Volterra: un fascino lungo 3000 anni

di Alessandra Fiorilli

… e così, dopo aver percorso le dolci curve che ti hanno fanno ondeggiare tra alberi e prati sconfinati, in una natura abbagliante, ecco arrivare il cartello che ti annuncia di esser arrivato a destinazione: Volterra… e lei… lei ti sta attendendo, con il campanile del Duomo che svetta da lontano, arroccata su quel colle di tufo che sembra fosse abitato già nell’Età del Ferro. 

E così, dopo esser stati circondati dalla bellezza della Val di Cecina, ti incammini verso una delle porte di ingresso, tra le quali la più nota è la Porta dell’Arco, di origine etrusca ed ancora oggi perfettamente conservata.

Percorri le strade che hanno il sapore della storia ed arrivi fino alla piazza principale, avvertendo tutta la potenza della sua storia, una storia che risale a quasi 3000 anni fa, quando gli Etruschi la scelsero come una delle loro principali Città Stato.

Le mura, che avevano inizialmente un’estensione complessiva di circa 7300 metri, sono ancora oggi il simbolo di questa città, il cui sviluppo fu frenato a causa della sua vicinanza con Roma, destinata a diventare “caput mundi”.  Nonostante ciò, Volterra mantenne buoni rapporti con la Città Eterna, salvo poi essere annientata durante la guerra tra Mario, con il quale si era schierata, e Silla che, in segno di vendetta, ne ordinò l’assedio durato due anni, portando allo stremo la città, la quale subì, successivamente, un saccheggio devastante.

Un caratteristico scorcio delle vie di Volterra (Foto di Lorenza Fiorilli)

Nel V secolo D.C., divenne sede di una diocesi cui faceva capo un vastissimo territorio. Fu poi governata dai Longobardi, dai Franchi, fino a quando, tra il IX ed il X secolo, iniziò il Potere temporale dei vescovi.

Scorcio del Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

La costruzione di uno dei simboli di Volterra, Palazzo dei Priori, che si affaccia sull’omonima piazza, iniziò nel 1208 e sempre nel XIII secolo furono erette le case-torri, ovvero le fortezze private appartenenti alle famiglie nobili della città. Nello stesso periodo furono costruite le mura medievali, anch’esse ancora oggi visibili.

Palazzo dei Priori (Foto di Lorenza Fiorilli)

Dopo essere stata sottomessa da Firenze nel 1472 e aver vissuto alterne vicende storiche, nel Seicento e Settecento, subì una profonda crisi demografica causata soprattutto dalla peste. La rinascita la si ebbe con il ritorno del potere dei Lorena nel 1814, al cui Granducato era stata già annessa nel XVII secolo.  Seguirono, così, anni di grande sviluppo grazie alla lavorazione dell’alabastro per cui è famosa ancora oggi. Fu negli anni seguenti che venne costruito il bellissimo Viale dei Ponti, dalla cui terrazza lo sguardo spazia fino al mare ed il paesaggio che incanta dai 500 metri di altezza, è dolce, sensuale, tanto da somigliare ad una donna languidamente adagiata su un triclinio e ritratta da un artista rinascimentale.

Il panorama che si gode dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E quando poi percorri in senso contrario la strada che ti ha condotto fino alla sommità, camminando su quelle vie lastricate di storia, avverti di essere stata parte di tanti eventi, di splendore e di cadute dalle quali Volterra si è alzata sempre e più forte di prima.

Il profilo del centro storico di Volterra visto dalla terrazza di Viale dei Ponti (Foto di Lorenza Fiorilli)

E ti volti a salutare questa città, con i suoi 3000 anni di storia, ancora visibili e, appena varcata la porta dalla quale eri entrata, già senti la nostalgia di quelle vie dove si sente solo il rumore dei passi, di quell’ aria pulita, di quella bellezza che ti ha rapito ed emozionato, quella stessa bellezza toscana che ti conforta, sussurrandoti all’orecchio:” Non è un addio ma solo un arrivederci”.

                                 Alessandra Fiorilli

Il Limone Costa d’Amalfi : la storia e le caratteristiche di questo  prodotto IGP raccontate dall’ Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela.

di Alessandra Fiorilli

Il patrimonio di una nazione non è rappresentato solo dalle sue ricchezze artistiche o bellezze naturali, ma anche  da prodotti tipici che fanno subito Italia, e tra questi ci sono gli agrumi, simbolo del nostro clima mediterraneo e di luoghi ai quali vengono immediatamente  associati: è il caso del Limone Costa d’Amalfi che: “Dal 2002 è un prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta), grazie alla creazione di un Consorzio di Tutela che, è stato riconosciuto dal MIPAF con DM 29 luglio 2003 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.193 del 21 agosto 2003 in base all’articolo 14 della legge 526/99 per la tutela, vigilanza e valorizzazione del prodotto”, come dichiara l’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela,  la quale ci racconta la storia dell’agrume simbolo della Costa d’Amalfi.

L’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

“ Tra il IX ed il X secolo  il limone arriva dall’India, ma  viene di fatto introdotto dai Crociati di ritorno dal Medio Oriente, nonostante questo frutto fosse conosciuto già nell’antica Pompei, dove proprio all’inizio del 1900, già venne portata alla luce la “Casa del Frutteto” con all’interno dei limoni dipinti sulle pareti”, racconta l’Avvocato Gambardella, la quale ci tiene a sottolineare le proprietà di questo agrume il quale:  “Veniva imbarcato, sulle navi che partivano da Amalfi, antica Repubblica Marinara,  per curare i marinai, i quali si ammalavano di scorbuto, malattia che sconfiggevano proprio con la preziosa vitamina C contenuta nel limone, durante i lunghi viaggi verso l’Oriente”.

Ma tale frutto chiamato: “Sfusato Amalfitano  per la sua forma allungata”,  ha avuto un ruolo di primo piano anche nel campo medico, infatti :“Veniva utilizzato già  dalla famosa Scuola Medica Salernitana, che, studiando gli agrumi ed in particolare  lo sfusato amalfitano, vide che quest’ultimo era ricco di olii essenziali e polifenoli (antiossidanti), oltre, che  ovviamente di vitamina C”.

La caratteristica forma affusolata del Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

A rendere il limone di Costa d’Amalfi  un prodotto IGP di particolare pregio e qualità è indubbiamente il : “Clima favorevole, perché mite e  senza sbalzi di temperature”.

Le caratteristiche dello Sfusato d’Amalfi sono le seguenti :” La forma affusolata, la buccia di medio spessore, la polpa succosa e gustosa, la  poca acidità, i pochi semi e la grammatura che deve essere di 100 grammi circa cadauno“.

Oltre a queste caratteristiche, il Limone Costa D’Amalfi, viene coltivato IGP solo nei :“13 comuni della Costa d’Amalfi previsti dal Disciplinare di produzione che precisamente sono: Vietri sul Mare, Cetara, Maiori, Minori, Tramonti, Ravello, Scala, Atrani, Amalfi, Conca dei Marini, Furore, Praiano e Positano. La coltivazione avviene sui terrazzamenti a gradoni tipici della Costa d’Amalfi , perché ricavati nella roccia per  permettere all’acqua piovana di meglio irrigare e  drenare il terreno svolgendo, così, anche una protezione naturale, al fine di contenere il dissesto idrogeologico di un  territorio fragile, composto, appunto, da rocce calcaree friabili e scoscese . Da non dimenticare che tali terrazzamenti sono stati riconosciuti Patrimonio Mondiale dell’Unesco dal 1997”.

I pali di castagno sui quali sono adagiate le piante di limoni (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Lo Sfusato d’Amalfi è: “ Ottimo per la produzione del liquore, il famoso ed iconico limoncello, per i dolci, specie quelli tipici napoletani, ma da qualche tempo lo si usa anche per la pasta di limone, ovvero limone unito a  mandorle e usata come glassa. Novità di questi ultimi anni è anche il gin con Limone Costa d’Amalfi IGP”.

Tale agrume : “Cresce con i rami della pianta di limone adagiati e distesi su pali di castagno in modo che l’albero rimanga piegato verso il  basso e non è trattato con pesticidi nocivi alla salute, ma solo con l’utilizzo di prodotti biologici e poco impattanti per la salute; pertanto la sua buccia è edibile, infatti la stessa la si usa per produrre le gustose  scorzette candite“.

