Il Parco Archeologico di Ercolano: ve ne innamorerete ascoltando le parole del suo Direttore, il Dottor Francesco Sirano

di Alessandra Fiorilli

32 pagine di un curriculum ricchissimo, che spazia da pubblicazioni a convegni, passando per un’intensa attività di ricerca, il tutto collegato da un unico filo conduttore: quello della passione per l’archeologia, la stessa che ha condotto il Dottor Francesco Sirano, a ricoprire, nel 2017, l’incarico di Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, creato nel 2016 come istituto autonomo.

Chi ha avuto la fortuna, come la sottoscritta, di parlare con lui, non ha potuto fare a meno di avvertire, nelle sue parole, quella profonda conoscenza e quell’indiscussa professionalità capace di farti immergere nel fascino del mondo antico, di un’epoca remota, che però avverti vicino, nel cuore, nell’animo, grazie alle spiccate doti comunicative del Dottor Sirano.

Il Dottor Francesco Sirano, Direttore del Parco Archeologico di Ercolano (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

“Ercolano è il sito dove è nata l’archeologia sistematica, dove i resti dell’antica Herculaneum sono venuti alla luce grazie a dei lavori posti sotto il controllo di un’autorità pubblica. Ercolano è il sito dove sono meglio conservati i piani superiori delle case e i materiali organici come il legno delle porte, delle finestre, degli architravi”.

Larario in legno (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Inizia con le suddette parole l’intervista gentilmente concessami dal Direttore del Parco Archeologico di Ercolano, un sito, questo, che colpisce all’istante per la particolarità della zona in cui si trova: un pianoro che si affaccia dal mare. E proprio dal mare sembra che fossero arrivati i primi soccorsi alla popolazione, come testimonia il ritrovamento nell’area dell’antica spiaggia sotto il fango vulcanico, nell’agosto del 1982, di un’imbarcazione simile ad un gozzo, interpretata quale lancia di salvataggio della spedizione di soccorso guidata da Plinio il Vecchio e salpata da Miseno, barca che oggi è visibile in un apposito padiglione.

Barca costruita con tavole di pino, ontario, quercia e faggio (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Nulla, però, poté salvare Ercolano dalla furia di una natura che nel 79 d.C., a seguito dell’eruzione del Vesuvio, seppellì l’intera città sotto 20 metri di materiale vulcanico, dopo che era stata raggiunta da nubi ardenti alla temperatura di 400 ° arrivate ad una velocità maggiore di 80 chilometri orari.

Il padiglione dove è custodita la barca guidata da Plinio il Vecchio ( Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

E così l’antica Herculanem, il cui nome si deve, secondo la mitologia, ad Ercole che l’avrebbe fondata lungo il viaggio di ritorno dall’Iberia, cominciò a riveder la luce nel 1927, grazie all’avvio di nuovi scavi, terminati nel 1961 e diretti da Amedeo Maiuri.

Un primo tentativo di riportare alla luce la città risale, però, al 1828 quando l’allora re di Napoli, Francesco I di Borbone, promosse i primi scavi a cielo aperto, dopo la fase settecentesca durante la quale le esplorazioni furono condotte attraverso tunnel sotterranei, fermatesi a causa della durezza del fango e dell’eccessivo impegno, non solo economico, che richiedevano i restauri.

Quello che oggi è possibile visitare lo si deve, dunque, ad Amedeo Maiuri:  

“Durante il percorso – dichiara il direttore Sirano– è possibile visitare l’80% di ciò che è stato riportato in luce dagli scavi ed il restante 20% è comunque possibile vederlo dall’esterno delle strutture stesse”.

Particolare di una gamba di tripode in legno con rivestimento in avorio (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Un’altra caratteristica di Ercolano è quella che si percepisce appena si varcano i cancelli dell’area archeologica: con un colpo d’occhio si ha la visuale d’insieme dell’antica città che si estendeva su una superficie di 20 ettari e che contava tra 4000 abitanti e 6000 abitanti.

Il pianoro, prospicente il mare, dove sorgeva l’antica Herculaneum (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

 “Ercolano ha una forma urbana regolare che alcuni studiosi ritengono ispirata dalla forma greca di Neapolis”.

La città, caratterizzata dai decumani   che corrono in parallelo al litorale con i cardini perpendicolari ad essi, regala al visitatore un percorso durante il quale potrà vedere: “Infrastrutture urbane con alti standard come acquedotti, marciapiedi, fontane orlate ai lati con figure di divinità quali Venere e Poseidone, e ancora case e strutture di vario tipo come la villa urbana e la casa ad atrio, così come le case a più piani. Ercolano, nella sola parte oggi in luce, aveva 3 impianti termali pubblici, dei quali quello centrale articolato nelle due sezioni maschili e femminili,  vistabili anch’esse, mentre le terme suburbane, le meglio conservate al mondo, verranno aperte, da settembre, il sabato e la domenica e la visita sarà consentita ad un massimo di 10 persone alla volta”.

Particolare della Casa del tramezzo di legno (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Chiedo al Direttore Sirano se esista un’area più iconica delle altre, sia se la si guarda con occhio profano, sia con quello dell’esperto: “Da profano le zone più iconiche sono le Casa del tramezzo di legno, la Casa del bicentenario, la casa sannitica e le terme femminili, , mentre da un punto di vista scientifico le ville urbane, la Casa dei cervi, la casa di Aristide, la casa a graticcio e quella del Bel cortile, nonché il Collegio degli Augustali”.

Collegio degli Augustali (Foto Metelli, per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Le parole del Dottor Sirano sono cariche di un entusiasmo che rapisce:” L’attuale aspetto di Ercolano è il risultato di un restauro che, dagli anni ‘30 del secolo scorso, si è sviluppato in toto e, con grande soddisfazione, posso dire che, negli ultimi anni, è cresciuto molto in termini di visitatori, passando dai 415000 ai 520000, con un picco di 560000. Tra gli stranieri la maggior parte proviene dal mondo anglosassone, specie inglesi e americani, seguiti da francesi, spagnoli e tedeschi. Dall’Italia invece, è massiccia la presenza dei toscani, mentre se guardiamo alla Campania, i maggiori visitatori sono proprio di Ercolano, il cui Parco Archeologico viene finalmente percepito come parte integrante della città, grazie soprattutto alla rigenerazione urbana. Tutta questa rivoluzione, insieme nella visione del futuro e nella gestione del sito, è resa possibile grazie al partenariato pubblico-privato con il Packard Humanities Institute che affianca l’Ente pubblico da oramai 24 anni con risultati riconosciuti a livello mondiale”.   

Casa della Gemma (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Questa seconda rinascita del Parco Archeologico: “E’ riuscita a far cambiare il sentimento verso Ercolano” dichiara il Dottor Sirano, il quale prosegue mettendo in luce un aspetto che lo inorgoglisce particolarmente: “Abbiamo portato i valori di Ercolano fuori dal sito, coinvolgendo tanti gruppi di utenti,  come, ad esempio, le scolaresche: solo quest’anno sono stati quasi 700 gli studenti che, attraverso il PCTO, hanno preso parte a 14 tipi di progetti. Da non dimenticare, poi, i lavori di pubblica utilità svolti in accordo con il Tribunale e le attività con le associazioni di disabili con funzione terapeutica: specie in quest’ultimo caso siamo stati noi ad imparare molto da loro”.

Ercolano incanta anche di sera, “Con le aperture straordinarie fino all’8 agosto e poi con quelle dell’11 e del 13 settembre, grazie dalla rassegna “Gli Ozi di Ercole“, che attraverso l’interpretazione dei protagonisti, offre ogni anno nuove riflessioni sui temi identitari di Ercolano, visti sotto molte sfaccettature, in un legame tra passato e futuro”.

“Gli Ozi di Ercole” nell’edizione 2024 (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Visitare il Parco Archeologico Ercolano significa poter entrare in contatto con la vita quotidiana degli abitanti, quelle stesse vite spezzate e spazzate via da una serie di nubi ardenti che, raggiungendo una temperatura di oltre 400° ad una velocità di circa 10/20 metri al secondo, hanno provocato la morte immediata delle persone e la carbonizzazione delle sostanze organiche.

