Christkindlmarkt: il Mercatino di Natale di Bolzano dal 27 novembre regalerà tutta la sua magia

di Alessandra Fiorilli

È da tutti e da sempre definito il “Periodo più magico dell’anno”, con le sue luci, i suoi profumi, con il freddo invernale pieno d’amore, di abbracci, di baci e di genitori e nonni alla ricerca del regalo che possa far felice figli e nipotini, con i doni incartati sotto l’albero, con quel conto alla rovescia pieno di emozione.

E se il Natale è magia, in alcuni luoghi questa magia si concretizza, diventa reale, viene a prenderti per mano, ti chiede di chiudere gli occhi, di respirare l’odore di cannella e del vin brulè, di ammirare le opere dell’artigianato locale, e si diventa, così, consapevoli che quella magia renderà quel Natale  uno tra i più belli della vita.

E questa magia la si può vivere a Bolzano grazie al suo: “Mercatino di Natale che nasce nel 1991, primo in Italia, insieme a quello di Bressanone”, come dichiara la Direttrice dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano, Roberta Agosti.

Piazza Walther e l’incantevole Mercatino di Natale (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)

Una magia ammantata da un fascino che diventa reale, un fascino che: “Risiede nella fedeltà custodita nell’evento rispetto alle tradizioni dell’Avvento che ancora si vivono in Alto Adige”.

Anche quest’anno Bolzano, la Porta delle Dolomiti, come viene chiamata, accoglierà chi vorrà vivere la magia del suo Natale dal: 27 novembre, quando, alle ore 17.00 ci sarà l’inaugurazione del Mercatino, un appuntamento, questo, molto sentito e al quale partecipa la cittadinanza“. Le casette in legno con i loro espositori accoglieranno i visitatori:” Fino al 6 gennaio 2026”.

Via dei Portici addobbata con le luci e gli alberi di Natale (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)

E se inizialmente il Mercatino si svolgeva solo in Piazza Walther, il salotto buono della città, anche quest’anno, sarà “diffuso”, in quanto: Gli espositori, che saranno oltre novanta, si snoderanno fra la tradizionale piazza Walther e viale Stazione, e a questi si aggiungeranno circa una ventina di artigiani, i quali esporranno le loro creazioni artistiche lungo via dell’Isarco”.

La statua dedicata a Walther von der Vogelweide, a cui è dedicata l’omonima Piazza di Bolzano (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)

Il Mercatino, con i suoi chalet in legno, lo si assapora, lo si gusta, ma è anche un’ottima occasione per acquistare doni: “Qui si possono trovare, ovviamente, oggetti della tradizione legati al Natale, quali palline per l’albero, candele, statuette del presepe, corone d’Avvento, ma anche oggetti in vetro personalizzati e personalizzabili, articoli tessili natalizi, compresi quelli legati alla nostra tradizione, ovvero cappelli in feltro e pantofole tipiche.  Molto graditi sono i prodotti tipici della gastronomia altoatesina quali lo speck, salumi, formaggi tipici, ma anche miele, confetture, caramelle particolari e pasticceria natalizia. Non mancano gli oggetti in legno, in particolare quelli realizzati con il legno di cirmolo”.

Alcuni degli oggetti natalizi esposti nelle casette di legno (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)

Anche se è la tradizione ad attrarre sempre molto:” Più il prodotto è tipico, che sia un oggetto o che sia commestibile, meglio funziona”.

Chiedo a Roberta Agosti se, nel corso degli anni, si sia registrato un costante aumento dei visitatori:

 ” Non sempre c’è stato un aumento, ma in un arco di tempo lungo si può registrare una sana crescita che arriva a circa 1.000.000 di visitatori in sei settimane”.

E a Bolzano giungono da ogni parte d’Italia per ammirare la magia del mercatino, dove: “Si sentono parlare i dialetti di tutte le regioni” , mentre gli stranieri: “Arrivano soprattutto dall’ Austria e dalla Germania, ma anche dai paesi asiatici e dalle Americhe, sia settentrionale che meridionale”.

L’incanto di Piazza Walther con il suo clima natalizio (Foto per gentile concessione dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano)

Gustare lo Strauben, pastella fritta tirolese  e cosparsa di marmellata e zucchero a velo, o bere il vin brulè è una sensazione che riempie il cuore di calore natalizio, quel calore che Bolzano si sta preparando a vivere attraverso il suo Mercatino, definito da Roberta Agosti come: “Un aspetto di una città vestita a festa con luci, colori e profumi diversi da tutto il resto dell’anno. Il tutto è impreziosito da un programma culturale di grande respiro con quasi 150 concerti all’aperto che sottolineano la magia dell’Avvento. Molti dei gruppi sono in costume tipico e affascinano gli ospiti, ma anche gli abitanti, i quali vedono rappresentata una tradizione sentita e profonda che rivive ogni anno grazie a questo grande evento

                                Alessandra Fiorilli

L’antica città di Pompei ci racconta la tragedia del 79 d.C., ma anche la sua rinascita

di Alesandra Fiorilli

Sembra essere un giorno come tanti altri…il Vesuvio è lì, grande, imponente, è nostro amico, sembra proteggerci e ci aiuta con le sue ceneri vulcaniche a rendere fertili le nostre terre.

Nel 62 d.C abbiamo registrato un evento sismico, ma non ci siamo fatti scoraggiare e abbiamo ricostruito diversi edifici crollati a causa delle scosse.

Oggi è l’anno 79 d.C. …sentiamo un boato violentissimo: da quel vulcano da noi tanto amato stanno arrivando lapilli, colate di lava, flussi piroclastici…cerchiamo disperatamente di metterci in salvo, ma veniamo travolti, uccisi, e chissà se qualcuno mai si ricorderà di noi, di noi abitanti della ridente città di Pompei, con i nostri 66 ettari di estensione, le nostre case, le nostre Terme, il nostro Teatro…

Rimaniamo così, sommersi sotto metri e metri di materiali eruttivi…non c’è più l’andirivieni delle persone, non ci sono più le nostre bellissime case che ricordo perfettamente…e che mi sembra ancora di vederle, una ad una…

Ecco la Casa del Menandro, così chiamata per il ritratto di Menadro, commediografo ateniese, esposto nel portico; l’atrio è invece  abbellito da scene dell’Iliade e dell’Odissea.

La Casa del Menandro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

La Casa del Criptoportico prende, invece, il suo nome  dal grande corridoio coperto, chiamato appunto criptoportico, ornato da affreschi di satiri e menadi, mentre un fregio rappresenta scene della Guerra di Troia; motivi floreali ne decorano, invece, la volta.

La Casa del Criptoportico (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Criptoportico che dà il nome all’omonima casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Una tra le più grandi case, in termini di estensione, è quella del Fauno, così chiamata per la statua del satiro danzante posta all’ingresso. con i suoi 3000 metri quadri e che incanta con il pavimento ad intarsi di triangoli policromi. Un’altra particolarità di questa abitazione sono le pareti che, nella loro parte superiore, hanno tempietti a rilievo con il larario della casa.

La Casa del Fauno: particolare delle pareti con i tempietti a rilievo con il larario della casa (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Casa del Fauno: ingresso (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Tra le più sontuose spicca la Casa dei Dioscuri, con le sue 12 colonne di tufo nell’atrio principale.

La Casa dei Dioscuri con le sue colonne (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

L’eleganza la fa da padrona nella Casa degli Amorini Dorati, caratterizzata dal peristilio con giardino.

La Casa degli Amorini Dorati (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

La Villa dei Misteri accoglie con un grande affresco, raffigurante un rito misterico, che copre le tre pareti, dove spicca Dionisio insieme alla sua sposa Arianna. Anche negli altri ambienti ci sono esempi di splendide decorazioni.