I rami carichi del Limone Costa D’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Il limone Costa d’Amalfi :”  E’ sottoposto a rigorose verifiche da parte dell’Organismo di certificazione, il quale controlla l’operato di tutti i soci del Consorzio che complessivamente  risultano essere, ad oggi, 259 di cui 232 soci produttori, 6  soci confezionatori e 21 soci trasformatori“.

Tale prodotto viene anche esportato all’estero: “Specie in Europa, in particolare in Germania ed in Svizzera, ma anche in America. Fuori dall’Italia, comunque è richiesto soprattutto sotto forma di prodotto trasformato , quindi limoncello, pasta di limone e caramelle”.

Il prodotto simbolo della Costa d’Amalfi, è coltivato “Su 150 ettari”,e  ogni anno dona “Due milioni di chilogrammi circa di prodotto certificato IGP”.

Limoni Costa d’Amalfi IGP, particolare (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

 E così, grazie a chi sa curarlo e coltivarlo perché “Ci vuole un intero anno tra una raccolta ed un’altra”, si può assaporare tutto il gusto di questo prodotto: ” Unico e prezioso della Costa d’Amalfi chiamato anche “Oro Giallo”“.

                            Alessandra Fiorilli

Il Teatro Olimpico : tutto il suo fascino nelle parole dell’Assessore alla Cultura, Turismo e all’Attrattività del  Comune di Vicenza, Ilaria Fantin

di Alessandra Fiorilli

Tra i luoghi di una città ce n’ è sempre uno più iconico degli altri, perché il suo stile e la sua bellezza lo hanno trasformato in un simbolo… un simbolo il cui fascino continua a rapire e ad emozionare.

E questo luogo, per la città di Vicenza, è il Teatro Olimpico che per la città veneta: “ Non è solo un monumento: è la sua anima culturale, il suo simbolo identitario più profondo, l’ultimo capolavoro dell’architettura palladiana giunto, fino a noi, intatto” come dichiara Ilaria Fantin, Assessore alla Cultura, al Turismo e all’Attrattività  della città di Vicenza, la quale prosegue : “ È il primo teatro stabile coperto dell’età moderna, progettato da Andrea Palladio secondo i canoni dell’architettura classica vitruviana, e concepito dall’Accademia Olimpica come luogo dedicato allo studio e alla celebrazione delle arti e delle scienze, capace di incarnare il forte ideale umanista della nostra città”.

L’Assessore Ilaria Fantin (Foto di Marco Bordin, per gentile concessione di Ilaria Fantin)

La scelta di Andrea Palladio di costruire un Teatro proprio a Vicenza è da rintracciarsi in un motivo profondamente connesso con la cultura che in quel tempo animava la città veneta: “ Già sede dell’Accademia Olimpica, fondata nel 1555 da un gruppo di intellettuali vicentini tra cui lo stesso Palladio” .

Sarà proprio proprio la stessa Accademia  a voler realizzare: “Uno spazio stabile e permanente per le proprie rappresentazioni culturali e teatrali”, come dichiara Ilaria Fantin,  la quale, nonostante la sua carriera da concertista l’abbia condotta in tutta Europa, è tornata poi  nella sua città di Vicenza per dedicarsi anche all’organizzazione di  eventi culturali.  

Il palcoscenico del Teatro Olimpico dal quale si ammira l’illusionismo prospettico (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La scelta dell’Accademia Olimpica  di creare e diffondere cultura utilizzando un luogo cittadino, cadde in quelle che erano le prigioni comunali, in pieno centro storico… e  fu così che:  “ Un luogo di reclusione” diventò “Un tempio della conoscenza e della libertà intellettuale, grazie ad un’operazione simbolica e concreta al tempo stesso, della quale la città si fece promotrice, rendendo tale progetto un autentico manifesto civico”

Il Teatro Olimpico è anche il simbolo di una continuità artistica che non si interrompe con la morte di Andrea Palladio, il quale aveva avviato il progetto il 15 febbraio 1580, sei mesi prima della morte che lo verrà a trovare il 19 agosto :” L’architetto aveva lasciato disegni e un modello ligneo, permettendo la prosecuzione dell’opera da parte di suo figlio Silla e, soprattutto, di Vincenzo Scamozzi, cui si deve il completamento della scenografia prospettica”.

Scorcio della concezione prospettica con la quale è stato realizzato (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

I lavori si concluderanno 5 anni più tardi e l’inaugurazione che avvenne: “ Con la rappresentazione dell’“Edipo re” di Sofocle, in una messa in scena straordinaria,  rese subito celebre il teatro in tutta Europa”.

Quello che colpisce e rapisce, già al primo impatto, è la scenografia: “Realizzata nel 1585 da Vincenzo Scamozzi, il quale si ispirò alla concezione prospettica dell’epoca. Raffigura sette strade cittadine convergenti verso punti di fuga, costruite con legno dipinto, gesso e stucco per creare un’illusione di profondità. Le strade sono inclinate e illuminate in modo da accentuarne la tridimensionalità. In origine, le finestre e le porte finte contenevano lampade per creare effetti luminosi suggestivi”.

Vistare il Teatro Olimpico di Vicenza permette di conoscere da vicino: “Un capolavoro di illusionismo prospettico permanente, mai più replicato nella storia del teatro” che rappresenta :” Un unicum assoluto nella storia dell’architettura teatrale ed  è l’unico teatro rinascimentale giunto integro fino a noi”.

La visuale dalle gradinate che costituiscono la cavea ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La particolarità è strettamente legata alla: “ Una scenografia fissa e tridimensionale, che rappresenta idealmente la città di Tebe, ma che in realtà è un omaggio alla Vicenza del Rinascimento. L’intero spazio è concepito come una macchina scenica perfetta e la scenografia è costruita con illusionismo prospettico straordinario, che suggerisce profondità illimitate in uno spazio di pochi metri. È, in definitiva, un teatro che non si limita a ospitare spettacoli: è esso stesso uno spettacolo permanente”.

Il fascino che esercita è difficile da esprimere a parole soprattutto  perché: “ Risiede nella sua capacità unica di emozionare ancora prima che inizi lo spettacolo. È l’architettura stessa a farsi palcoscenico di meraviglia: varcare la soglia del teatro significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo si dilata e l’antico dialoga con l’eterno. Ogni dettaglio , dalla scenografia prospettica alle proporzioni armoniche, è pensato per evocare un’ideale di città, in cui arte, bellezza e sapere si fondono in una profonda armonia. È un luogo che non si visita semplicemente: si vive, si contempla, si ricorda”.

Visuale dall’alto ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

Il Teatro Olimpico non è solo la storia della città e della sua cultura, ma una realtà viva e palpitante ancora oggi, difatti  :” Ospita una programmazione raffinata e selezionata, che privilegia spettacoli in linea con la sua natura e la sua struttura. Si tengono rappresentazioni di teatro classico greco e latino ma anche eccellenti rivisitazioni, concerti ed eventi culturali. Cito, tra tutti, il Ciclo degli Spettacoli Classici e il Festival Vicenza Jazz, due importanti rassegne del Comune di Vicenza che valorizzano il teatro nella sua doppia funzione di contenitore culturale e opera d’arte vivente. Ogni spettacolo è pensato per rispettare la sua acustica, la sua scenografia fissa, e il suo valore monumentale. È anche il luogo dove si tengono incontri istituzionali, eventi di diplomazia culturale, presentazioni accademiche, convegni scientifici e artistici, oltre a ricevimenti per delegazioni internazionali. Oggi, il Teatro Olimpico è un punto di riferimento culturale e turistico, che rende Vicenza un centro d’eccellenza nel panorama internazionale dell’arte e dell’architettura”.

