Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa: dove la Storia incontra impegno, dedizione, passione, la stessa mostrata dal suo Direttore, l’Avvocato Oreste Orvitti.

di Alessandra Fiorilli

La Storia non la si impara solo sui libri, perché la Storia non è soltanto un insieme di date, nomi, battaglie, unificazioni, lotte, ricostruzioni, ma anche di idee, innovazioni, scoperte, valori.

La Storia non ci vuole vedere soggetti passivi, ma richiede una nostra partecipazione, affinché venga interiorizzata e fatta propria.

La Storia è composta da tanti singoli tasselli chiamati uomini che, con il loro ingegno, il loro lavoro, il loro impegno, la loro passione, hanno permesso di rendere grande una Nazione.

Locomotive a Vapore esposte in uno dei padiglioni del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

E conoscere la Storia di una Nazione significa riappropriarsi degli eventi, degli accadimenti che danno l’opportunità di sentirci come parte di un tutto, e la Storia d’Italia ha anche viaggiato sulla strada ferrata e su quei treni che è possibile ammirare al Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a San Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli e gestito dalla Fondazione FS Italiane, costituita il 6 marzo 2013.

Questo complesso, incastonato in uno dei più suggestivi panorami mondiali, rappresenta il: “Simbolo dell’efficienza e dell’artigianalità italiana. A Pietrarsa sono condensati il sacrificio e l’esperienza di chi ha prestato servizio nelle Ferrovie Italiane. Visitare questo Museo significa poter comprendere cosa c’è dietro la storia di questo opificio ferroviario dichiara l’Avvocato Oreste Orvitti, Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa.

Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, Avvocato Oreste Orvitti ( Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Gli edifici che ospitano questa realtà museale unica in Italia sono proprio i padiglioni che costituivano il Reale Opificio Meccanico nato nel 1840 per volontà di Ferdinando II di Borbone, un anno dopo l’inaugurazione del primo tratto ferroviario italiano, quello della linea Napoli – Portici, tenuto a battesimo il 3 ottobre 1839.

Padiglione delle Locomotive a Vapore (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa rivestì un ruolo centrale anche nello sviluppo economico della nostra nazione, non a caso fu il primo nucleo industriale italiano che rimase attivo: Dal 1840 fino al 1975, anno della chiusura delle officine ferroviarie”, dismesse le quali,si pensò di trasformare il complesso in un Museo: “Il sito è diventato Museo Nazionale Ferroviario nel 1989 e, dopo la nascita della Fondazione FS che nel 2014 ne ha assunto la gestione, affidandomi l’incarico di Direttore, dopo accurati lavori di restauro, si presenta oggi in tutto il suo splendore ”.

Locomotiva da manovra 207.020 (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Il restauro, conclusosi nel 2017, non ha interessato solo i padiglioni, ma anche l’area esterna agli stessi, arrivando ad accogliere oltre: 250mila visitatori all’anno”, con l’incanto del suo giardino affacciato sul meraviglioso Golfo di Napoli.

Particolare dei giardini (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

I 36mila metri quadrati del Museo regalano un viaggio, è proprio il caso di dirlo, non solo nella storia delle ferrovie italiane, ma anche della nostra nazione.

Macchinari (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Il percorso espositivo dell’intero complesso offre, infatti, molti spunti di riflessione: “Pochi musei al mondo sono ospitati, come il nostro, all’interno di edifici storici che costituiscono essi stessi esempio di archeologia industriale in quanto risalenti all’epoca borbonica e dell’’Unita d’Italia. Anche per questo la nostra collezione ferroviaria è unica, con carrozze e locomotive che abbracciano un arco temporale che dal 1830 arriva fino ai tempi moderni. Da sottolineare, inoltre, la magnifica vista che il museo offre ai suoi visitatori, essendo situato proprio al centro del Golfo di Napoli”.

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa visto dal mare (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa, il primo ed: “Unico museo ferroviario nazionale italiano”, spicca anche nel panorama europeo grazie alle sue locomotive e carrozze che incantano e stupiscono i visitatori con la loro grande capacità di far rivivere una Storia che è quella dei nostri avi, una Storia che viene e prenderci per mano, appena varcata la soglia del Museo, perché è possibile regalarsi anche un emozionante, emozionale e indimenticabile viaggio interattivo: “La visita al Museo inizia proprio partendo con l’esperienza del viaggio virtuale che dal 2016 consente di trascorrere 20 minuti a bordo del primo treno che percorse a 50 km orari il tratto Napoli – Portici, sui binari della prima linea ferroviaria italiana”.

Una pensilina storica (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Non è un caso che proprio il pezzo più antico esposto al Museo sia: La locomotiva a vapore Bayard, costruita nel 1839 e utilizzata per trasportare il Re Ferdinando II di Borbone e la sua famiglia”.

La caldaia della Locomotiva Bayard ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

La nostra storia, dunque, passa anche per Pietrarsa, dove sono esposte: “55 tra locomotive, carrozze, littorine, automotrici, ma anche oggetti come quelli relativi alla segnaletica e i modellini dei treni, molto amati dai bambini. E come non parlare, inoltre, di carrozze particolari come quelle destinate al servizio postale e al trasporto detenuti”

E a rinsaldare il prezioso legame tra passato e presente c’è un’iniziativa:” La domenica è previsto il servizio “Pietrarsa Express”, grazie al quale si arriva qui viaggiando su vagoni d’epoca trainati da locomotive elettriche d’altri tempi”.

Tra i 250mila visitatori annuali spiccano gli italiani provenienti: “Per il 40% dalla Campania e per il restante 60% dalle altre regioni; senza dimenticare i molti stranieri, specialmente austriaci, inglesi e tedeschi”.

Tra le carrozze esposte al Museo, la più iconica e anche ammirata: “È la carrozza del re, realizzata per i viaggi del sovrano e della sua famiglia, e il cui allestimento interno venne curato dall’architetto Giulio Casanova. Davanti a tanta magnificenza si rimane letteralmente senza fiato, perché qui si può ammirare l’immensa bravura degli artigiani che in quel periodo realizzarono gli arredi e i rivestimenti con tendaggi damascati, tappeti, e oggetti in vetro di murano che la abbelliscono e impreziosiscono”.

La Carrozza Reale ((Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)
Dettaglio del soffitto della Carrozza Reale (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

E chi non avrà sentito, almeno una volta, i racconti di qualche nonno o bisnonno e dei loro viaggi sulle vetture “Centoporte” con le panche di legno: “Anche queste esposte al museo”, spesso agganciate a locomotive con il loro inconfondibile sbuffo di vapore che si scorgeva da molto lontano? 

Gli anni ’30 furono poi gli anni delle Littorine, delle loro sedute imbottite e delle piccole bagagliere, ma a Pietrarsa non ci sono solo carrozze e locomotive, c’è anche il plastico “Trecento Treni”, ospitato nell’area del Museo chiamata la Cattedrale, per la sua architettura caratterizzata da archi a sesto acuto. Tale plastico, perfettamente funzionante e che in molti ricorderanno esposto alla Stazione Termini, rappresenta le stazioni di Firenze Santa Maria Novella e del nodo ferroviario di Bologna.

Dettaglio del ponte del Plastico Trecento Treni (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Ma il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è tanto altro ancora, come testimoniato dal suo Centro Congressi:Il più grande polo congressuale del Sud Europa, capace di ospitare fino a 3000 persone, dove sono organizzati ogni anno circa 150 convegni.  Le sale attrezzate permettono a chi si reca a Pietrarsa per motivi di lavoro, non solo di partecipare ai meeting usufruendo delle più moderne tecnologie, ma anche di apprezzare la nostra storia che è qui custodita e mostrata”.  

Le Littorine (Foto per gentile concessione del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa)

Pietrarsa, dunque: “E’ più di un Museo: è un polo di aggregazione che in estate, dal mercoledì alla domenica, è aperto fino a mezzanotte. Abbiamo organizzato degustazioni di prodotti tipici del territorio e apertivi sulle terrazze affacciate sull’incantevole scenario del Golfo di Napoli, con vista sulle isole di Ischia e Capri. E poi serate musicali e una rassegna teatrale tutta al femminile significativamente chiamata “Binario rosa”. Oggi il Museo di Pietrarsa è un punto culturale a 360 gradi, e ad inizio novembre inaugureremo anche una fiera dedicata al modellismo”.

Il complesso vuole aprirsi al mondo, prevedendo anche aperture straordinarie in particolari momenti dell’anno: Nel periodo natalizio viene allestito un suggestivo mercatino. L’iniziativa ha preso il via nel 2018 e ha rappresentato una vera e propria sfida: abbiamo voluto fortemente la partecipazione di artigiani campani che hanno così avuto la possibilità di far conoscere la loro bravura ai moltissimi visitatori che partecipano ogni anno sempre più numerosi alla manifestazione”.