La Casa dei Misteri, particolare degli affreschi (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

 

Molto caratteristico è il giardino della Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana, con la sua fontana marmorea.

La Casa di Marco Lucrezio su via Stabiana (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

A Pompei la vita quotidiana è palpitante, fatta di incontri, commerci,ed il cuore della città è il  Foro Civile, che ospita i più importanti edifici pubblici. La gestione degli affari e l’amministrazione della giustizia avviene invece nelle Basilica, mentre il luogo del culto è rappresentato dal  Santuario di Apollo, posizionato lungo la via che da Porta Marina arriva fino al centro della città.

Il Foro Civile (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Santuario di Apollo, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Gli spettacoli pubblici si tengono nell’Anfiteatro, che può contenere fino a 20000 spettatori e nel Teatro Grande, dove ci deliziamo ad assistere alle commedie e tragedie.

L’Anfiteatro (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Il Teatro Grande (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Di grande impatto scenografico sono le Terme Suburbane, decorate finemente.

Le Terme Suburbane, particolare (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)
Le Terme Suburbane (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Pompei)

Ecco…è questo a cui penso quando siamo seppelliti sotto metri e metri di strati di ceneri e lapilli …tutto sembrava perduto fino a quando, nella prima metà del 1700, qualcuno decide di riportarci alla luce e, grazie al lavoro di esperti, nel corso di centinaia di anni, i 2/3 di ciò che eravamo sono stati restituiti a voi, a noi.

E dal 1997 siamo Patrimonio dell’Umanità e siete in tanti che ci venite a trovare: lo scorso anno avete superato i 4 milioni, facendoci diventare, così, uno tra i siti più visitati in Italia.

E così, non ci sentiamo più soli…

                                       Alessandra Fiorilli

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: dove la Storia incontra impegno, dedizione, passione, la stessa mostrata dal suo Direttore, l’Avvocato Oreste Orvitti.

di Alessandra Fiorilli

La Storia non la si impara solo sui libri, perché la Storia non è soltanto un insieme di date, nomi, battaglie, unificazioni, lotte, ricostruzioni, ma anche di idee, innovazioni, scoperte, valori.

La Storia non ci vuole vedere soggetti passivi, ma richiede una nostra partecipazione, affinché venga interiorizzata e fatta propria.

La Storia è composta da tanti singoli tasselli chiamati uomini che, con il loro ingegno, il loro lavoro, il loro impegno, la loro passione, hanno permesso di rendere grande una Nazione.

Locomotive a Vapore esposte in uno dei padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

E conoscere la Storia di una Nazione significa riappropriarsi degli eventi, degli accadimenti che danno l’opportunità di sentirci come parte di un tutto, e la Storia d’Italia ha anche viaggiato sulla strada ferrata e su quei treni che è possibile ammirare al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a San Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli e gestito dalla Fondazione FS Italiane, costituita il 6 marzo 2013.

Questo complesso, incastonato in uno dei più suggestivi panorami mondiali, rappresenta il: “Simbolo dell’efficienza e dell’artigianalità italiana. A Pietrarsa sono condensati il sacrificio e l’esperienza di chi ha prestato servizio nelle Ferrovie Italiane. Visitare questo Museo significa poter comprendere cosa c’è dietro la storia di questo opificio ferroviario dichiara l’Avvocato Oreste Orvitti, Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa.

Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, Avvocato Oreste Orvitti ( Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Gli edifici che ospitano questa realtà museale unica in Italia sono proprio i padiglioni che costituivano il Reale Opificio Meccanico nato nel 1840 per volontà di Ferdinando II di Borbone, un anno dopo l’inaugurazione del primo tratto ferroviario italiano, quello della linea Napoli – Portici, tenuto a battesimo il 3 ottobre 1839.

Padiglione delle Locomotive a Vapore (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa rivestì un ruolo centrale anche nello sviluppo economico della nostra nazione, non a caso fu il primo nucleo industriale italiano che rimase attivo: Dal 1840 fino al 1975, anno della chiusura delle officine ferroviarie”, dismesse le quali,si pensò di trasformare il complesso in un Museo: “Il sito è diventato Museo Nazionale Ferroviario nel 1989 e, dopo la nascita della Fondazione FS che nel 2014 ne ha assunto la gestione, affidandomi l’incarico di Direttore, dopo accurati lavori di restauro, si presenta oggi in tutto il suo splendore ”.

Locomotiva da manovra 207.020 (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Il restauro, conclusosi nel 2017, non ha interessato solo i padiglioni, ma anche l’area esterna agli stessi, arrivando ad accogliere oltre: 250mila visitatori all’anno”, con l’incanto del suo giardino affacciato sul meraviglioso Golfo di Napoli.

Particolare dei giardini (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

I 36mila metri quadrati del Museo regalano un viaggio, è proprio il caso di dirlo, non solo nella storia delle ferrovie italiane, ma anche della nostra nazione.

Macchinari (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Il percorso espositivo dell’intero complesso offre, infatti, molti spunti di riflessione: “Pochi musei al mondo sono ospitati, come il nostro, all’interno di edifici storici che costituiscono essi stessi esempio di archeologia industriale in quanto risalenti all’epoca borbonica e dell’’Unita d’Italia. Anche per questo la nostra collezione ferroviaria è unica, con carrozze e locomotive che abbracciano un arco temporale che dal 1830 arriva fino ai tempi moderni. Da sottolineare, inoltre, la magnifica vista che il museo offre ai suoi visitatori, essendo situato proprio al centro del Golfo di Napoli”.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa visto dal mare (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa, il primo ed: “Unico museo ferroviario nazionale italiano”, spicca anche nel panorama europeo grazie alle sue locomotive e carrozze che incantano e stupiscono i visitatori con la loro grande capacità di far rivivere una Storia che è quella dei nostri avi, una Storia che viene e prenderci per mano, appena varcata la soglia del Museo, perché è possibile regalarsi anche un emozionante, emozionale e indimenticabile viaggio interattivo: “La visita al Museo inizia proprio partendo con l’esperienza del viaggio virtuale che dal 2016 consente di trascorrere 20 minuti a bordo del primo treno che percorse a 50 km orari il tratto Napoli – Portici, sui binari della prima linea ferroviaria italiana”.

Una pensilina storica (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Non è un caso che proprio il pezzo più antico esposto al Museo sia: La locomotiva a vapore Bayard, costruita nel 1839 e utilizzata per trasportare il Re Ferdinando II di Borbone e la sua famiglia”.

La caldaia della Locomotiva Bayard ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

La nostra storia, dunque, passa anche per Pietrarsa, dove sono esposte: “55 tra locomotive, carrozze, littorine, automotrici, ma anche oggetti come quelli relativi alla segnaletica e i modellini dei treni, molto amati dai bambini. E come non parlare, inoltre, di carrozze particolari come quelle destinate al servizio postale e al trasporto detenuti”

E a rinsaldare il prezioso legame tra passato e presente c’è un’iniziativa:” La domenica è previsto il servizio “Pietrarsa Express”, grazie al quale si arriva qui viaggiando su vagoni d’epoca trainati da locomotive elettriche d’altri tempi”.

Tra i 250mila visitatori annuali spiccano gli italiani provenienti: “Per il 40% dalla Campania e per il restante 60% dalle altre regioni; senza dimenticare i molti stranieri, specialmente austriaci, inglesi e tedeschi”.

Tra le carrozze esposte al Museo, la più iconica e anche ammirata: “È la carrozza del re, realizzata per i viaggi del sovrano e della sua famiglia, e il cui allestimento interno venne curato dall’architetto Giulio Casanova. Davanti a tanta magnificenza si rimane letteralmente senza fiato, perché qui si può ammirare l’immensa bravura degli artigiani che in quel periodo realizzarono gli arredi e i rivestimenti con tendaggi damascati, tappeti, e oggetti in vetro di murano che la abbelliscono e impreziosiscono”.