Una suggestiva visione d’insieme del Teatro (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

E’ un Teatro che annovera, tra i suoi visitatori, figure storiche come Napoleone Bonaparte, Pio VI e Francesco Giuseppe d’Austria e ancora oggi: “E’ tuttora luogo simbolico di accoglienza per personalità di rilievo” dichiara l’Assessore Fantin la quale conclude l’intervista con queste parole : “Al Teatro Olimpico l’arte non si esibisce soltanto, ma si celebra, si discute e si tramanda”

Il Teatro Olimpico di Vicenza: l’intuizione di un genio, la volontà di una città che voleva creare un punto di riferimento per la cultura e la caparbietà di realizzare un capolavoro, nonostante il suo ideatore, il grande Andrea Palladio, avesse lasciato di questo suo progetto solo disegni ed un progetto ligneo destinato a diventare, però,  il simbolo imperituro della cultura vicentina.

                                     Alessandra Fiorilli

Asolo: dove la cultura è di casa. Intervista con la Dottoressa Beatrice Bonsembiante ed il Maestro Federico Pupo

di Alessandra Fiorilli

“Asolo, città dai cento orizzonti”: è così che il poeta Giosuè Carducci definì la cittadina posizionata sul monte Ricco, tra il Massiccio del Grappa a nord e la pianura a sud, che si allunga sin verso Padova e Venezia.

“E’ al centro di un crocevia tra le direttrici nord-sud ed est-ovest, e proprio ad est troviamo illetto del Piave  mentre ad ovest il Brenta” dichiara la Dottoressa Beatrice  Bonsembiante, Assessore alla Cultura  e Turismo del Comune di Asolo, la quale prosegue il suo racconto su questoborgo inserito tra quelli più belli d’Italia: “ Il primo insediamento umano della zona appartiene al popolo veneto, un popolo semplice, la cui edilizia era caratterizzata da strutture basiche, delle quali rimane in realtà pochissimo, infatti solo alcuni degli oggetti risalenti a quell’epoca sono conservati nel Museo Civico”.

La Dottoressa Beatrice Bonsembiante, Assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Asolo (Foto per gentile concessione della Dottoressa Beatrice Bonsembiante)

L’arrivo dei Romani nel I secolo A.C. segnò per Asolo:“Un grande sviluppo, tanto da diventare municipium romano grazie alla sua posizione strategica. E proprio i Romani costruirono le terme, l’acquedotto ed il teatro che ha una particolarità, tanto da distinguersi da tutti gli altri: è l’unico in contro pendio; quindi, la cavea non era situata nella parte bassa, ma in quella alta, e questo perché i Romani volevano che, alla fine della via Aurelia, tutti dovessero vedere, già a lunga distanza, la facciata del teatro stesso”.

Con la caduta dell’Impero, anche Asolo conosce un periodo buio che termina:”Dopo il 1288, con la presa del borgo da parte di Venezia: Asolo rimarrà una podesteria veneta fino al 1796, quando, con l’arrivo di Napoleone, la stessa città lagunare decadde”.

Ma torniamo alla fine del 1400, quando ad Asolo: “Giunge la Regina Caterina Cornaro, che era stata data in sposa per procura, all’età di 14 anni, al Re di Cipro Giacomo di Lusignano, in quanto il sovrano aveva molti debiti con Venezia e, quindi, il matrimonio li avrebbe, di fatto, cancellati. Ma il re attende quattro anni per far arrivare Caterina nella sua città”.

Caterina si adatta subito alla vita di Cipro ma: “Dopo la morte del marito e del figlio, dopo  appena un anno dalla scomparsa del consorte, regge da sola il trono. Venezia, però, la fa tornare in patria dandole la Podesteria di Asolo”.

Veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Ma nonostante questo potesse sembrare un esilio dorato: “Caterina inizia a realizzare un progetto di corte rinascimentale e chiama ad Asolo artisti di grande spessore che danno slancio alla città, ma l’arrivo della Lega di Cambrai la costringe a dover fuggire a Venezia, dove poi muore”

Una delle caratteristiche vie di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Dopo l’arrivo di Napoleone ed un periodo di decadenza generale per Venezia e i luoghi limitrofi : “Nasce il fenomeno del Grand Tour e così in Italia arrivano dall’estero i nuovi aristocratici che acquistano palazzi, acquisiscono i comportamenti dei locali, in quanto già da tempo i nobili di Venezia erano soliti trasferirsi ad Asolo, specie in estate, alla ricerca di un po’ di refrigerio”. 

E così: “Gli Inglesi e gli americani cominciarono a prendere casa ad Asolo, dove c’è ancora   una comunità anglofona”.

Tra gli anglosassoni spicca Robert Browning, ma come dimenticare la diva nostrana Eleonora Duse la quale: “Decide di comprare casa ad Asolo, ma muore nel 1924 di tisi, proprio durante quella stessa tournée con la quale avrebbe finito di pagare la casa da lei tanto amata”.

La Sezione Eleonora Duse nel Museo Civico (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La diva, però, scelse Asolo come sua residenza per l’eternità, infatti: “E’ qui seppellita”.

Particolari della Sezione Eleonora Duse (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La terza donna di Asolo, dopo Caterina ed Eleonora sarà:” Freya Stark, amica della Regina Madre, tanto che Filippo di Edimburgo era solito trascorrere del tempo proprio qui ad Asolo. Freya era una viaggiatrice, fece lavori di cartografia conservati ancora a Londra e scrisse romanzi di viaggio”.

Il Museo Civico si snoda su tre piani: “Al primo è ospitata la Sezione Archeologica, al secondo la Pinacoteca“, mentre il terzo piano è tutto dedicato alle tre donne simbolo di Asolo, e si articola infatti nella Sezione Eleonora Duse, Sezione Freya Stark, e Sezione Caterina Cornaro. “Visitare il Museo è come sfogliare un album di famiglia”.

Una suggestiva veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Oggi Asolo è un luogo di incontri: “Una città murata con i portoni sempre aperti, incline all’accoglienza”, conclude la Dottoressa Bonsembiante, la quale mi ha incantato con il racconto sulla sua città di Asolo, grazie alla passione non solo per il settore della comunicazione ma anche per la diffusione della cultura locale.

Veduta d’insieme di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Asolo ha saputo mantenere viva questa tradizione culturale che da Caterina Cornaro è giunta fino a noi, e non è un caso che da 47 anni si svolge, ogni estate, il Festival Internazionale di Musica da Camera significativamente intitolato “Incontri Asolani” che si tiene, anche quest’anno, come ormai è consuetudine da dieci stagioni, nella suggestiva cornice della Chiesa di San Gottardo, la quale domina la vallata, dall’ 1 al 12 settembre. Questa manifestazione di grande spessore: “E’ nata per iniziativa dell’allora Segretario Generale degli “Amici della Musica Attilio Zamperoni” dichiara il Maestro Federico Pupo che da 30 anni è alla guida di questo evento.

Il Maestro Federico Pupo (Credit Katia Bonaventura, per gentile concessione di Federico Pupo)

Il Maestro Pupo, che vanta un curriculum ricchissimo nell’ambito dell’attività concertistica, dell’insegnamento e di progetti volti alla divulgazione della bellezza della musica, ci tiene a sottolineare come:” Il festival ha un pubblico appassionato”.

Nel programma conferme e novità, anche se:” Quando ci sono nomi di grosso calibro si registra sempre un sold out.”.

La suggestiva Chiesa di San Gottardo (Credit Claudio Sartorato)

Quest’anno il Beethoven 198, che sta ad indicare il conto alla rovescia del bicentenario della morte del grande compositore, si fa in due: “ Si inizia Mercoledì 3 settembre alle 21.00, sempre nella Chiesa di San Gottardo, con le due  Sinfonie beethoveniane nella rara trascrizione ottocentesca per due pianoforti a otto mani di Theodor Kirchner mentre il 12 settembre, giorno di chiusura, ci sono in programma due sinfonie tra le più amate del catalogo beethoveniano, la Sinfonia n. 1 in do maggiore Op. 21 e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica”, nella trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt. Questi due concerti rientrano in un progetto triennale dedicato a Beethoven che prevede l’esecuzione integrale delle 9 sinfonie nelle versioni ‘domestiche’ realizzate da Kirchner e Sitt, perfette per un festival di musica da camera”.