Il Direttore del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, l’Avvocato Oreste Orvitti ha trasmesso, nelle sue parole non solo tutto l’entusiasmo nel rivestire tale incarico, ma soprattutto la passione e il legame che lo uniscono alle Ferrovie Italiane, nelle quali ha cominciato a prestare servizio all’età di 20 anni, passando dal ruolo di macchinista, a quello di esperto in materie legali, dopo la laurea in Giurisprudenza.

 Ma c’è qualcosa del suo racconto che mi ha fatto commuovere e sono state queste parole: “Ho avuto la possibilità e il privilegio di vedere la mia passione trasformarsi nel mio lavoro. In 10 anni il Museo di Pietrarsa è diventato un simbolo, un motivo di orgoglio: diamo lavoro a 200 persone e sono 300 le aziende che collaborano con noi. Mi lega a questo luogo un profondo affetto perché è qui, quando c’erano le officine, che mio padre ha lavorato per molti anni. Ora ci sono io come Direttore del Museo, e ogni giorno lavoro nel luogo della memoria di famiglia e di tutti i ferrovieri, ma sono anche, al tempo stesso, il custode di un sito storico unico al mondo”.

            Alessandra Fiorilli

Il Palazzo Ducale di Mantova: il fascino di questa singolare struttura, la famiglia Gonzaga, il genio di Andrea Mantegna, raccontati dal suo Direttore, Dottor Stefano L’Occaso

di Alessandra Fiorilli

La Storia plasma gli uomini e, a sua volta, è da essi plasmata dalle loro decisioni.

La Storia è una serie di eventi che ne innescano altri ed altri ancora ed anche l’Arte non è certo immune dall’inevitabile fluire dei giorni, dei mesi, degli anni, dei secoli.

La facciata del Palazzo Ducale di Mantova su Piazza Sordello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo Ducale di Mantova è uno dei più significativi simboli di un tempo che ha plasmato la sua struttura, la quale: “Ha un incredibile valore storico artistico, essendo l’edificio monumentale più ampio d’Italia: è per la precisione la somma di una serie di edifici, di epoca e stile diversi, e include al suo interno piazze, giardini e una chiesa. I suoi oltre 1.000 ambienti sono il risultato di una stratificazione storica che parte indicativamente dalla fine del Duecento, con il nucleo costruito dalla famiglia Bonacolsi, per giungere agli interventi asburgici del Settecento. La storia dell’edificio coincide in buona misura con la fortuna della famiglia Gonzaga, che ne fece la propria residenza dal 1328 al 1707”, dichiara il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, il Dottor Stefano L’Occaso, il quale prosegue parlando della variegata ricchezza artistica custodita all’interno di quella che fu la sede dei Gonzaga: “Tra le testimonianze artistiche più importanti la celebre Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, il ciclo di affreschi tardo-gotici eseguiti da Pisanello all’inizio del Quattrocento, il ciclo di nove arazzi con le storie dei Santi Pietro e Paolo tratti da cartoni di Raffaello, i capolavori di Pieter Paul Rubens. Nella sezione del Museo Archeologico Nazionale è presente la straordinaria sepoltura cosiddetta degli “Amanti di Valdaro”, che risale a 5.300 anni fa e vede due giovani posti uno di fronte all’altra con un corredo di strumenti in selce, un’immagine di forte impatto emozionale che ha incuriosito da subito il pubblico”.

Il Direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Dottor Stefano L’Occaso, ritratto nella Galleria della Mostra (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Abbracciato dall’attuale Piazza Sordello, un tempo Piazza di San Pietro, e dalla riva del Lago Inferiore, nasce inizialmente come una serie di corpi che risultano disaggregati tra loro: sarà il secolo XVI a donare al Palazzo l’organicità che ancora oggi lo caratterizza e che gli ha permesso di :” Far parte del patrimonio dell’Umanità UNESCO di “Mantova e Sabbioneta” dal 2008”.

Gli affreschi di Pisanello (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il percorso che accoglie i visitatori, facendo sperimentare loro concretamente come la Storia e gli eventi abbiamo plasmato, nel corso degli anni il Palazzo Ducale: “E’ ampio: parte dalla visita della Camera degli Sposi al piano nobile del Castello, attraversa la Corte nuova, la Corte Vecchia, con straordinari portici, gallerie, saloni, giardini, e include la sezione del Museo Archeologico con ingresso autonomo. Credo che uno dei motivi di maggior fascino del Museo sia la sua varietà: non solo di epoche e di stili, ma anche per il continuo e sorprendente passaggio tra interni ed esterni, tra ambienti minuti e giganteschi”.

La Camera degli Sposi di Andrea Mantegna (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Ed è proprio la Camera degli Sposi, il luogo maggiormente iconico del Palazzo: “Situata al piano nobile del Castello di San Giorgio, con la celebre immagine del suo oculo, è un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano ed è un’opera che nei secoli ha acceso la fantasia di milioni di visitatori e di tanti letterati e artisti”.

Il famoso oculo della Camera degli Sposi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Mentre la parte maggiormente apprezzata è: La Sala degli Specchi grazie ai suoi affreschi, ma anche la Sala dello Zodiaco e dei Fiumi, la Sala di Troia e le stanze private dell’appartamento di Isabella d’Este”.

La Sala degli Specchi (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Alla meraviglia degli ambienti interni si affianca quella degli ambienti esterni: oltre al Giardino Pensile, spicca anche il Giardino Dei Semplici, risalente al 1603, del botanico Zenobio Bocchi, nonché il Giardino Segreto della marchesa Isabella d’Este.

Il Giardino pensile ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Dopo essere stato così amato dalla famiglia Gonzaga, il Palazzo Ducale di Mantova, il 2 aprile 1707, passa sotto la Casa D’Austria, la quale rivendica il diretto dominio del Ducato con il suo Palazzo che conserva, però, ancora nelle sue 1000 stanze, nei suoi meravigliosi giardini, l’impronta di una famiglia, la quale, secolo dopo secolo, lo ha reso magnificente e che ogni anno incanta circa :” 300.000 visitatoricon una buona percentuale di stranieri: “In maggioranza tedeschi, francesi e austriaci. Il Museo ha in ogni sala pannelli e informazioni bilingue, per accogliere il pubblico internazionale, che qui trova emozioni e sensazioni uniche”.

Uno dei capolavori di Rubens (Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo accoglie i visitatori :”Tutti i giorni tranne i lunedì con orario continuato dalle 8.15 alle 19.15, quindi già l’apertura ordinaria è molto ampia; inoltre, sono previste aperture straordinarie in alcuni lunedì soprattutto in occasione di ponti festivi o in periodi in cui si prevede importante afflusso turistico e aperture straordinarie serali, sia correlate all’organizzazione di eventi (rassegne musicali, teatrali etc) che in occasione di particolari ricorrenze (Giornate europee del Patrimonio, Festa dei Musei etc.). Siamo normalmente aperti anche nei festivi più importanti dell’anno”.

Il cortile d’onore ((Foto per gentile concessione del Palazzo Ducale di Mantova)

Il Palazzo è, inoltre, una realtà viva e palpitante, che ospita anche mostre temporanee:” Principalmente organizzate internamente dalla direzione del museo, ma anche iniziative organizzate da enti esterni” e riveste grande importanza per la città di Mantova: “È il principale monumento cittadino, per dimensioni e per numero di visitatori, sicuramente punto di riferimento per le attività culturali e turistiche del territorio e luogo identitario per i suoi cittadini”.

Ma senza dimenticare che: “A livello nazionale è sicuramente riconosciuto il valore storico artistico del complesso museale che accoglie ogni anno un numero di visitatori pari a circa sei volte gli abitanti della città; ed è uno dei primi venti musei a essere stati individuati come autonomi per la loro rilevanza“.

Concludo l’intervista chiedendo al Dottor Stefano L’Occaso, che vanta un ricchissimo curriculum di quasi 20 pagine, cosa significhi per lui rivestire l’incarico di Direttore del Palazzo Ducale di Mantova:

Sono particolarmente legato al Palazzo Ducale, avendo iniziato a lavorarci come funzionario storico dell’arte nel 2000, un quarto di secolo fa. Sicuramente è un grande privilegio poter guidare e occuparsi della tutela e della valorizzazione di questa importante parte del patrimonio storico artistico italiano, che naturalmente comporta anche una profonda responsabilità. In questo ruolo è necessario trovare un equilibrio tra conservazione e innovazione, tutela e valorizzazione, rimanendo all’interno degli schemi della pubblica amministrazione, che richiedono conoscenze approfondite delle normative che regolano la gestione della cosa pubblica”.