La Carrozza Reale ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Dettaglio del soffitto della Carrozza Reale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

E chi non avrà sentito, almeno una volta, i racconti di qualche nonno o bisnonno e dei loro viaggi sulle vetture “Centoporte” con le panche di legno: “Anche queste esposte al museo”, spesso agganciate a locomotive con il loro inconfondibile sbuffo di vapore che si scorgeva da molto lontano? 

Gli anni ’30 furono poi gli anni delle Littorine, delle loro sedute imbottite e delle piccole bagagliere, ma a Pietrarsa non ci sono solo carrozze e locomotive, c’è anche il plastico “Trecento Treni”, ospitato nell’area del Museo chiamata la Cattedrale, per la sua architettura caratterizzata da archi a sesto acuto. Tale plastico, perfettamente funzionante e che in molti ricorderanno esposto alla Stazione Termini, rappresenta le stazioni di Firenze Santa Maria Novella e del nodo ferroviario di Bologna.

Dettaglio del ponte del Plastico Trecento Treni (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Ma il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è tanto altro ancora, come testimoniato dal suo Centro Congressi:Il più grande polo congressuale del Sud Europa, capace di ospitare fino a 3000 persone, dove sono organizzati ogni anno circa 150 convegni.  Le sale attrezzate permettono a chi si reca a Pietrarsa per motivi di lavoro, non solo di partecipare ai meeting usufruendo delle più moderne tecnologie, ma anche di apprezzare la nostra storia che è qui custodita e mostrata”.  

Le Littorine (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa, dunque: “E’ più di un Museo: è un polo di aggregazione che in estate, dal mercoledì alla domenica, è aperto fino a mezzanotte. Abbiamo organizzato degustazioni di prodotti tipici del territorio e apertivi sulle terrazze affacciate sull’incantevole scenario del Golfo di Napoli, con vista sulle isole di Ischia e Capri. E poi serate musicali e una rassegna teatrale tutta al femminile significativamente chiamata “Binario rosa”. Oggi il Museo di Pietrarsa è un punto culturale a 360 gradi, e ad inizio novembre inaugureremo anche una fiera dedicata al modellismo”.

Il complesso vuole aprirsi al mondo, prevedendo anche aperture straordinarie in particolari momenti dell’anno: Nel periodo natalizio viene allestito un suggestivo mercatino. L’iniziativa ha preso il via nel 2018 e ha rappresentato una vera e propria sfida: abbiamo voluto fortemente la partecipazione di artigiani campani che hanno così avuto la possibilità di far conoscere la loro bravura ai moltissimi visitatori che partecipano ogni anno sempre più numerosi alla manifestazione”.

Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, l’Avvocato Oreste Orvitti ha trasmesso, nelle sue parole non solo tutto l’entusiasmo nel rivestire tale incarico, ma soprattutto la passione e il legame che lo uniscono alle Ferrovie Italiane, nelle quali ha cominciato a prestare servizio all’età di 20 anni, passando dal ruolo di macchinista, a quello di esperto in materie legali, dopo la laurea in Giurisprudenza.

 Ma c’è qualcosa del suo racconto che mi ha fatto commuovere e sono state queste parole: “Ho avuto la possibilità e il privilegio di vedere la mia passione trasformarsi nel mio lavoro. In 10 anni il Museo di Pietrarsa è diventato un simbolo, un motivo di orgoglio: diamo lavoro a 200 persone e sono 300 le aziende che collaborano con noi. Mi lega a questo luogo un profondo affetto perché è qui, quando c’erano le officine, che mio padre ha lavorato per molti anni. Ora ci sono io come Direttore del Museo, e ogni giorno lavoro nel luogo della memoria di famiglia e di tutti i ferrovieri, ma sono anche, al tempo stesso, il custode di un sito storico unico al mondo”.

            Alessandra Fiorilli

Il Palazzo Ducale di Mantova: il fascino di questa singolare struttura, la famiglia Gonzaga, il genio di Andrea Mantegna, raccontati dal suo Direttore, Dottor Stefano L’Occaso

di Alessandra Fiorilli

La Storia plasma gli uomini e, a sua volta, è da essi plasmata dalle loro decisioni.

La Storia è una serie di eventi che ne innescano altri ed altri ancora ed anche l’Arte non è certo immune dall’inevitabile fluire dei giorni, dei mesi, degli anni, dei secoli.

La facciata del Palazzo Ducale di Mantova su Piazza Sordello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo Ducale di Mantova è uno dei più significativi simboli di un tempo che ha plasmato la sua struttura, la quale: “Ha un incredibile valore storico artistico, essendo l’edificio monumentale più ampio d’Italia: è per la precisione la somma di una serie di edifici, di epoca e stile diversi, e include al suo interno piazze, giardini e una chiesa. I suoi oltre 1.000 ambienti sono il risultato di una stratificazione storica che parte indicativamente dalla fine del Duecento, con il nucleo costruito dalla famiglia Bonacolsi, per giungere agli interventi asburgici del Settecento. La storia dell’edificio coincide in buona misura con la fortuna della famiglia Gonzaga, che ne fece la propria residenza dal 1328 al 1707”, dichiara il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, il Dottor Stefano L’Occaso, il quale prosegue parlando della variegata ricchezza artistica custodita all’interno di quella che fu la sede dei Gonzaga: “Tra le testimonianze artistiche più importanti la celebre Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, il ciclo di affreschi tardo-gotici eseguiti da Pisanello all’inizio del Quattrocento, il ciclo di nove arazzi con le storie dei Santi Pietro e Paolo tratti da cartoni di Raffaello, i capolavori di Pieter Paul Rubens. Nella sezione del Museo Archeologico Nazionale è presente la straordinaria sepoltura cosiddetta degli “Amanti di Valdaro”, che risale a 5.300 anni fa e vede due giovani posti uno di fronte all’altra con un corredo di strumenti in selce, un’immagine di forte impatto emozionale che ha incuriosito da subito il pubblico”.

Il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Dottor Stefano L’Occaso, ritratto nella Galleria della Mostra (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Abbracciato dall’attuale Piazza Sordello, un tempo Piazza di San Pietro, e dalla riva del Lago Inferiore, nasce inizialmente come una serie di corpi che risultano disaggregati tra loro: sarà il secolo XVI a donare al Palazzo l’organicità che ancora oggi lo caratterizza e che gli ha permesso di :” Far parte del patrimonio dell’Umanità UNESCO di “Mantova e Sabbioneta” dal 2008”.

Gli affreschi di Pisanello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il percorso che accoglie i visitatori, facendo sperimentare loro concretamente come la Storia e gli eventi abbiamo plasmato, nel corso degli anni il Palazzo Ducale: “E’ ampio: parte dalla visita della Camera degli Sposi al piano nobile del Castello, attraversa la Corte nuova, la Corte Vecchia, con straordinari portici, gallerie, saloni, giardini, e include la sezione del Museo Archeologico con ingresso autonomo. Credo che uno dei motivi di maggior fascino del Museo sia la sua varietà: non solo di epoche e di stili, ma anche per il continuo e sorprendente passaggio tra interni ed esterni, tra ambienti minuti e giganteschi”.

La Camera degli Sposi di Andrea Mantegna (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Ed è proprio la Camera degli Sposi, il luogo maggiormente iconico del Palazzo: “Situata al piano nobile del Castello di San Giorgio, con la celebre immagine del suo oculo, è un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano ed è un’opera che nei secoli ha acceso la fantasia di milioni di visitatori e di tanti letterati e artisti”.