Per il Maestro Pupo il Festival è un insieme di sentimenti: “Mi emoziono doppiamente quando, osservando il pubblico da dietro le quinte, ne percepisco le emozioni e quando, andando via, mi ringraziamo per ciò che hanno provato. E tutto ciò è una dimostrazione della qualità che il Festival riesce sempre a proporre”.

                        Alessandra Fiorilli

Basilica di Superga: Torino, Italia

di Alessandra Fiorilli

“E’ il 1706 quando la città di Torino è sotto l’ assedio delle truppe francesi e spagnole: la sproporzione è tanta e per i torinesi c’era poco da sperare. Su una delle colline più alte della zona da secoli si sale per la devozione alla Madonna delle Grazie, le tracce arrivano fin circa il 1400, ma nel 1624 viene posta una delicata ma importante statua lignea” , come ci racconta Daniele Ballarin, monaco responsabile della Basilica di Superga e membro del SERMIG (Servizio Missionario Giovani).

La facciata della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E cosi, il Duca Vittorio Amedeo II ed il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, dopo essere saliti sulla collina per studiare le mosse degli avversari, fanno un voto alla Madonna: se le truppe piemontesi avessero vinto contro gli invasori stranieri, avrebbero fatto costruire sulla collina una grande chiesa in suo onore.

In pochi giorni l’assedio alla città finì con la vittoria dei piemontesi e, per mantenere fede al voto, venne incaricato l’architetto messinese Filippo Juvarra per la costruzione della Basilica sull’area  occupata da una precedente piccola  cappella.

I lavori iniziano nel 1717 e nel 1731 Torino è pronta a dare il benvenuto all’imponente Basilica di Superga che da allora  svetta sulla collina, in tutta la sua semplice maestosità:  “La Basilica di Superga non è solo il simbolo di Torino e del Piemonte, ma è parte integrante della storia d’Italia, non dimentichiamo che nelle Tombe Reali, ospitate nei sotterranei, riposa Carlo Alberto di Savoia, colui che concesse,  nel marzo del 1848, lo Statuto Albertino, divenuto dal 1861 la prima Carta Costituzionale del Regno d’Italia”, dichiara Daniele Ballarin.

Vista laterale della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E proprio la famiglia dei Savoia: “E‘ sempre stata legatissima alla Basilica, tanto da esser il luogo sacro dove assistevano alle celebrazioni religiose e dove, in alcune stanze, si riposavano prima di tornare a Palazzo Reale; inoltre nei Sotterranei della Basilica, oltre a Carlo Alberto, sono sepolti anche 6 Re e 10 Regine del Regno di Sardegna”.

La Basilica: “Non è solo l’espressione di un concetto architettonico, ma anche e soprattutto paesaggistico, come era nelle intenzioni dell’architetto Juvarra che ne curò la realizzazione: infatti la collina è posizionata al centro della pianura ed è visibile da ogni parte del territorio e persino quando, dalla Francia, si entra in Italia: questo forse per ricordare ai cugini d’oltralpe la vittoria del 1706 sulle truppe al comando di Luigi XIV. Ma la cosa più importante è che, alzando gli occhi in alto verso la collina, si possa vedere un luogo dedicato alla Madonna che, con il suo sguardo materno, possa consolarci tutti”.

Particolare dell’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ed è anche la strategica posizione sulla collina, ed il panorama che si può godere da lassù, a rendere la Basilica di Superga un luogo di ritrovo per molti torinesi: “Anche per questo motivo abbiamo deciso, quattro anni fa, quando abbiamo iniziato il nostro servizio in Basilica, di aprire le porte della chiesa tutti i giorni e in estate, da San Giovanni a fine settembre, anche di sera, per accogliere tutti coloro che arrivano sin quassù in bicicletta, in moto, con la macchina e persino a piedi”.

Particolare della cupola vista dall’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Di questo capolavoro juvarriano si può visitare, oltre che l’interno, anche la cupola dalla quale si ha un meraviglioso colpo d’occhio sulle montagne che circondano Torino quando il cielo è terso.

A testa in sù per ammirare, dall’interno, la cupola della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Alla cupola: “Si accede attraverso una bellissima scala a chiocciola di 131 scalini per arrivare a 30 metri d’altezza dal suolo sui complessivi 75 metri della Basilica”.

Ma il nome di Superga è anche legato a quello del Grande Torino, la squadra che vinse cinque scudetti consecutivi e che si schiantò, nel 1949, di ritorno da Lisbona, con l’aereo proprio sulla collina, nell’area retrostante la chiesa: “Ogni 4 maggio alle 17.03, ora dello schianto, viene celebrata, nella Basilica, una messa alla quale partecipano oltre all’attuale squadra del Torino e ai parenti delle vittime, anche moltissime persone.”

La foto del Grande Torino nell’area retrostante la Basilica di Superga, nel luogo dell’incidente aereo del 4 maggio 1949 (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il Grande Torino non era solo la squadra della città sabauda, ma: “Dell’ Italia intera: basti pensare che su 11 atleti della Nazionale, 10 erano del Torino… quindi il lutto fu di tutti.”

Ancora oggi, a distanza di anni, il luogo dello schianto è meta di un pellegrinaggio laico silenzioso e rispettoso di una tragedia che colpì l’Italia e non solo quella calcistica, come testimoniano le foto, i gagliardetti e le sciarpe di coloro che vogliono omaggiare il luogo dove si spezzarono le vite dei giocatori del Grande Torino, dei dirigenti della squadra, dell’equipaggio e di tre giornalisti italiani che avevano seguito la trasferta dei Granata.   

                             Alessandra Fiorilli

La Cattedrale di Siena e i suoi tesori: ce ne parla la Dottoressa Marilena Caciorgna.

di Alessandra Fiorilli

La tradizione vuole che la Cattedrale di Siena, intitolata alla Madonna Assunta, sia stata costruita nel luogo dove sorgeva un tempio dedicato alla Dea della Sapienza, Minerva.

Svetta da lontano il campanile e quando lo segui, come fanno le navi con il faro, non puoi che rimanere incantato davanti a tanta magnificenza e così, si apre davanti a te la spettacolare Cattedrale che  si erge sulla collina più alta della città: ciò che colpisce è la perfetta armonia che c’è tra le sue parti, ovvero il basamento su cui si regge, la scalinata, il corpo centrale e, appunto, il campanile.

La facciata della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Elegante figlia dello stile romanico-gotico italiano all’esterno, è però al suo interno che cela uno dei più grandi tesori dell’arte: il suo pavimento, definito da Giorgio Vasari come:  “il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”.

Particolare del pavimento (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

“Il pavimento della Cattedrale di Siena è un commesso marmoreo costituito da marmi policromi locali, quali il bianco, il giallo ed il verde. Ciò che rende unico tale straordinaria opera è il suo non essere a mosaico” dichiara la Dottoressa Marilena Caciorgna di Opera Laboratori, la quale aggiunge come: “Soltanto un riquadro è realizzato a mosaico, il secondo della navata centrale con la rappresentazione della Lupa che allatta i gemelli, simbolo di Siena“.

La Dottoressa Marilena Caciorgna (Foto per gentile concessione della Dottoressa Marilena Caciorgna)

La tecnica usata per dare vita a queste tarsie, che sono 56 in tutto il pavimento della Cattedrale, fu in origine quella del “graffito”: “Le prima tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello, riempiti di stucco nero. Poi furono aggiunti marmi colorati, come il pregiato Broccatello, accostati assieme come in una tarsia lignea e questa tecnica è chiamata, appunto, commesso marmoreo: la realizzazione del pavimento si è snodata in un arco di tempo che va dal 1370 circa fino alla fine del 1800”.

Veduta della navata centrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

I disegni preparatori furono realizzati da artisti senesi e quello che tutto il mondo può ammirare è uno scrigno prezioso di arte e genialità, anche nella progressione delle tarsie dall’entrata fino all’altare, come ci spiega la Dottoressa Caciorgna: “Le scene riprodotte nelle tarsie delle navate raffigurano le sibille ed i filosofi del mondo antico che rappresentano la volontà dell’uomo di conoscere Dio attraverso la filosofia. Poi, procedendo verso l’altare ci sono le scene del Nuovo ed Antico Testamento e quindi la necessità di avvicinarsi a Dio con la religione rivelata. Tra quelle del Nuovo Testamento, c’è la tarsia che ricorda la Strage degli innocenti”.

