno-dei-maggiori-esperti-internazionali-il-professor-paolo-calabro/

“La restante parte dei soggetti che annualmente va incontro ad un infarto, non presenta elevati livelli di colesterolo anche se, l’evento legato all’infarto del miocardio, è indicativo che qualcosa, ovviamente, non va”

I sintomi più frequenti dell’infarto sono: Dolore al torace, dispnea e astenia. Questa è la sintomatologia classica legata all’insorgenza improvvisa dell’infarto, anche se il soggetto diabetico e l’anziano, ad esempio, possono presentare un quadro atipico della manifestazione: si parla, infatti, di infarto silente che si verifica abbastanza di frequente. Ma anche in questo caso, il danno al cuore si riscontra comunque”

Dopo l’insorgenza dell’episodio infartuale: “Il paziente può riportare un danno minimo o un danno esteso al muscolo cardiaco, e nei casi più gravi, ne può conseguire un’insufficienza (o scompenso) cardiaco.”.

Coloro che dopo un infarto riscontrano danni più pesanti, di solito sono pazienti: Con uno stile di vita errato, che fanno scarsa attività fisica, fumano, abusano di sostanze alcoliche, e non assumono correttamente la terapia che viene prescritta loro ”.

Oltre a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue, dopo i 40 anni d’età, è consigliabile anche sottoporsi annualmente ad un elettrocardiogramma, nell’ambito di una prevenzione che può aiutare particolarmente coloro che presentano un rischio elevato di andare incontro ad un infarto del miocardio: “L’elettrocardiogramma non salva la vita, certo, ma è comunque necessario effettuarlo”.

E dopo un infarto cosa deve fare il paziente? “Da un punto di vista alimentare, potrà assumere tutti gli alimenti, ma in quantità moderata e poi dovrà seguire, nel periodo che segue alla dimissione ospedaliera, una riabilitazione, necessaria sia per i giovani che per i meno giovani. Tali sedute di riabilitazione cardiovascolare possono essere messe a punto già nella stessa struttura, dove è avvenuto il ricovero, come avviene presso il Dipartimento Cardio-Vascolare che ho l’onore di dirigere all’interno dell’AORN Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta”.

Il paziente già colpito da un infarto ha spesso il timore di dover affrontare un secondo episodio: “Questa eventualità dipende dal soggetto, dalla sua aderenza a terapie e controlli che gli verranno prescritti e dalla sua attenzione ai fattori di rischio di cui abbiamo già parlato”.

E’ importante conoscere il proprio fisico e prestare attenzione ai segnali che esso ci manda, perché una presentazione tardiva al Pronto Soccorso può comportare conseguenze gravissime, come: “Il crepacuore, ovvero la rottura del cuore, che rientra tra le complicanze meccaniche più gravi dell’infarto, ma che oggi, per fortuna, risulta essere relativamente rara“.

Purtroppo di presentazioni tardive al Pronto Soccorso se ne sono registrate moltissime durante il periodo del lockdown, causato dall’emergenza sanitaria COVID-19: “I pazienti si sono tenuti l’”infarto addosso”, come si dice in gergo, e lo stesso infarto ha avuto, dunque, tutto il tempo di danneggiare il cuore. Nelle prime settimane del lockdown non solo i pazienti che avrebbero dovuto eseguire i controlli di ruotine non si sono presentati, ma, cosa ancora più grave, come abbiamo detto, le persone con sintomi legati all’infarto, hanno scelto di rimanere a casa, dove, purtroppo, sono morti di crepacuore per la mancata presentazione al Pronto Soccorso. Attualmente, dunque, nelle strutture ospedaliere si sta registrando un super lavoro, ma anche un aumento dei casi di aritmie dovute al fatto che in moltissimi si sono tenuti lontani dagli ospedali durante l’emergenza sanitaria”.

                                           Alessandra Fiorilli

Ipercolesterolemia familiare, Dislipidemie e Sindrome Metabolica: ne parliamo con uno dei maggiori esperti internazionali, il Professor Paolo Calabrò

Di ipercolesterolemia si parla quando il colesterolo, grasso fondamentale per l’uomo, prodotto principalmente dal corpo ed introdotto per un 20/30% con l’alimentazione, supera i 200 mg/dl.

Se l’ipercolesterolemia si associa al diabete e all’ipertensione, può causare, più facilmente, la formazione di placche aterosclerotiche e c’è una probabilità maggiore che si registrino eventi cardiovascolari come l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale e l’ischemia degli arti inferiori.