Il famoso oculo della Camera degli Sposi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Mentre la parte maggiormente apprezzata è: La Sala degli Specchi grazie ai suoi affreschi, ma anche la Sala dello Zodiaco e dei Fiumi, la Sala di Troia e le stanze private dell’appartamento di Isabella d’Este”.

La Sala degli Specchi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Alla meraviglia degli ambienti interni si affianca quella degli ambienti esterni: oltre al Giardino Pensile, spicca anche il Giardino Dei Semplici, risalente al 1603, del botanico Zenobio Bocchi, nonché il Giardino Segreto della marchesa Isabella d’Este.

Il Giardino pensile ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Dopo essere stato così amato dalla famiglia Gonzaga, il Palazzo Ducale di Mantova, il 2 aprile 1707, passa sotto la Casa D’Austria, la quale rivendica il diretto dominio del Ducato con il suo Palazzo che conserva, però, ancora nelle sue 1000 stanze, nei suoi meravigliosi giardini, l’impronta di una famiglia, la quale, secolo dopo secolo, lo ha reso magnificente e che ogni anno incanta circa :” 300.000 visitatoricon una buona percentuale di stranieri: “In maggioranza tedeschi, francesi e austriaci. Il Museo ha in ogni sala pannelli e informazioni bilingue, per accogliere il pubblico internazionale, che qui trova emozioni e sensazioni uniche”.

Uno dei capolavori di Rubens (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo accoglie i visitatori :”Tutti i giorni tranne i lunedì con orario continuato dalle 8.15 alle 19.15, quindi già l’apertura ordinaria è molto ampia; inoltre, sono previste aperture straordinarie in alcuni lunedì soprattutto in occasione di ponti festivi o in periodi in cui si prevede importante afflusso turistico e aperture straordinarie serali, sia correlate all’organizzazione di eventi (rassegne musicali, teatrali etc) che in occasione di particolari ricorrenze (Giornate europee del Patrimonio, Festa dei Musei etc.). Siamo normalmente aperti anche nei festivi più importanti dell’anno”.

Il cortile d’onore ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo è, inoltre, una realtà viva e palpitante, che ospita anche mostre temporanee:” Principalmente organizzate internamente dalla direzione del museo, ma anche iniziative organizzate da enti esterni” e riveste grande importanza per la città di Mantova: “È il principale monumento cittadino, per dimensioni e per numero di visitatori, sicuramente punto di riferimento per le attività culturali e turistiche del territorio e luogo identitario per i suoi cittadini”.

Ma senza dimenticare che: “A livello nazionale è sicuramente riconosciuto il valore storico artistico del complesso museale che accoglie ogni anno un numero di visitatori pari a circa sei volte gli abitanti della città; ed è uno dei primi venti musei a essere stati individuati come autonomi per la loro rilevanza“.

Concludo l’intervista chiedendo al Dottor Stefano L’Occaso, che vanta un ricchissimo curriculum di quasi 20 pagine, cosa significhi per lui rivestire l’incarico di Direttore del Palazzo Ducale di Mantova:

Sono particolarmente legato al Palazzo Ducale, avendo iniziato a lavorarci come funzionario storico dell’arte nel 2000, un quarto di secolo fa. Sicuramente è un grande privilegio poter guidare e occuparsi della tutela e della valorizzazione di questa importante parte del patrimonio storico artistico italiano, che naturalmente comporta anche una profonda responsabilità. In questo ruolo è necessario trovare un equilibrio tra conservazione e innovazione, tutela e valorizzazione, rimanendo all’interno degli schemi della pubblica amministrazione, che richiedono conoscenze approfondite delle normative che regolano la gestione della cosa pubblica”.

Alessandra Fiorilli

Volterra: un fascino lungo 3000 anni

di Alessandra Fiorilli

… e così, dopo aver percorso le dolci curve che ti hanno fanno ondeggiare tra alberi e prati sconfinati, in una natura abbagliante, ecco arrivare il cartello che ti annuncia di esser arrivato a destinazione: Volterra… e lei… lei ti sta attendendo, con il campanile del Duomo che svetta da lontano, arroccata su quel colle di tufo che sembra fosse abitato già nell’Età del Ferro. 

E così, dopo esser stati circondati dalla bellezza della Val di Cecina, ti incammini verso una delle porte di ingresso, tra le quali la più nota è la Porta dell’Arco, di origine etrusca ed ancora oggi perfettamente conservata.

Percorri le strade che hanno il sapore della storia ed arrivi fino alla piazza principale, avvertendo tutta la potenza della sua storia, una storia che risale a quasi 3000 anni fa, quando gli Etruschi la scelsero come una delle loro principali Città Stato.

Le mura, che avevano inizialmente un’estensione complessiva di circa 7300 metri, sono ancora oggi il simbolo di questa città, il cui sviluppo fu frenato a causa della sua vicinanza con Roma, destinata a diventare “caput mundi”.  Nonostante ciò, Volterra mantenne buoni rapporti con la Città Eterna, salvo poi essere annientata durante la guerra tra Mario, con il quale si era schierata, e Silla che, in segno di vendetta, ne ordinò l’assedio durato due anni, portando allo stremo la città, la quale subì, successivamente, un saccheggio devastante.

Un caratteristico scorcio delle vie di Volterra (Foto di Lorenza Fiorilli)

Nel V secolo D.C., divenne sede di una diocesi cui faceva capo un vastissimo territorio. Fu poi governata dai Longobardi, dai Franchi, fino a quando, tra il IX ed il X secolo, iniziò il Potere temporale dei vescovi.

Scorcio del Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

La costruzione di uno dei simboli di Volterra, Palazzo dei Priori, che si affaccia sull’omonima piazza, iniziò nel 1208 e sempre nel XIII secolo furono erette le case-torri, ovvero le fortezze private appartenenti alle famiglie nobili della città. Nello stesso periodo furono costruite le mura medievali, anch’esse ancora oggi visibili.

Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

Dopo essere stata sottomessa da Firenze nel 1472 e aver vissuto alterne vicende storiche, nel Seicento e Settecento, subì una profonda crisi demografica causata soprattutto dalla peste. La rinascita la si ebbe con il ritorno del potere dei Lorena nel 1814, al cui Granducato era stata già annessa nel XVII secolo.  Seguirono, così, anni di grande sviluppo grazie alla lavorazione dell’alabastro per cui è famosa ancora oggi. Fu negli anni seguenti che venne costruito il bellissimo Viale dei Ponti, dalla cui terrazza lo sguardo spazia fino al mare ed il paesaggio che incanta dai 500 metri di altezza, è dolce, sensuale, tanto da somigliare ad una donna languidamente adagiata su un triclinio e ritratta da un artista rinascimentale.

Il panorama che si gode dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando poi percorri in senso contrario la strada che ti ha condotto fino alla sommità, camminando su quelle vie lastricate di storia, avverti di essere stata parte di tanti eventi, di splendore e di cadute dalle quali Volterra si è alzata sempre e più forte di prima.

Il profilo del centro storico di Volterra visto dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E ti volti a salutare questa città, con i suoi 3000 anni di storia, ancora visibili e, appena varcata la porta dalla quale eri entrata, già senti la nostalgia di quelle vie dove si sente solo il rumore dei passi, di quell’ aria pulita, di quella bellezza che ti ha rapito ed emozionato, quella stessa bellezza toscana che ti conforta, sussurrandoti all’orecchio:” Non è un addio ma solo un arrivederci”.