Il Pavimento è visibile, nelle navate, tutto l’anno, mentre la scopertura totale, ovvero anche della parte dell’Altare “Avviene solo in un periodo, quello tra giugno e luglio e poi da agosto ad ottobre ad esclusione, però, dei giorni dall’ 1 al 18 agosto durante il quale tutto il pavimento, compreso quello delle navate, viene coperto con una moquette grigia in quanto, essendo il Duomo dedicato alla Madonna dell’Assunta, in quel periodo si svolge il Palio con l’entrata in chiesa della contrada vittoriosa”.

Interno della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Il prezioso pavimento, al quale ha partecipato anche il Pinturicchio: “Viene costantemente pulito e restaurato e quest’ultima operazione è a cura dell’Opera del Duomo che è una Fabbriceria”.

Il pulpito di Nicola Pisano (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Ma il Duomo di Siena non è solo il suo spettacolare pavimento ma anche, come ci tiene a sottolineare la Dottoressa Caciorgna, : “Le sculture di Nicola Pisano e del figlio Giovanni, di Donatello, Michelangelo e del Bernini. Così come la Libreria Piccolomini, situata lungo il fianco sinistro della Cattedrale: qui l’ambiente è decorato a trompe l’oeil, e simula una marmorea loggia suddivisa in dieci arcate a tutto sesto, oltre la quale i protagonisti si muovono sul proscenio, mentre il fondale teatrale di architetture e paesaggi si adatta all’occasione o evento celebrato”.

La Libreria Piccolomini (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Un’altra intensa emozione il visitatore la può vivere accedendo ai sottotetti: “Attraverso un chiocciolino e una volta giunti, è possibile seguire un percorso sopra la Cattedrale con suggestive viste panoramiche sia dentro che fuori la chiesa. Dal ballatoio la vista del pavimento marmoreo è un’esperienza senza eguali”.

Il pavimento visto dall’alto ( Archivio fotografico Opera Metropolitana di Siena)

Ma la bellezza straordinaria dei tesori custoditi nella Cattedrale di Siena non la si può circoscrivere a parole: la si deve vivere in prima persona.

                                 Alessandra Fiorilli

La genialità di Filippo Juvarra nella progettazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi: ce ne parla la Dottoressa Marta Fusi

Filippo Juvarra, architetto eccelso ed uno dei maggiori esponenti del Barocco italiano: “Fu anche un uomo di teatro, essendo uno scenografo, quindi, quando gli venne richiesto dalla Casa Reale dei Savoia di costruire una palazzina di caccia, egli la ideò come un teatro. La casata sabauda, infatti, desiderava avere un luogo di “loisir”, di piacere, di svago e di relax lontano dalla città e fu così che Juvarra individuò l’attuale area sulla mappa e la immaginò proprio come oggi la vediamo” dichiara la Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano che gestisce anche la Palazzina di Caccia di Stupinigi, situata a 10 chilometri dal Palazzo Reale di Torino.

La Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

E quello che la genialità del Juvarra aveva già immaginato, ancora prima dell’inizio dei lavori di costruzione, oggi continua ad incantare, perché, quando da lontano si scorge quella: “Palazzina bassa, bianca e con tantissime finestre” ,ci si ricongiunge idealmente con quello che il grande architetto aveva già costruito nella sua mente.

Una veduta d’insieme della Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

“Juvarra pensò al percorso che i Re di Casa Savoia avrebbero fatto partendo da Palazzo Reale: usciti dalla città, sarebbero passati attraverso i boschi (Verde) poi la zona delle cascine( rosse) e all’improvviso davanti ai loro occhi si sarebbe aperto lo spettacolo della Palazzina di Caccia di Stupinigi, come un fondale di teatro che, con il suo cortile d’onore e le braccia laterali, li avrebbe accolti. L’ edificio avrebbe, così, offerto  una visuale completamente nuova ed una rappresentazione  della natura, sia con l’interno che con l’esterno” come ci svela la Dottoressa Marta Fusi.


Anticamera dell’appartamento dei Duchi di Chiablese (ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La particolarità di questo complesso, la cui costruzione iniziò nel 1729 su progetto, appunto, di Filippo Juvarra, risiede nella sua capacità di poter esser guardato ed ammirato da diversi punti di vista: “ Stupinigi è sia una Residenza Reale, sia sede , dal 1929,  del “Museo dell’arredamento e dell’ammobiliamento” che comprende mobili pregiatissimi provenienti anche dalle residenze di Colorno, Parma e Modena”,

Alcuni interni ( Ph Dario Fusaro , per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi è stata molto amata dai Reali di Casa Savoia : “La Regina Margherita vi soggiornò a lungo, specie dopo essere rimasta vedova e qui vi rimase per lunghi periodi fino al 1919” , ma ha accolto anche personaggi della storia: “Nel 1805 Napoleone Bonaparte trascorse in questa Palazzina 10 giorni prima di essere incoronato Imperatore”.  

Camera da letto della Regina Margherita ( Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi abbaglia, con il candore della sua facciata, con i suoi 31000 metri quadrati di estensione e questo fascino rapisce:” 130000 visitatori l’anno, il 40% dei quali  è rappresentato da stranieri provenienti in particolare modo da Francia, Spagna, Germania, U.S.A e paesi asiatici”

La particolarità del gran numero di finestre progettate dal Juvarra (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Davanti a tanta maestosità perfettamente conservata, è inevitabile chiedersi quanta manutenzione richiedano questi siti:  “Per l’edificio è prevista un’opera conservativa preventiva, difatti settimanalmente dal Centro di Conservazione Restauro di Venaria arrivano due restauratrici per monitorare costantemente gli arredi del percorso museale, così da intervenire in tempo su eventuali criticità. Per quanto attiene invece ai giardini, dopo aver ripristinato parte degli stessi e averli messi in sicurezza, prossimamente saranno riaperti al pubblico”

La scenografica Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ci si incanta ammirando le stanze dell’Appartamento di Levante, di quello del Re e della Regina, mentre: “L’Appartamento di Ponente sarà presto fruibile ai visitatori”, anche se  il percorso inizia dalla   Scuderia Juvarriana, dove sono esposti i ritratti della Casa Sabauda e dove campeggia la statua originale del cervo in bronzo, rame e foglie d’oro.

La Palazzina dall’alto: si può notare la struttura architettonica realizzata dal Juvarra (Ph david_fossa, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ma quello che toglie il fiato è il: “Salone Centrale…le confesso che, anche dopo tanti anni, io, ogni volta che lo attraverso, mi emoziono…” come dichiara la Dottoressa Marta Fusi.


Il Salone Centrale , di forma ellittica, in tutta la sua magnificenza (Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La Palazzina di Caccia di Stupinigi regala la sua bellezza anche nelle sere d’estate quando vengono organizzati: “Concerti di lirica, Candlelight , ovvero i concerti a lume di candela , l’osservazione delle stelle…momenti esperienziali…”

Il Salone Centrale dall’alto (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Chi vuole sentirsi parte della storia, anche solo per un giorno, può prenotare spazi all’interno della Palazzina, ovvero: ” Le Citroniere, la Sala del Cervo, il Cortile d’Onore dove è possibile organizzare cene di gala, congressi, fiere, matrimoni, compleanni, eventi aziendali, servizi fotografici. Tutte queste informazioni sono reperibili sul sito della Palazzina”, come ci informa la Dottoressa Marta Fusi.

Dal 1997 la Palazzina di Caccia di Stupinigi è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed inserito nel circuito delle Residenze Reali Sabaude, quindi, rivestire l’incarico di Direttore significa: “Occuparsi della conservazione e promozione dell’arte barocca e preservare questa bellezza affinché i nostri figli, i figli dei figli e coloro che verranno dopo, potranno ugualmente godere di tale maestosità”, conclude la Dottoressa la Marta Fusi.

                         Alessandra Fiorilli

…e il marmo diventò reale: il Museo Cappella Sansevero. Intervista alla Direttrice, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

di Alessandra Fiorilli

E’ solo marmo… diventerà un capolavoro della scultura mondiale di tutti i tempi: il Cristo velato.