Alessandra Fiorilli

Il Limone Costa d’Amalfi : la storia e le caratteristiche di questo  prodotto IGP raccontate dall’ Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela.

di Alessandra Fiorilli

Il patrimonio di una nazione non è rappresentato solo dalle sue ricchezze artistiche o bellezze naturali, ma anche  da prodotti tipici che fanno subito Italia, e tra questi ci sono gli agrumi, simbolo del nostro clima mediterraneo e di luoghi ai quali vengono immediatamente  associati: è il caso del Limone Costa d’Amalfi che: Dal 2002 è un prodotto IGP (Indicazione Geografica Protetta), grazie alla creazione di un Consorzio di Tutela che, è stato riconosciuto dal MIPAF con DM 29 luglio 2003 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.193 del 21 agosto 2003 in base all’articolo 14 della legge 526/99 per la tutela, vigilanza e valorizzazione del prodotto”, come dichiara l’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela,  la quale ci racconta la storia dell’agrume simbolo della Costa d’Amalfi.

L’Avvocato Chiara Gambardella, Direttore del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Tra il IX ed il X secolo  il limone arriva dall’India, ma  viene di fatto introdotto dai Crociati di ritorno dal Medio Oriente, nonostante questo frutto fosse conosciuto già nell’antica Pompei, dove proprio all’inizio del 1900, già venne portata alla luce la “Casa del Frutteto” con all’interno dei limoni dipinti sulle pareti”, racconta l’Avvocato Gambardella, la quale ci tiene a sottolineare le proprietà di questo agrume il quale:  “Veniva imbarcato, sulle navi che partivano da Amalfi, antica Repubblica Marinara,  per curare i marinai, i quali si ammalavano di scorbuto, malattia che sconfiggevano proprio con la preziosa vitamina C contenuta nel limone, durante i lunghi viaggi verso l’Oriente”.

Ma tale frutto chiamato: Sfusato Amalfitano  per la sua forma allungata”ha avuto un ruolo di primo piano anche nel campo medico, infatti :“Veniva utilizzato già  dalla famosa Scuola Medica Salernitana, che, studiando gli agrumi ed in particolare  lo sfusato amalfitano, vide che quest’ultimo era ricco di olii essenziali e polifenoli (antiossidanti), oltre, che  ovviamente di vitamina C”.

La caratteristica forma affusolata del Limone Costa d’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

A rendere il limone di Costa d’Amalfi  un prodotto IGP di particolare pregio e qualità è indubbiamente il : “Clima favorevole, perché mite e  senza sbalzi di temperature”.

Le caratteristiche dello Sfusato d’Amalfi sono le seguenti :” La forma affusolata, la buccia di medio spessore, la polpa succosa e gustosa, la  poca acidità, i pochi semi e la grammatura che deve essere di 100 grammi circa cadauno“.

Oltre a queste caratteristiche, il Limone Costa D’Amalfi, viene coltivato IGP solo nei :13 comuni della Costa d’Amalfi previsti dal Disciplinare di produzione che precisamente sono: Vietri sul Mare, Cetara, Maiori, Minori, Tramonti, Ravello, Scala, Atrani, Amalfi, Conca dei Marini, Furore, Praiano e Positano. La coltivazione avviene sui terrazzamenti a gradoni tipici della Costa d’Amalfi , perché ricavati nella roccia per  permettere all’acqua piovana di meglio irrigare e  drenare il terreno svolgendo, così, anche una protezione naturale, al fine di contenere il dissesto idrogeologico di un  territorio fragile, composto, appunto, da rocce calcaree friabili e scoscese . Da non dimenticare che tali terrazzamenti sono stati riconosciuti Patrimonio Mondiale dell’Unesco dal 1997”.

I pali di castagno sui quali sono adagiate le piante di limoni (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Lo Sfusato d’Amalfi è:Ottimo per la produzione del liquore, il famoso ed iconico limoncello, per i dolci, specie quelli tipici napoletani, ma da qualche tempo lo si usa anche per la pasta di limone, ovvero limone unito a  mandorle e usata come glassa. Novità di questi ultimi anni è anche il gin con Limone Costa d’Amalfi IGP”.

Tale agrume : “Cresce con i rami della pianta di limone adagiati e distesi su pali di castagno in modo che l’albero rimanga piegato verso il  basso e non è trattato con pesticidi nocivi alla salute, ma solo con l’utilizzo di prodotti biologici e poco impattanti per la salute; pertanto la sua buccia è edibile, infatti la stessa la si usa per produrre le gustose  scorzette candite“.

I rami carichi del Limone Costa D’Amalfi IGP (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

Il limone Costa d’Amalfi :”  E’ sottoposto a rigorose verifiche da parte dell’Organismo di certificazione, il quale controlla l’operato di tutti i soci del Consorzio che complessivamente  risultano essere, ad oggi, 259 di cui 232 soci produttori, 6  soci confezionatori e 21 soci trasformatori“.

Tale prodotto viene anche esportato all’estero: “Specie in Europa, in particolare in Germania ed in Svizzera, ma anche in America. Fuori dall’Italia, comunque è richiesto soprattutto sotto forma di prodotto trasformato , quindi limoncello, pasta di limone e caramelle”.

Il prodotto simbolo della Costa d’Amalfi, è coltivato “Su 150 ettari”,e  ogni anno donaDue milioni di chilogrammi circa di prodotto certificato IGP”.

Limoni Costa d’Amalfi IGP, particolare (Foto di repertorio del Consorzio di Tutela Limone Costa d’Amalfi IGP)

 E così, grazie a chi sa curarlo e coltivarlo perché “Ci vuole un intero anno tra una raccolta ed un’altra”, si può assaporare tutto il gusto di questo prodotto: ” Unico e prezioso della Costa d’Amalfi chiamato anche “Oro Giallo”“.

                            Alessandra Fiorilli

Il Teatro Olimpico : tutto il suo fascino nelle parole dell’Assessore alla Cultura, Turismo e all’Attrattività del  Comune di Vicenza, Ilaria Fantin

di Alessandra Fiorilli

Tra i luoghi di una città ce n’ è sempre uno più iconico degli altri, perché il suo stile e la sua bellezza lo hanno trasformato in un simbolo… un simbolo il cui fascino continua a rapire e ad emozionare.

E questo luogo, per la città di Vicenza, è il Teatro Olimpico che per la città veneta: “ Non è solo un monumento: è la sua anima culturale, il suo simbolo identitario più profondo, l’ultimo capolavoro dell’architettura palladiana giunto, fino a noi, intatto come dichiara Ilaria Fantin, Assessore alla Cultura, al Turismo e all’Attrattività  della città di Vicenza, la quale prosegue : “ È il primo teatro stabile coperto dell’età moderna, progettato da Andrea Palladio secondo i canoni dell’architettura classica vitruviana, e concepito dall’Accademia Olimpica come luogo dedicato allo studio e alla celebrazione delle arti e delle scienze, capace di incarnare il forte ideale umanista della nostra città”.

L’Assessore Ilaria Fantin (Foto di Marco Bordin, per gentile concessione di Ilaria Fantin)

La scelta di Andrea Palladio di costruire un Teatro proprio a Vicenza è da rintracciarsi in un motivo profondamente connesso con la cultura che in quel tempo animava la città veneta: “ Già sede dell’Accademia Olimpica, fondata nel 1555 da un gruppo di intellettuali vicentini tra cui lo stesso Palladio” .

Sarà proprio proprio la stessa Accademia  a voler realizzare: “Uno spazio stabile e permanente per le proprie rappresentazioni culturali e teatrali”, come dichiara Ilaria Fantin,  la quale, nonostante la sua carriera da concertista l’abbia condotta in tutta Europa, è tornata poi  nella sua città di Vicenza per dedicarsi anche all’organizzazione di  eventi culturali.  

Il palcoscenico del Teatro Olimpico dal quale si ammira l’illusionismo prospettico (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La scelta dell’Accademia Olimpica  di creare e diffondere cultura utilizzando un luogo cittadino, cadde in quelle che erano le prigioni comunali, in pieno centro storico… e  fu così che:  “ Un luogo di reclusione diventò Un tempio della conoscenza e della libertà intellettuale, grazie ad un’operazione simbolica e concreta al tempo stesso, della quale la città si fece promotrice, rendendo tale progetto un autentico manifesto civico”

Il Teatro Olimpico è anche il simbolo di una continuità artistica che non si interrompe con la morte di Andrea Palladio, il quale aveva avviato il progetto il 15 febbraio 1580, sei mesi prima della morte che lo verrà a trovare il 19 agosto :” L’architetto aveva lasciato disegni e un modello ligneo, permettendo la prosecuzione dell’opera da parte di suo figlio Silla e, soprattutto, di Vincenzo Scamozzi, cui si deve il completamento della scenografia prospettica”.