                                 Alessandra Fiorilli

Il Limone Costa d’Amalfi : la storia e le caratteristiche di questo  prodotto IGP raccontate dall’ Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela.

di Alessandra Fiorilli

Il patrimonio di una nazione non è rappresentato solo dalle sue ricchezze artistiche o bellezze naturali, ma anche  da prodotti tipici che fanno subito Italia, e tra questi ci sono gli agrumi, simbolo del nostro clima mediterraneo e di luoghi ai quali vengono immediatamente  associati: è il caso del Limone Costa d’Amalfi che: Dal 2002 è un prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta), grazie alla creazione di un Consorzio di Tutela che, è stato riconosciuto dal MIPAF con DM 29 luglio 2003 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.193 del 21 agosto 2003 in base all’articolo 14 della legge 526/99 per la tutela, vigilanza e valorizzazione del prodotto”, come dichiara l’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela,  la quale ci racconta la storia dell’agrume simbolo della Costa d’Amalfi.

L’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Tra il IX ed il X secolo  il limone arriva dall’India, ma  viene di fatto introdotto dai Crociati di ritorno dal Medio Oriente, nonostante questo frutto fosse conosciuto già nell’antica Pompei, dove proprio all’inizio del 1900, già venne portata alla luce la “Casa del Frutteto” con all’interno dei limoni dipinti sulle pareti”, racconta l’Avvocato Gambardella, la quale ci tiene a sottolineare le proprietà di questo agrume il quale:  “Veniva imbarcato, sulle navi che partivano da Amalfi, antica Repubblica Marinara,  per curare i marinai, i quali si ammalavano di scorbuto, malattia che sconfiggevano proprio con la preziosa vitamina C contenuta nel limone, durante i lunghi viaggi verso l’Oriente”.

Ma tale frutto chiamato: Sfusato Amalfitano  per la sua forma allungata”ha avuto un ruolo di primo piano anche nel campo medico, infatti :“Veniva utilizzato già  dalla famosa Scuola Medica Salernitana, che, studiando gli agrumi ed in particolare  lo sfusato amalfitano, vide che quest’ultimo era ricco di olii essenziali e polifenoli (antiossidanti), oltre, che  ovviamente di vitamina C”.

La caratteristica forma affusolata del Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

A rendere il limone di Costa d’Amalfi  un prodotto IGP di particolare pregio e qualità è indubbiamente il : “Clima favorevole, perché mite e  senza sbalzi di temperature”.

Le caratteristiche dello Sfusato d’Amalfi sono le seguenti :” La forma affusolata, la buccia di medio spessore, la polpa succosa e gustosa, la  poca acidità, i pochi semi e la grammatura che deve essere di 100 grammi circa cadauno“.

Oltre a queste caratteristiche, il Limone Costa D’Amalfi, viene coltivato IGP solo nei :13 comuni della Costa d’Amalfi previsti dal Disciplinare di produzione che precisamente sono: Vietri sul Mare, Cetara, Maiori, Minori, Tramonti, Ravello, Scala, Atrani, Amalfi, Conca dei Marini, Furore, Praiano e Positano. La coltivazione avviene sui terrazzamenti a gradoni tipici della Costa d’Amalfi , perché ricavati nella roccia per  permettere all’acqua piovana di meglio irrigare e  drenare il terreno svolgendo, così, anche una protezione naturale, al fine di contenere il dissesto idrogeologico di un  territorio fragile, composto, appunto, da rocce calcaree friabili e scoscese . Da non dimenticare che tali terrazzamenti sono stati riconosciuti Patrimonio Mondiale dell’Unesco dal 1997”.

I pali di castagno sui quali sono adagiate le piante di limoni (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Lo Sfusato d’Amalfi è:Ottimo per la produzione del liquore, il famoso ed iconico limoncello, per i dolci, specie quelli tipici napoletani, ma da qualche tempo lo si usa anche per la pasta di limone, ovvero limone unito a  mandorle e usata come glassa. Novità di questi ultimi anni è anche il gin con Limone Costa d’Amalfi IGP”.

Tale agrume : “Cresce con i rami della pianta di limone adagiati e distesi su pali di castagno in modo che l’albero rimanga piegato verso il  basso e non è trattato con pesticidi nocivi alla salute, ma solo con l’utilizzo di prodotti biologici e poco impattanti per la salute; pertanto la sua buccia è edibile, infatti la stessa la si usa per produrre le gustose  scorzette candite“.

I rami carichi del Limone Costa D’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Il limone Costa d’Amalfi :”  E’ sottoposto a rigorose verifiche da parte dell’Organismo di certificazione, il quale controlla l’operato di tutti i soci del Consorzio che complessivamente  risultano essere, ad oggi, 259 di cui 232 soci produttori, 6  soci confezionatori e 21 soci trasformatori“.

Tale prodotto viene anche esportato all’estero: “Specie in Europa, in particolare in Germania ed in Svizzera, ma anche in America. Fuori dall’Italia, comunque è richiesto soprattutto sotto forma di prodotto trasformato , quindi limoncello, pasta di limone e caramelle”.

Il prodotto simbolo della Costa d’Amalfi, è coltivato “Su 150 ettari”,e  ogni anno donaDue milioni di chilogrammi circa di prodotto certificato IGP”.

Limoni Costa d’Amalfi IGP, particolare (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

 E così, grazie a chi sa curarlo e coltivarlo perché “Ci vuole un intero anno tra una raccolta ed un’altra”, si può assaporare tutto il gusto di questo prodotto: ” Unico e prezioso della Costa d’Amalfi chiamato anche “Oro Giallo”“.

                            Alessandra Fiorilli

Il Teatro Olimpico : tutto il suo fascino nelle parole dell’Assessore alla Cultura, Turismo e all’Attrattività del  Comune di Vicenza, Ilaria Fantin

di Alessandra Fiorilli

Tra i luoghi di una città ce n’ è sempre uno più iconico degli altri, perché il suo stile e la sua bellezza lo hanno trasformato in un simbolo… un simbolo il cui fascino continua a rapire e ad emozionare.

E questo luogo, per la città di Vicenza, è il Teatro Olimpico che per la città veneta: “ Non è solo un monumento: è la sua anima culturale, il suo simbolo identitario più profondo, l’ultimo capolavoro dell’architettura palladiana giunto, fino a noi, intatto come dichiara Ilaria Fantin, Assessore alla Cultura, al Turismo e all’Attrattività  della città di Vicenza, la quale prosegue : “ È il primo teatro stabile coperto dell’età moderna, progettato da Andrea Palladio secondo i canoni dell’architettura classica vitruviana, e concepito dall’Accademia Olimpica come luogo dedicato allo studio e alla celebrazione delle arti e delle scienze, capace di incarnare il forte ideale umanista della nostra città”.

L’Assessore Ilaria Fantin (Foto di Marco Bordin, per gentile concessione di Ilaria Fantin)

La scelta di Andrea Palladio di costruire un Teatro proprio a Vicenza è da rintracciarsi in un motivo profondamente connesso con la cultura che in quel tempo animava la città veneta: “ Già sede dell’Accademia Olimpica, fondata nel 1555 da un gruppo di intellettuali vicentini tra cui lo stesso Palladio” .

Sarà proprio proprio la stessa Accademia  a voler realizzare: “Uno spazio stabile e permanente per le proprie rappresentazioni culturali e teatrali”, come dichiara Ilaria Fantin,  la quale, nonostante la sua carriera da concertista l’abbia condotta in tutta Europa, è tornata poi  nella sua città di Vicenza per dedicarsi anche all’organizzazione di  eventi culturali.  