E proprio questo fenomeno  ha permesso la conservazione di tali materiali,  primi tra tutti il legno usato sia per la costruzione di porte, finestre, architravi, sia di suppellettili e mobili  che oggi è possibile vedere:  “Nell’Antiquarium, dove sono esposti  quasi tutti i 42 tra mobili, letti e persino una culla che era stata costruita in legno di quercia, perché intenzionalmente,  quella stessa culla avrebbe dovuto rappresentare la continuità di una famiglia,  invece tutto si fermò  nel 79 d.C. e quel bambino nella culla morì insieme a moltissimi altri  abitanti di Ercolano”.  

La culla rettangolare in legno di quercia (Foto per gentile concessione del Parco Archeologico di Ercolano)

Il Dottor Sirano, è stato qualche giorno fa nominato Direttore del Museo Archeologico di Napoli, incarico, questo, che lo porterà a lasciare la guida del Parco Archeologico di Ercolano: “Dal 2017, anno dal quale ho rivestito quest’incarico, ho cercato sempre di intrepretare al plurale il “genius loci”, coinvolgendo non solo  tutti coloro che prestano servizio all’interno del sito ma anche i portatori di interesse esterni del territorio.  Ma ora è arrivato il momento di andare via…”-  la voce è interrotta da una commozione che arricchisce il curriculum di 32 pagine di una sensibilità senza eguali- ” Devo andare via ma solo fisicamente…l’anima no…rimarrà qui ad Ercolano… perché si rimane sempre nel luogo amato…un po’ come succede per i grandi amori che davvero non finiscono mai”.  

                                Alessandra Fiorilli

La Reggia di Venaria di Torino: dove la luce è protagonista, anche nelle Sere d’Estate, con “Into The Light”

di Alessandra Fiorilli

La luce: chi ha avuto il privilegio di visitare la Reggia di Venaria, una delle Residenze Sabaude di Torino, avrà potuto constatare come sia proprio  lei la protagonista di questo imponente edificio che si estende per 80000 metri quadri circondati da 60 ettari di giardino.

La Venaria Reale durante Sere d’Estate ((“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

È una luce che non abbaglia, ma avvolge, coccola, abbraccia, commuove.

Sì…commuove e quando davanti a te si apre lo scenario della Galleria Grande,  riesci a percepire la forza dell’arte che continua nei secoli, che unisce passato e futuro e dona al presente il gusto inconfondibile ed indimenticabile di una bellezza che incanta.

La spettacolare Galleria Grande ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ foto Andrea Guermani)

Nata per volere del Duca Carlo Emanuele II di Savoia e della Duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, l’incarico di disegnare la nuova residenza sabauda a 10 chilometri da Torino,  fu inizialmente dato all’architetto di corte Amedeo di Castellamonte.

Il progetto prevedeva non solo la realizzazione della residenza principale, ma anche di un parco con giardini all’italiana arricchiti  da scalinate, sculture, fontane, per dare movimento e sontuosità alla reggia stessa.

Vittorio Amedeo II , pur condividendo l’idea iniziale del Duca Carlo Emanuele II, pensò per la futura reggia un’immagine ancora più imponente e fu così che , dal 1699, il progetto venne assegnato a Michelangelo Garove.

Ma quando lo stesso Vittorio Amedeo salì sul trono del Regno di Sardegna, scelse, per ampliare il progetto iniziale, Filippo Juvarra che mise la sua genialità e la sua inconfondibile firma sulla Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, la Citroneria e la Scuderia,  che ancora oggi rapiscono i visitatori con la lora maestosa bellezza.  

Una suggestiva immagine de La Venaria Reale durante Sere d’Estate (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Quando, però, Napoleone Bonaparte scese in Italia, decise di trasformare la reggia in una caserma e, in conseguenza di ciò, i bellissimi giardini, mossi da un gioco di scalinate a sbalzo e fontane, furono spianati per le necessità militari dei francesi che li usarono come  piazza d’armi per le loro esercitazioni.

Dopo le Guerre d’ Indipendenza e le due Guerre Mondiali, della Reggia rimase solo il nome: perse,  infatti, tutto la sua regalità fino al 1999, anno della rinascita, quando fu  avviato il processo di restauro sia degli edifici che dei giardini nell’ambito del Progetto la Venaria Reale, il quale permise  il recupero anche del Borgo antico e del Parco della Mandriana.

Tale grandiosa e profonda ristrutturazione, oltre a riconsegnare  all’Italia il 12 ottobre 2007,  la Reggia di Venaria Reale in tutta la sua bellezza,  ha rappresentato la più grande opera di conservazione di un bene culturale mai realizzata in Europa.

Il percorso inizia dal piano seminterrato dove si possono ammirare i locali preposti alle attività di servizio della vita di corte.

 Il visitatore qui entra in diretto contatto, grazie alle installazioni, con  le vicende della dinastia sabauda dall’anno Mille fino alla prima metà dell’Ottocento.

Gli appartamenti del Duca e della Duchessa, del Re e della Regina, insieme alla spettacolare Galleria Grande  e alla Cappella Sant’Uberto, accolgono il visitatore al piano superiore.

La Camera di udienza della Regina ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”/ph Dario Fusaro)

Realizzata dal Juvarra per collegare l’appartamento  del Re  a quello dell’erede al trono, la Galleria Grande, con i suoi 80 metri di lunghezza, 15 di altezza e 12 di larghezza, è inondata dalla luce proveniente  dalle 44 finestrature poste ad entrambi  i lati e da 22 “occhi”, ovvero le aperture ovali .

Un’altra visuale dalla Galleria Grande ( “Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” / Andrea Guermani)

Ed è la luce, che entra dalla alte vetrate,  la protagonista anche dell’altro capolavoro juvarriano: la Cappella di Sant’ Uberto, con un impianto a croce greca smussata.

La Cappella Sant’Uberto (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Il percorso della visita alla Reggia  termina con la Regia Scuderia, dove sono  esposti il Bucintoro e le carrozze regali.

Il Bucintoro, anch’esso sottoposto ad un accurato restauro e unico esemplare originale rimasto al mondo armato per intero con albero remi e vele,  fu fatto realizzare da Vittorio Amedeo a Venezia tra il 1729 e il 1731 e proprio dalla città lagunare, risalendo il Po, arrivò a Torino.

Il Bucintoro (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”)

Caratterizzato da gruppi scultorei intagliati e dorati , diventò la “reggia galleggiante” dei Savoia, fino al 1873, quando  il primo Re d’Italia decise che era giunto il momento di trasformare il Bucintoro in un pezzo da museo, donandolo, così,  al Museo Civico.

Particolare del Bucintoro ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_dario_fusaro)

Tra le carrozze esposte nella Scuderia,  spiccano la Berlina dorata e quella argentata appartenute all’ultima coppia reale del Regno d’Italia.

Quando ci si avvia lungo l’uscita delle Scuderie Reali, non si può fare a meno di voltarsi  verso il Bucintoro, per ammirarlo una volta ed un’altra ancora perché…perché emana anch’esso luce, una luce che arriva da lontano e che non vuole farti andare più via.

Ma poi , con la commozione che fa tremare gli occhi, ti allontani  da lì per avviarti verso i giardini,  divisi tra un Parco basso ed un Parco alto e che fanno  parte delle rete dei Grandi Giardini Italiani.

Scorcio dei Giardini ( Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” )

Sempre all’esterno della Reggia, nella Corte d’Onore, i 100 getti d’acqua della Fontana del Cervo, ad orari precisi,  danzano al ritmo di musica.

La Fontana del Cervo con lo spettacolare giochi d’acqua ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” buda cristian radu foto)

E la luce, quella stessa luce che Juvarra vide prima ancora di realizzare i suoi capolavori nella reggia della Venaria Reale,  e che colpisce ancora oggi il cuore dei visitatori, è oggi esaltata dalla programmazione “Into the light” che, iniziata il 21 giugno, allieterà le sere d’estate fino al 30 agosto prossimo, con  concerti, aperitivi a lume di candela, le stesse  che illumineranno anche i giardini della Reggia, le cui sale saranno aperte al pubblico  oltre il consueto orario.