Scorcio della concezione prospettica con la quale è stato realizzato (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

I lavori si concluderanno 5 anni più tardi e l’inaugurazione che avvenne: “ Con la rappresentazione dell’“Edipo re” di Sofocle, in una messa in scena straordinaria,  rese subito celebre il teatro in tutta Europa”.

Quello che colpisce e rapisce, già al primo impatto, è la scenografia:Realizzata nel 1585 da Vincenzo Scamozzi, il quale si ispirò alla concezione prospettica dell’epoca. Raffigura sette strade cittadine convergenti verso punti di fuga, costruite con legno dipinto, gesso e stucco per creare un’illusione di profondità. Le strade sono inclinate e illuminate in modo da accentuarne la tridimensionalità. In origine, le finestre e le porte finte contenevano lampade per creare effetti luminosi suggestivi”.

Vistare il Teatro Olimpico di Vicenza permette di conoscere da vicino: “Un capolavoro di illusionismo prospettico permanente, mai più replicato nella storia del teatroche rappresenta :” Un unicum assoluto nella storia dell’architettura teatrale ed  è l’unico teatro rinascimentale giunto integro fino a noi”.

La visuale dalle gradinate che costituiscono la cavea ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

La particolarità è strettamente legata alla: “ Una scenografia fissa e tridimensionale, che rappresenta idealmente la città di Tebe, ma che in realtà è un omaggio alla Vicenza del Rinascimento. L’intero spazio è concepito come una macchina scenica perfetta e la scenografia è costruita con illusionismo prospettico straordinario, che suggerisce profondità illimitate in uno spazio di pochi metri. È, in definitiva, un teatro che non si limita a ospitare spettacoli: è esso stesso uno spettacolo permanente”.

Il fascino che esercita è difficile da esprimere a parole soprattutto  perché: “ Risiede nella sua capacità unica di emozionare ancora prima che inizi lo spettacolo. È l’architettura stessa a farsi palcoscenico di meraviglia: varcare la soglia del teatro significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo si dilata e l’antico dialoga con l’eterno. Ogni dettaglio , dalla scenografia prospettica alle proporzioni armoniche, è pensato per evocare un’ideale di città, in cui arte, bellezza e sapere si fondono in una profonda armonia. È un luogo che non si visita semplicemente: si vive, si contempla, si ricorda”.

Visuale dall’alto ( Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

Il Teatro Olimpico non è solo la storia della città e della sua cultura, ma una realtà viva e palpitante ancora oggi, difatti  :” Ospita una programmazione raffinata e selezionata, che privilegia spettacoli in linea con la sua natura e la sua struttura. Si tengono rappresentazioni di teatro classico greco e latino ma anche eccellenti rivisitazioni, concerti ed eventi culturali. Cito, tra tutti, il Ciclo degli Spettacoli Classici e il Festival Vicenza Jazz, due importanti rassegne del Comune di Vicenza che valorizzano il teatro nella sua doppia funzione di contenitore culturale e opera d’arte vivente. Ogni spettacolo è pensato per rispettare la sua acustica, la sua scenografia fissa, e il suo valore monumentale. È anche il luogo dove si tengono incontri istituzionali, eventi di diplomazia culturale, presentazioni accademiche, convegni scientifici e artistici, oltre a ricevimenti per delegazioni internazionali. Oggi, il Teatro Olimpico è un punto di riferimento culturale e turistico, che rende Vicenza un centro d’eccellenza nel panorama internazionale dell’arte e dell’architettura”.

Una suggestiva visione d’insieme del Teatro (Foto Ufficio Stampa del Comune di Vicenza)

E’ un Teatro che annovera, tra i suoi visitatori, figure storiche come Napoleone Bonaparte, Pio VI e Francesco Giuseppe d’Austria e ancora oggi: “E’ tuttora luogo simbolico di accoglienza per personalità di rilievo” dichiara l’Assessore Fantin la quale conclude l’intervista con queste parole : “Al Teatro Olimpico l’arte non si esibisce soltanto, ma si celebra, si discute e si tramanda”

Il Teatro Olimpico di Vicenza: l’intuizione di un genio, la volontà di una città che voleva creare un punto di riferimento per la cultura e la caparbietà di realizzare un capolavoro, nonostante il suo ideatore, il grande Andrea Palladio, avesse lasciato di questo suo progetto solo disegni ed un progetto ligneo destinato a diventare, però,  il simbolo imperituro della cultura vicentina.

                                     Alessandra Fiorilli

Asolo: dove la cultura è di casa. Intervista con la Dottoressa Beatrice Bonsembiante ed il Maestro Federico Pupo

di Alessandra Fiorilli

“Asolo, città dai cento orizzonti”: è così che il poeta Giosuè Carducci definì la cittadina posizionata sul monte Ricco, tra il Massiccio del Grappa a nord e la pianura a sud, che si allunga sin verso Padova e Venezia.

“E’ al centro di un crocevia tra le direttrici nord-sud ed est-ovest, e proprio ad est troviamo illetto del Piave  mentre ad ovest il Brentadichiara la Dottoressa Beatrice  Bonsembiante, Assessore alla Cultura  e Turismo del Comune di Asolo, la quale prosegue il suo racconto su questoborgo inserito tra quelli più belli d’Italia: “ Il primo insediamento umano della zona appartiene al popolo veneto, un popolo semplice, la cui edilizia era caratterizzata da strutture basiche, delle quali rimane in realtà pochissimo, infatti solo alcuni degli oggetti risalenti a quell’epoca sono conservati nel Museo Civico”.

La Dottoressa Beatrice Bonsembiante, Assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Asolo (Foto per gentile concessione della Dottoressa Beatrice Bonsembiante)

L’arrivo dei Romani nel I secolo A.C. segnò per Asolo:“Un grande sviluppo, tanto da diventare municipium romano grazie alla sua posizione strategica. E proprio i Romani costruirono le terme, l’acquedotto ed il teatro che ha una particolarità, tanto da distinguersi da tutti gli altri: è l’unico in contro pendio; quindi, la cavea non era situata nella parte bassa, ma in quella alta, e questo perché i Romani volevano che, alla fine della via Aurelia, tutti dovessero vedere, già a lunga distanza, la facciata del teatro stesso”.

Con la caduta dell’Impero, anche Asolo conosce un periodo buio che termina:”Dopo il 1288, con la presa del borgo da parte di Venezia: Asolo rimarrà una podesteria veneta fino al 1796, quando, con l’arrivo di Napoleone, la stessa città lagunare decadde”.

Ma torniamo alla fine del 1400, quando ad Asolo: “Giunge la Regina Caterina Cornaro, che era stata data in sposa per procura, all’età di 14 anni, al Re di Cipro Giacomo di Lusignano, in quanto il sovrano aveva molti debiti con Venezia e, quindi, il matrimonio li avrebbe, di fatto, cancellati. Ma il re attende quattro anni per far arrivare Caterina nella sua città”.

Caterina si adatta subito alla vita di Cipro ma: “Dopo la morte del marito e del figlio, dopo  appena un anno dalla scomparsa del consorte, regge da sola il trono. Venezia, però, la fa tornare in patria dandole la Podesteria di Asolo”.

Veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Ma nonostante questo potesse sembrare un esilio dorato: Caterina inizia a realizzare un progetto di corte rinascimentale e chiama ad Asolo artisti di grande spessore che danno slancio alla città, ma l’arrivo della Lega di Cambrai la costringe a dover fuggire a Venezia, dove poi muore”

Una delle caratteristiche vie di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Dopo l’arrivo di Napoleone ed un periodo di decadenza generale per Venezia e i luoghi limitrofi : “Nasce il fenomeno del Grand Tour e così in Italia arrivano dall’estero i nuovi aristocratici che acquistano palazzi, acquisiscono i comportamenti dei locali, in quanto già da tempo i nobili di Venezia erano soliti trasferirsi ad Asolo, specie in estate, alla ricerca di un po’ di refrigerio”. 

E così: “Gli Inglesi e gli americani cominciarono a prendere casa ad Asolo, dove c’è ancora   una comunità anglofona”.

Tra gli anglosassoni spicca Robert Browning, ma come dimenticare la diva nostrana Eleonora Duse la quale: “Decide di comprare casa ad Asolo, ma muore nel 1924 di tisi, proprio durante quella stessa tournée con la quale avrebbe finito di pagare la casa da lei tanto amata”.