Il palcoscenico del Teatro Olimpico dal quale si ammira l’illusionismo prospettico (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La scelta dell’Accademia Olimpica  di creare e diffondere cultura utilizzando un luogo cittadino, cadde in quelle che erano le prigioni comunali, in pieno centro storico… e  fu così che:  “ Un luogo di reclusione diventò Un tempio della conoscenza e della libertà intellettuale, grazie ad un’operazione simbolica e concreta al tempo stesso, della quale la città si fece promotrice, rendendo tale progetto un autentico manifesto civico”

Il Teatro Olimpico è anche il simbolo di una continuità artistica che non si interrompe con la morte di Andrea Palladio, il quale aveva avviato il progetto il 15 febbraio 1580, sei mesi prima della morte che lo verrà a trovare il 19 agosto :” L’architetto aveva lasciato disegni e un modello ligneo, permettendo la prosecuzione dell’opera da parte di suo figlio Silla e, soprattutto, di Vincenzo Scamozzi, cui si deve il completamento della scenografia prospettica”.

Scorcio della concezione prospettica con la quale è stato realizzato (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

I lavori si concluderanno 5 anni più tardi e l’inaugurazione che avvenne: “ Con la rappresentazione dell’“Edipo re” di Sofocle, in una messa in scena straordinaria,  rese subito celebre il teatro in tutta Europa”.

Quello che colpisce e rapisce, già al primo impatto, è la scenografia:Realizzata nel 1585 da Vincenzo Scamozzi, il quale si ispirò alla concezione prospettica dell’epoca. Raffigura sette strade cittadine convergenti verso punti di fuga, costruite con legno dipinto, gesso e stucco per creare un’illusione di profondità. Le strade sono inclinate e illuminate in modo da accentuarne la tridimensionalità. In origine, le finestre e le porte finte contenevano lampade per creare effetti luminosi suggestivi”.

Vistare il Teatro Olimpico di Vicenza permette di conoscere da vicino: “Un capolavoro di illusionismo prospettico permanente, mai più replicato nella storia del teatroche rappresenta :” Un unicum assoluto nella storia dell’architettura teatrale ed  è l’unico teatro rinascimentale giunto integro fino a noi”.

La visuale dalle gradinate che costituiscono la cavea ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La particolarità è strettamente legata alla: “ Una scenografia fissa e tridimensionale, che rappresenta idealmente la città di Tebe, ma che in realtà è un omaggio alla Vicenza del Rinascimento. L’intero spazio è concepito come una macchina scenica perfetta e la scenografia è costruita con illusionismo prospettico straordinario, che suggerisce profondità illimitate in uno spazio di pochi metri. È, in definitiva, un teatro che non si limita a ospitare spettacoli: è esso stesso uno spettacolo permanente”.

Il fascino che esercita è difficile da esprimere a parole soprattutto  perché: “ Risiede nella sua capacità unica di emozionare ancora prima che inizi lo spettacolo. È l’architettura stessa a farsi palcoscenico di meraviglia: varcare la soglia del teatro significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo si dilata e l’antico dialoga con l’eterno. Ogni dettaglio , dalla scenografia prospettica alle proporzioni armoniche, è pensato per evocare un’ideale di città, in cui arte, bellezza e sapere si fondono in una profonda armonia. È un luogo che non si visita semplicemente: si vive, si contempla, si ricorda”.

Visuale dall’alto ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

Il Teatro Olimpico non è solo la storia della città e della sua cultura, ma una realtà viva e palpitante ancora oggi, difatti  :” Ospita una programmazione raffinata e selezionata, che privilegia spettacoli in linea con la sua natura e la sua struttura. Si tengono rappresentazioni di teatro classico greco e latino ma anche eccellenti rivisitazioni, concerti ed eventi culturali. Cito, tra tutti, il Ciclo degli Spettacoli Classici e il Festival Vicenza Jazz, due importanti rassegne del Comune di Vicenza che valorizzano il teatro nella sua doppia funzione di contenitore culturale e opera d’arte vivente. Ogni spettacolo è pensato per rispettare la sua acustica, la sua scenografia fissa, e il suo valore monumentale. È anche il luogo dove si tengono incontri istituzionali, eventi di diplomazia culturale, presentazioni accademiche, convegni scientifici e artistici, oltre a ricevimenti per delegazioni internazionali. Oggi, il Teatro Olimpico è un punto di riferimento culturale e turistico, che rende Vicenza un centro d’eccellenza nel panorama internazionale dell’arte e dell’architettura”.

Una suggestiva visione d’insieme del Teatro (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

E’ un Teatro che annovera, tra i suoi visitatori, figure storiche come Napoleone Bonaparte, Pio VI e Francesco Giuseppe d’Austria e ancora oggi: “E’ tuttora luogo simbolico di accoglienza per personalità di rilievo” dichiara l’Assessore Fantin la quale conclude l’intervista con queste parole : “Al Teatro Olimpico l’arte non si esibisce soltanto, ma si celebra, si discute e si tramanda”

Il Teatro Olimpico di Vicenza: l’intuizione di un genio, la volontà di una città che voleva creare un punto di riferimento per la cultura e la caparbietà di realizzare un capolavoro, nonostante il suo ideatore, il grande Andrea Palladio, avesse lasciato di questo suo progetto solo disegni ed un progetto ligneo destinato a diventare, però,  il simbolo imperituro della cultura vicentina.

                                     Alessandra Fiorilli

Asolo: dove la cultura è di casa. Intervista con la Dottoressa Beatrice Bonsembiante ed il Maestro Federico Pupo

di Alessandra Fiorilli

“Asolo, città dai cento orizzonti”: è così che il poeta Giosuè Carducci definì la cittadina posizionata sul monte Ricco, tra il Massiccio del Grappa a nord e la pianura a sud, che si allunga sin verso Padova e Venezia.

“E’ al centro di un crocevia tra le direttrici nord-sud ed est-ovest, e proprio ad est troviamo il letto del Piave  mentre ad ovest il Brentadichiara la Dottoressa Beatrice  Bonsembiante, Assessore alla Cultura  e Turismo del Comune di Asolo, la quale prosegue il suo racconto su questo borgo inserito tra quelli più belli d’Italia: “ Il primo insediamento umano della zona appartiene al popolo veneto, un popolo semplice, la cui edilizia era caratterizzata da strutture basiche, delle quali rimane in realtà pochissimo, infatti solo alcuni degli oggetti risalenti a quell’epoca sono conservati nel Museo Civico”.

La Dottoressa Beatrice Bonsembiante, Assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Asolo (Foto per gentile concessione della Dottoressa Beatrice Bonsembiante)

L’arrivo dei Romani nel I secolo A.C. segnò per Asolo: “Un grande sviluppo, tanto da diventare municipium romano grazie alla sua posizione strategica. E proprio i Romani costruirono le terme, l’acquedotto ed il teatro che ha una particolarità, tanto da distinguersi da tutti gli altri: è l’unico in contro pendio; quindi, la cavea non era situata nella parte bassa, ma in quella alta, e questo perché i Romani volevano che, alla fine della via Aurelia, tutti dovessero vedere, già a lunga distanza, la facciata del teatro stesso”.

Con la caduta dell’Impero, anche Asolo conosce un periodo buio che termina:”Dopo il 1288, con la presa del borgo da parte di Venezia: Asolo rimarrà una podesteria veneta fino al 1796, quando, con l’arrivo di Napoleone, la stessa città lagunare decadde”.

Ma torniamo alla fine del 1400, quando ad Asolo: “Giunge la Regina Caterina Cornaro, che era stata data in sposa per procura, all’età di 14 anni, al Re di Cipro Giacomo di Lusignano, in quanto il sovrano aveva molti debiti con Venezia e, quindi, il matrimonio li avrebbe, di fatto, cancellati. Ma il re attende quattro anni per far arrivare Caterina nella sua città”.