E’ solo un giovane scalpellatore… diventerà il padre di un’opera che sarà ammirata da tutti, e che continua ad attirare, nella Cappella Sansevero, a Napoli, migliaia e migliaia di persone l’anno: Giuseppe Sanmartino.

E’ solo un museo…diventerà il cuore pulsante di un’arte marmorea quasi impossibile da raggiungere e da superare: Museo Cappella di Sansevero.

L’Italia è un raro scrigno di ineguagliabili bellezze artistiche ma il Cristo velato… il Cristo velato è così perfetto, vivo, palpitante nella sua mobilità mortale, nel dolore di un uomo crocefisso e incoronato da una corona di spine, da spingere a chiedersi come sia stato possibile che mano umana abbia potuto creare un capolavoro ammirato da sempre e da tutti, tanto che, come si racconta, persino il Canova, in occasione di un suo soggiorno a Napoli, si fosse dichiarato pronto a dare dieci anni di vita pur di essere lui lo scultore di questo capolavoro.

Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

E proprio attorno al velo del Cristo, alla straordinaria aderenza alla realtà, si creò persino una leggenda. Il velo fu ritenuto il frutto di un processo alchemico di marmorizzazione dello stesso principe di Sansevero, il committente dell’opera: invece è solo figlio del genio creativo di Sanmartino.

Il Cristo velato è posto al centro della Cappella Sansevero, situata nel cuore storico di Napoli e culla del barocco ed anche la storia della Cappella è legata ad una leggenda. Si narra, infatti, che un uomo innocente, mentre veniva ingiustamente condotto in carcere, assistette all’apparizione della Madonna promettendo di dedicarle un’iscrizione se fosse stata riconosciuta la sua innocenza…e così fu.

Qualche anno dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco Sangro, molto malato, chiese alla stessa Madonna la guarigione e da questo voto nacque una piccola cappella chiamata Santa Maria della Pietà ma fu suo figlio, Alessandro di Sangro, ad ordinare che venisse trasformata in un tempio votivo dove avrebbero potuto riposare per l’eternità i membri della sua famiglia.

Intorno al 1740, Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, decise di sistemare questo tempio votivo e, per abbellirlo, chiamò i più rinomati pittori e scultori dell’epoca.

“La Cappella Sansevero costituisce, nel suo insieme e nella relazione tra le sue componenti architettoniche e le sue opere, il testamento intellettuale del suo geniale committente, Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero, ideatore dell’intero progetto iconografico”dichiara la Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

La Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci © Archivio Museo Cappella Sansevero

Nascono, così, opere grandiose, tra le quali la “Pudicizia”, e anche qui a colpire è il velo sul corpo della donna; il “Disinganno”, dove è scolpito un uomo che si libera dal peccato rappresentato dalla rete, anche questa caratterizzata di un realismo da lasciare senza fiato, e non è un caso che nel 2024 siano stati 650.000 i visitatori del Museo, con una diversa percentuale tra italiani e stranieri : “La percentuale varia molto durante il corso dell’anno, con periodi che sono particolarmente frequentati dagli italiani, spesso in concomitanza di festività e ponti, e periodi in cui la maggioranza dei visitatori è invece straniera, soprattutto di provenienza europea, ma non mancano turisti americani e dell’Estremo Oriente. In generale, nel corso dell’anno, la proporzione si assesta su un 75% di visitatori italiani e 25% di stranieri”, dichiara la Direttrice Masucci la quale ci tiene ad evidenziare come: “Il numero totale di visitatori, che, come abbiamo già detto, nel 2024 è stato di circa 650.000, è di fatto poco significativo in quest’ottica, mentre è più rilevante osservare che i biglietti disponibili sono sold out quasi ogni giorno dell’anno, spesso anche con un mese di anticipo: in questo modo, siamo riusciti ad appiattire la curva annuale della domanda e la stagionalità connaturata al settore turistico”.

Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Il Museo Cappella Sansevero, proprio per preservare e tutelare il patrimonio ivi custodito: “Ha adottato un sistema di ingressi limitati, distribuiti su fasce orarie di accesso, con obbligo di prenotazione anticipata. In senso più ampio, la nuova politica di accessi è orientata a promuovere un turismo sostenibile, che inviti il visitatore a godere realmente delle opere d’arte, ma che protegga anche la quiete dell’area cittadina nella quale il museo si trova”.

Il fascino della Cappella Sansevero è indiscutibile, tuttavia: “La sua forza non risiede soltanto nella meravigliosa perfezione del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, ma proprio nel messaggio affidato a tutti gli elementi decorativi dello scrigno barocco. È proprio per questo che da qualche anno ormai il nostro claim recita “Molto alto da svelare”, un invito ad andare oltre e a scoprire i profondi significati di tutte le sculture della Cappella”.

Cappella Sansevero Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Per venire incontro alle molte richieste: “Durante ponti e festività, il Museo osserva orari di apertura prolungati e straordinari. Inoltre, nel corso dell’anno si svolgono, in orario serale, delle visite speciali tematiche, prenotabili attraverso la nostra piattaforma di prenotazione online. Infine, in occasione di particolari manifestazioni diffuse, come, ad esempio, “La notte dei ricercatori” o le Giornate Europee del Patrimonio, sono previste aperture prolungate oltre il consueto orario”.

Vengono allestite anche mostre temporanee: “Nel corso degli anni sono state organizzate diverse mostre di arte contemporanea, l’ultima si è conclusa lo scorso marzo, quando abbiamo ospitato le opere del noto artista inglese Darren Almond. Riteniamo infatti che sia fondamentale, per un’istituzione come la nostra, continuare a impegnarsi anche nella produzione culturale che, attraverso nuovi strumenti interpretativi e diversi approcci, consenta di riscoprire e reinterpretare le opere settecentesche, che hanno ancora tanto da raccontare e continuano ad essere fonte di ispirazione per gli artisti”.

Molto sentito è il rapporto con il territorio: “Il Museo organizza periodicamente particolari eventi come concerti o altri tipi di iniziative culturali, finalizzati alla divulgazione del suo patrimonio. Ma sono anche occasioni per restituire qualcosa alla collettività e rafforzare il nostro legame con il territorio: infatti, organizziamo di frequente iniziative il cui ricavato viene devoluto interamente in beneficenza a sostegno di progetti sociali”.

Concludo l’intervista chiedendo cosa significhi essere la Direttrice del Museo Cappella Sansevero: “È naturalmente un onore e un lavoro bellissimo, tuttavia la vivo anche come una grande responsabilità. Responsabilità innanzitutto verso il nostro staff: il Museo è una realtà privata e il nostro obiettivo come azienda è garantire ai nostri collaboratori un ambiente di lavoro sereno e stimolante. Ma anche una responsabilità culturale, quella di perpetuare il messaggio intellettuale di Raimondo di Sangro e di consentire a quante più persone possibili la fruizione di questo straordinario patrimonio. Non ultima, ovviamente, la responsabilità legata alla tutela delle opere affinché si preservino e possano essere ammirate anche dalle generazioni future”.

 Alessandra Fiorilli

“Tra mare e cielo”: l’incanto di Villa Rufolo nelle parole del Direttore Generale della Fondazione Ravello, Professore Maurizio Pietrantonio

di Alessandra Fiorilli

Poco più di sessanta minuti prima dell’orario concordato per la realizzazione dell’intervista, il Professore Maurizio Pietrantonio, Direttore Generale della Fondazione Ravello, mi invia una mail contenente un comunicato stampa nel quale si legge: “ Villa Rufolo è tra le mete top nel mondo secondo Tripadvisor. Premio “Travellers’ Choice 2025”. Per il quarto anno consecutivo il complesso monumentale è stato inserito da Tripadvisor tra le “Top 10% best things to do in the world” nell’ambito dei Travellers’ Choice Awards 2025”.

Un incantevole scorcio del paesaggio circostante che si può ammirare da Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Prima di iniziare l’intervista esordisco con un: “Nessuna sorpresa per me, che sono rimasta davvero senza fiato davanti alla bellezza di Villa Rufolo”.