La Sezione Eleonora Duse nel Museo Civico (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La diva, però, scelse Asolo come sua residenza per l’eternità, infatti: “E’ qui seppellita”.

Particolari della Sezione Eleonora Duse (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

La terza donna di Asolo, dopo Caterina ed Eleonora sarà:” Freya Stark, amica della Regina Madre, tanto che Filippo di Edimburgo era solito trascorrere del tempo proprio qui ad Asolo. Freya era una viaggiatrice, fece lavori di cartografia conservati ancora a Londra e scrisse romanzi di viaggio”.

Il Museo Civico si snoda su tre piani: “Al primo è ospitata la Sezione Archeologica, al secondo la Pinacoteca, mentre il terzo piano è tutto dedicato alle tre donne simbolo di Asolo, e si articola infatti nella Sezione Eleonora Duse, Sezione Freya Stark, e Sezione Caterina Cornaro. “Visitare il Museo è come sfogliare un album di famiglia”.

Una suggestiva veduta di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Oggi Asolo è un luogo di incontri: Una città murata con i portoni sempre aperti, incline all’accoglienza”, conclude la Dottoressa Bonsembiante, la quale mi ha incantato con il racconto sulla sua città di Asolo, grazie alla passione non solo per il settore della comunicazione ma anche per la diffusione della cultura locale.

Veduta d’insieme di Asolo (Foto per gentile concessione dell’Ufficio Cultura del Comune di Asolo)

Asolo ha saputo mantenere viva questa tradizione culturale che da Caterina Cornaro è giunta fino a noi, e non è un caso che da 47 anni si svolge, ogni estate, il Festival Internazionale di Musica da Camera significativamente intitolato “Incontri Asolani” che si tiene, anche quest’anno, come ormai è consuetudine da dieci stagioni, nella suggestiva cornice della Chiesa di San Gottardo, la quale domina la vallata, dall’ 1 al 12 settembre. Questa manifestazione di grande spessore: “E’ nata per iniziativa dell’allora Segretario Generale degli “Amici della Musica Attilio Zamperoni” dichiara il Maestro Federico Pupo che da 30 anni è alla guida di questo evento.

Il Maestro Federico Pupo (Credit Katia Bonaventura, per gentile concessione di Federico Pupo)

Il Maestro Pupo, che vanta un curriculum ricchissimo nell’ambito dell’attività concertistica, dell’insegnamento e di progetti volti alla divulgazione della bellezza della musica, ci tiene a sottolineare come:” Il festival ha un pubblico appassionato”.

Nel programma conferme e novità, anche se:” Quando ci sono nomi di grosso calibro si registra sempre un sold out.”.

La suggestiva Chiesa di San Gottardo (Credit Claudio Sartorato)

Quest’anno il Beethoven 198, che sta ad indicare il conto alla rovescia del bicentenario della morte del grande compositore, si fa in due: “ Si inizia Mercoledì 3 settembre alle 21.00, sempre nella Chiesa di San Gottardo, con le due  Sinfonie beethoveniane nella rara trascrizione ottocentesca per due pianoforti a otto mani di Theodor Kirchner mentre il 12 settembre, giorno di chiusura, ci sono in programma due sinfonie tra le più amate del catalogo beethoveniano, la Sinfonia n. 1 in do maggiore Op. 21 e la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, op. 55 “Eroica”, nella trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt. Questi due concerti rientrano in un progetto triennale dedicato a Beethoven che prevede l’esecuzione integrale delle 9 sinfonie nelle versioni ‘domestiche’ realizzate da Kirchner e Sitt, perfette per un festival di musica da camera”.

Per il Maestro Pupo il Festival è un insieme di sentimenti: “Mi emoziono doppiamente quando, osservando il pubblico da dietro le quinte, ne percepisco le emozioni e quando, andando via, mi ringraziamo per ciò che hanno provato. E tutto ciò è una dimostrazione della qualità che il Festival riesce sempre a proporre”.

                        Alessandra Fiorilli

Basilica di Superga: Torino, Italia

di Alessandra Fiorilli

“E’ il 1706 quando la città di Torino è sotto l’ assedio delle truppe francesi e spagnole: la sproporzione è tanta e per i torinesi c’era poco da sperare. Su una delle colline più alte della zona da secoli si sale per la devozione alla Madonna delle Grazie, le tracce arrivano fin circa il 1400, ma nel 1624 viene posta una delicata ma importante statua lignea, come ci racconta Daniele Ballarin, monaco responsabile della Basilica di Superga e membro del SERMIG (Servizio Missionario Giovani).

La facciata della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E cosi, il Duca Vittorio Amedeo II ed il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, dopo essere saliti sulla collina per studiare le mosse degli avversari, fanno un voto alla Madonna: se le truppe piemontesi avessero vinto contro gli invasori stranieri, avrebbero fatto costruire sulla collina una grande chiesa in suo onore.

In pochi giorni l’assedio alla città finì con la vittoria dei piemontesi e, per mantenere fede al voto, venne incaricato l’architetto messinese Filippo Juvarra per la costruzione della Basilica sull’area  occupata da una precedente piccola  cappella.

I lavori iniziano nel 1717 e nel 1731 Torino è pronta a dare il benvenuto all’imponente Basilica di Superga che da allora  svetta sulla collina, in tutta la sua semplice maestosità:  “La Basilica di Superga non è solo il simbolo di Torino e del Piemonte, ma è parte integrante della storia d’Italia, non dimentichiamo che nelle Tombe Reali, ospitate nei sotterranei, riposa Carlo Alberto di Savoia, colui che concesse,  nel marzo del 1848, lo Statuto Albertino, divenuto dal 1861 la prima Carta Costituzionale del Regno d’Italia”, dichiara Daniele Ballarin.

Vista laterale della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

E proprio la famiglia dei Savoia: “E‘ sempre stata legatissima alla Basilica, tanto da esser il luogo sacro dove assistevano alle celebrazioni religiose e dove, in alcune stanze, si riposavano prima di tornare a Palazzo Reale; inoltre nei Sotterranei della Basilica, oltre a Carlo Alberto, sono sepolti anche 6 Re e 10 Regine del Regno di Sardegna”.

La Basilica: “Non è solo l’espressione di un concetto architettonico, ma anche e soprattutto paesaggistico, come era nelle intenzioni dell’architetto Juvarra che ne curò la realizzazione: infatti la collina è posizionata al centro della pianura ed è visibile da ogni parte del territorio e persino quando, dalla Francia, si entra in Italia: questo forse per ricordare ai cugini d’oltralpe la vittoria del 1706 sulle truppe al comando di Luigi XIV. Ma la cosa più importante è che, alzando gli occhi in alto verso la collina, si possa vedere un luogo dedicato alla Madonna che, con il suo sguardo materno, possa consolarci tutti”.

Particolare dell’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Ed è anche la strategica posizione sulla collina, ed il panorama che si può godere da lassù, a rendere la Basilica di Superga un luogo di ritrovo per molti torinesi: “Anche per questo motivo abbiamo deciso, quattro anni fa, quando abbiamo iniziato il nostro servizio in Basilica, di aprire le porte della chiesa tutti i giorni e in estate, da San Giovanni a fine settembre, anche di sera, per accogliere tutti coloro che arrivano sin quassù in bicicletta, in moto, con la macchina e persino a piedi”.

Particolare della cupola vista dall’interno della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Di questo capolavoro juvarriano si può visitare, oltre che l’interno, anche la cupola dalla quale si ha un meraviglioso colpo d’occhio sulle montagne che circondano Torino quando il cielo è terso.

A testa in sù per ammirare, dall’interno, la cupola della Basilica di Superga (Foto di Lorenza Fiorilli)

Alla cupola: “Si accede attraverso una bellissima scala a chiocciola di 131 scalini per arrivare a 30 metri d’altezza dal suolo sui complessivi 75 metri della Basilica”.

Ma il nome di Superga è anche legato a quello del Grande Torino, la squadra che vinse cinque scudetti consecutivi e che si schiantò, nel 1949, di ritorno da Lisbona, con l’aereo proprio sulla collina, nell’area retrostante la chiesa: Ogni 4 maggio alle 17.03, ora dello schianto, viene celebrata, nella Basilica, una messa alla quale partecipano oltre all’attuale squadra del Torino e ai parenti delle vittime, anche moltissime persone.”

La foto del Grande Torino nell’area retrostante la Basilica di Superga, nel luogo dell’incidente aereo del 4 maggio 1949 (Foto di Lorenza Fiorilli)

Il Grande Torino non era solo la squadra della città sabauda, ma: “Dell’ Italia intera: basti pensare che su 11 atleti della Nazionale, 10 erano del Torino… quindi il lutto fu di tutti.”