Caterina si adatta subito alla vita di Cipro ma: “Dopo la morte del marito e del figlio, dopo  appena un anno dalla scomparsa del consorte, regge da sola il trono. Venezia, però, la fa tornare in patria dandole la Podesteria di Asolo”.

Veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Ma nonostante questo potesse sembrare un esilio dorato: Caterina inizia a realizzare un progetto di corte rinascimentale e chiama ad Asolo artisti di grande spessore che danno slancio alla città, ma l’arrivo della Lega di Cambrai la costringe a dover fuggire a Venezia, dove poi muore”

Una delle caratteristiche vie di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Dopo l’arrivo di Napoleone ed un periodo di decadenza generale per Venezia e i luoghi limitrofi : “Nasce il fenomeno del Grand Tour e così in Italia arrivano dall’estero i nuovi aristocratici che acquistano palazzi, acquisiscono i comportamenti dei locali, in quanto già da tempo i nobili di Venezia erano soliti trasferirsi ad Asolo, specie in estate, alla ricerca di un po’ di refrigerio”. 

E così: “Gli Inglesi e gli americani cominciarono a prendere casa ad Asolo, dove c’è ancora   una comunità anglofona”.

Tra gli anglosassoni spicca Robert Browning, ma come dimenticare la diva nostrana Eleonora Duse la quale: “Decide di comprare casa ad Asolo, ma muore nel 1924 di tisi, proprio durante quella stessa tournée con la quale avrebbe finito di pagare la casa da lei tanto amata”.

La Sezione Eleonora Duse nel Museo Civico (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La diva, però, scelse Asolo come sua residenza per l’eternità, infatti: “E’ qui seppellita”.

Particolari della Sezione Eleonora Duse (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La terza donna di Asolo, dopo Caterina ed Eleonora sarà:” Freya Stark, amica della Regina Madre, tanto che Filippo di Edimburgo era solito trascorrere del tempo proprio qui ad Asolo. Freya era una viaggiatrice, fece lavori di cartografia conservati ancora a Londra e scrisse romanzi di viaggio”.

Il Museo Civico si snoda su tre piani: “Al primo è ospitata la Sezione Archeologica, al secondo la Pinacoteca, mentre il terzo piano è tutto dedicato alle tre donne simbolo di Asolo, e si articola infatti nella Sezione Eleonora Duse, Sezione Freya Stark, e Sezione Caterina Cornaro. “Visitare il Museo è come sfogliare un album di famiglia”.

Una suggestiva veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Oggi Asolo è un luogo di incontri: Una città murata con i portoni sempre aperti, incline all’accoglienza”, conclude la Dottoressa Bonsembiante, la quale mi ha incantato con il racconto sulla sua città di Asolo, grazie alla passione non solo per il settore della comunicazione ma anche per la diffusione della cultura locale.

Veduta d’insieme di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Asolo ha saputo mantenere viva questa tradizione culturale che da Caterina Cornaro è giunta fino a noi, e non è un caso che da 47 anni si svolge, ogni estate, il Festival Internazionale di Musica da Camera significativamente intitolato “Incontri Asolani” che si tiene, anche quest’anno, come ormai è consuetudine da dieci stagioni, nella suggestiva cornice della Chiesa di San Gottardo, la quale domina la vallata, dall’ 1 al 12 settembre. Questa manifestazione di grande spessore: “E’ nata per iniziativa dell’allora Segretario Generale degli “Amici della Musica Attilio Zamperoni” dichiara il Maestro Federico Pupo che da 30 anni è alla guida di questo evento.

Il Maestro Federico Pupo (Credit Katia Bonaventura, per gentile concessione di Federico Pupo)

Il Maestro Pupo, che vanta un curriculum ricchissimo nell’ambito dell’attività concertistica, dell’insegnamento e di progetti volti alla divulgazione della bellezza della musica, ci tiene a sottolineare come:” Il festival ha un pubblico appassionato”.

Nel programma conferme e novità, anche se:” Quando ci sono nomi di grosso calibro si registra sempre un sold out.”.

La suggestiva Chiesa di San Gottardo (Credit Claudio Sartorato)

Quest’anno il Beethoven 198, che sta ad indicare il conto alla rovescia del bicentenario della morte del grande compositore, si fa in due: “ Si inizia Mercoledì 3 settembre alle 21.00, sempre nella Chiesa di San Gottardo, con le due  Sinfonie beethoveniane nella rara trascrizione ottocentesca per due pianoforti a otto mani di Theodor Kirchner mentre il 12 settembre, giorno di chiusura, ci sono in programma due sinfonie tra le più amate del catalogo beethoveniano, la Sinfonia n. 1 in do maggiore Op. 21 e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica”, nella trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt. Questi due concerti rientrano in un progetto triennale dedicato a Beethoven che prevede l’esecuzione integrale delle 9 sinfonie nelle versioni ‘domestiche’ realizzate da Kirchner e Sitt, perfette per un festival di musica da camera”.

Per il Maestro Pupo il Festival è un insieme di sentimenti: “Mi emoziono doppiamente quando, osservando il pubblico da dietro le quinte, ne percepisco le emozioni e quando, andando via, mi ringraziamo per ciò che hanno provato. E tutto ciò è una dimostrazione della qualità che il Festival riesce sempre a proporre”.

                        Alessandra Fiorilli

Basilica di Superga: Torino, Italia

di Alessandra Fiorilli

“E’ il 1706 quando la città di Torino è sotto l’ assedio delle truppe francesi e spagnole: la sproporzione è tanta e per i torinesi c’era poco da sperare. Su una delle colline più alte della zona da secoli si sale per la devozione alla Madonna delle Grazie, le tracce arrivano fin circa il 1400, ma nel 1624 viene posta una delicata ma importante statua lignea, come ci racconta Daniele Ballarin, monaco responsabile della Basilica di Superga e membro del SERMIG (Servizio Missionario Giovani).

La facciata della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E cosi, il Duca Vittorio Amedeo II ed il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, dopo essere saliti sulla collina per studiare le mosse degli avversari, fanno un voto alla Madonna: se le truppe piemontesi avessero vinto contro gli invasori stranieri, avrebbero fatto costruire sulla collina una grande chiesa in suo onore.

In pochi giorni l’assedio alla città finì con la vittoria dei piemontesi e, per mantenere fede al voto, venne incaricato l’architetto messinese Filippo Juvarra per la costruzione della Basilica sull’area  occupata da una precedente piccola  cappella.

I lavori iniziano nel 1717 e nel 1731 Torino è pronta a dare il benvenuto all’imponente Basilica di Superga che da allora  svetta sulla collina, in tutta la sua semplice maestosità:  “La Basilica di Superga non è solo il simbolo di Torino e del Piemonte, ma è parte integrante della storia d’Italia, non dimentichiamo che nelle Tombe Reali, ospitate nei sotterranei, riposa Carlo Alberto di Savoia, colui che concesse,  nel marzo del 1848, lo Statuto Albertino, divenuto dal 1861 la prima Carta Costituzionale del Regno d’Italia”, dichiara Daniele Ballarin.

Vista laterale della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E proprio la famiglia dei Savoia: “E‘ sempre stata legatissima alla Basilica, tanto da esser il luogo sacro dove assistevano alle celebrazioni religiose e dove, in alcune stanze, si riposavano prima di tornare a Palazzo Reale; inoltre nei Sotterranei della Basilica, oltre a Carlo Alberto, sono sepolti anche 6 Re e 10 Regine del Regno di Sardegna”.