Un’altra veduta notturna di La Venaria Reale (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”

Proprio durante questi mesi estivi sarà  possibile visitare anche la mostra di Anthony McCall, le installazioni di Davide Ferrario e di Marinella Senatore, che ha realizzato  la sua grande installazione ispirandosi  alle tradizionali luminarie del Sud Italia, oltre alle scenografiche luminarie presenti nel Potager Royal e nel Giardino a Fiori.

Particolare del Parco Alto ( (“Fonte: Consorzio delle Residenze Reali Sabaude” ph_mastromonaco fabrizio)

E così quella luce, protagonista indiscussa della Galleria Grande e della Cappella di Sant’Uberto, lo sarà anche,  di queste calde sere estive, ed accoglierà coloro i quali vorranno  accettare l’invito firmato:  Reggia di Venaria Reale.

                                         Alessandra Fiorilli

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino raccontato dal suo Direttore, Dottor Carlo Umberto Chatrian.

di Alessandra Fiorilli

“L’emozione che lei ha provato nel visitare il Museo Nazionale del Cinema lo deve alla fondatrice dello stesso, Maria Adriana Prolo, una studiosa che, negli anni ’30 del secolo scorso, cominciò a collezionare oggetti attinenti al cinema. E proprio in una sua agendina, con data dell’8 giugno 1941, scrisse: “Ho pensato ad un Museo”. E questo suo sogno, seguito da uno “studio matto e disperatissimo”, per citare il grande poeta Giacomo Leopardi, l’ha condotta verso la ricerca di oggetti, alcuni dei quali anche molto antichi, che appartengono alle radici del cinema, quali le ombre cinesi e le lanterne magiche”.

Il Dottor Carlo Umberto Chatrian, Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Inizia con queste parole l’intervista al Dottor Carlo Umberto Chatrian, Direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, al quale ho confidato di aver visitato tale Museo tutte le volte che mi sono recata nella città sabauda, sottolineando come ogni volta l’emozione mi abbia felicemente travolta durante l’intero percorso espositivo.

La Mole Antonelliana, sede del Museo Nazionale del Cinema (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

“Maria Adriana Prolo era nata a Romagnano Sesia, nelle valli che circondano Novara, ma lavorava a Torino, che già nel 1910 era un centro di produzione cinematografica all’avanguardia”.

Il Kinetoscopio realizzato, negli ultimi anni del 1800, da Thomas Edison ed esposto nelle sale del Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

E così, questa giovane e volitiva donna, laureatasi in Materie Letterarie presso la Facoltà di Magistero, nelle ore libere dal lavoro, si reca al Balon, il mercatino dove si mette alla ricerca di oggetti della Settima Arte, perché lei, affettuosamente chiamata “la signorina del cinematografo”, quel Museo pensato nel 1941, lo vuole trasformare in una realtà concreta.

Uno tra i tantissimi antichi oggetti esposti al Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Maria Adriana Prolo non è sola in questo suo sogno da realizzare, infatti: “Inizia importanti collaborazioni con personaggi di spicco dell’epoca, come Giovanni Patrone, regista di “Cabiria”, un film girato a Torino e dintorni”.

Le scatole ottiche esposte al Museo (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Tutti quegli oggetti di cui si era messa alla ricerca hanno però, bisogno di una sede così: “Nella prima metà degli anni ’50 del secolo scorso, il comune di Torino pensa alla Mole Antonelliana, realizzata nel 1863 dall’architetto Alessandro Antonelli e terminata nel 1889. Questo imponente edificio, nonostante la particolarità del suo assetto architettonico, in realtà non aveva ancora svolto una sua funzione: pensata inizialmente come sede di una sinagoga, era rimasta senza una precisa identità”.

Un modellino della scala della Mole (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Il matrimonio tra il sogno di Maria Adriana Prolo e la Mole Antonelliana viene celebrato il 20 luglio 2000, quando il Museo Nazionale del Cinema trova la sua sede definitiva proprio in questa  struttura, simbolo di Torino; quest’anno, dunque, l’unione tra il sogno della Prolo e la creatività di Antonelli festeggia le nozze d’argento.

Non poteva esserci luogo più adatto per ospitare il Museo Nazionale del Cinema, il cui visitatore è accolto, al piano terra di quest’iconica struttura, dai primi rudimentali oggetti del cinema, poi, piano dopo piano, salendo, ci si avvicina ai tempi più recenti, in un caleidoscopio di sorprese ed emozioni, per giungere fino ai nostri giorni, dove si viene catapultati nelle tappe che conducono alla realizzazione di un film.

L’iconica macchina da presa (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Ma la meraviglia capace di togliere il fiato si chiama Aula del Tempio, il cuore centrale dell’intero Museo, dove undici “Chapelles” come sono chiamate ufficialmente dal Museo, raccontano i grandi temi della storia della Settima Arte tra scenografie, immagini, oggetti, fotografie e manifesti originali e sempre nel cuore della Mostra ci si può avvicinare anche alla realtà virtuale.

La Galleria dei Manifesti regala un tuffo nel passato, di quando si andava al cinema e si sceglieva il film anche dalla locandina più accattivante: “Il Museo conta più di mezzo milione di manifesti e sono alcuni sono esposti– dichiara il Direttore Chatrian, il  quale ci svela come:  “Siamo riusciti, di recente, ad entrare in possesso di un pezzo importante: il manifesto del film “La corazzata Potemkin”, che molti conoscono per quella scena iconica del film di Fantozzi,  ma che rimane un capolavoro della storia del cinema”.

La Galleria dei Manifesti (Foto per gentile concessione del Musei Naziunale del Cinema di Torino)

A catturare l’attenzione e a farci diventare tutti un po’ bambini, perché non si può non stare con il naso all’insù quando la si vede, è la spettacolare rampa elicoidale, che ospita mostre temporanee:  “Attualmente c’è quella di James Cameron, un grande innovatore.  Ecco, possiamo dire che nonostante le tante difficoltà incontrate nel dare corpo alle sue visioni, il regista di Titanic e Avatar è riuscito comunque a realizzare quello in cui credeva: la tecnologia in 3d applicata al cinema”. 

La rampa elicoidale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)
Particolare della rampa elicoidale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Proprio proseguendo a piedi tutta la rampa elicoidale, si può giungere all’intercapedine dalla quale si accede alla terrazza panoramica, con una vista sulla città di Torino da un’altezza di 85 metri, ma per i meno temerari, fortunatamente, c’è l’ascensore panoramico che passa proprio all’interno del Museo.

L’ascensore panoramico che passa all’interno dell’Aula del Tempio per arrivare fino alla terrazza panoramica (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Solo visitando il Museo Nazionale del Cinema si può comprendere appieno l’unicità delle sale, delle esposizioni e la magia che t’avvolge, ti coccola per tutto la visita; d’altronde sono i numeri a confermare che è uno tra i musei italiani maggiormente apprezzati: “Lo scorso anno abbiamo avuto 800000 visitatori e il 40% di loro erano stranieri”.

Visuale da un’angolazione della terrazza panoramica a 85 metri di altezza (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema di Torino)

Concludo l’intervista chiedendo al gentilissimo Dottor Chatrian, autore anche di numerose pubblicazioni e membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Academy Awards of Motion Pictures, cosa significhi per lui rivestire il ruolo di Direttore del Museo Nazionale del Cinema:” E’ un onore ed una responsabilità. Un onore, perché è un’istituzione unica al mondo e lo dico con cognizione di causa, avendo girato  il globo per motivi legati al mio lavoro ed organizzato festival, laboratori, sempre grazie al linguaggio universale del cinema. Ma è anche una responsabilità, perché bisogna saper predisporre contenuti per le centinaia di migliaia di visitatori che ogni anno vengono a farci visita e per i 100000 studenti che solo lo scorso anno hanno partecipato alle attività didattiche con laboratori e visite”.

Chi vuol sentirsi parte, almeno per un giorno, dell’immaginario e immaginifico mondo della Settima Arte, non deve fare altro che entrare nella Mole Antonelliana, così da farsi prendere per mano da un Museo che stupisce, e la cui emozione di averlo visitato, non ti lascia quando ne varchi l’uscita., ma ti accompagnerà per sempre.

                                                                   Alessandra Fiorilli

L’Atelier solidale degli abiti da sposa del Santuario di Pompei

di Alessandra Fiorilli

Tra i giorni più belli della vita c’è di sicuro quello del matrimonio che sugella l’inizio di una nuova vita insieme alla persona amata e scelta per costruire insieme una famiglia.