Ancora oggi, a distanza di anni, il luogo dello schianto è meta di un pellegrinaggio laico silenzioso e rispettoso di una tragedia che colpì l’Italia e non solo quella calcistica, come testimoniano le foto, i gagliardetti e le sciarpe di coloro che vogliono omaggiare il luogo dove si spezzarono le vite dei giocatori del Grande Torino, dei dirigenti della squadra, dell’equipaggio e di tre giornalisti italiani che avevano seguito la trasferta dei Granata.   

                             Alessandra Fiorilli

La Cattedrale di Siena e i suoi tesori: ce ne parla la Dottoressa Marilena Caciorgna.

di Alessandra Fiorilli

La tradizione vuole che la Cattedrale di Siena, intitolata alla Madonna Assunta, sia stata costruita nel luogo dove sorgeva un tempio dedicato alla Dea della Sapienza, Minerva.

Svetta da lontano il campanile e quando lo segui, come fanno le navi con il faro, non puoi che rimanere incantato davanti a tanta magnificenza e così, si apre davanti a te la spettacolare Cattedrale che  si erge sulla collina più alta della città: ciò che colpisce è la perfetta armonia che c’è tra le sue parti, ovvero il basamento su cui si regge, la scalinata, il corpo centrale e, appunto, il campanile.

La facciata della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Elegante figlia dello stile romanico-gotico italiano all’esterno, è però al suo interno che cela uno dei più grandi tesori dell’arte: il suo pavimento, definito da Giorgio Vasari come:  “il più bello…, grande e magnifico… che mai fusse stato fatto”.

Particolare del pavimento (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

“Il pavimento della Cattedrale di Siena è un commesso marmoreo costituito da marmi policromi locali, quali il bianco, il giallo ed il verde. Ciò che rende unico tale straordinaria opera è il suo non essere a mosaico” dichiara la Dottoressa Marilena Caciorgna di Opera Laboratori, la quale aggiunge come: “Soltanto un riquadro è realizzato a mosaico, il secondo della navata centrale con la rappresentazione della Lupa che allatta i gemelli, simbolo di Siena“.

La Dottoressa Marilena Caciorgna (Foto per gentile concessione della Dottoressa Marilena Caciorgna)

La tecnica usata per dare vita a queste tarsie, che sono 56 in tutto il pavimento della Cattedrale, fu in origine quella del “graffito”: “Le prima tarsie furono tratteggiate sopra lastre di marmo bianco con solchi eseguiti con lo scalpello, riempiti di stucco nero. Poi furono aggiunti marmi colorati, come il pregiato Broccatello, accostati assieme come in una tarsia lignea e questa tecnica è chiamata, appunto, commesso marmoreo: la realizzazione del pavimento si è snodata in un arco di tempo che va dal 1370 circa fino alla fine del 1800”.

Veduta della navata centrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

I disegni preparatori furono realizzati da artisti senesi e quello che tutto il mondo può ammirare è uno scrigno prezioso di arte e genialità, anche nella progressione delle tarsie dall’entrata fino all’altare, come ci spiega la Dottoressa Caciorgna: Le scene riprodotte nelle tarsie delle navate raffigurano le sibille ed i filosofi del mondo antico che rappresentano la volontà dell’uomo di conoscere Dio attraverso la filosofia. Poi, procedendo verso l’altare ci sono le scene del Nuovo ed Antico Testamento e quindi la necessità di avvicinarsi a Dio con la religione rivelata. Tra quelle del Nuovo Testamento, c’è la tarsia che ricorda la Strage degli innocenti”.

Il Pavimento è visibile, nelle navate, tutto l’anno, mentre la scopertura totale, ovvero anche della parte dell’Altare “Avviene solo in un periodo, quello tra giugno e luglio e poi da agosto ad ottobre ad esclusione, però, dei giorni dall’ 1 al 18 agosto durante il quale tutto il pavimento, compreso quello delle navate, viene coperto con una moquette grigia in quanto, essendo il Duomo dedicato alla Madonna dell’Assunta, in quel periodo si svolge il Palio con l’entrata in chiesa della contrada vittoriosa”.

Interno della Cattedrale (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Il prezioso pavimento, al quale ha partecipato anche il Pinturicchio: “Viene costantemente pulito e restaurato e quest’ultima operazione è a cura dell’Opera del Duomo che è una Fabbriceria”.

Il pulpito di Nicola Pisano (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Ma il Duomo di Siena non è solo il suo spettacolare pavimento ma anche, come ci tiene a sottolineare la Dottoressa Caciorgna, : “Le sculture di Nicola Pisano e del figlio Giovanni, di Donatello, Michelangelo e del Bernini. Così come la Libreria Piccolomini, situata lungo il fianco sinistro della Cattedrale: qui l’ambiente è decorato a trompe l’oeil, e simula una marmorea loggia suddivisa in dieci arcate a tutto sesto, oltre la quale i protagonisti si muovono sul proscenio, mentre il fondale teatrale di architetture e paesaggi si adatta all’occasione o evento celebrato”.

La Libreria Piccolomini (Archivio fotografico Opera della Metropolitana di Siena)

Un’altra intensa emozione il visitatore la può vivere accedendo ai sottotetti: “Attraverso un chiocciolino e una volta giunti, è possibile seguire un percorso sopra la Cattedrale con suggestive viste panoramiche sia dentro che fuori la chiesa. Dal ballatoio la vista del pavimento marmoreo è un’esperienza senza eguali”.

Il pavimento visto dall’alto ( Archivio fotografico Opera Metropolitana di Siena)

Ma la bellezza straordinaria dei tesori custoditi nella Cattedrale di Siena non la si può circoscrivere a parole: la si deve vivere in prima persona.

                                 Alessandra Fiorilli

La genialità di Filippo Juvarra nella progettazione della Palazzina di Caccia di Stupinigi: ce ne parla la Dottoressa Marta Fusi

Filippo Juvarra, architetto eccelso ed uno dei maggiori esponenti del Barocco italiano: “Fu anche un uomo di teatro, essendo uno scenografo, quindi, quando gli venne richiesto dalla Casa Reale dei Savoia di costruire una palazzina di caccia, egli la ideò come un teatro. La casata sabauda, infatti, desiderava avere un luogo di “loisir”, di piacere, di svago e di relax lontano dalla città e fu così che Juvarra individuò l’attuale area sulla mappa e la immaginò proprio come oggi la vediamo” dichiara la Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano che gestisce anche la Palazzina di Caccia di Stupinigi, situata a 10 chilometri dal Palazzo Reale di Torino.

La Dottoressa Marta Fusi, Direttrice della Fondazione dell’Ordine Mauriziano (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

E quello che la genialità del Juvarra aveva già immaginato, ancora prima dell’inizio dei lavori di costruzione, oggi continua ad incantare, perché, quando da lontano si scorge quella: “Palazzina bassa, bianca e con tantissime finestre ,ci si ricongiunge idealmente con quello che il grande architetto aveva già costruito nella sua mente.

Una veduta d’insieme della Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Juvarra pensò al percorso che i Re di Casa Savoia avrebbero fatto partendo da Palazzo Reale: usciti dalla città, sarebbero passati attraverso i boschi (Verde) poi la zona delle cascine( rosse) e all’improvviso davanti ai loro occhi si sarebbe aperto lo spettacolo della Palazzina di Caccia di Stupinigi, come un fondale di teatro che, con il suo cortile d’onore e le braccia laterali, li avrebbe accolti. L’ edificio avrebbe, così, offerto  una visuale completamente nuova ed una rappresentazione  della natura, sia con l’interno che con l’esterno” come ci svela la Dottoressa Marta Fusi.


Anticamera dell’appartamento dei Duchi di Chiablese (ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La particolarità di questo complesso, la cui costruzione iniziò nel 1729 su progetto, appunto, di Filippo Juvarra, risiede nella sua capacità di poter esser guardato ed ammirato da diversi punti di vista: “ Stupinigi è sia una Residenza Reale, sia sede , dal 1929,  del “Museo dell’arredamento e dell’ammobiliamento” che comprende mobili pregiatissimi provenienti anche dalle residenze di Colorno, Parma e Modena”,

Alcuni interni ( Ph Dario Fusaro , per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi è stata molto amata dai Reali di Casa Savoia : “La Regina Margherita vi soggiornò a lungo, specie dopo essere rimasta vedova e qui vi rimase per lunghi periodi fino al 1919” , ma ha accolto anche personaggi della storia: “Nel 1805 Napoleone Bonaparte trascorse in questa Palazzina 10 giorni prima di essere incoronato Imperatore”.  