Ne parliamo con uno dei massimi esperti in campo internazionale, il Professor Paolo Calabrò,  direttore della UOC di Cardiologia Clinica a Direzione Universitaria dell’A.O.R.N Sant’Anna e San Sebastiano a Caserta, direttore del Dipartimento Cardio-vascolare e Professore Ordinario della  Cattedra di Cardiologia, presso il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il Professor Paolo Calabrò (Foto per gentile concessione di Paolo Calabrò)

All’interno del quadro generale dell’ipercolesterolemia, esiste quella di tipo familiare, che si ha, più spesso: “A causa  dell’alterazione genetica del recettore LDL”, ossia il recettore del colesterolo cosiddetto “cattivo”.  Chi ha queste mutazioni e, quindi, alti livelli di colesterolo sin dalla nascita, va incontro ad una rapida formazione di placche aterosclerotiche. Attraverso dei prelievi ematici in alcuni Centri specializzati, come il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, è possibile eseguire dei test genetici che possono confermare o meno la diagnosi di ipercolesterolemia familiare.  Eseguiti gli esami ematologici di routine, come colesterolo totale, HDL, LDL, emocromo, glicemia, funzionalità epatica, tiroidea e renale, il paziente sarà seguito nel percorso di follow-up e, scelta la terapia migliore, tornerà presso il centro, per monitorare il tutto.  Uno screening familiare consente, quindi, di poter intervenire in maniera tempestiva all’interno di un quadro dove, purtroppo, l’assunzione di integratori alimentari, quali il riso rosso fermentato, hanno un ruolo marginale. In questi casi, il ricorso alle statine, che agiscono soprattutto sull’inibizione della produzione del colesterolo endogeno da parte del fegato, è necessario. Demonizzate da più parti, hanno subito un attacco indiscriminato. Non possiamo dire che non abbiano effetti collaterali, ma il più delle volte sono proprio necessarie, inoltre, quelle messe a punto più recentemente, risultano maggiormente tollerate.”

Talvolta alla statina, che va ad agire sul processo di sintesi, si associa anche all’ezetimibe, che ha la funzione di limitare l’assorbimento dello stesso colesterolo. “Ultimamente ci sono anche farmaci di ultima generazione, come gli inibitori di PCSK9 che sono mostrati sicuri ed estremamente efficaci nel ridurre il colesterolo LDL”.

Il paziente che è affetto da ipercolesterolemia familiare, però, non deve schermarsi dietro questa alterazione genetica e pensare che nulla possa fare, oltre ad assumere i farmaci: “Anche per questi soggetti è importante seguire uno stile di vita adeguato, ovvero un’alimentazione varia ma corretta, e praticare un’attività fisica regolare, che aiuta, specie nei pazienti in sovrappeso, a diminuire il gito vita, ad abbassare la pressione arteriosa e a e far rientrare a valori accettabili anche la glicemia, che può trovarsi in concomitanza ad alti valori di colesterolo.”

Per quanto attiene all’alimentazione, il Professor Calabrò sottolinea come: “Per alcuni cibi non è il caso di parlare di abolizione totale, come per i formaggi, quanto di riduzione e moderazione nell’assunzione. Il junk-food, invece, è da eliminare, ma questo vale per tutti e non solo per chi è affetto da ipercolesterolemia familiare”. 

Accanto ai soggetti che sono affetti da tale patologia,  c’è un’altra tipologia di pazienti, ovvero coloro i quali si trovano a dover fronteggiare elevati tassi di colesterolo e trigliceridi nel sangue a causa di un’alimentazione e di uno stile di vita scorretto:” Siamo di fronte da un quadro clinico misto, che in gergo medico chiamiamo dislipidemia, caratterizzato da colesterolo, trigliceridi, basso colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo buono; quadro, anche questo, che conduce allo sviluppo di placche aterosclerotiche. C’è comunque da fare un distinguo necessario: in presenza del solo colesterolo è più facile agire prima che si formino le placche, le quali, senza un trattamento specifico, per loro naturale storia, tendono ad aumentare. Nonostante tutto, chi dovesse riscontrare la presenza di placche aterosclerotiche, ad esempio attraverso un ecocolordoppler dei tronchi sovraortici, non deve sentirsi “bollato”. La placca, grazie alla somministrazione di farmaci, può persino  diminuire”.

Si sente parlare sempre più spesso anche di Sindrome Metabolica: “Anche questa è causata spesso da uno stile di vita scorretto ed è caratterizzata da un aumento della circonferenza della vita, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete e dislipidemie”

Un cambio di alimentazione unito a un’attività fisica regolare, possono essere d’aiuto per combattere tale sindrome: “Sono sufficienti 30, 40 minuti di camminata a passo sostenuto ogni giorno per 4-5 volte la settimana. La camminata veloce, inoltre, è in grado di far aumentare il colesterolo buono. Bene anche l’assunzione, moderata, di vino rosso che contiene polifenoli”.

                                               Alessandra Fiorilli