Tra i simboli indiscussi delle nozze spicca proprio l’abito bianco, quello sognato sin da bambina, quello ammirato nelle vetrine degli ateliers, quello cercato tra mille, quello che ha fatto battere il cuore, quello scelto tra le lacrime di commozione.

Alcuni degli abiti da sposa donati e disponibili nell’atelier solidale (Foto per gentile concessione del Santuario di Pompei)

E quando quella stessa emozione non termina con la giornata di festa, ma viene trasmessa, permettendo, così, di farla fluire da cuore a cuore, da anima da anima, allora davvero il matrimonio  diventa un giorno unico, speciale, irripetibile: è quello che avviene grazie all’opera svolta da uno speciale atelier solidale del Santuario di Pompei.

Particolare dei circa 300 abiti attualmente disponibili (Foto per gentile concessione del Santuario di Pompei)

L’emozione di indossare l’abito bianco, infatti, per alcune ragazze, può rimanere tale, perché, nonostante il grande desiderio di acquistarne uno, le disponibilità economiche non ne consentono la realizzazione.

E così, affinché anche le ragazze indigenti potessero avere la possibilità di indossare l’abito dei propri sogni: “Verso la metà del secolo scorso- come ci narra Suor Rosalia Giannotti del Santuario di Pompei– nacque l’idea solidale di poter far acquistare ad un prezzo del tutto irrisorio, un abito da sposa usato e donato al Santuario stesso, spesso in segno di devozione alla Madonna di Pompei”.

Altri abiti da sposa donati al Santuario (Foto per gentile concessione del Santuario di Pompei)

Da più di  75 anni, dunque, questo speciale atelier solidale non ha mai visto interrompersi la catena di solidarietà che lo caratterizza e :”Nonostante siano soprattutto le giovani in difficoltà economiche  a scegliere un vestito da noi, talvolta può capitare che anche  donne non  indigenti acquistino un abito per l’alto valore morale e religioso, anche perché i vestiti che vengono donati al Santuario sono spesso accompagnati da lettere e bigliettini nei quali la sposa donante augura a chi lo indosserà la sua stessa felicità. Proprio di recente, una ragazza che ha donato il proprio abito, lo ha accompagnato con un bigliettino nel quale diceva di aver voluto seguire l’esempio della madre, la quale aveva fatto lo stesso gesto nel 1966”, come ci svela Suor Rosalia.

Questa catena solidale e di condivisone, ovviamente non si interrompe con l’acquisto, ad un prezzo irrisorio dell’abito, ma continua attraverso quelle stesse opere di carità che, grazie a questo speciale atelier, vengono finanziate.  

Attualmente gli abiti donati e tra i quali è possibile scegliere quello dei propri sogni: “Sono circa 300” come ci dice Suor Rosalia, la quale aggiunge: “Fino al 2020, anno della pandemia, era possibile apportare anche delle modifiche agli abiti scelti, essendoci delle sarte che svolgevano qui la propria opera.”

Il bacino di provenienza delle giovani che, a prezzi modici acquistano gli abiti donati, è soprattutto quello del Sud Italia, anche perché: “E’ molto forte il legame sia della donante sia di chi riceve l’abito, con la Madonna di Pompei”

Alcune delle 20 volontarie del gruppo “Le Amiche di Maria (Foto per gentile concessione del Santuario di Pompei)

E proprio nelle Sale del Santuario il gruppo “Le Amiche di Maria” fondato dalla signora Luisa Allocca e da Suor Rosalia Giannotta, e che attualmente conta circa 20 volontarie, si riunisce una volta la settimana anche per ricamare insieme con i ferri e all’uncinetto, e gli oggetti così creati sono poi messi in vendita nella “Boutique della solidarietà” , un mercatino solidale che si tiene due volte l’anno, a maggio e ad ottobre.

“Le Amiche di Maria” insieme al lavoro (Foto per gentile concessione del Santuario di Pompei)

“Chi acquista da noi un abito da noi lo può anche, a sua volta, ridonare” sottolinea Suor Rosalia Giannotta, la quale conclude dicendo come: “Oltre agli abiti da sposa, è possibile anche donare quelli dello sposo e da cerimonia, nonché quelli del battesimo e della prima comunione”.

E così, la felicità di un giorno speciale viene non solo condivisa ma si moltiplica, generando altra felicità, grazie all’opera svolta, da più di 75 anni, dall’atelier solidale del Santuario di   Pompei.

                                     Alessandra Fiorilli

Il Castello di Gorizia: l’antico maniero che guarda al futuro

di Alessandra Fiorilli

I castelli sono circondati sempre da un fascino particolare, essendo l’emblema ed il simbolo di vicende che da un passato remoto giungono fino a noi, ammaliandoci con storie e leggende.

Uno scorcio del pittoresco Borgo Castello che conduce al maniero (Foto di Lorenza Fiorilli)

Gli antichi manieri, posti sempre strategicamente su un’altura per controllare al meglio il territorio circostante e proteggerlo da eventuali attacchi, sono i testimoni di una storia che da lontano giunge fino a noi e non possiamo altro che essere grati di questa continuità, capace di farci sentire parte di un tutto.

La porta d’accesso al castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

Visitare un castello significa abbandonare la momentanea dimensione temporale e assaporare, gustare, accogliere le vicende dell’antico maniero e la vita che lì si svolgeva.

Alcuni tra gli arredi originali del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il maniero di Gorizia, città nata il 28 aprile del 1001 grazie ad una donazione di Ottone I a Giovanni Patriarca d’Aquileia, dalla fine dell’anno 1000, controlla dall’alto il territorio circostante e, nel corso dei secoli, fu residenza dei Conti di Gorizia e del Tirolo, divenendo poi sede di una guarnigione militare e, successivamente, di una caserma.

Particolare del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

“Purtroppo durante la Prima Guerra Mondiale fu danneggiato con pesanti bombardamenti, ma venne accuratamente ricostruito”, come dichiara Fabrizio Oreti, Assessore alla Cultura del Comune di Gorizia.

L’Assessore alla Cultura del Comune di Gorizia, Fabrizio Oreti (Foto per gentile concessione di Fabrizio Oreti)

Prima di giungere all’antica fortificazione attraverso la possente porta principale, si può godere dell’incantevole bellezza del Borgo Castello, al cui interno, nelle Case Donberg e Tasso, sono ospitati due importanti Musei: quello della Grande Guerra, nelle cui Sale sono esposti cimeli, divise, medaglie, testimonianze e persino la più fedele ricostruzione possibile di una trincea, e quello della Moda, con abiti dei primi vent’anni del secolo scorso appartenenti alle tradizioni mitteleuropee.

Parte dell’equipaggiamento ( esposto nel Museo della Guerra) dei nostri soldati durante la Prima Guerra Mondiale (Foto di Lorenza Fiorilli)

L’Assessore Oreti parla, orgogliosamente, del castello che domina Gorizia, come di: “Un simbolo del territorio frontaliero, che ci fa comprendere ancora di più come la diversità possa diventare ricchezza”

Scene di guerra ricostruite nell’omonimo Museo (Foto di Lorenza Fiorilli)

Gorizia è stata, suo malgrado, protagonista dei tragici eventi bellici della Prima Guerra Mondiale, ma possiamo dire che: “Da teatro di guerra si è trasformata in un laboratorio di pace e, grazie all’essere Capitale delle Cultura 2025 insieme a Nova Gorica, ha saputo diventare anche un’apprezzata città turistica”.

Un antico filatoio esposto nel Museo della Moda (Foto di Lorenza Fiorilli)

E i numerosi visitatori che arrivano a Gorizia possono assaporare il castello in tutta la sua maestosità e bellezza: l’antico maniero, infatti, ospita nelle sue Sale arredi originali e dipinti, nonché   una ricca collezione di riproduzioni filologiche di armi bianche e di strumenti musicali antichi.