Un suggestivo “colpo d’occhio “su Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E iniziamo a parlare: da subito il Professore Maurizio Pietrantonio, titolare della Cattedra di violino presso il Cnservatorio Statale di Napoli “San Pietro a Majella”, si mostra in tutta la sua squisita gentilezza e affabilità e quando mi racconta di Villa Rufolo io m’incanto, e mi sembra di essere lì, su quell’iconica terrazza tra mare e cielo, come lui stesso la definirà nel corso dell’intervista: “ E’ per me un grande onore e un privilegio ma anche un onere, ricoprire l’incarico, dal 2000, di Direttore Generale della Fondazione Ravello che ha in gestione e custodia Villa Rufolo. Il grande lavoro di cui necessita richiede la collaborazione di tutti, in quanto questo monumento è un’azienda a tutti gli effetti, che richiede una continua manutenzione, sia ordinaria sia straordinaria. Lo scorso anno, ad esempio, ci siamo occupati della pulitura delle opere lapidee, degli ornamenti in marmo, i bassi e i sopra rilievi”, dichiara il Professor Pietrantonio, il quale aggiunge: “Quest’anno ci preoccuperemo del rifacimento della pavimentazione dell’intera Villa”.

Il Direttore della Fondazione Ravello, Professore Maurizio Pietrantonio (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Un grande sforzo ha richiesto anche l’allestimento della mostra “Le Donne dell’antichità” di Anselm Kierfer, visitabile fino al 2 settembre, e che è ospitata nelle sale superiori del complesso: “Rese agibili e fruibili per l’occasione dopo nuovi interventi di piccolo restyling”.

Le facciate di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Anche i giardini, per mantenere elevati standard di qualità, esigono un grande impegno: “Sono previste mediamente quattro piantumazioni l’anno, una a stagione. Per me l’ordine e la pulizia sono poi essenziali, in quanto è nostro dovere accogliere degnamente i visitatori e l’aspetto generale e immediato della villa ritengo sia sempre il miglior biglietto da visita”.

I giardini di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Parla con la dolcezza e con l’autorevolezza di un papà, il Professore Pietrantonio, che ama Villa Rufolo davvero come fosse una figlia, una sua creatura, qualcosa che gli appartiene, non fisicamente, ma nell’anima.

L’ingresso di Villa Rufolo (foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E quanta dolcezza quando mi racconta della nascita del Festival di Musica Sinfonica che ha reso Ravello celebre in tutto il mondo: “Era il 1952, quindi quest’anno festeggia  73 anni…ma se vogliamo parlare della genesi di quest’evento, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo… “ e qui le parole del Professore Pietrantonio si concretizzano davanti ai miei occhi, e quasi mi sembra di vedere Richard Wagner il quale: “Il 26 maggio del 1880 venne a Ravello, dato che soggiornava a Napoli nella Villa Doria d’Angri, a Posillipo”.

Particolare di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Il compositore tedesco :”Dopo aver visitato la parte di Villa Rufolo compresa tra la Sala dei Cavalieri, il pozzo ed i giardini prospicenti il mare disse “Ecco trovato il magico giardino di Klingsor”, riferendosi al fatto che proprio quel giardino era quello da lui immaginato per la scenografia del secondo atto del Parsifal, la sua ultima opera”.

La Sala dei Cavalieri di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E così il compositore tedesco, ammaliato e stregato da quest’angolo di mondo che sembra a tratti irreale, tanta la bellezza che emana :” Fu sempre rievocato sul Belvedere di Villa Rufolo, sin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso e, ancora oggi, questo speciale legame tra Wagner e Ravello viene onorato, con un riferimento esplicito alla sua arte”.

La spettacolare vista sulla costiera amalfitana dai giardini prospicienti il mare di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

In estate, sulla terrazza del Belvedere si tengono concerti: ” Solitamente sono tra i 15 ed i 18 appuntamenti e quest’anno la proposta è molto articolata, si va dalla musica sinfonica e cameristica al jazz”. E tutti gli eventi sono accolti con immenso entusiasmo e quasi sempre con dei “sold out perché, come dichiara il Professore Pietrantonio: “Qui la musica la si ascolta ma anche la si vede e immagina”.

Uno dei tanti concerti sulla Terrazza del Belvedere di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E nel 1999 il musicista Pasquale Palumbo ideò:” Il “Concerto all’Alba”, un suggestivo concerto che si tiene ogni 11 agosto, alle prime ore dopo la notte di San Lorenzo, e che inizia alle ore 5.15 per terminare alle 6,45 circa. Si ascolta, dunque, musica dal chiarore delle prime luci del mattino fino a quando il sole comincia a spuntare dal profilo della costiera amalfitana che spicca da quassù”.

Il suggestivo “Concerto all’Alba” sulla Terrazza del Belvedere di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Questa magia rende il “Concerto all’Alba” uno momenti più apprezzati: “E ‘sempre sold out e i biglietti vengono richiesti anche un anno prima” , dichiara il Professore Pietrantonio il quale conclude l’intervista dicendo: “Anche i concertisti ed i Direttori d’orchestra che prendono parte a questo Festival si emozionano quando suonano su questa terrazza sospesa tra mare, cielo e luna…e mi confessano che, nonostante si siano esibiti nelle più grandi sale del mondo, quando sono qui a Ravello si sentono come su un ponte di una nave in viaggio verso l’infinito della loro immaginazione artistica”.

Villa Rufolo e la sua indicibile bellezza accoglie tutti i giorni dell’anno i suoi visitatori, che nel 2024 sono stati più di 300000, metà dei quali provenienti dall’estero.

Villa Rufolo non è solo da visitare, ma è da portare con sé, nel cuore, per sempre.

                           Alessandra Fiorilli

Trauttmansdorff: il Castello e i Giardini raccontati da  Leo Andergassen e Gabriella Pircher, Responsabili di queste due imperdibili mete di Merano

di Alessandra Fiorilli

Nonostante il mare sia lontano, Trauttmansdorf , con il Castello ed i Giardini, è come una sirena che, con il suo canto ammaliante, attira a sé chiunque lo scorga da lontano.

Trauttmansdorff, il Castello in lontananza ed i Giardini (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

Dotato di un fascino austero eppure irresistibile, il signor Leo Andergassen, Responsabile del Castello e del Museo ivi ospitato, ce ne   racconta la storia che affonda le sue radici nel lontano 1300 quando, proprio dove ora sorge il castello, c’era un piccolo maniero chiamato Neuberg le cui spesse mura sono ancora visibili, poi: ”Nel XVI secolo Nikolaus von Trauttmansdorff, fortunato soldato di ventura al servizio degli Asburgo, acquista il piccolo castello e lo amplia facendone la sua dimora, infatti  alcuni stemmi ed affreschi rimandano ancor oggi alla sua figura e a quella dei suoi discendenti”.

Leo Andergassen, Responsabile del Castello e del Museo (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

 Il maniero viene poi abbandonato, fino a quando, nel 1846: “Giunge dalla Stiria il giovane conte Joseph von Trauttmansdorff che decide di acquistare il castello appartenuto ai suoi avi e di procedere non solo ad una ristrutturazione in stile neogotico, ma anche ad un ampliamento in seguito al quale il castello raggiunge le dimensioni attuali”.

Questa rinascita deve avere anche un nome di battesimo, così: “Il Conte decide che d’ora in avanti si sarebbe chiamato Castel Trauttmansdorff”.

Qualche decennio dopo, la storia del maniero si legherà al nome di Sissi, che tanto amerà Merano: “Nell’ottobre 1870 l’imperatrice Elisabetta d’Austria lo sceglie per il suo soggiorno invernale. Abita con la figlia Marie Valerie nelle stanze del secondo piano mentre il marito, l’imperatore Francesco Giuseppe e gli altri due figli della coppia reale, Gisela e Rodolfo, vengono a trovarla svariate volte da Vienna”.

La statua di Sissi a Trauttmansdorff (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

L’imperatrice tornerà nel castello 19 anni dopo, nel settembre 1889, in seguito ad evento per lei straziante: “Otto mesi prima il principe ereditario Rodolfo d’Asburgo si era suicidato a Mayerling e così la “signora in nero”, come viene chiamata, fa vita assai ritirata e abbandona il castello solo di rado”.