Camera da letto della Regina Margherita ( Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Stupinigi abbaglia, con il candore della sua facciata, con i suoi 31000 metri quadrati di estensione e questo fascino rapisce:” 130000 visitatori l’anno, il 40% dei quali  è rappresentato da stranieri provenienti in particolare modo da Francia, Spagna, Germania, U.S.A e paesi asiatici”

La particolarità del gran numero di finestre progettate dal Juvarra (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Davanti a tanta maestosità perfettamente conservata, è inevitabile chiedersi quanta manutenzione richiedano questi siti:  “Per l’edificio è prevista un’opera conservativa preventiva, difatti settimanalmente dal Centro di Conservazione Restauro di Venaria arrivano due restauratrici per monitorare costantemente gli arredi del percorso museale, così da intervenire in tempo su eventuali criticità. Per quanto attiene invece ai giardini, dopo aver ripristinato parte degli stessi e averli messi in sicurezza, prossimamente saranno riaperti al pubblico

La scenografica Palazzina di Caccia di Stupinigi (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ci si incanta ammirando le stanze dell’Appartamento di Levante, di quello del Re e della Regina, mentre: “L’Appartamento di Ponente sarà presto fruibile ai visitatori”, anche se  il percorso inizia dalla   Scuderia Juvarriana, dove sono esposti i ritratti della Casa Sabauda e dove campeggia la statua originale del cervo in bronzo, rame e foglie d’oro.

La Palazzina dall’alto: si può notare la struttura architettonica realizzata dal Juvarra (Ph david_fossa, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Ma quello che toglie il fiato è il:Salone Centrale…le confesso che, anche dopo tanti anni, io, ogni volta che lo attraverso, mi emoziono…” come dichiara la Dottoressa Marta Fusi.


Il Salone Centrale , di forma ellittica, in tutta la sua magnificenza (Ph Dario Fusaro, per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

La Palazzina di Caccia di Stupinigi regala la sua bellezza anche nelle sere d’estate quando vengono organizzati: “Concerti di lirica, Candlelight , ovvero i concerti a lume di candela , l’osservazione delle stelle…momenti esperienziali…”

Il Salone Centrale dall’alto (Foto per gentile concessione della Palazzina di Caccia di Stupinigi)

Chi vuole sentirsi parte della storia, anche solo per un giorno, può prenotare spazi all’interno della Palazzina, ovvero: ” Le Citroniere, la Sala del Cervo, il Cortile d’Onore dove è possibile organizzare cene di gala, congressi, fiere, matrimoni, compleanni, eventi aziendali, servizi fotografici. Tutte queste informazioni sono reperibili sul sito della Palazzina”, come ci informa la Dottoressa Marta Fusi.

Dal 1997 la Palazzina di Caccia di Stupinigi è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed inserito nel circuito delle Residenze Reali Sabaude, quindi, rivestire l’incarico di Direttore significa: “Occuparsi della conservazione e promozione dell’arte barocca e preservare questa bellezza affinché i nostri figli, i figli dei figli e coloro che verranno dopo, potranno ugualmente godere di tale maestosità”, conclude la Dottoressa la Marta Fusi.

                         Alessandra Fiorilli

…e il marmo diventò reale: il Museo Cappella Sansevero. Intervista alla Direttrice, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

di Alessandra Fiorilli

E’ solo marmo… diventerà un capolavoro della scultura mondiale di tutti i tempi: il Cristo velato.

E’ solo un giovane scalpellatore… diventerà il padre di un’opera che sarà ammirata da tutti, e che continua ad attirare, nella Cappella Sansevero, a Napoli, migliaia e migliaia di persone l’anno: Giuseppe Sanmartino.

E’ solo un museo…diventerà il cuore pulsante di un’arte marmorea quasi impossibile da raggiungere e da superare: Museo Cappella di Sansevero.

L’Italia è un raro scrigno di ineguagliabili bellezze artistiche ma il Cristo velato… il Cristo velato è così perfetto, vivo, palpitante nella sua mobilità mortale, nel dolore di un uomo crocefisso e incoronato da una corona di spine, da spingere a chiedersi come sia stato possibile che mano umana abbia potuto creare un capolavoro ammirato da sempre e da tutti, tanto che, come si racconta, persino il Canova, in occasione di un suo soggiorno a Napoli, si fosse dichiarato pronto a dare dieci anni di vita pur di essere lui lo scultore di questo capolavoro.

Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

E proprio attorno al velo del Cristo, alla straordinaria aderenza alla realtà, si creò persino una leggenda. Il velo fu ritenuto il frutto di un processo alchemico di marmorizzazione dello stesso principe di Sansevero, il committente dell’opera: invece è solo figlio del genio creativo di Sanmartino.

Il Cristo velato è posto al centro della Cappella Sansevero, situata nel cuore storico di Napoli e culla del barocco ed anche la storia della Cappella è legata ad una leggenda. Si narra, infatti, che un uomo innocente, mentre veniva ingiustamente condotto in carcere, assistette all’apparizione della Madonna promettendo di dedicarle un’iscrizione se fosse stata riconosciuta la sua innocenza…e così fu.

Qualche anno dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco Sangro, molto malato, chiese alla stessa Madonna la guarigione e da questo voto nacque una piccola cappella chiamata Santa Maria della Pietà ma fu suo figlio, Alessandro di Sangro, ad ordinare che venisse trasformata in un tempio votivo dove avrebbero potuto riposare per l’eternità i membri della sua famiglia.

Intorno al 1740, Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, decise di sistemare questo tempio votivo e, per abbellirlo, chiamò i più rinomati pittori e scultori dell’epoca.

La Cappella Sansevero costituisce, nel suo insieme e nella relazione tra le sue componenti architettoniche e le sue opere, il testamento intellettuale del suo geniale committente, Raimondo di Sangro, VII principe di Sansevero, ideatore dell’intero progetto iconografico”dichiara la Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci.

La Direttrice del Museo Cappella Sansevero, Dottoressa Maria Alessandra Masucci © Archivio Museo Cappella Sansevero

Nascono, così, opere grandiose, tra le quali la “Pudicizia”, e anche qui a colpire è il velo sul corpo della donna; il “Disinganno”, dove è scolpito un uomo che si libera dal peccato rappresentato dalla rete, anche questa caratterizzata di un realismo da lasciare senza fiato, e non è un caso che nel 2024 siano stati 650.000 i visitatori del Museo, con una diversa percentuale tra italiani e stranieri : “La percentuale varia molto durante il corso dell’anno, con periodi che sono particolarmente frequentati dagli italiani, spesso in concomitanza di festività e ponti, e periodi in cui la maggioranza dei visitatori è invece straniera, soprattutto di provenienza europea, ma non mancano turisti americani e dell’Estremo Oriente. In generale, nel corso dell’anno, la proporzione si assesta su un 75% di visitatori italiani e 25% di stranieri”, dichiara la Direttrice Masucci la quale ci tiene ad evidenziare come: “Il numero totale di visitatori, che, come abbiamo già detto, nel 2024 è stato di circa 650.000, è di fatto poco significativo in quest’ottica, mentre è più rilevante osservare che i biglietti disponibili sono sold out quasi ogni giorno dell’anno, spesso anche con un mese di anticipo: in questo modo, siamo riusciti ad appiattire la curva annuale della domanda e la stagionalità connaturata al settore turistico.

Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Il Museo Cappella Sansevero, proprio per preservare e tutelare il patrimonio ivi custodito: Ha adottato un sistema di ingressi limitati, distribuiti su fasce orarie di accesso, con obbligo di prenotazione anticipata. In senso più ampio, la nuova politica di accessi è orientata a promuovere un turismo sostenibile, che inviti il visitatore a godere realmente delle opere d’arte, ma che protegga anche la quiete dell’area cittadina nella quale il museo si trova.

Il fascino della Cappella Sansevero è indiscutibile, tuttavia: “La sua forza non risiede soltanto nella meravigliosa perfezione del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, ma proprio nel messaggio affidato a tutti gli elementi decorativi dello scrigno barocco. È proprio per questo che da qualche anno ormai il nostro claim recita “Molto alto da svelare”, un invito ad andare oltre e a scoprire i profondi significati di tutte le sculture della Cappella.

Cappella Sansevero Foto di Marco Ghidelli © Archivio Museo Cappella Sansevero

Per venire incontro alle molte richieste: “Durante ponti e festività, il Museo osserva orari di apertura prolungati e straordinari. Inoltre, nel corso dell’anno si svolgono, in orario serale, delle visite speciali tematiche, prenotabili attraverso la nostra piattaforma di prenotazione online. Infine, in occasione di particolari manifestazioni diffuse, come, ad esempio, “La notte dei ricercatori” o le Giornate Europee del Patrimonio, sono previste aperture prolungate oltre il consueto orario”.