Alcuni degli strumenti musicali antichi esposti nelle Sale del castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

L’antico maniero sta mostrando soprattutto la sua capacità di guardare al futuro, come dichiara l’Assessore Oreti: “Oggi il nostro castello palpita tra il passato e le nuove tecnologie, offrendo, così, ai numerosi visitatori, strumenti multimediali che permettono di sentirsi parte della nostra storia.  La particolarità del percorso, dalla durata di circa 1 ora e mezza, risiede nel fatto che a ciascun visitatore viene consegnato un tablet dal quale apprenderà le notizie sulla base della scelta effettuata all’ingresso: sono previsti, infatti, tre percorsi, uno per i bambini, un altro per il turista medio e l’ultimo per il turista esperto.  All’interno della Sala degli Stati Provinciali è allestito uno spettacolo multimediale che regala un affascinante viaggio nel tempo, mentre nella Sala del Conte, grazie sempre agli effetti multimediali, personaggi storici, compresa la leggendaria Dama Bianca narrano la storia del castello e di tutto il territorio”.

Particolare di una Sala del Castello (Foto di Lorenza Fiorilli)

E così, nell’anno in cui Gorizia è Capitale della Cultura, il suo maniero diventa un significativo ponte tra il suo passato ricca di storia, da oggi fruibile con l’utilizzo di strumenti multimediali, ed il futuro.

                                                                Alessandra Fiorilli

Palazzo Madama a Torino e la Mostra “Visitate L’Italia” : ne parliamo con il Direttore, Professor Villa.

di Alessandra Fiorilli

Intervistare il Professor Giovanni Carlo Federico Villa, Direttore dal 2021 di Palazzo Madama a Torino, equivale ad intraprendere un viaggio nella storia, il cui percorso è magnificamente rappresentato dalla gentilezza, dalla soavità, dalla passione per la cultura che il Professor Villa esprime, in ogni sua parola,  alla massima espressione.

Il Professor Giovanni Carlo Federico Villa, Direttore du Palazzo Madama a Torino (Foto per gentile concessione del Professor Villa)

Il suo ricco curriculum, che lo vede anche Docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università degli Studi di Bergamo e di Museologia e Museografia alla Scuola di Specializzazione in Beni Storico- Artistici dell’Università degli Studi di Udine, comprende anche oltre trecento pubblicazioni scientifiche ed importanti monografie, alcune delle quali tradotte in armeno, cinese, croato, fiammingo, francese, giapponese, inglese e russo.

Il Professor Villa mi parla, nel corso di quest’ intervista che viaggia sulle ali della storia, di Palazzo Madama e della mostra “Visitate l’Italia” che ha registrato, da febbraio 2025, un lusinghiero risultato: 50000 visitatori, con una media di 400 al giorno.

“Varcando la soglia di Palazzo Madama si avverte immediata l’unicità di questo edificio e dei suoi 2000 anni di storia. Un traguardo stupefacente e arricchito da un dato di fatto rilevante: ogni elemento è rimasto funzionale”, dichiara il Direttore del Palazzo che si affaccia sulla bellissima Piazza Castello.

Palazzo Madama: la facciata su Piazza Castello (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Chi ha avuto il privilegio di visitare Palazzo Madama che: “Sorge dove i Romani avevano posto il Fuoco Sacro di fondazione della città”, ricorderà il bellissimo Scalone a doppia rampa realizzato da Filippo Juvarra: ebbene, anche quest’opera nasconde una curiosità storica, in quanto: “E’ appoggiato alla Porta Romana decumana, una delle maggiore dell’Impero”.

Lo scalione di Juvarra (Foto per gentile concessione della Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Proseguendo poi, al secondo piano, si fa un balzo nella storia in quanto, per giungervi: “Si passa per la torre medievale”.

E proprio durante il Medioevo l’edificio viene trasformato in una fortezza, per diventare poi il Castello dei Principi d’Acaja.

Palazzo Madama, veduta aerea (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Sono le vicende successive alla Restaurazione che vedranno Palazzo Madama protagonista non solo della storia del Regno di Sardegna: “Nel 1848 Carlo Alberto lo scelse come sede del Senato” ma anche del futuro Regno d’Italia: “La cui Camera Alta del neonato Parlamento  fu ospitato in quella che era la Sala da Ballo e proprio qui c’è  ancora una lapide con lettere d’oro a ricordare il ruolo di Torino come prima Capitale. Possiamo dire che a Palazzo Madama si è fatta l’Italia”, dichiara il Professor Villa.

La Sala del Senato di Palazzzo Madama (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Ma il bellissimo edificio che si affaccia su Piazza Castello ha rivestito un ruolo importante anche per la storia europea in quanto, come ci dice il Professor Villa: “Proprio in queste Sale, il 18 ottobre 1961, è stata firmata la Carta Sociale Europea, il trattato dei Consiglio d’Europa che sancisce diritti e libertà”.

Particolare del soffitto della Sala del Senato di Palazzo Madama (Foto per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/ Palazzo Madama)

Dal 1931 Palazzo Madama è Museo Civico della città di Torino e, proprio nella Sala del Senato, fino al 25 agosto prossimo, è allestita l’interessante mostra “Visitate l’Italia – Promozione e pubblicità turistica 1900-1950” a  cura di Dario Cimorelli e Giovanni Carlo Federico Villa, con l’ allestimento di Emilio Alberti e Mauro Zocchetta.

Un particolare della Mostra “Visitate l’Italia” (Foto Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La Mostra, attraverso 200 manifesti, centinaia di guide e pieghevoli illustrati, offre uno spettacolare viaggio nella storia della promozione turistica italiana, in un lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni della ricostruzione dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

Alcuni pieghevoli esposti (Foto Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Gli artisti, che furono incaricati di realizzare tali manifesti, hanno permesso di far conoscere ed apprezzare le bellezze della nostra penisola, capace di trasformarsi, attraverso questa campagna di promozione turistica, da un “Paese ancora essenzialmente povero ad uno con una forte vocazione turistica”, come dichiara il Professor Villa.

Un altro particolare della Mostra (Foto -Ph Studio Gonella, per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La nostra penisola, la quale nel XVIII secolo era stata meta del “Grand Tour” che l’aristocrazia europea e grandi poeti come Goethe intrapresero per conoscere le bellezze nostrane traendone ispirazione, era oramai, da troppo tempo, quasi ai margini del turismo, nonostante le sue immesse bellezze artistiche e naturali.

Marcello Nizzoli (1887 – 1969) Agrigento, 1928 Edizioni STAR – Officine Impresa Gen. d’Affissioni e Pubblicità, Milano – ENIT, litografia a colori su carta, 100×70 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 03581 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

E così, quando si decise di avviare la campagna di promozione turistica, non si pensò solo alle città che erano state già meta del Grand Tour, come Roma Pompei e la Sicilia, dove l’aristocratico e l’artista europeo rimaneva affascinato dai monumenti e dalle rovine dell’antichità, ma si pensò di valorizzare l’Italia tutta.

Pio Solero (1881 – 1975) Cortina. La regina delle Dolomiti, 1931 Edizioni S. E. D., Cortina d’Ampezzo – ENIT, litografia a colori su carta, 100×61,5 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle StAgostino Luigi Sacchi (1867 – 1940) (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

In questo nuovo programma di promozione un ruolo determinante lo ebbe lo sviluppo delle ferrovie e degli altri mezzi di trasporto, ma soprattutto l’istituzione dell’ENIT (Ente Nazionale per l’incremento delle Industrie Turistiche), fortemente voluto dal Touring club italiano, preposto, quest’ultimo, alla promozione, alla gestione e al coordinamento dell’attività turistica e alberghiera e dipendente dall’allora Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro.

Mario Borgoni (1869 – Napoli 1936) Amalfi, 1927 circa Napoli, Richter & Company, litografia a colori su carta, 103×65 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 180 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

“E così, i 547.000 manifesti realizzati in quegli anni, preceduti dalle concessioni per le illustrazioni, divennero i grandi seduttori, in grado, con una sola parola, di affascinare e rapire l’attenzione dei turisti che sapevano di poter trovare, nella nostra nazione, le bellezze naturali delle Dolomiti e delle Alpi, ma anche i centri termali, il mare, i laghi e, ovviamente, le città d’arte”, come dichiara il Professor Villa.