Nelle stanze storiche (In den historischen Räumen©Touriseum_Andreas Tauber)

Il maniero, nel 1892, passerà poi in mano: “Al barone Friedrich von Deuster, che allestirà frutteti e giardini tutto intorno”.

Poi la Grande Guerra, le decisioni politiche che ne seguiranno ed il castello che conosce di nuovo uno stato di abbandono, fino a quando nel 1977: “L’ormai fatiscente maniero e i terreni della ex proprietà Deuster passano alla Provincia Autonoma di Bolzano. Gli edifici del castello vengono restaurati e divengono la sede del nuovo Touriseum, il Museo Provinciale del Turismo, progettato nell’arco di cinque anni”.

Il cortile del Castello (Cortile del castello_Schlosshof©Touriseum_S.Scatà )

 È proprio il Touriseum, con una superficie espositiva di 1.200 mq, distribuita sulle 20 sale racconta, nel suo percorso espositivo, 250 anni di storia del turismo alpino, rappresentando:” Il primo museo in Europa dedicato esclusivamente al tema del turismo. Nel periodo tra il 1998 e il 2015 sono stati raccolti e inventariati circa 17.000 oggetti rilevanti per la storia del turismo in Alto Adige. Oggi queste collezioni costituiscono il cuore del nostro lavoro museale quotidiano. Gli oggetti della collezione svolgono una duplice funzione: sono autentici portatori di memoria, per le storie che vengono raccontate nella mostra permanente e nelle mostre temporanee, ma allo stesso tempo, essi costituiscono il fulcro dell’attività scientifica, rappresentando anche un punto di partenza per seminari e convegni”.

Un’esposizione del Touriseum intitolata: Il viaggio verso la libertá (Auf in die Freiheit ©Touriseum_Andreas Tauber)
Una tra le più caratteristiche tra le Stanze Storiche del Castello (Historischer Raum©Touriseum_Andreas Tauber)

 Ma il museo è in costante evoluzione, come dichiara Leo Andergassen: “Il Touriseum continua tuttora a raccogliere nuovi oggetti legati alla storia del turismo regionale, ed oltre a questi ci sono anche supporti audiovisivi, documenti scritti, opere figurative, manifesti, oggetti legati all’alimentazione e alle bevande, articoli da viaggio, mobili del settore alberghiero e della ristorazione e molto altro ancora”.

Una delle Sale storiche del Castello ( Deustersaal©Touriseum_Andreas Tauber)

Vengono altresì’ allestite anche mostre temporanee come   quelle attualmente in corso: “Il BOOM’70, che racconta il sorprendente sviluppo turistico di quegli anni, e  I Viaggi del futuro”.

La mostra temporanea “BOOM 70” ( Ausstellung©Touriseum_Andreas Tauber)

Trauttmansdorff è anche sinonimo dei Giardini; infatti, dopo il 1977 “Sui terreni antistanti il castello viene allestito un grandioso giardino botanico, inaugurato nell’estate 2001” come dichiara Gabriella Pircher, responsabile della straordinaria area verde che si estende per 12 ettari, con un dislivello di 100 metri tra la parte alta e quella bassa.

Gabriella Pircher, Responsabile dei Giardini (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

E anche i Giardini sono idealmente uniti all’Imperatrice Elisabetta d’ Austria, essendo collegati con il centro di Merano “Tramite il sentiero di Sissi, ovvero un percorso che collega Maia Alta al centro cittadino attraverso undici tappe e punti panoramici dedicati all’imperatrice Elisabetta d’Austria. Il percorso è ispirato alle passeggiate che Sissi faceva a Merano e nei dintorni” ma i giardini sono comunque facilmente raggiungibili dal centro della cittadina in pochi minuti, usando i mezzi pubblici.

Particolare dei Giardini (Foto Sonnengärten_Alexander Pichler)

Questo trionfo di alberi e piante ha richiesto del tempo per la realizzazione: “La loro ideazione risale agli anni ottanta, mentre  i lavori sono iniziati nel 1994 e sono stati ufficialmente inaugurati nel 2001: non si tratta di un giardino storico, è invece un giardino contemporaneo, creato con una visione moderna”.

Altro scorcio dei Giardini (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

E come ogni progetto, anche questo ha i suoi padri fondatori: “L’ingegnere Manfred Ebner, appassionato di giardinaggio e ideatore del progetto paesaggistico, è stato il primo promotore. A sostenerlo ci sono stati Luis Durnwalder, futuro presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, e Klaus Platter, all’epoca direttore del Podere Provinciale Laimburg, che avrebbe poi assunto la responsabilità della gestione del parco”.

Sguardo d’insieme sui Giardini ed il Castello (Foto DM_Alex Filz_Trauttmansdorff )

Chi ha avuto la fortuna di visitare i giardini è rimasto colpito dalla perfetta sincronia ed armonia esistente tra gli alberi, gli arbusti ed i fiori : “La selezione e l’acquisizione delle piante avvennero grazie a una stretta collaborazione tra diverse figure: il progettista Manfred Ebner, il professore Schröder dell’università di Göttingen, la curatrice Karin Kompatscher, diversi paesaggisti specializzati e il team interno insieme con il capo giardiniere Klaus Messner. Le piante venivano acquistate prevalentemente presso vivai italiani, tedeschi, belgi e olandesi, e sono state scelte attentamente e messe a dimora secondo criteri botanici e paesaggistici ben definiti”.

Un suggestivo scorcio del Giardino degli innamorati (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

E questa armonia è legata anche ad un’accurata suddivisione di questa grande area verde: “Il concetto ideato dall’ingegner Ebner prevedeva una precisa suddivisione tematica del giardino in quattro settori: i Boschi del Mondo, i Giardini del Sole, i Giardini Terrazzati e Acquatici, e i Paesaggi dell’Alto Adige”.

Un giardino in continua evoluzione, come conferma Gabriella Pircher: “Con il tempo la biodiversità del giardino è aumentata. La piantumazione iniziale è stata progressivamente completata e aggiornata. Alcune specie sono scomparse a causa dell’evoluzione dell’ecosistema interno. Con la crescita degli alberi si sono creati spazi ombreggiati che hanno cambiato la composizione del sottobosco e la distribuzione delle altre piante. Ancora oggi, nonostante il giardino è già ben allestito, cerchiamo di introdurre nuove specie e rarità ogni anno”.

Le statue del Giardino degli innamorati (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

I 12 ettari di quest’area verde colpiscono anche per i loro numeri: “Il continuo rinnovamento rende difficile quantificare esattamente il numero delle specie presenti in un determinato momento, possiamo dire che una stima è intorno alle 6000 specie e varietà, ma basti pensare che ogni anno vengono piantati circa 300.000 bulbi e oltre 140.000 piante stagionali”.

Un angolo dei Giardini e le montagne in lontananza (Foto per gentile concessione di Trauttmansdorff)

Dietro questi numeri ragguardevoli si cela l’impegno di molti: “Attualmente lavorano circa 38 giardinieri, impegnati quotidianamente nel mantenere alto lo standard qualitativo. Dal 2017, inoltre, è vietato l’uso di fitofarmaci nel verde pubblico e anche noi ci atteniamo a questa normativa. Usiamo soltanto corroboranti, cioè prodotti naturali che rafforzano piante e terreno. Questo approccio è più impegnativo rispetto ai metodi convenzionali, ma ci consente di ottenere risultati buoni nel pieno rispetto dell’ambiente, tutelando la salute dei nostri collaboratori e visitatori”.

Un giardino che incanta i suoi 400000 visitatori annuali non solo con le sue piante, ma anche con le sue piattaforme: “Come la voliera e il binocolo di Matteo Thun che offrono una meravigliosa vista sul giardino ma anche sulle montagne circostanti”.

Il binocolo di Matteo Thun ( Foto Trauttmansdorff nach Feierabend_Matteo Thun’scher Gucker)

Grazie a quest’intervista, sono tornata al giorno della mia visita al Castello di Trauttmansdorff e ai suoi incantevoli Giardini e ho rivisto quanto possa la bellezza e la forza della natura unita alla straordinaria volontà degli uomini.

                              Alessandra Fiorilli