La Basilica: “Non è solo l’espressione di un concetto architettonico, ma anche e soprattutto paesaggistico, come era nelle intenzioni dell’architetto Juvarra che ne curò la realizzazione: infatti la collina è posizionata al centro della pianura ed è visibile da ogni parte del territorio e persino quando, dalla Francia, si entra in Italia: questo forse per ricordare ai cugini d’oltralpe la vittoria del 1706 sulle truppe al comando di Luigi XIV. Ma la cosa più importante è che, alzando gli occhi in alto verso la collina, si possa vedere un luogo dedicato alla Madonna che, con il suo sguardo materno, possa consolarci tutti”.

Particolare dell’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ed è anche la strategica posizione sulla collina, ed il panorama che si può godere da lassù, a rendere la Basilica di Superga un luogo di ritrovo per molti torinesi: “Anche per questo motivo abbiamo deciso, quattro anni fa, quando abbiamo iniziato il nostro servizio in Basilica, di aprire le porte della chiesa tutti i giorni e in estate, da San Giovanni a fine settembre, anche di sera, per accogliere tutti coloro che arrivano sin quassù in bicicletta, in moto, con la macchina e persino a piedi”.

Particolare della cupola vista dall’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Di questo capolavoro juvarriano si può visitare, oltre che l’interno, anche la cupola dalla quale si ha un meraviglioso colpo d’occhio sulle montagne che circondano Torino quando il cielo è terso.

A testa in sù per ammirare, dall’interno, la cupola della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Alla cupola: “Si accede attraverso una bellissima scala a chiocciola di 131 scalini per arrivare a 30 metri d’altezza dal suolo sui complessivi 75 metri della Basilica”.

Ma il nome di Superga è anche legato a quello del Grande Torino, la squadra che vinse cinque scudetti consecutivi e che si schiantò, nel 1949, di ritorno da Lisbona, con l’aereo proprio sulla collina, nell’area retrostante la chiesa: Ogni 4 maggio alle 17.03, ora dello schianto, viene celebrata, nella Basilica, una messa alla quale partecipano oltre all’attuale squadra del Torino e ai parenti delle vittime, anche moltissime persone.”

La foto del Grande Torino nell’area retrostante la Basilica di Superga, nel luogo dell’incidente aereo del 4 maggio 1949 (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il Grande Torino non era solo la squadra della città sabauda, ma: “Dell’ Italia intera: basti pensare che su 11 atleti della Nazionale, 10 erano del Torino… quindi il lutto fu di tutti.”

Ancora oggi, a distanza di anni, il luogo dello schianto è meta di un pellegrinaggio laico silenzioso e rispettoso di una tragedia che colpì l’Italia e non solo quella calcistica, come testimoniano le foto, i gagliardetti e le sciarpe di coloro che vogliono omaggiare il luogo dove si spezzarono le vite dei giocatori del Grande Torino, dei dirigenti della squadra, dell’equipaggio e di tre giornalisti italiani che avevano seguito la trasferta dei Granata.   

                             Alessandra Fiorilli

La Cattedrale di Siena e i suoi tesori: ce ne parla la Dottoressa Marilena Caciorgna.

di Alessandra Fiorilli

La tradizione vuole che la Cattedrale di Siena, intitolata alla Madonna Assunta, sia stata costruita nel luogo dove sorgeva un tempio dedicato alla Dea della Sapienza, Minerva.

Svetta da lontano il campanile e quando lo segui, come fanno le navi con il faro, non puoi che rimanere incantato davanti a tanta magnificenza e così, si apre davanti a te la spettacolare Cattedrale che  si erge sulla collina più alta della città: ciò che colpisce è la perfetta armonia che c’è tra le sue parti, ovvero il basamento su cui si regge, la scalinata, il corpo centrale e, appunto, il campanile.

La facciata della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Elegante figlia dello stile romanico-gotico italiano all’esterno, è però al suo interno che cela uno dei più grandi tesori dell’arte: il suo pavimento, definito da Giorgio Vasari come:  “il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”.

Particolare del pavimento (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

“Il pavimento della Cattedrale di Siena è un commesso marmoreo costituito da marmi policromi locali, quali il bianco, il giallo ed il verde. Ciò che rende unico tale straordinaria opera è il suo non essere a mosaico” dichiara la Dottoressa Marilena Caciorgna di Opera Laboratori, la quale aggiunge come: “Soltanto un riquadro è realizzato a mosaico, il secondo della navata centrale con la rappresentazione della Lupa che allatta i gemelli, simbolo di Siena“.

La Dottoressa Marilena Caciorgna (Foto per gentile concessione della Dottoressa Marilena Caciorgna)

La tecnica usata per dare vita a queste tarsie, che sono 56 in tutto il pavimento della Cattedrale, fu in origine quella del “graffito”: “Le prima tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello, riempiti di stucco nero. Poi furono aggiunti marmi colorati, come il pregiato Broccatello, accostati assieme come in una tarsia lignea e questa tecnica è chiamata, appunto, commesso marmoreo: la realizzazione del pavimento si è snodata in un arco di tempo che va dal 1370 circa fino alla fine del 1800”.

Veduta della navata centrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

I disegni preparatori furono realizzati da artisti senesi e quello che tutto il mondo può ammirare è uno scrigno prezioso di arte e genialità, anche nella progressione delle tarsie dall’entrata fino all’altare, come ci spiega la Dottoressa Caciorgna: Le scene riprodotte nelle tarsie delle navate raffigurano le sibille ed i filosofi del mondo antico che rappresentano la volontà dell’uomo di conoscere Dio attraverso la filosofia. Poi, procedendo verso l’altare ci sono le scene del Nuovo ed Antico Testamento e quindi la necessità di avvicinarsi a Dio con la religione rivelata. Tra quelle del Nuovo Testamento, c’è la tarsia che ricorda la Strage degli innocenti”.

Il Pavimento è visibile, nelle navate, tutto l’anno, mentre la scopertura totale, ovvero anche della parte dell’Altare “Avviene solo in un periodo, quello tra giugno e luglio e poi da agosto ad ottobre ad esclusione, però, dei giorni dall’ 1 al 18 agosto durante il quale tutto il pavimento, compreso quello delle navate, viene coperto con una moquette grigia in quanto, essendo il Duomo dedicato alla Madonna dell’Assunta, in quel periodo si svolge il Palio con l’entrata in chiesa della contrada vittoriosa”.

Interno della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Il prezioso pavimento, al quale ha partecipato anche il Pinturicchio: “Viene costantemente pulito e restaurato e quest’ultima operazione è a cura dell’Opera del Duomo che è una Fabbriceria”.

Il pulpito di Nicola Pisano (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Ma il Duomo di Siena non è solo il suo spettacolare pavimento ma anche, come ci tiene a sottolineare la Dottoressa Caciorgna, : “Le sculture di Nicola Pisano e del figlio Giovanni, di Donatello, Michelangelo e del Bernini. Così come la Libreria Piccolomini, situata lungo il fianco sinistro della Cattedrale: qui l’ambiente è decorato a trompe l’oeil, e simula una marmorea loggia suddivisa in dieci arcate a tutto sesto, oltre la quale i protagonisti si muovono sul proscenio, mentre il fondale teatrale di architetture e paesaggi si adatta all’occasione o evento celebrato”.

La Libreria Piccolomini (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Un’altra intensa emozione il visitatore la può vivere accedendo ai sottotetti: “Attraverso un chiocciolino e una volta giunti, è possibile seguire un percorso sopra la Cattedrale con suggestive viste panoramiche sia dentro che fuori la chiesa. Dal ballatoio la vista del pavimento marmoreo è un’esperienza senza eguali”.

Il pavimento visto dall’alto ( Archivio fotografico Opera Metropolitana di Siena)

Ma la bellezza straordinaria dei tesori custoditi nella Cattedrale di Siena non la si può circoscrivere a parole: la si deve vivere in prima persona.

                                 Alessandra Fiorilli