Anonimo Verona, 1928 circa Milano, Pizzi & Pizio, cromolitografia su carta, 100×62 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 05059 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

La mostra, significativamente intitolata “Visitate l’Italia” offre, dunque, “Una chiave di lettura: la necessità che l’Italia venisse conosciuta e così, proprio grazie a questa operazione di promozione turistica, il nostro Paese riuscì ad affermarsi come una Nazione moderna.”

 Portofino Kulm. Panorama verso Ponente, 1905 circa Milano, S.A.I.G.A. Fratelli Armanino, cromolitografia su carta, 100×70 cm Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, inv. 04870 ampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 770 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

Soffermarsi sui manifesti, figli di questa grande operazione pubblicitaria che all’epoca del suo lancio ebbe risultati straordinari: “Basti pensare che Grado passò, nell’arco di una quindicina d’anni, da 3000 a 75000 turisti” , significa “Portarsi via delle riflessioni, le stesse che la mostra è capace di suscitare”, conclude il Professor Villa.

Anonimo Lago di Como, 1920 Chiattone Officine d’Arti Grafiche, Milano, carta / litografia a colori, 100×70 cm Milano, Castello Sforzesco, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, inv. Manifesti A 418 (Per gentile concessione di Fondazione Torino Musei/Palazzo Madama)

E così, in un mondo dove tutto sembra esistere solo se testimoniato dalla foto condivisa in tempo reale, dovremmo cominciare ad ascoltare con il cuore, ad osservare con l’anima, a parlare con le emozioni, cosicché quel paesaggio mozzafiato, così come la visita al museo, alla mostra, al castello, al palazzo storico rimanga impressa per sempre negli occhi, prima ancora che nella galleria delle immagini di un cellulare.

                              Alessandra Fiorilli

Il Museo Egizio di Torino: l’incomparabile fascino di un’antica Civiltà

di Alessandra Fiorilli

E’ da sempre la civiltà antica che maggiormente affascina, per la sua cultura, le sue scoperte astronomiche, le monumentali opere architettoniche, le sue divinità antropomorfe, il culto dell’aldilà.

La Dea Sekmet (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E chissà quanti, se ne avessero la possibilità, chiederebbero, ad una fantomatica macchina del tempo, di venir catapultati nell’Antico Egitto…di fronte all’irrealizzabilità di una tale aspirazione, c’è, però, una valida alternativa: decidere di andare a Torino e di varcare il civico 6 di Via Accademia delle Scienze.

È da qui che si realizza il sogno di poter entrare in contatto con la terra dei Faraoni, in un percorso che si snoda lungo 4000 anni, attraverso i 40000 reperti custoditi, 3300 dei quali sono esposti lungo il percorso che si articola nelle 15 sale disposte sui 4 piani del palazzo barocco “Collegio dei Nobili”.

La Sala 8, Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

E così, entrando nel Museo Egizio di Torino, il secondo più grande al mondo, dopo quello de Il Cairo, sala dopo sala, lungo i due chilometri dello spazio espositivo che si estende per 10000 metri quadri, si avverte forte il privilegio di poter viaggiare attraverso i secoli, anche senza l’ausilio di una fantomatica macchina del tempo.

Horemheb e Amon
Horemheb e Amon (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

L’Antico Egitto è tutto lì: le statue, i papiri, i sarcofagi, gli oggetti di vita quotidiana che rapiscono l’attenzione, affascinano, annullano la dimensione attuale perché, per tutta la durata della visita, ci si sente davvero parte di una delle società antiche maggiormente affascinanti ed apprezzate

La Sala 6 Deir el Medina (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Nel percorso museale si possono ammirare alcuni tra i simboli della cultura e della società egizia: i sarcofagi, che avevano la funzione di custodire il corpo imbalsamato del defunto.

La Sala 8 del Museo, che ospita la Galleria dei Sarcofagi (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

Una della Sale più spettacolari è sicuramente la Galleria dei Re che ospita grandi sculture di faraoni e divinità, statue, queste, rinvenute nel complesso templare di Karmak e Tebe (l’attuale Luxor) nel 1817-1818.

La Sala 14: la spettacolare Galleria dei Re (Foto per gentile concessione del Museo Egizio di Torino)

La luce all’interno della Galleria dei Re è frutto di una scelta accurata: le Sfingi, poste all’entrata, sono illuminate quasi a ricordare la luce del sole della terra egiziana, mentre le statue dei Faraoni sono in penombra, creando, così, un ambiente più solenne e raccolto.

Dal 1824, anno della sua apertura, il Museo Egizio di Torino ha saputo e voluto continuare il suo percorso, non solo in termini di quantità degli oggetti esposti, ma anche nel campo della ricerca, diventando un punto di riferimento importante per la comunità archeologica mondiale.

A testimonianza dell’attiva internazionale che il museo svolge, negli anni Sessanta, fu chiamato alla campagna per il salvataggio dei templi della Nubia, che, dopo la costruzione della diga di Assuan, avrebbe rischiato di essere sommersi dal lago Nasser. Il Museo di Torino rispose a questa chiamata e, in segno di riconoscenza, il governo egizio donò all’Italia il tempio di Ellesija , oggi visitabile nelle Sale del Museo. Il reperto, dopo un’accurata ricostruzione, fu presentato, nel capoluogo piemontese, nel 1970.

La Sala 15: Il tempio di Ellesija (Foto per gentile concessione del Museo Egizio do Torio)

Nel 2015 ha, invece, partecipato alla missione di scavo congiunta italo olandese a Saqquara e, sempre nello stesso anno, e per i quattro successivi, si è provveduto al restauro di oltre 1100 reperti.

Il Museo Egizio finanzia anche progetti di ricerca, ed esso stesso è costantemente impegnato con le istituzioni museali di tutto il mondo. Essendo particolarmente sensibile alla divulgazione scientifica destinata ai più piccoli, ogni anno accoglie più di 100000 ragazzi delle scuole italiane.

Nel 2020, l’anno della pandemia, le porte di via delle Accademie delle Scienze al civico 6, sono rimaste sprangate per 180 giorni, ma proprio durante i mesi di chiusura forzata, il Museo ha voluto mantenere vivo il contatto con i tanti suoi estimatori, attraverso, ad esempio, “Le passeggiate del direttore”, una campagna da remoto, lanciata a marzo 2020 e seguita complessivamente da quasi 2 milioni di utenti.

Conclusasi la parentesi pandemica, il Museo ha saputo superare sé stesso e nel 2024 ha accolto più di un milione di visitatori.

E quando la visita al Museo si conclude, non si sente più il desiderio di disporre di una fantomatica macchina del tempo per andare a visitare gli antichi Egizi… perché loro abitano lì, a Torino, in Via delle Accademie delle Scienze, al civico 6.

                                                       Alessandra Fiorilli

Enzo Ferrari: la storia di un sogno raccontato nei Musei di Maranello e Modena, dove è allestita la Mostra “Supercars “

di Alessandra Fiorilli

Enzo Ferrari è la forza di vedere oltre, di non chinare la testa di fronte alle difficoltà, ai dolori, ai lutti.

Enzo Ferrari è il sogno che si realizza.

La Ferrari F40 esposta alla Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Nato il 18 febbraio 1898 a Modena, si appassiona da subito al lavoro che il padre Alfredo, per tutti Dino, svolge nell’officina di carpenteria meccanica, da lui fondata ed adiacente proprio alla casa dove abitano i Ferrari, a Modena, oggi sede dell’omonimo Museo.

L’Officina Meccanica fondata dal padre di Enzo e l’ingresso del del Museo Enzo Ferrari a Modena (Foto per gentile concessione del Museo Ferrar)

Enzo è mosso dal fuoco sacro della passione per i motori, e comunica ciò al padre, il quale vede infrangersi il sogno di vedere il secondogenito diplomarsi alle scuole superiori.

La Ferrari GTO, esposta nella Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Dopo la morte del padre e del fratello, partito come volontario nella Grande Guerra, le sue conoscenze nel campo della meccanica lo aiutano a trovare un impiego prima di partire, anch’egli, per la guerra, ma viene congedato lo stesso anno a causa di una pleurite che lo conduce all’ospedale di Brescia, prima, e a quello degli Incurabili di Bologna, poi.  Dopo la lunga convalescenza, cerca un impiego nelle fabbriche metalmeccaniche del Nord Italia che respingono la sua richiesta di assunzione.