Vengono allestite anche mostre temporanee: “Nel corso degli anni sono state organizzate diverse mostre di arte contemporanea, l’ultima si è conclusa lo scorso marzo, quando abbiamo ospitato le opere del noto artista inglese Darren Almond. Riteniamo infatti che sia fondamentale, per un’istituzione come la nostra, continuare a impegnarsi anche nella produzione culturale che, attraverso nuovi strumenti interpretativi e diversi approcci, consenta di riscoprire e reinterpretare le opere settecentesche, che hanno ancora tanto da raccontare e continuano ad essere fonte di ispirazione per gli artisti”.

Molto sentito è il rapporto con il territorio:Il Museo organizza periodicamente particolari eventi come concerti o altri tipi di iniziative culturali, finalizzati alla divulgazione del suo patrimonio. Ma sono anche occasioni per restituire qualcosa alla collettività e rafforzare il nostro legame con il territorio: infatti, organizziamo di frequente iniziative il cui ricavato viene devoluto interamente in beneficenza a sostegno di progetti sociali”.

Concludo l’intervista chiedendo cosa significhi essere la Direttrice del Museo Cappella Sansevero: “È naturalmente un onore e un lavoro bellissimo, tuttavia la vivo anche come una grande responsabilità. Responsabilità innanzitutto verso il nostro staff: il Museo è una realtà privata e il nostro obiettivo come azienda è garantire ai nostri collaboratori un ambiente di lavoro sereno e stimolante. Ma anche una responsabilità culturale, quella di perpetuare il messaggio intellettuale di Raimondo di Sangro e di consentire a quante più persone possibili la fruizione di questo straordinario patrimonio. Non ultima, ovviamente, la responsabilità legata alla tutela delle opere affinché si preservino e possano essere ammirate anche dalle generazioni future”.

 Alessandra Fiorilli

“Tra mare e cielo”: l’incanto di Villa Rufolo nelle parole del Direttore Generale della Fondazione Ravello, Professore Maurizio Pietrantonio

di Alessandra Fiorilli

Poco più di sessanta minuti prima dell’orario concordato per la realizzazione dell’intervista, il Professore Maurizio Pietrantonio, Direttore Generale della Fondazione Ravello, mi invia una mail contenente un comunicato stampa nel quale si legge: “ Villa Rufolo è tra le mete top nel mondo secondo Tripadvisor. Premio “Travellers’ Choice 2025”. Per il quarto anno consecutivo il complesso monumentale è stato inserito da Tripadvisor tra le “Top 10% best things to do in the world” nell’ambito dei Travellers’ Choice Awards 2025”.

Un incantevole scorcio del paesaggio circostante che si può ammirare da Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Prima di iniziare l’intervista esordisco con un: “Nessuna sorpresa per me, che sono rimasta davvero senza fiato davanti alla bellezza di Villa Rufolo”.

Un suggestivo “colpo d’occhio “su Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E iniziamo a parlare: da subito il Professore Maurizio Pietrantonio, titolare della Cattedra di violino presso il Cnservatorio Statale di Napoli “San Pietro a Majella”, si mostra in tutta la sua squisita gentilezza e affabilità e quando mi racconta di Villa Rufolo io m’incanto, e mi sembra di essere lì, su quell’iconica terrazza tra mare e cielo, come lui stesso la definirà nel corso dell’intervista: “ E’ per me un grande onore e un privilegio ma anche un onere, ricoprire l’incarico, dal 2000, di Direttore Generale della Fondazione Ravello che ha in gestione e custodia Villa Rufolo. Il grande lavoro di cui necessita richiede la collaborazione di tutti, in quanto questo monumento è un’azienda a tutti gli effetti, che richiede una continua manutenzione, sia ordinaria sia straordinaria. Lo scorso anno, ad esempio, ci siamo occupati della pulitura delle opere lapidee, degli ornamenti in marmo, i bassi e i sopra rilievi”, dichiara il Professor Pietrantonio, il quale aggiunge: “Quest’anno ci preoccuperemo del rifacimento della pavimentazione dell’intera Villa”.

Il Direttore della Fondazione Ravello, Professore Maurizio Pietrantonio (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Un grande sforzo ha richiesto anche l’allestimento della mostra “Le Donne dell’antichità” di Anselm Kierfer, visitabile fino al 2 settembre, e che è ospitata nelle sale superiori del complesso: “Rese agibili e fruibili per l’occasione dopo nuovi interventi di piccolo restyling”.

Le facciate di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Anche i giardini, per mantenere elevati standard di qualità, esigono un grande impegno: “Sono previste mediamente quattro piantumazioni l’anno, una a stagione. Per me l’ordine e la pulizia sono poi essenziali, in quanto è nostro dovere accogliere degnamente i visitatori e l’aspetto generale e immediato della villa ritengo sia sempre il miglior biglietto da visita”.

I giardini di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Parla con la dolcezza e con l’autorevolezza di un papà, il Professore Pietrantonio, che ama Villa Rufolo davvero come fosse una figlia, una sua creatura, qualcosa che gli appartiene, non fisicamente, ma nell’anima.

L’ingresso di Villa Rufolo (foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E quanta dolcezza quando mi racconta della nascita del Festival di Musica Sinfonica che ha reso Ravello celebre in tutto il mondo:Era il 1952, quindi quest’anno festeggia  73 anni…ma se vogliamo parlare della genesi di quest’evento, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo… “ e qui le parole del Professore Pietrantonio si concretizzano davanti ai miei occhi, e quasi mi sembra di vedere Richard Wagner il quale: Il 26 maggio del 1880 venne a Ravello, dato che soggiornava a Napoli nella Villa Doria d’Angri, a Posillipo”.

Particolare di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Il compositore tedesco :”Dopo aver visitato la parte di Villa Rufolo compresa tra la Sala dei Cavalieri, il pozzo ed i giardini prospicenti il mare disse “Ecco trovato il magico giardino di Klingsor”, riferendosi al fatto che proprio quel giardino era quello da lui immaginato per la scenografia del secondo atto del Parsifal, la sua ultima opera”.

La Sala dei Cavalieri di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E così il compositore tedesco, ammaliato e stregato da quest’angolo di mondo che sembra a tratti irreale, tanta la bellezza che emana :” Fu sempre rievocato sul Belvedere di Villa Rufolo, sin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso e, ancora oggi, questo speciale legame tra Wagner e Ravello viene onorato, con un riferimento esplicito alla sua arte”.

La spettacolare vista sulla costiera amalfitana dai giardini prospicienti il mare di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

In estate, sulla terrazza del Belvedere si tengono concerti: ” Solitamente sono tra i 15 ed i 18 appuntamenti e quest’anno la proposta è molto articolata, si va dalla musica sinfonica e cameristica al jazz”. E tutti gli eventi sono accolti con immenso entusiasmo e quasi sempre con dei “sold out perché, come dichiara il Professore Pietrantonio: “Qui la musica la si ascolta ma anche la si vede e immagina”.

Uno dei tanti concerti sulla Terrazza del Belvedere di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

E nel 1999 il musicista Pasquale Palumbo ideò:” Il “Concerto all’Alba”, un suggestivo concerto che si tiene ogni 11 agosto, alle prime ore dopo la notte di San Lorenzo, e che inizia alle ore 5.15 per terminare alle 6,45 circa. Si ascolta, dunque, musica dal chiarore delle prime luci del mattino fino a quando il sole comincia a spuntare dal profilo della costiera amalfitana che spicca da quassù”.

Il suggestivo “Concerto all’Alba” sulla Terrazza del Belvedere di Villa Rufolo (Foto per gentile concessione della Fondazione Ravello)

Questa magia rende il “Concerto all’Alba” uno momenti più apprezzati:E ‘sempre sold out e i biglietti vengono richiesti anche un anno prima” , dichiara il Professore Pietrantonio il quale conclude l’intervista dicendo: Anche i concertisti ed i Direttori d’orchestra che prendono parte a questo Festival si emozionano quando suonano su questa terrazza sospesa tra mare, cielo e luna…e mi confessano che, nonostante si siano esibiti nelle più grandi sale del mondo, quando sono qui a Ravello si sentono come su un ponte di una nave in viaggio verso l’infinito della loro immaginazione artistica”.

Villa Rufolo e la sua indicibile bellezza accoglie tutti i giorni dell’anno i suoi visitatori, che nel 2024 sono stati più di 300000, metà dei quali provenienti dall’estero.

Villa Rufolo non è solo da visitare, ma è da portare con sé, nel cuore, per sempre.

                           Alessandra Fiorilli