Tutti questi “NO” non scoraggiarono Enzo il quale, grazie alle sue conoscenze pregresse, riesce a trovare un’occupazione in una carrozzeria che recupera autocarri leggeri impiegati nella Grande Guerra, i cui autotelai vengono ricondizionati e collaudati da Enzo che, nel frattempo, diventa un grande guidatore.

Alcune delle Supercars esposte nell’omonima Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Anche questo impiego giunge a termine ed Enzo si trova, nuovamente, ad essere disoccupato, ma la sua passione per i motori è più forte, e così, nel 1920 gareggia al Gran Premio dei Circuito del Savio, vincendolo.

Proprio in occasione della vittoria, Enzo incontra la madre dell’aviatore Francesco Baracca, morto durante la Prima Guerra Mondiale, e che aveva un cavallino rampante sulla carlinga.

La F80 esposta nella Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

E così, la madre dell’eroe dell’aria consegna a Ferrari proprio il cavallino, chiedendogli di metterlo sulle sue macchine: e dal 1932 è il simbolo della Scuderia Ferrari.

LaFerrari, una delle Supercars esposte nell’omonima Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Enzo, però, ha un sogno ancora più grande: difatti, dopo aver fondato la sua azienda decide di volerla dirigere personalmente e, così, abbandona le piste in veste di pilota.

Enzo Ferrari, al centro, in una foto d’epoca (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

La morte dell’adorato figlio Dino è un colpo durissimo, ma, nonostante ciò, Enzo continua ad andare avanti, come aveva sempre fatto fino ad allora.

Il resto è storia, la storia di un uomo che continua ad essere l’anima della sua azienda fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 agosto 1988.

Ma i sogni continuano a vivere, nonostante l’assenza fisica di una persona su questa terra.

Perché i sogni hanno vita autonoma, e, come un’Araba Fenice, rinascono dalle ceneri e sono capaci di dare forza a chi i sogni non li ha più, perché disilluso.

Ecco cosa significa visitare il Museo Enzo Ferrari a Modena, ospitato proprio nell’edificio adiacente all’Officina Meccanica del padre Alfredo: significa diventare testimoni, attraverso l’emozionante video sulla sua vita e trasmesso nello spazio espositivo, della forza di un uomo che ci ha creduto veramente.

L’ingresso del Museo Ferrari a Maranello (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

E le auto esposte nei due Musei Ferrari, sia in quello di Modena che in quello di Maranello, non sono soltanto opere di alta ingegneria meccanica e il simbolo di vittorie e di premi, ma rappresentano un sogno chiamato Enzo Ferrari, nel cui Museo di Modena è possibile visitare, fino al 16 febbraio 2026, la mostra “Supercars”, dedicata a quelle auto che maggiormente hanno rappresentato l’evoluzione tecnologica della Casa.

La Locandina della Mostra Supercars al Museo Enzo Ferrari di Modena (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Una mostra che , con le sue 5 isole interattive e polifunzionali, una per ciascuna Supercar ( GTO, F40, F50, Ferrari Enzo, LaFerrari), si snoda attraverso un percorso composto da 2000 testimonianze tra fotografie, video, disegni, documenti e pubblicazioni dell’Archivio Ferrari che oggi sono consultabili in modalità digitale.

Una delle 5 Isole Digitali della Mostra Supercars (Foto per gentile concessione del Museo Ferrari)

Eccoli i sogni di Enzo Ferrari: fruibili non solo da chi è un appassionato di Formula 1 e di macchine potenti, ma da tutti coloro che vogliono conoscere l’anima e il cuore del papà della scuderia del “Cavallino Rampante”,  i cui musei hanno richiamato, lo scorso anno, più di 850000 visitatori.

                                    Alessandra Fiorilli

Gorizia: da città di frontiera a Capitale della Cultura 2025 con la slovena Nova Gorica

di Alessandra Fiorilli

Gorizia e la Storia: quella imposta dalle contrapposizioni ideologiche che hanno stravolto la geografia non solo di una città ma di un’intera comunità la quale, nonostante le differenze culturali e linguistiche, viveva in armonia.

Gorizia e la Storia: quella scritta dai vincitori e subita da chi quelle decisioni doveva solo accettarle.

Gorizia e la Storia: una ferita durata decenni, ed iniziata dal 1947, anno del Trattato di Parigi in seguito al quale il territorio della città fu letteralmente diviso in due, difatti il centro storico rimase all’interno del confine italiano e l’entroterra, invece, fu assegnato alla Jugoslavia.

Le due città transfrontaliere di Gorizia (Italia) e di Nova Gorica (Slovenia) (Foto GECTGO, per gentile concessione dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Gorizia)

Una cortina di ferro che Gorizia dovette accettare…proprio lei, proprio quella città dove prima della guerra: “Convivevano comunità che parlavano 4 lingue: l’italiano, il ladino, il tedesco e lo slavo…e questo poteva accadere all’interno di una stessa famiglia”,  come dichiara il Dottor Rodolfo Ziberna, Sindaco di Gorizia il quale, proprio in merito a quello che successe nel 1947 parla di :  “Quel filo spinato, di quei soldati che a terra si misero a dipingere, con calce e colori, il segno di una separazione tra Gorizia e quella che sarebbe diventata Nova Gorica”.

Il Sindaco di Gorizia, Dottor Rodolfo Ziberna (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Gorizia)

Gorizia conosceva bene le sofferenze belliche ancora prima dell’ultimo conflitto mondiale: “La Grande Guerra fece pagare un alto tributo alla città che per l’80% fu rasa al suolo”.

La Prima Guerra Mondiale può essere condensata in un solo nome: il Carso, che ancora custodisce le ferite di un conflitto atroce, impresse con il fuoco dell’inchiostro del poeta Giuseppe Ungaretti.

 “Sul Monte Sabotino, ad esempio, sono ancora visibili i 50 camminamenti e i bunker”, evidenzia il Sindaco Ziberna e proprio quelle zone ferite rappresentano per Gorizia: “Una testimonianza di permanenza”

Eppure, fino al Trattato di Parigi del 1947, Gorizia era un: “Simbolo di integrazione”, salvo poi diventare: “La soglia d’Italia”.

Quello che accadde dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la separazione netta del mondo in due blocchi è costantemente nota e quella divisione cui fu costretta Gorizia fu: “Sia linguistica che militare”.

Le guerre lasciano dietro di loro sempre ferite, divisioni imposte, ma poche zone, come quelle dell’area di Gorizia, sono state così pesantemente colpite nella sua geografia e nella vita delle comunità che ivi risiedevano,  una tragedia causata  anche dai nazionalismi  i quali:  “Hanno partorito stati che hanno omogeneizzato popoli”.

E come dimenticare come: “A Gorizia il 20% della popolazione erano esuli istriani fuggiti da Tito”

Le sofferenze atroci sofferte dai civili, specie dalle comunità di frontiera che la guerra ha diviso nettamente in due, non sono mai state dimenticate, nulla ha potuto cancellarle nonostante: “La memoria non la si possa condividere ma solo narrare”,

Poi ecco gli anni ’90, il crollo del muro di Berlino, la Slovenia che nel 1991 dichiara la propria indipendenza dopo la disgregazione delle ex Jugoslavia e il riconoscimento, da parte della comunità internazionale come Stato autonomo nel 2004 e poi l’entrata nel 2007 nello Spazio Schengen.

Non più divisa dalla cortina di ferro, Gorizia riprende in mano la sua storia, vuole curare le ferite, nonostante esse rimarranno per sempre visibili, e rinasce.

E arriva la rivincita di una città che ha vissuto la tragedia dei conflitti e delle divisioni ideologiche: una rivincita che si concretizza in una manifestazione come “Gusti di Frontiera”, nata 18 anni fa: “ “Come vetrina del cibo transfrontaliero di Italia e Slovenia e che oggi vanta numeri straordinari: basti pensare che lo scorso anno 600000 persone sono arrivate in città attirate dagli stand provenienti da  50 paesi dei cinque continenti”.

Uno dei momenti di GO!2025 (Foto di Giacomo Brescacin, per gentile concessione dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Gorizia)

Ma la pietra miliare di questa rinascita si chiama “Go! 2025” e celebra, per la prima volta, due capitali europee transfrontaliere, appartenenti a due Stati: Gorizia, Italia,  e Nova Gorica, Slovenia, che celebrano la loro storia, una storia che le ha viste divise per più di mezzo secolo dalla cortina di ferro ma che, anche nel periodo della  separazione fisica, non si sono mai dimenticate.

Gorizia: Piazza Vittoria, gremita di 8000 persone all’inaugurazione di GO!2025 (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Gorizia)

“L’inaugurazione di “Go! 2025” è avvenuto contemporaneamente sia a Gorizia e che a Nova Gorica e mi sono sentito travolto dall’emozione nel vedere a Piazza Vittoria 8000 persone unite, senza nazionalità. Da Gorizia è arrivato un esempio concreto contro la natura della separazione”, dichiara il Sindaco Ziberna.

Essere stata scelta come Capitale della Cultura 2025 ha permesso a Gorizia di : “Narrare il confine e l’emozione della narrazione, perché l’emozione continua a bruciare e dobbiamo fornire carburante allo spirito”.

Uno degli eventi di GO!2025 (Foto di Fabrice Gallina, per gentile concessione dell’Ufficio Comunicazione del Comune di Gorizia)

Durante quest’anno che le vede protagoniste della cultura, sono moltissimi gli eventi previsti dal programma, eppure, l’evento più bello e significativo,  non solo per Gorizia ma per tutti, è l’esempio che questa città è riuscita ad offrire: oltre la vecchia cortina di ferro, oltre il confine imposto dalla storia, oltre le divisioni fisiche geografiche e comunitarie, Gorizia continuava a rivolgere  il cuore alla speranza di una rinascita e di una rivincita contro la guerre che la ferirono  e la storia  che la divise.

                                                        Alessandra Fiorilli

La Mostra “Salvatore Ferragamo 1898-1960” a Firenze: un itinerario affascinante tra genialità e passione.

di Alessandra Fiorilli

Acquistarne un paio per molti può rappresentare la necessità del momento, per altri può significare la ricerca di un semplice accessorio da abbinare ad un abito da cerimonia, per altri ancora un momento di puro shopping.

Ma non per lui.

 Per Salvatore Ferragamo la scarpa è stato l’inizio del tutto, della sua passione della sua sperimentazione, della sua vita.

Alcune delle centinaia di scarpe esposte alla Mostra (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

Nato il 5 giugno 1898 a Bonito, un piccolo centro dell’Irpinia, la sua è una famiglia numerosa, di agricoltori.

Il lavoro e la fatica sono tanti, ma le entrate sempre troppo poche, talmente poche da non consentire al piccolo Salvatore di proseguire oltre la terza elementare e così, a nove anni, è costretto a trovarsi un mestiere: inizia quello di calzolaio e si incanta a guardare la maestria del suo primo datore di lavoro.

I “ferri del mestiere” di Salvatore Ferragamo (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

Quando arriva il giorno della Prima Comunione delle sue sorelline, non ci sono soldi per acquistare due paia di scarpe bianche: le realizzerà Salvatore e saranno le sue prime scarpe.

Alla bottega di Mastro Luigi fa di tutto, ma dopo la morte improvvisa del padre è costretto a lasciare il suo paese d’origine per recarsi a Napoli, città nella quale, nonostante le prime difficoltà, impara tutto sulla scarpa artigianale perché, come Salvatore amerà spesso dire di sé stesso: “In una vita precedente ero un calzolaio”.

Tornato poi a Bonito, apre un negozio tutto suo e ha successo, ma il 24 marzo 1915 è sul piroscafo Stampalia diretto da Napoli a New York: la cabina a sei posti dove viaggerà è sporca e maleodorante e il 7 aprile, dopo i necessari controlli a Ellis Island per entrare negli Stati Uniti, sbarca a New York.

Si traferisce a Boston, impara subito l’inglese, poi va a Santa Barbara, in California, dove aprirà un suo negozio che si affollerà di personaggi famosi.

Comincia a studiare l’anatomia umana e tre-quattro volte la settimana percorre 60 chilometri per assistere alle lezioni.

Nel 1926 torna in Italia e dal 1927 è a Firenze.

E proprio di questa città comincia ad apprezzare l’antica tradizione della lavorazione della paglia, sviluppatasi già nel 1700. E così alle famose “paglie” di Firenze, i cappelli che i turisti portano a casa come souvenir, ora si affiancano anche le tomaie per le scarpe estive create da Salvatore Ferragamo.

L’acquisto di Palazzo Spini Feroni a Firenze, poi la Seconda Guerra Mondiale, i brevetti depositati e l’estate del 1947, quando Salvatore è chiamato a Dallas per ricevere l’Oscar della Moda.

 Fin dai suoi esordi la passione di Ferragamo per le scarpe incontra il mondo del cinema.

Ferragamo e la sua passione per il cinema (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

E moltissime saranno le dive che si rivolgeranno a lui per le sue creazioni,  e neanche  la  malattia   riesce a  spegnere il suo ottimismo, tanto da fargli scrivere :” E se non sarà con questo corpo vuol dire che compirò la mia missione con un altro. Tutti viaggiamo nel flusso di un’eterna marea. Un eterno scorrere che non avrà mai fine”.

Ferragamo amò il cinema che lo riamò (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

Questa, in pochissime righe, la vita di Salvatore Ferragamo al quale è dedicata una retrospettiva, inaugurata il 26 ottobre 2023 e prorogata due volte e visitabile fino al 6 aprile 2026. Una mostra sul genio di Ferragamo, un percorso museale durante il quale si è proiettati nelle sue origini, nel suo cuore, nella sua maestria, nell’intuizione di un artista che, partendo dall’osservazione della natura, creava le proprie opere d’arte, usando, oltre ai classici pellami, anche materiali naturali come il sughero, la canapa, il fustagno, la paglia.

Sandalo in canapa e cordoncini intrecciati di cotone (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

In una Sezione della Mostra, dal titolo Equilibrio e Anatomia, è esposto l’archivio delle forme dei piedi delle clienti più famose e realizzate dallo stesso Ferragamo che, nel corso degli anni, depositò i suoi brevetti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma.

Scarpe e relativi brevetti (Foto per gentile concessione del Museo Salvatore Ferragamo)

La Sezione Nuovo Rinascimento rappresenta un felice e riuscito parallelismo tra l’arte di Ferragamo e il suo intuito che ricorda la creatività degli artisti rinascimentali e, a dar forza a tale parallelismo, una creazione unica, alla quale è dedicata un’intera Sezione della Mostra: custodito sotto una teca, il sandalo in oro 18 carati nato dal genio di Ferragamo in collaborazione con gli orafi del Palazzo dell’Oro, vicino Ponte Vecchio a Firenze.

La retrospettiva termina con il tuffo più glamour: quello dedicato alle dive, alle principesse, alle donne impegnate nei vari settori, accomunate dal desiderio di vedere ai propri piedi le creazioni di Ferragamo.

Alcune delle celebri forme di legno realizzate da Ferragamo (foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

Si va dalle dive internazionali come Marlene Dietrich, all’esuberanza della cantante e attrice Carmen Miranda, dalla sensuale Ava Gardner all’eterea Audrey Hepburn, ma non mancano le principesse come Grace Kelly e le nostrane Anna Magnani e Sophia Loren.

Salvatore Ferragamo, Sophia Loren e una delle tante creazioni realizzate per la nostra Diva (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

E poi, ecco arrivare lei: Marilyn Monroe.

Marylin Monroe e le sue iconiche decolleté realizzate per lei da Ferragamo (Foto per gentile concessione del Museo Ferragamo)

Le sue décolleté, realizzate da Ferragamo, hanno fatto storia e sono diventate il simbolo della sua sensualità senza tempo. Anche grandi artiste come Georgia O’Keeffe e Palma Bucarelli sono state illustri clienti di Ferragamo il quale, da un piccolo paese,  ha saputo esportare, in tutto il mondo, il suo genio e la sua maestria, condensate nella Mostra a Firenze “Salvatore Ferragamo 1898-1960”: un inno alla creatività italiana, alla passione che non conosce né limiti né confini, ai sogni che possono realizzarsi, se ci si crede fermamente, proprio come ci ha creduto Salvatore Ferragamo.

                             Alessandra Fiorilli